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Ben svegliata, Meloni! Ma i cocci di Gaza sono anche tuoi

C’è voluto un missile sulla chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, due donne cristiane dilaniate, otto feriti (tra cui il parroco Gabriel Romanelli) e il silenzio imbarazzato del Patriarcato per risvegliare Giorgia Meloni dal coma etico. Dopo mesi di mattanza trasmessa in diretta, la premier ha scoperto che “gli attacchi sui civili” – che stavolta non sono anonimi palestinesi, ma fedeli cristiani con nome, volto e parrocchia – “sono inaccettabili”.

Ben svegliata, presidente! Ma è tardi. E lei, su quel sonno selettivo, ha già lasciato diverse impronte. Le risoluzioni Onu boicottate, le armi italiane vendute, i silenzi coperti da formule ipocrite (“attacchi inaccettabili”) a cui non seguono mai i fatti. La verità è che questo governo ha contribuito, anche con l’indifferenza, a rompere l’argine dell’umanità. E ora non può far finta che i cocci non siano anche suoi.

Israele continua a colpire case, scuole, ospedali, tende di sfollati, chiese. La carneficina a Gaza è una routine. Decine di morti solo all’alba di ieri. Famiglie intere polverizzate, quartieri spianati, bambini mutilati. E se qualcuno osava chiamarlo crimine, era accusato di antisemitismo.

Poi è arrivato un proiettile sul tabernacolo, e i muscoli della premier si sono contratti. Forse perché la politica estera italiana, in questo governo, è tutta una questione di categoria dell’empatia I cristiani valgono, i palestinesi si contano?

Se oggi si accorge delle vittime, non è perché ha aperto gli occhi che avrebbe potuto aprire 60mile vittime fa. Forse è perché il sangue ha sporcato anche i suoi.

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Un governo lungo con le gambe corte

A mille giorni dall’insediamento, il governo Meloni può vantare una longevità inusuale nella storia repubblicana. Ma la stabilità, da sola, non garantisce qualità. L’analisi dei dati raccolti da Openpolis restituisce un bilancio che smentisce i toni trionfalistici. Il governo ha fatto ampio ricorso allo strumento del decreto-legge: 103 in totale, di cui 86 convertiti e 11 decaduti. È il numero più alto tra le ultime legislature, con una media mensile di 3,09.

Ma il dato più significativo riguarda i voti di fiducia: 94 in tutto, distribuiti in 54 alla Camera e 40 al Senato. Una strategia sistematica per comprimere il dibattito parlamentare e neutralizzare qualsiasi dissenso interno. Anche la tanto sbandierata coesione di maggioranza si regge più sull’uso di vincoli procedurali che su un’effettiva sintonia politica: l’indice di compattezza parlamentare si ferma al 72,6% alla Camera e al 64,8% al Senato. L’azione legislativa si è poi arenata sul versante dell’attuazione: il 43% dei decreti attuativi necessari per rendere operative le leggi è ancora da adottare. Ciò significa miliardi di euro già stanziati ma non spendibili, per mancanza delle regole applicative.

Solo alla Presidenza del Consiglio sono bloccati quasi 3 miliardi. La paralisi riguarda tutti i ministeri: dalla salute al lavoro, dall’agricoltura all’ambiente. Quanto alle riforme costituzionali annunciate come pilastri identitari, solo l’autonomia differenziata ha completato l’iter. Il premierato è fermo alla Camera dopo il primo voto al Senato, mentre la separazione delle carriere in magistratura è ancora in corso. Il governo guidato da Meloni, insomma, ha costruito il proprio consenso più sulla messa in scena dell’efficienza che sulla reale efficacia delle sue politiche.

Mille giorni dopo, le leggi non producono effetti, il Parlamento è svuotato, la retorica del cambiamento si misura in decreti ancora incompiuti. La promessa di “fare presto e bene” ha generato un sistema dove si fa tanto, si approva in fretta, ma si realizza poco e spesso anche male.

