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Premierato, da madre di tutte le riforme a riforma di minoranza: il consenso sceso sotto il 50%

Diceva Giorgia Meloni che il premierato sarebbe stato “la madre di tutte le riforme”. Era il pilastro del nuovo patto tra Stato e cittadini, la promessa di stabilità dopo decenni di governi traballanti. Eppure, oggi, la “madre” appare stanca, delegittimata, respinta. Secondo il sondaggio LaPolis-Università di Urbino, pubblicato da la Repubblica, il consenso al premierato è sceso al 45%, segnando il punto più basso da settembre 2023. La riforma simbolo del governo è diventata una riforma di minoranza.

Nata come compromesso dopo l’abbandono dell’idea presidenzialista, la riforma è stata venduta agli italiani con una narrazione semplificata: meno giochi di palazzo, più potere al popolo. Un premier eletto direttamente per cinque anni, affiancato da una maggioranza blindata grazie a un premio elettorale da definire. Ma l’iter legislativo, anziché rassicurare, ha prodotto l’effetto contrario: tra forzature, norme bizantine, “premier di scorta” e deroghe ai limiti di mandato, il testo Casellati è apparso sin da subito come il frutto di una trattativa interna alla maggioranza più che un progetto coerente.

Anche il disegno istituzionale è stato criticato da numerosi costituzionalisti: l’elezione diretta del premier e lo scioglimento delle Camere come automatismo, dicono, alterano l’equilibrio tra i poteri, riducono il Parlamento a una Camera d’approvazione e svuotano il Quirinale del suo ruolo di garanzia. Il risultato è un’architettura sbilanciata, lontana dai modelli europei, che preoccupa anche giuristi non schierati politicamente. L’idea stessa di stabilità rischia di rovesciarsi nel suo opposto: un potere senza contropoteri è fragile, non forte.

La coalizione dell’insofferenza

Le crepe non sono solo tra i banchi dell’opposizione. Anche dentro la maggioranza il patto regge a fatica. Il premierato è stato scambiato con l’autonomia differenziata: Fratelli d’Italia centralizza, la Lega regionalizza. Il risultato è un ossimoro costituzionale che allontana sia i tecnici sia l’opinione pubblica. Non a caso, la Lega – che al sondaggio risulta l’elettorato più favorevole (80%) – ha frenato sull’iter parlamentare non appena è emersa la possibilità che, in caso di crisi, un nuovo premier venga pescato nella stessa coalizione senza passare dalle urne. E Forza Italia si è fatta scudo di figure come Marcello Pera e Gianni Letta per manifestare dubbi mai del tutto sopiti.

Il governo si è affrettato ad approvare la riforma al Senato, ma alla Camera l’iter è impantanato in audizioni critiche. La ministra Casellati ha ammesso che il referendum potrebbe arrivare nel 2027, a fine legislatura. Una dilazione che assomiglia più a una fuga in avanti che a una strategia ponderata. Nel frattempo, i partiti di maggioranza usano la riforma l’uno contro l’altro per alzare la voce su altri fronti: il terzo mandato per i governatori, il presidenzialismo congelato, la legge elettorale mai scritta.

Referendum 2027: il fantasma di Renzi

Intanto, il Paese si è spaccato lungo linee di frattura sempre più nette. Gli elettori della maggioranza restano in larga parte favorevoli. Ma tra i cittadini che si riconoscono nei partiti di opposizione, il rifiuto è crescente. E se Azione e Italia Viva manifestano un sostegno teorico all’elezione diretta del capo del governo, l’adesione alla versione attuale è tutt’altro che compatta.

Sul fondo, aleggia la vera posta in gioco: non il futuro della forma di governo, ma quello di Giorgia Meloni. Che neghi quanto vuole, questo referendum sarà percepito da molti come un voto su di lei. Renzi nel 2016 ha già scritto il copione. Meloni cerca ora di riscriverlo, smarcandosi dalla personalizzazione, ma l’architettura stessa della riforma – che concentra il potere in un solo nome – la inchioda.

Il premierato doveva blindare la stabilità. Per ora ha prodotto incertezza. Doveva rafforzare la democrazia. Ha riaperto le ferite del parlamentarismo tradito. Doveva avvicinare i cittadini. Li ha spaccati. La madre di tutte le riforme rischia di diventare la figlia delle sue stesse contraddizioni. E nelle urne, a decidere, sarà un Paese che non ha mai creduto così poco a questa promessa.

