Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti – Lettera43
Le norme anti-caldo non valgono per chi è chiamato a controllare la loro applicazione. Una contraddizione che mostra la fragilità e l’ipocrisia di un sistema che dovrebbe garantire i diritti a tutti i lavoratori. Anche quello di fermarsi.
Sono le ore più calde del giorno. Il termometro segna 38 gradi, il calcestruzzo cuoce sotto i piedi. In un cantiere in provincia di Roma un ispettore del lavoro, giacca e tesserino, chiede documenti, controlla orari, verifica se i lavoratori hanno acqua e pause. Eppure è lui stesso a operare senza alcuna protezione dal caldo. L’unico in quel contesto a non avere un diritto: quello di fermarsi.
Il lavoro ispettivo è escluso dalle tutele
La contraddizione è plastica. Gli ispettori, chiamati a garantire l’applicazione delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro, sono esclusi dai dispositivi pensati per mitigare gli effetti del caldo estremo. Lo confermano i numeri e le fonti ufficiali: al 2025 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro non ha ancora adottato protocolli operativi specifici per la protezione del proprio personale durante le ispezioni in condizioni climatiche critiche. Il decreto-legge 98/2023, le bozze di protocollo ministeriale e gli accordi interni non sono mai diventati procedure attive. L’unico risultato concreto è l’assenza: assenza di linee guida vincolanti, assenza di Dpi, assenza di turnazioni orarie protette. Le ordinanze anti-caldo emanate da alcune Regioni – come Lazio, Liguria e Sardegna – vietano i lavori manuali all’aperto tra le 12.30 e le 16. Ma valgono solo per le imprese private e i cantieri pubblici, non per i controlli. Il lavoro ispettivo rientra tra le attività “di pubblica utilità”, e come tale è escluso dalle tutele. Gli ispettori restano sul campo, nel momento più rischioso della giornata, privi di protezione e di riconoscimento formale del pericolo.

L’ispettore deve decidere se esporsi al rischio o trascurare il dovere
Il personale ispettivo attivo in Italia al 31 dicembre 2024 ammonta a 4.585 unità, di cui 3.160 civili. Nel solo 2024 sono stati effettuati oltre 158 mila accessi ispettivi, con un tasso di irregolarità del 74 per cento. Aumentano i controlli, aumentano i rischi, ma non le tutele. In regioni come la Sicilia si contano appena 49 ispettori per oltre 340 mila imprese. In Lombardia, prima delle ultime assunzioni, si registravano solo 10 ispettori tecnici per tutto il territorio regionale. Il paradosso è giuridico oltre che pratico. L’ispettore può sanzionare un’azienda che non ha valutato il rischio microclimatico nel Documento di Valutazione dei Rischi, ma il suo stesso datore di lavoro – l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) – non ha predisposto un’analoga valutazione per l’attività ispettiva. Le circolari operative, come la n. 5752 del 25 luglio 2024, impongono di vigilare su pause, idratazione e turni dei lavoratori, ma tacciono completamente sulle condizioni operative degli ispettori. La responsabilità viene trasferita: dal datore di lavoro all’individuo. È l’ispettore che deve decidere se esporsi al rischio o trascurare il dovere. Nella logica della prevenzione, il rischio va gestito “alla fonte”, non spostato lungo la catena gerarchica. Ma proprio questo accade. L’Inl non fornisce dispositivi tecnici (come vestiario traspirante, cappelli, fasce refrigeranti), non prevede pause obbligatorie né strumenti per misurare oggettivamente l’indice Wbgt (Wet Bulb Globe Temperature), il parametro più affidabile per valutare lo stress termico. Non esiste un “kit caldo” per gli ispettori. Non esiste nemmeno il diritto di rifiutare una missione pericolosa.
In Italia manca una cultura della sicurezza anche a chi la fa rispettare
La Spagna collega le misure di sospensione del lavoro alle allerte ufficiali dell’Aemet. La Grecia impone stop obbligatori se l’indice Wbgt supera determinate soglie, fornendo agli ispettori un’app per la rilevazione in tempo reale. In Francia, il recente Décret n. 2025-482 ha rafforzato il droit de retrait, il diritto del lavoratore di allontanarsi da una situazione pericolosa. In Italia, invece, tutto è lasciato alla discrezionalità e al buon senso. Manca un impianto normativo vincolante, manca una cultura della sicurezza applicata anche a chi la fa rispettare.

La denuncia (inascoltata) dei sindacati
Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa hanno più volte denunciato la carenza di organico e di strumenti. Hanno chiesto una riforma complessiva dell’Inl, con un aumento strutturale del personale e una vera valorizzazione del ruolo dell’ispettore. Ma la risposta è stata la pressione sui numeri: più verbali, più controlli, meno tempo per la sicurezza. L’Inl resta firmatario di protocolli che prescrive ma non applica. La credibilità delle istituzioni passa dalla coerenza. Non si può pretendere che un ispettore imponga a un imprenditore regole che il suo stesso ente non rispetta. Non si può parlare di tutela del lavoro se chi ne è garante opera in condizioni non sicure. Non si può ignorare l’emergenza climatica solo perché riguarda chi, di mestiere, dovrebbe sorvegliarla. La domanda resta: chi protegge gli ispettori? Un sistema di vigilanza che espone i suoi operatori agli stessi rischi che dovrebbe prevenire è un sistema fragile, sbilanciato, ipocrita. La protezione del lavoro deve cominciare da chi ne è sentinella. Finché l’Inl continuerà a trattare gli ispettori come invisibili, la legalità nei luoghi di lavoro resterà una promessa dimezzata. In un’estate sempre più calda, questo paradosso non è solo una contraddizione logica. È una ferita istituzionale.
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