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Pantelleria, l’hotspot dove i diritti sono sospesi. E l’Asgi parla di “esperimento“ recepito a Bruxelles

Nel cuore del Mediterraneo, sull’isola di Pantelleria, l’Europa sperimenta il suo laboratorio più opaco. Un luogo dove i diritti fondamentali si annacquano e le garanzie giuridiche evaporano sotto il sole, a dispetto delle norme, dei contratti e della Costituzione. Il nuovo report dell’Asgi – frutto di accessi civici, sopralluoghi e verifiche documentali – racconta con precisione chirurgica come l’hotspot si sia trasformato da centro di prima accoglienza a zona franca del diritto: una frontiera nascosta, inaccessibile a osservatori indipendenti, in cui le prassi arbitrarie sostituiscono le regole.

Trattenuti senza legge

L’accusa è netta: i migranti vengono trattenuti nell’hotspot anche per cinque giorni senza alcuna base giuridica. Il centro, formalmente aperto, si regge su una serie di rimpalli tra Questura, Prefettura e ente gestore che impediscono di accertare chi decida le entrate e le uscite. Nessuna autorità si assume formalmente la responsabilità del trattenimento, ma di fatto nessuno può uscire senza l’autorizzazione discrezionale dell’ispettore di turno. Non esistono criteri oggettivi, non ci sono registri operativi: la libertà personale è sospesa sulla base di valutazioni soggettive, in palese violazione della Costituzione e del Testo Unico sull’immigrazione.

Comunicare è un privilegio

Non va meglio sul fronte della comunicazione. I telefoni cellulari vengono sequestrati all’arrivo senza alcun provvedimento scritto. Ai migranti è concesso un unico telefono, sotto controllo del personale, con chiamate contingentate, senza garanzie di riservatezza. La scheda telefonica prevista dal contratto – cinque euro per ogni ospite – risulta spesso consegnata all’uscita, non all’ingresso, e solo a chi ha ottenuto un titolo per restare. Di contattare un avvocato, nei primi giorni, non se ne parla. Il diritto alla difesa è di fatto inesistente: si può cercare un legale solo se lo si conosce già. Gli altri restano isolati, anche nei momenti più delicati.

L’informativa che non informa

La stessa informativa legale, obbligatoria per legge, si riduce a una brochure e a una riunione collettiva in arabo e italiano. Avviene solo dopo la compilazione del foglio notizie, cioè quando il migrante ha già dichiarato la propria volontà o meno di chiedere asilo. Nessun incontro individuale, nessuna verifica effettiva della comprensione. E mentre i documenti contrattuali impongono informazioni complete, multilingue, sulla procedura e sui diritti, nell’hotspot si perpetua una prassi tanto diffusa quanto illegittima: informare tardi, male, e solo chi si presume resterà.

Il caso Mahdi: minorenne per legge, adulto per convenienza

Tra i casi emblematici documentati dal report c’è Mahdi, ragazzo tunisino dichiaratosi minorenne, registrato come adulto in assenza di qualsiasi accertamento serio: se l’età dichiarata “non appare evidente”, si ignora la richiesta. Non si attivano né le tutele della legge Zampa né si segnalano i minori alla Procura o ai servizi sociali. Mahdi, come altri, è stato trasferito a Trapani e poi avviato a procedure di espulsione come se fosse maggiorenne. Senza documenti, senza la possibilità di provare la sua età, senza ascolto. In barba al principio del “beneficio del dubbio”, più volte sancito dalla giurisprudenza.

Promiscuità e abbandono

Anche la gestione degli spazi riflette l’abbandono. I moduli abitativi sono solo cinque, per una capienza massima di 40 persone, ma in caso di afflusso – frequente – i migranti dormono ovunque, perfino nella mensa, su materassi a terra. Nessuna separazione garantita tra uomini, donne e minori. La nuova area, teoricamente dedicata ai soggetti vulnerabili, non è mai entrata in funzione per “mancata consegna formale”. I minori, riconosciuti o meno, non vengono accompagnati da operatori civili ma solo dalle forze dell’ordine. E non c’è alcuna presenza stabile di enti specializzati come Save the Children o Unhcr.