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Immigrazione, dal “modello italiano” all’isolamento: l’Europa gira le spalle al governo Meloni

Chi doveva ispirare l’Europa sull’immigrazione oggi si ritrova a bussare, da sola, alle porte dell’Unione. Giorgia Meloni aveva promesso un “modello italiano” capace di arginare i flussi, stabilizzare il Mediterraneo e indicare una via diversa, forte e credibile. Il risultato, due anni dopo l’insediamento, è un isolamento strategico conclamato: nessuno risponde più all’appello italiano, nemmeno i partner più affini. E neppure la Grecia, che pure condivide lo stesso fronte.

Il piano che non c’è

Il Piano Mattei doveva essere l’architrave di un nuovo approccio. Un “ponte per una crescita comune”, un partenariato paritario per togliere le ragioni della migrazione alla radice. In realtà, è rimasto un manifesto senza presa sul reale. I progetti sono pochi, lenti, orientati agli interessi dell’industria italiana più che allo sviluppo locale. E mentre il piano promette risultati al 2050, la crisi esplode nel 2025.

In Libia, la situazione è fuori controllo. Le partenze sono aumentate del 9% solo nei primi cinque mesi dell’anno. Il 93% dei migranti arrivato in Italia via mare parte dalla Libia. L’effetto è noto: più partenze, più vittime, più caos nei centri di accoglienza. Lampedusa è tornata ad affondare sotto migliaia di arrivi, con l’hotspot ridotto a simbolo plastico del collasso sistemico.

La Libia che sfugge di mano

L’altro pilastro della strategia italiana, la cooperazione con la Libia, è crollato. Non solo perché il Paese è diviso tra Tripoli e l’Est di Haftar, ma perché anche l’ultimo tentativo di diplomazia europea è finito in farsa. Il 9 luglio, una delegazione Ue (compreso il ministro degli Interni italiano) è stata dichiarata “persona non grata” a Bengasi. Rimpatriata su ordine di Haftar, senza neppure il tempo di discutere una proposta.

Da tempo Mosca ha intensificato la sua presenza militare nella zona, rafforzando la sua influenza sull’“uomo forte” libico e usando i flussi migratori come strumento ibrido di pressione sull’Europa. L’Italia denuncia, ma non trova sponde. Né a Parigi – dove Macron evita di “gridare al lupo” per non evidenziare i fallimenti francesi in Mali e Niger – né a Washington, ormai più concentrata sul Pacifico che sul Mediterraneo.

Giustizia contro politica

In casa, l’alleanza con la cosiddetta Guardia costiera libica ha subito colpi ben più duri. La magistratura ha smontato l’impalcatura giuridica dei respingimenti delegati: “La Libia non è un porto sicuro”, ha stabilito la Cassazione. I tribunali hanno condannato anche comandanti di navi commerciali per aver riportato migranti in mano alle milizie. L’Italia, nel caso Vos Triton, è stata ritenuta direttamente responsabile di un respingimento “per procura”.

A questo si somma il caso simbolico di Osama “Almasri”, un noto aguzzino di Mitiga che alcune vittime avevano riconosciuto in Italia. È stato rimpatriato dalle autorità italiane. Libero. Nessuna estradizione, nessuna inchiesta. Solo indignazione, internazionale.

L’Unione che non c’è

Mentre Roma e Atene invocano aiuto per gestire l’aumento dei flussi dalla Libia – con la Grecia costretta a sospendere l’esame delle domande d’asilo e a inviare navi militari a Creta – l’Ue resta muta. Il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo, approvato nel 2024, prometteva “solidarietà obbligatoria ma flessibile”. Ma la flessibilità ha ucciso l’obbligo. I Paesi del Nord preferiscono pagare per non accogliere. Il risultato? L’Italia resta da sola a gestire arrivi, accoglienza, detenzione, rimpatri.

La partita geopolitica, intanto, si gioca altrove. L’ultimo documento Nato del 25 giugno non cita nemmeno l’Africa.  Come se il fronte Sud fosse un’eco lontana. Nessun riferimento alla crescente presenza russa, alla destabilizzazione libica, ai flussi migratori come arma. Roma è fuori dai radar.