Il volto dell’Europa che verrà

Il caso Pantelleria è più di un indizio. Le prassi documentate nell’isola sono già state normalizzate nei nuovi Regolamenti europei su asilo e migrazione approvati nel 2024. La detenzione in frontiera, l’assenza di garanzie costituzionali, la sospensione del diritto alla comunicazione e alla difesa sono ora parte integrante dell’architettura legale comunitaria. L’“esperimento Pantelleria” – come lo definisce Asgi – è stato recepito a Bruxelles. Ma ciò che lì è stato formalizzato, qui è già prassi.

E se è vero che la legge si misura nel suo rispetto verso i più deboli, allora l’hotspot di Pantelleria è oggi il metro più fedele della distanza tra le promesse dell’Europa dei diritti e la sua realtà di confine. Invisibile, ma quotidiana. Arbitraria, ma sistematica.

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Olimpiadi invernali: tra retorica della sostenibilità e proclami di impatto zero, la montagna presenta il conto

Non è bastata la retorica della sostenibilità né la promessa di infrastrutture “a impatto ridotto”. A un anno dall’apertura dei Giochi Invernali 2026, la montagna ha risposto con le sue regole: a fine giugno, una serie di frane e colate detritiche ha isolato Cortina lungo la SS 51 “Alemagna”, bloccando i lavori per la variante olimpica di San Vito di Cadore e confermando quello che i geologi denunciano da tempo: le Dolomiti bellunesi non sono una vetrina, ma un corpo vivo e instabile, refrattario ai ritmi imposti dai cantieri.

Le colate – tra i 40.000 e i 50.000 metri cubi di materiale – hanno evidenziato la fragilità strutturale di un territorio dove si contano oltre 5.900 frane attive, due terzi di quelle registrate in tutta la regione Veneto. È un dato che si aggrava con la pressione di un modello di sviluppo olimpico che spinge dove non dovrebbe: in aree di croda marcia, lungo pendii in movimento, sopra letti detritici già collaudati dal tempo.

Olimpiadi, costruzioni in cerca di equilibrio

Emblematico il caso della cabinovia Socrepes, costruita in una zona classificata con pericolosità geologica da “media” a “elevata” (P2-P3) e definita “non compatibile” persino dal Comitato Regionale VAS della Regione Veneto, che ne ha attestato l’inammissibilità per il rischio di frane attive. Nonostante ciò, l’opera è andata avanti nel nome della logistica olimpica, ignorando alternative previste dal dossier originario.

A Fiames, il villaggio olimpico da 377 casette in legno sorge in piena zona a rischio idrogeologico. L’area opposta della valle è soggetta a caduta massi. Eppure si procede. La promessa di temporaneità è già saltata: le strutture resteranno almeno fino al 2028. La reversibilità dell’impatto è diventata una postilla marginale.

Intanto la pista da bob – 120 milioni di euro, un lariceto secolare abbattuto e una funzione post-olimpica tutta da dimostrare – rimane il monumento al disallineamento tra retorica e realtà. Il Cio stesso aveva sollevato perplessità, proponendo come alternativa l’impianto di Innsbruck, già esistente e pienamente operativo. Ma non è stata un’opzione contemplata: l’Italia ha preferito scavare e tagliare.

Olimpiadi, tra rischi e piano d’emergenza

Poi c’è la viabilità. La SS 51 è l’unico asse strategico per raggiungere Cortina. La sua vulnerabilità – più volte confermata dai fatti – rende la logistica olimpica un azzardo: bastano due giorni di pioggia per spezzare i collegamenti, isolare gli atleti, bloccare i soccorsi. Le strade alternative non sono in grado di reggere il carico di un evento planetario. Non esiste un vero piano d’emergenza. E il consigliere regionale di Europa Verde, Andrea Zanoni, parla apertamente di “disastro internazionale in potenza”.

La Regione Veneto ha risposto invocando efficienza e rilancio. Il presidente Luca Zaia, dopo aver dichiarato lo stato d’emergenza, ha ribadito che “il Veneto farà la sua parte”. Ma i suoi uffici tecnici hanno firmato pareri che smentiscono politicamente le scelte fatte. Una paradosso istituzionale che alimenta la distanza tra chi disegna le mappe e chi quelle mappe le legge per capire dove è prudente costruire.