Grecia e Italia, due frontiere abbandonate

La Grecia è lo specchio dell’Italia. Anche lì, arrivi in aumento da Est della Libia, centri al collasso, decisioni drastiche. Anche lì, l’illusione di una gestione condivisa è naufragata. Roma e Atene sollevano l’allarme strategico, ma parlano a un’Europa che non ascolta. Per Bruxelles, Creta è lontana. Come Lampedusa.

Le due capitali avevano sperato che la questione migratoria potesse diventare un dossier condiviso. Invece, si sono ritrovate a elemosinare attenzione e aiuto, senza ottenere nulla. Nemmeno una parola concreta dai vertici Ue. Nemmeno una missione congiunta efficace. Solo l’umiliazione di Bengasi, per tutti.

La fine del modello

Il “modello italiano” si è infranto sui numeri, sulle sentenze, sulla geopolitica. Non ha ridotto i flussi. Li ha solo spostati sulla rotta più pericolosa. Non ha costruito partenariati. Ha finanziato milizie. Non ha ottenuto solidarietà. Ha ricevuto silenzi. La “leadership” italiana sull’immigrazione si è risolta in un isolamento sistemico. L’Italia non detta l’agenda: la subisce.

Quello che doveva essere il fiore all’occhiello della politica estera del governo oggi è un caso di studio di fallimento strategico. Il “ponte per la crescita” è diventato un fossato. L’Italia si scopre sola, vulnerabile, senza alleati né soluzioni. E, ora, senza più nemmeno la forza di fingere che fosse tutto previsto.

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Trattiamo con chi ci dà solo calci

Donald Trump, nella sua versione da campagna elettorale permanente, ha annunciato dazi ai Paesi Ue fino al 30% sui prodotti europei, con la solita retorica da banditore: “Siamo stati derubati per decenni” e “questa situazione non è più sostenibile”. Ma non si tratta di dazi: è estorsione politica, una pistola commerciale sul tavolo per piegare l’Europa a servire gli interessi americani. E l’Europa Fa quello che le riesce meglio: rimanda, balbetta, invoca unità e promette una trattativa “a testa alta” mentre si piega lentamente.

Antonio Tajani, con il cappello da mediatore, dice che l’Europa deve negoziare ma senza cedere. Salvo poi rinviare qualsiasi contromisura ad agosto, forse aspettando che i mercati o le ferie facciano evaporare il problema. Frattanto, regioni come Veneto, Toscana ed Emilia-Romagna lanciano l’allarme: decine di migliaia di posti a rischio, interi comparti (dal vino ai dispositivi medici) sotto minaccia diretta. Gli industriali parlano di “impatto reale al 40%” e il Parmigiano s’impenna a 60 euro al chilo.

E l’Italia Il governo Meloni si nasconde dietro l’ombrello europeo e intanto invia Lollobrigida a dire che “con gli Usa non è un incontro di pugilato”, mentre la sua posizione reale è quella del pesce in barile. Nessuna strategia, nessuna linea, solo un appiattimento: per qualcuno è diplomazia, per altri è servilismo.

Trump detta le condizioni e l’Europa si muove come uno studente impreparato in vista dell’esame. La Commissione annuncia l’identificazione di controdazi per 72 miliardi, ma sembra più un promemoria interno che un atto politico. Si rischia una guerra commerciale, dicono. Ma qui la guerra è già cominciata. Solo che da una parte sparano, dall’altra si aspetta agosto.

Eppure, le occasioni per mostrare schiena dritta ci sarebbero. La web tax è ancora un miraggio, i rapporti con la Cina sono ridotti a una battaglia di slogan e la tanto evocata “autonomia strategica” europea rimane chiusa nei cassetti di Bruxelles. Si chiama sudditanza, non diplomazia. E a pagare sono sempre le stesse: le imprese, i lavoratori, i consumatori.

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Vacanze negate, il 31% degli italiani non può permettersele. Siamo messi peggio di Francia e Germania

C’è un dato che non ha bisogno di retorica, né di fronzoli, per far male: il 31% degli italiani non può permettersi una settimana di vacanza all’anno. Non perché “preferisce restare a casa”, come ancora qualcuno tenta di raccontare, ma perché mancano i soldi. Una condizione che riguarda quasi un terzo della popolazione, certificata da Eurostat e superiore alla media dell’Unione europea. Peggio di noi, tra i grandi Paesi, solo la Spagna. Meglio la Francia (22%) e meglio ancora la Germania (21%).

Il dato non è una novità, ma l’analisi raccolta da Lorenzo Ruffino racconta meglio di mille comizi cosa sia diventata oggi la “normalità” economica italiana: un presente in cui la parola ferie è diventata un lusso e in cui l’estate divide i cittadini tra chi parte e chi resta a guardare. E il divario è tutto tranne che simbolico.

Geografia della rinuncia

L’Italia, anche stavolta, si ritrova in quella cartina biforcuta che separa l’Europa del Nord e dell’Ovest – dove le vacanze sono un diritto – dall’Europa del Sud e dell’Est, dove sono un’eccezione. In Romania quasi sei persone su dieci devono rinunciare a una settimana fuori casa. In Grecia sono il 46%, in Bulgaria il 42%, in Ungheria il 39%. La Spagna è a quota 33%. In cima alla classifica virtuosa, invece, c’è il Lussemburgo con appena il 9% di esclusi, seguito da Norvegia (9%), Svezia (12%), Paesi Bassi (13%), Finlandia, Slovenia e Danimarca (tra 14% e 15%).

Questo scarto, sistemico e ripetuto anno dopo anno, non è un effetto collaterale: è una crepa strutturale del modello economico europeo, che nella retorica dell’austerità ha affondato per anni proprio i margini più deboli del continente. La rinuncia alle vacanze, come ogni privazione, è un indice: misura la distanza tra la crescita raccontata e la vita reale.

La famiglia che non parte

L’Italia, nel dettaglio, mostra un altro dato rivelatore: tra i nuclei familiari con tre figli (o più), quasi uno su due (49%) non può permettersi di partire. È un dato che fa a pugni con il presunto sostegno alla natalità sbandierato da ogni governo, mentre nei fatti si continua a penalizzare chi ha carichi familiari maggiori. Anche nelle famiglie con uno o due figli le percentuali sono alte: tra il 25% e il 27%, contro una media europea che si ferma al 20%.

I single stanno peggio di tutti: in Italia il 38% di chi vive da solo non può andare in vacanza, contro il 33% della media europea. Ma nessuna fascia si salva davvero. E nessun partito di maggioranza può permettersi di scrollarsi di dosso questi numeri, continuando a parlare di “turismo come motore del Paese” mentre una parte crescente degli italiani resta ai box.

Vacanze a caro prezzo

C’è poi una peculiarità tutta italiana che incide nel peggiorare la situazione: la concentrazione forzata delle ferie nel periodo centrale di agosto, che coinvolge fino al 40% dei lavoratori. Un vincolo sociale e culturale che alza i prezzi, riduce le opzioni economiche e taglia fuori chi avrebbe bisogno di flessibilità per risparmiare. Le ferie d’agosto, così, da tradizione diventano trappola.

Anche restare in Italia, spesso presentato come un’alternativa “low cost”, è tutt’altro che accessibile: i prezzi nelle località turistiche continuano a salire, e le offerte davvero popolari sono sempre più rare. L’idea che le vacanze siano “a portata di tutti”, sostenuta da certa pubblicità e da certa retorica ministeriale, si scontra con una realtà fatta di rinunce.

Un miglioramento che non basta

C’è un segnale positivo: il dato del 31% è in calo rispetto al picco del 50% toccato nel 2012, nel pieno della crisi economica. Ma è un miglioramento che ha poco da festeggiare: ci sono voluti tredici anni per recuperare 19 punti percentuali. E nel frattempo il costo della vita è salito, le disuguaglianze si sono consolidate, e la ripresa è andata a senso unico.

Francia e Germania, che nel passato hanno registrato dati peggiori (rispettivamente nel 2008 e nel 2006), oggi sono tra i Paesi con la minore percentuale di esclusi. Noi restiamo invece tra i fanalini di coda. E questo, più che un destino, è una scelta politica.

Non è una questione di gusto

L’indicatore Eurostat non misura il desiderio, ma la possibilità: non conta chi non vuole andare in vacanza, ma chi non può permetterselo. Il dato si basa su risposte raccolte nelle indagini EU-SILC, che rilevano le reali condizioni economiche delle famiglie. Chi può partire ma non lo fa per scelta, è escluso dalla statistica. Chi risponde di non avere i mezzi economici, rientra.