Le associazioni ambientaliste parlano apertamente di “greenwashing olimpico”. Il Comitato “Insostenibili Olimpiadi” ha raccolto l’adesione di Cai, Wwf, Legambiente, Mountain Wilderness. Il loro allarme non è ideologico ma tecnico: mancano valutazioni ambientali strategiche di sistema, i piani di mitigazione restano formalità cartacee in una realtà in cui le montagne si muovono per davvero. Il caso Cortina è più di un incidente di percorso.

È lo stress test di un intero modello: quello che invoca la montagna come brand ma ne ignora la biografia geologica. Le frane non sono anomalie: sono la regola. E ogni cantiere che le ignora, è un debito strutturale di cui la la montagna presenterà il conto – prima o poi – al governo di turno.

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Inflazione alle stelle, salari a terra: ma l’importante è lo storytelling

Nel Paese del “Meno male che Giorgia c’è”, le cattive notizie non esistono. Se esistono, si ignorano. Se insidiano il racconto del governo-fenomeno, si trasforma la realtà in folclore da social. E così mentre l’Istat certifica che il carrello della spesa si è mangiato i salari e l’Inps conferma che in cinque anni i lavoratori hanno perso nove punti di potere d’acquisto, il governo preferisce parlare d’altro.

I rincari non si fermano: +24,8% il caffè, +7,2% le uova, +15,8% gli agrumi. In estate, quando il Paese prova a respirare, scatta l’assalto finale al portafoglio. Voli a +38,7%, traghetti +19,6%. Intanto, in Parlamento, il governo tace. Gli stipendi più bassi d’Europa sono diventati silenziosamente il nuovo standard. Ma si promettono bonus e “tagli del cuneo” come palliativi elettorali.

Mentre si prepara la tempesta dei dazi trumpiani, che rischia di colpire duramente l’export italiano e aumentare la cassa integrazione, Meloni si appende al paracadute retorico della Nazione. Nessuna proposta concreta, solo fede nel marketing. Il salario reale resta fuori dall’agenda, i sindacati europei chiedono un nuovo “Sure” per difendere l’occupazione, ma l’Europa sociale non abita più qui.

È tutto perfettamente coerente. Chi vive con mille euro al mese non fa rumore, non turba i talk show, non contribuisce ai sondaggi. La propaganda vola, mentre gli italiani restano a terra, senza fiato. La realtà è inflazionata quanto i prezzi: pesa, ma non conta. E il governo, a ogni dato scomodo, gira canale.

Buon giovedì. 

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Il chiodo fisso delle balle

Matteo Salvini è il simbolo perfetto di questo governo: occupa un ministero, usa il potere come pedana per la prossima campagna elettorale, tratta i disastri come se fossero incidenti di percorso durante un comizio. Dalla guida delle Infrastrutture, il leader della Lega si è specializzato nell’arte della comunicazione: i social, gli slogan, gli insulti da aula parlamentare e qualche gita in cantiere ben fotografata. Intanto i treni – il cuore del suo dicastero – deragliano, in senso reale e metaforico, e ritardano.

Il 2 ottobre 2024, un guasto elettrico ha paralizzato per ore la stazione di Roma Termini. Più di mille treni coinvolti, oltre seicento cancellati, 70mila minuti di ritardo accumulati. Salvini si è affrettato a puntare il dito contro un chiodo piantato male, evocando complotti e sabotaggi. Ma ora l’Autorità dei trasporti ha smentito la narrazione del ministro: l’incidente non fu dovuto a un atto isolato, ma a “molteplici carenze nella gestione” da parte della società pubblica sotto la vigilanza del suo ministero.

Il danno non è solo di immagine. L’Italia rischia ora una sanzione fino a due milioni di euro, che pagheranno i contribuenti, non il ministro che ha ridotto il caso a barzelletta da talk show. Nel frattempo, alle richieste di chiarimento in Parlamento Salvini risponde con frasi precotte: “Ogni cittadino può accedere in tempo reale allo stato dei lavori”. Come se il diritto alla mobilità fosse garantito da un QR code, come se il disagio fosse colpa di chi non si è aggiornato con l’app.

Nel frattempo, sulle tratte ad Alta Velocità continuano a registrarsi ritardi, cancellazioni, mancanza di informazione a bordo e nei tabelloni. E nessuna risposta concreta sugli indennizzi. Le interruzioni di linea – solo tra Roma e Milano – sono aumentate del 20% nel 2025. La risposta del ministro? Fare finta che i cantieri siano il segno del progresso. Come se la paralisi fosse un effetto collaterale del futuro.

In un Paese dove la politica si misura in apparizioni, Salvini incarna il ministro che c’è anche quando non serve. Ride dei disastri finché può darne la colpa a qualcun altro, si ritira nel silenzio quando le responsabilità toccano le strutture che dovrebbe governare. Ma in questo governo, dove tutto è propaganda, è proprio per questo che resta saldo: perché non serve risolvere problemi, basta raccontare che sono colpa d’altri.

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L’Unione europea dei vili

La decisione dell’Unione europea di non sospendere l’accordo di associazione con Israele, nonostante le evidenze di violazioni sistematiche dei diritti umani e del diritto internazionale, segna un punto di non ritorno morale. Il 15 luglio 2025, i ministri degli Esteri europei si sono riuniti a Bruxelles con dieci opzioni sul tavolo: dall’embargo sulle armi al blocco del commercio con gli insediamenti illegali. Non ne è passata nemmeno una.

È la fotografia plastica di un’Europa che si genuflette davanti ai propri interessi economici, incapace persino di fingersi indignata con coerenza. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha parlato di “tradimento crudele e illegale” e di “uno dei momenti più vergognosi nella storia dell’Unione europea”. Ma i governi hanno preferito premiare il genocidio piuttosto che perdere un partner commerciale.

La codardia istituzionalizzata dell’Unione diventa oggi materia da tribunale: i giuristi di JURDI hanno depositato un ricorso alla Corte di giustizia Ue contro Commissione e Consiglio, accusandoli di complicità nello sterminio a Gaza e di violazione del trattato dell’Unione. Siamo oltre la diplomazia del silenzio: si tenta di istituire un principio giuridico che imponga di scegliere da che parte stare quando il diritto internazionale viene calpestato.

E l’Italia Fa parte del coro. Aderisce a una linea di vigliaccheria europea che, mentre proclama la sua fedeltà ai diritti umani, nei fatti diventa complice dell’apartheid israeliano e della distruzione di Gaza. I leader dell’Unione, invece di rispondere ai tribunali della storia, potrebbero dover rispondere a quelli veri. E sarebbe persino tardi.

Buon mercoledì. 

Foto TimesofGaza

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Netanyahu promette l’inferno. E il mondo ascolta in silenzio

Dice Netanyahu che dopo la tregua si tornerà ad “assediare Gaza”. Non è una minaccia. È un piano: dividere la popolazione, spingerla a sud, trasformare il nord della Striscia in un campo di battaglia, il sud in un recinto. Ieri l’ennesimo ordine: evacuare immediatamente Gaza City e Jabalia. Un ultimatum lanciato a chi non ha più nulla da evacuare, se non il proprio corpo esausto, se ancora in vita.

Nel frattempo, le bombe piovono sui campi profughi. A Shati cinque morti, nel quartiere Remal sei uccisi sotto le tende degli sfollati. Secondo il ministero della Sanità locale, oltre 58 mila le vittime palestinesi da ottobre 2023, più della metà donne e bambini. La cifra viene contestata da Israele, ma è difficile controbattere le immagini dei cadaveri di bambini in fila per l’acqua. L’Egitto parla apertamente di “oltre cento morti al giorno solo per cercare gli aiuti”. L’Europa si mostra “preoccupata”, ma a Gaza continuano a mancare carburante, medicine, cibo. E pace.

L’evacuazione forzata e la distruzione sistematica delle infrastrutture civili configurano un intento genocidario sotto gli occhi del mondo. L’Onu parla di “crimini”, le chiese cristiane denunciano attacchi dei coloni a Taybeh, una fondazione belga chiede l’arresto di un soldato israeliano. Netanyahu, invece, promette la prosecuzione del conflitto come se fosse un diritto sovrano. Trump riduce Gaza a una trattativa immobiliare: “una soluzione nella prossima settimana”. Le bombe, intanto, non si fermano.