E allora la retorica del “c’è chi preferisce stare a casa” crolla. E si scopre che le ferie, per una parte importante del Paese, sono un diritto negato. Una settimana di stacco, di mare, di montagna, di riposo, diventa un ostacolo insormontabile. E ogni estate, invece di curare, finisce per marcare la distanza. Tra chi parte, e chi resta fermo.

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Gaza: ogni ora una vittima, ogni giorno un silenzio

Nel silenzio assordante delle cancellerie internazionali, continua la strage di civili a Gaza. Nelle ultime ventiquattro ore, i raid israeliani hanno ucciso 94 persone e ferito 252. Il bilancio complessivo dall’inizio della guerra, secondo fonti sanitarie locali, è di 58.573 morti. Numeri che, da soli, disegnano un crimine umanitario. Ma i numeri, da soli, non bastano: sono le storie che mancano, le facce, le vite spezzate.

A morire non sono “terroristi”, come si affanna a ripetere la propaganda bellica, ma donne, bambini, anziani. Ieri almeno 19 persone sono state schiacciate in una calca nel tentativo di ottenere un sacchetto di aiuti. E la fame – come denuncia l’Unrwa – è un’altra arma di guerra: la malnutrizione acuta tra i minori sotto i cinque anni è raddoppiata da marzo. Una generazione intera condannata alla fame prima ancora di conoscere la pace.

Intanto, a Washington si discute di cessate il fuoco con il Qatar. A Bruxelles, si tergiversa. E in Italia, il governo esprime “preoccupazione”, mentre la presidente Meloni ringrazia i servizi segreti per il lavoro “a Gaza”. Il linguaggio resta criptico, ma l’allineamento è chiaro. Il massacro è sotto gli occhi di tutti, ma la reazione è calibrata sull’elettorato, non sul diritto.

La relatrice Onu Francesca Albanese parla apertamente di genocidio e chiede azioni concrete. L’Ue, per voce di Borrell, decide di non punire Israele. Un’omissione che pesa quanto la complicità.

La storia, quando arriva, non chiede permesso. E questo capitolo, già oggi, si scrive col sangue dei civili e l’inchiostro lavato via dai governi che hanno scelto di guardare altrove.

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La mappa delle crisi industriali in Italia: dall’automotive alla siderurgia al tessile

L’Italia industriale crolla in silenzio. Non ci sono conferenze stampa, né piani pubblici di riconversione o rilancio. Solo una lista, lunga e fitta, di nomi, città, province, settori. Una mappa della crisi che si estende da Nord a Sud, come un’infezione sistemica, e che Collettiva – il portale della Cgil – ha raccolto e documentato con precisione chirurgica. Dentro ci sono gli esuberi, le casse integrazioni, le chiusure definitive e gli accordi di solidarietà. C’è l’automotive, la siderurgia, il tessile, l’informatica. E c’è soprattutto il silenzio di un governo che assiste senza intervenire.

Il collasso dell’automotive

Il cuore della crisi batte nel settore automobilistico. Solo Stellantis ha annunciato quasi 2.000 esuberi dall’inizio dell’anno, con tagli che colpiscono tutti i poli produttivi italiani: da Pratola Serra a Mirafiori, da Atessa a Cassino, passando per Melfi, Pomigliano, Termoli. L’azienda firma accordi per uscite incentivate, mentre la Fiom-Cgil – unica sigla a non sottoscrivere i patti – denuncia “l’assenza di un piano industriale” e “il progressivo svuotamento di interi territori produttivi”. A Mirafiori, 610 addetti sono stati messi alla porta. A Cassino, 265. A Atessa, 427. A Termoli si è aperta l’ennesima cassa integrazione cautelativa. E intanto l’indotto affonda: la Metatron di Castel Maggiore, la Pierburg di Livorno e la storica Alcantara di Terni sono solo alcuni dei nomi che hanno avviato o rinnovato misure di emergenza.

Industrie dismesse, territori orfani

La deindustrializzazione non è una variabile. È una strategia che si consuma giorno dopo giorno. A Brugherio, l’“ex Candy” di Haier ha terminato la produzione. A Piombino, 401 operai della Liberty Magona entrano in cassa integrazione straordinaria, in attesa di un acquirente che ancora non c’è. A Genova, la Phase Motion Control sospende l’attività e manda a casa 170 lavoratori. Sempre a Genova, chiude definitivamente anche la Technisub. Ad Alessandria, la Expo Inox chiude i battenti. E ad Arco, nel Trentino, la Alphacan riduce l’orario a quattro giorni a settimana. La lista è interminabile e dettagliata nel rapporto di Collettiva.

Servizi, logistica e digitale: il miraggio del terziario

Chi pensa che il declino riguardi solo la manifattura si sbaglia. Il magazzino Geodis di Carpiano (Milano) chiude dopo il recesso di Amazon. A Ivrea e Pont-Saint-Martin, 59 lavoratori di Core Informatica restano senza prospettive dopo l’annuncio della chiusura. Anche i servizi legati all’amministrazione pubblica vanno in crisi: a Rovigo, 210 lavoratrici di B.P. Services e Citizenship Service entrano in cassa integrazione. A Cagliari, Tiscali riduce l’orario del 20%, con contratti di solidarietà fino al 2026.

Tessile, carta e ceramica: il made in Italy in fuga

A Tolentino (Macerata), l’ex Nazareno Gabrielli smette di produrre agende e diari. A Camposanto (Modena), la Ceramica Opera Group va verso la cessazione. A Pordenone, la Modine Cis Italy chiude e licenzia. Il Cotonificio Zambaiti di Cene (Bergamo) mette in cassa 50 dipendenti. A Cordenons, la cartiera Fedrigoni proroga l’ammortizzatore sociale a causa del calo di ordini. In questo quadro, persino aziende storiche come la Baldinini di San Mauro Pascoli chiudono il settore produttivo, mantenendo solo l’aspetto commerciale.

L’inerzia del governo e il monito della Cgil

Mentre l’Istat registra l’ennesimo calo della produzione industriale (–0,7% su base mensile, –0,9% su base annua), il segretario confederale della Cgil, Pino Gesmundo, parla di “un’emergenza nazionale ignorata”: “Mentre la nostra economia si sgretola, il governo si distrae con le sue beghe interne e comunicati che mascherano la realtà”. Stellantis diventa così il simbolo della disfatta: un colosso che taglia e delocalizza, senza vincoli e senza una controparte istituzionale in grado di contrattare un futuro.

Nel frattempo, dalle regioni si moltiplicano gli interventi-tampone: come in Basilicata, dove per la prima volta viene usato il fondo per le aree di crisi industriale complessa per garantire un altro anno di cassa integrazione ai 115 lavoratori della Sgl. Una misura parziale, che “dovrebbe essere un piano industriale, non un’iniezione di morfina”.

Un Paese che si ritira, un’Italia che scompare

La mappa tracciata da Collettiva è un atlante della resa. Un’Italia che non smette di produrre perché non è più in grado, ma perché è stata lasciata sola: senza investimenti, senza pianificazione, senza coraggio politico. Chiudono le fabbriche, si assottigliano i distretti, si riducono le competenze. La classe lavoratrice – quella vera – smette di esistere non per scelta, ma per abbandono.

E mentre si spengono i forni e le linee produttive, si spegne anche un’idea di Paese.

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L’unico errore è credere ancora a chi parla di errori

Malfunzionamento tecnico. Così l’esercito israeliano ha spiegato il bombardamento su un punto di distribuzione dell’acqua nel campo profughi di Nuseirat, dove sono morti dieci palestinesi, tra cui sei bambini. Erano in fila per l’acqua. A piedi, con taniche vuote, due chilometri a passo di sete. Non è un’immagine, è un fatto: sei bambini uccisi mentre tentavano di sopravvivere. È lì che Israele ha colpito. E il missile, ci dicono, ha sbagliato bersaglio per un guasto.

C’è un dettaglio che stona: l’Istituzione che da mesi bombarda convogli umanitari, ambulanze, ospedali e panifici, si accorge solo ora che qualcosa non ha funzionato. Forse perché i corpi sono troppo piccoli per sostenere la tesi del “danno collaterale”? Forse perché un rubinetto d’acqua, in un campo sotto assedio, è una prova troppo evidente per essere ignorata Oppure – ed è questa la provocazione – il malfunzionamento è più profondo, più antico, più teologico.