Tra le vittime di ieri anche il fratello di un medico palestinese che lavora in Italia: era andato a cercare cibo. Gaza muore e il mondo prende appunti. Sul metodo.

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Se Alberto Trentini fosse utile, sarebbe già a casa

Da otto mesi Alberto Trentini è in un carcere venezuelano, senza accuse formali e in condizioni che un ex compagno di cella svizzero ha definito “terribili”. Da otto mesi, il governo italiano chiede “discrezione”, invita al silenzio, promette trattative. Da otto mesi, però, non succede nulla. E intanto una madre, Armanda Trentini, chiede semplicemente che qualcuno si degni di rispondere, almeno con una telefonata. Nemmeno quella.

Nel Paese del “prima gli italiani”, la sorte di un cooperante incarcerato senza processo non rientra nel pacchetto base del patriottismo. Troppo distante da un palcoscenico utile, troppo poco funzionale alla narrazione muscolare della “nazione che non lascia indietro nessuno”. Se il nome di Alberto fosse servito a qualche ricatto mediatico, sarebbe stato ripetuto ovunque, magari sventolato nei salotti televisivi. Ma Alberto Trentini è colpevole di generosità: stava lavorando nel sud del mondo, aiutando chi è fragile. Nessun tornaconto, nessun clamore, nessuna utilità per la propaganda.

Così la madre di Alberto ha deciso di fare da sola. Di rompere il silenzio assordante. Di rivolgersi ad una premier che non ha speso una sola parola, e un sistema istituzionale che delega tutto all’invisibile. Mentre la Svizzera ha negoziato con successo la liberazione del compagno di cella di Alberto, l’Italia resta immobile. O meglio: resta in attesa che la notizia evapori, che il clamore si smorzi, che le urla si spengano.

Don Ciotti parla di “troppe ambiguità”. E ha ragione: si fa diplomazia col bilancino quando si tratta di vite vere, e si fanno proclami solo per sequestri convenienti, come quelli in Medio Oriente, quando servono per alzare i decibel del consenso. Eppure, come dice Armanda Trentini, “otto mesi sono troppi”.

In un altro Paese, una presidente del Consiglio avrebbe alzato il telefono. Qui invece si aspetta. Si misura il vantaggio, si pondera la spesa. Dando l’impressione che ci siano sequestri e sequestri più o meno utili alla propaganda. E che quello di Trentini appartenga alla seconda categoria.

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Saviano, carne da banchetto per il circo dell’odio tricolore

Ci sono voluti quasi 17 anni perché un tribunale sancisse che l’ex capo del clan dei Casalesi, Francesco Bidognetti, e il suo avvocato hanno pubblicamente minacciato lo scrittore Roberto Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione.

La lunghezza del processo afferisce alla condizione della giustizia italiana, ma ciò che è accaduto in questi diciassette anni fuori parla chiaramente di noi. Sono diciassette anni che politici, leader di partito e perfino ministri giocano sulla carne avanzata di Roberto Saviano una sporca partita di propaganda. Sono diciassette anni che giornalisti, scrittori, “intellettuali” pasteggiano su Saviano trasformando la sua protezione in un onore da meritarsi, alla stregua dei fascisti con la cittadinanza.

Sono diciassette anni che si usano le minacce inflitte a Roberto Saviano come nervo scoperto da trasformare in cappio. Accade ogni volta che non si è d’accordo con una sua opinione, ogni volta che si vuole debilitare un suo atto d’accusa, ogni volta che si esulta per un suo insuccesso.

Diciassette anni dopo, come un film girato fuori tempo massimo, si ritorna alle minacce a Roberto Saviano e diventano tangibili le proporzioni dell’erosione che gli è stata inflitta.

Lui si è lasciato andare a un pianto liberatorio, ma non c’è liberazione. La delegittimazione ha funzionato benissimo e per quella non c’è possibilità di processo riparatore. Roberto Saviano è stato appiattito sulle minacce che ha subito: onere e onore, in un gioco che piace moltissimo alla mafia. Lui come carta velina schiacciato sul fondo.

 

Buon martedì

 

In foto Roberto Saviano ospite di Tintoria in occasione della presentazione del suo libro L’amore mio non muore (Einaudi)

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