Il malfunzionamento non è solo del missile, ma del dio che viene invocato per giustificare il diritto di uccidere. Il dio delle vendette selettive, delle terre promesse a colpi di bomba, delle vittime necessarie, dei bambini “inevitabili”. Un dio di precisione chirurgica che sbaglia sempre nei pressi delle scuole, dei mercati, delle cliniche. Un dio armato e fallibile, che autorizza le stragi e si discolpa con un comunicato stampa.

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I pensionati poveri non fanno notizia, finché non fanno ricorso: la sentenza sull’integrazione al minimo degli assegni di invalidità

C’è voluta una sentenza della Corte costituzionale per ricordare che la previdenza non è una partita contabile, ma una garanzia di dignità. Con la decisione n. 94 del 2025, la Consulta ha riconosciuto il diritto all’integrazione al minimo anche per chi percepisce l’assegno ordinario di invalidità (AOI) calcolato interamente col metodo contributivo. Non si tratta solo di una correzione tecnica, ma di un atto politico – nel senso più profondo del termine – che restituisce equità a migliaia di persone tagliate fuori dalla protezione sociale per un difetto di progettazione normativa.

Fino a ieri, un lavoratore colpito da invalidità che avesse cominciato a versare contributi dopo il 1995 veniva penalizzato due volte: dalla malattia e da un sistema previdenziale che lo abbandonava sotto la soglia della povertà. Il metodo contributivo puro, introdotto dalla riforma Dini, aveva escluso esplicitamente l’integrazione al minimo, ritenendola incompatibile con la logica attuariale. Ma quella norma, pensata per la pensione di vecchiaia, era stata applicata anche all’AOI, senza distinguere tra chi aveva completato una carriera lavorativa e chi era stato costretto a interromperla per cause di forza maggiore.

Un sistema che puniva la fragilità

La Corte ha definito questa esclusione incostituzionale perché in contrasto con gli articoli 3 e 38 della Costituzione. Ha riconosciuto una “ingiustificata disparità di trattamento” tra lavoratori che si trovano nella stessa condizione di bisogno ma che, a seconda della data d’ingresso nel mondo del lavoro, ricevono trattamenti profondamente diversi. E ha sottolineato come negare l’integrazione significhi punire chi ha versato pochi contributi proprio perché colpito da una grave invalidità.

L’assegno ordinario di invalidità – previsto dalla legge n. 222 del 1984 – richiede almeno cinque anni di contributi, di cui tre negli ultimi cinque anni. È una prestazione di natura previdenziale che riguarda migliaia di persone, spesso giovani o con carriere frammentate. Nel 2024 erano oltre 425.000 i titolari di AOI, di cui una quota crescente calcolata col metodo contributivo. Per molti di loro l’importo mensile restava sotto i 400 euro, inferiore persino all’assegno sociale.

L’intervento della Corte non ha effetti retroattivi – per salvaguardare gli equilibri finanziari – ma apre una breccia importante. Dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, chi riceve un AOI interamente contributivo potrà ottenere l’aumento fino al trattamento minimo, fissato per il 2025 a 603,40 euro al mese, se rispetta i requisiti reddituali (circa 7.000 euro annui per i non coniugati, 21.000 per i coniugati). È un diritto, non un favore. Ed è il frutto di una lunga battaglia legale e sindacale condotta dall’INCA-Cgil, che oggi si prepara ad assistere sul territorio tutte le persone coinvolte.

La giustizia costituzionale che il governo ignora

Ma questa sentenza non basta. Lo dice chiaramente Ezio Cigna, responsabile previdenza della Cgil: “È solo l’inizio”. È urgente estendere il principio anche ad altre prestazioni, come la pensione di inabilità, e soprattutto introdurre una pensione contributiva di garanzia, che impedisca a chi ha lavorato – magari in modo discontinuo, povero o precario – di finire sotto la soglia dell’indigenza.

Secondo le stime, più del 40% dei giovani con carriere frammentate andrà in pensione con trattamenti inferiori all’attuale assegno sociale. La proposta di un assegno integrativo di garanzia – sostenuta da sindacati e forze sociali – prevede l’introduzione di contributi figurativi nei periodi di inattività involontaria e un “pavimento previdenziale” sotto cui non si può scendere.

Sulla carta, l’ordinamento italiano riconosce che “ogni cittadino inabile al lavoro ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. Nella pratica, ci sono voluti trent’anni e un intervento della Consulta per correggere una norma che tradiva questo principio. Il governo, intanto, tace: l’ultimo confronto sulle pensioni con i sindacati risale al settembre 2023.

Eppure, se l’obiettivo è evitare una generazione di pensionati poveri, discontinui e invisibili, il dibattito andrebbe aperto subito. Le disuguaglianze non si combattono con i bonus elettorali ma con strutture di welfare che non si dimentichino dei più deboli quando si fa cassa. Questa sentenza lo dice con chiarezza: la sostenibilità non può sacrificare la giustizia.

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La Handala sfida Israele. E anche la nostra indifferenza

La Handala è salpata da Siracusa. Non è una notizia di cronaca navale ma un gesto politico. Porta a bordo aiuti umanitari e civili disarmati, non rappresenta governi ma persone. La sua rotta è Gaza, il suo obiettivo è rompere l’assedio. In mare aperto, laddove il diritto internazionale dovrebbe essere sovrano, Israele ha già sequestrato una nave della Freedom Flotilla, la Madleen, deportando l’equipaggio. Oggi si replica. Con lo stesso carico: cibo, medicine, solidarietà. E con lo stesso rischio: essere rapiti, interrogati, maltrattati.

È la risposta della società civile dove le istituzioni tacciono. Dopo la rottura del cessate il fuoco del 18 marzo, Israele ha ucciso oltre 6.000 palestinesi e ne ha feriti più di 23.000. Ha lasciato morire centinaia di civili in fila ai punti di distribuzione alimentare, gestiti da contractor sotto supervisione statunitense. La Handala salpa contro tutto questo.

Prende il nome da un personaggio a fumetti: un bambino palestinese scalzo, di spalle, che giura di voltarsi solo quando la Palestina sarà libera. È l’infanzia negata che avanza sul mare. È la memoria di Vittorio Arrigoni che torna a respirare tra le onde. Chi sale a bordo – medici, avvocati, giornalisti, attivisti – lo fa in nome dei bambini di Gaza, più della metà della popolazione. Lo fa per i 50.000 tra loro uccisi o feriti dal 2023, per gli sfollati, per gli orfani.

La Handala è una nave, ma è anche una domanda: quanti civili devono ancora morire prima che la comunità internazionale smetta di giustificare l’ingiustificabile? Non porta solo aiuti. Porta una verità che galleggia dove gli Stati affondano.

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Il silenzio dei supini

La lettera è arrivata a Bruxelles con l’educata brutalità del potere imperiale: “Dear Madam”, 30% di dazi su tutte le importazioni Ue a partire dal primo agosto. Firmato, Donald J. Trump. È il modo in cui un ex presidente sotto processo e un candidato in piena campagna elettorale ha scelto di trasformare l’Europa in bersaglio mobile. Non un errore tattico, ma un metodo: creare il problema per vendere la soluzione.

La risposta italiana Un misto di afasia e devozione. Giorgia Meloni, quella che diceva di voler fare da ponte tra Washington e Bruxelles, si è trovata travolta da uno tsunami economico e politico che parte proprio da lì, dagli Stati Uniti che considera “amici”. Non un messaggio pubblico, non una strategia chiara, solo l’evocazione di un negoziato ancora aperto, come se i dazi fossero una variante del meteo.

Eppure i numeri sono lì, implacabili: fino a 200mila posti di lavoro a rischio, 35 miliardi di danni all’export, interi settori strategici colpiti – dall’agroalimentare all’automotive, dalla meccanica alla farmaceutica. E con essi, il cuore dell’elettorato di centrodestra. Non serve scomodare la geopolitica per capire che qui crolla un intero racconto.

A destra si accusa Bruxelles, si loda il “rilancio” negoziale, si invoca cautela. Ma è una cautela tossica, che ha il suono dell’inerzia e il profumo del servilismo. Perché chi si inginocchia prima della battaglia non può poi lamentarsi delle condizioni della resa. E chi in nome della fedeltà atlantica ha già concesso tutto – armi, gas, tasse azzerate per le big tech – non può certo alzare la voce ora.

Meloni tace. E chi tace di fronte a un’aggressione economica, non è prudente: è complice.

Buon lunedì 

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