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Una cittadina italiana aggredita da due governi. E il nostro governo dov’è?

Nel giro di pochi giorni Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, è diventata il bersaglio ufficiale della macchina del fango israeliana e della rappresaglia diplomatica statunitense. E mentre Tel Aviv paga Google Ads per manipolare le ricerche online con pagine diffamatorie, e Washington impone sanzioni personali contro una cittadina italiana colpevole solo di aver denunciato crimini di guerra e il “business del genocidio”, il governo Meloni tace. Vigliaccamente.

Non una parola dal ministro degli Esteri, non un appoggio ufficiale, non un richiamo alle responsabilità verso una propria concittadina investita di un mandato internazionale. E dire che basterebbe leggere il rapporto che ha provocato l’ira della Casa Bianca: Albanese vi elenca con rigore giuridico i nomi delle aziende – tra cui Amazon, Alphabet, Palantir – che traggono profitto dall’economia di guerra israeliana. Nomi troppo influenti, evidentemente, perché qualcuno in Italia trovi il coraggio di difenderla.

Israele, da parte sua, ha alzato il livello della propaganda. Non solo accuse infondate di legami con Hamas, ma vere e proprie operazioni di disinformazione pianificate: video falsi creati con l’intelligenza artificiale, campagne su YouTube, pagine sponsorizzate che oscurano ogni traccia neutra di informazione. E Francesca Albanese diventa così il capro espiatorio perfetto: donna, italiana, e troppo libera per essere controllabile.

In un Paese serio, il Parlamento si sarebbe già mobilitato, e il ministro Tajani avrebbe almeno chiesto chiarimenti agli “alleati” americani. Invece no: silenzio, sottomissione, ignavia. Eppure Francesca Albanese non è una militante, ma una giurista di altissimo profilo nominata dalle Nazioni Unite. La sua unica colpa è fare ciò che la comunità internazionale dovrebbe fare da tempo: chiamare le cose con il loro nome. Anche quando il prezzo è l’isolamento. Anche quando il governo del proprio Paese si gira dall’altra parte.

Buon giovedì.

 

Il ritratto di Francesca Albanese è tratto da Wikipedia

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“Si può entrare a Gaza”: il falso che copre i crimini

C’è chi ripete che “i giornalisti possono entrare a Gaza“, come se la verità fosse una libera passeggiata tra le macerie. La realtà, invece, si chiama censura militare. Dal 7 ottobre 2023 nessun giornalista può mettere piede nella Striscia senza essere accompagnato dall’IDF. Nessuna inchiesta autonoma, nessuna voce libera. Solo tour guidati dalla propaganda bellica.

La Foreign Press Association – che rappresenta oltre 370 reporter internazionali – ha impugnato il divieto davanti alla Corte Suprema israeliana. Ma la risposta è stata una retorica di “rischi” e “circostanze eccezionali”, mentre le udienze vengono rimandate di mese in mese. Intanto, su 139 ingressi autorizzati, tutti sono stati filtrati dall’IDF: senza scorta militare, Gaza è zona proibita.

Nel frattempo, l’esercito israeliano decide chi può raccontare la guerra e come. I giornalisti locali sono ammessi più spesso perché parlano agli israeliani, mentre ai corrispondenti stranieri si chiudono le porte, “per motivi di sicurezza”. Il paradosso è evidente: in Ucraina i reporter entrano liberamente, anche al fronte. In Siria, in Iraq, in Afghanistan, i giornalisti si sono assunti i propri rischi. Ma a Gaza no. A Gaza solo silenzio autorizzato.

È così che si costruisce l’impunità. Negando l’accesso, si nega la documentazione indipendente. Si nega la possibilità di verificare crimini. Si nasconde la guerra dietro un permesso negato. E chi ha il coraggio di chiamarla censura, viene accusato di ostilità.

Chi ripete che “i giornalisti possono entrare” mente. O peggio: legittima la menzogna. Perché l’informazione, quella vera, non viaggia mai con la scorta armata di chi la teme.

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Povertà, in Italia è ereditaria: i figli di genitori meno agiati hanno più possibilità di trovare l’ascensore sociale bloccato

Secondo un’analisi dettagliata condotta da Lorenzo Ruffino sui dati di uno studio dell’Università di Oxford, pubblicato su Research in Social Stratification and Mobility, l’Italia è tra i Paesi europei in cui la povertà si eredita con maggiore intensità. A chi nasce povero in Italia non basta l’impegno, non bastano gli studi, e spesso nemmeno un lavoro: ha il 15% di probabilità in più di restare in condizioni di povertà da adulto rispetto a chi cresce in una famiglia agiata. È uno dei dati peggiori in Europa, superiore persino a Paesi dell’Est come la Polonia o la Slovenia.

L’ascensore sociale è rotto

L’effetto della povertà familiare, in Italia, è oltre otto volte più forte che in Francia e più del doppio rispetto alla Germania. Nei Paesi scandinavi, invece, l’impatto delle origini familiari è pressoché nullo. In Danimarca o Svezia può perfino accadere che chi nasce in condizioni difficili, grazie all’istruzione e al welfare, migliori le proprie condizioni economiche più dei coetanei benestanti. In Italia questo meccanismo si è inceppato. La povertà non solo è ampia, ma si è irrigidita. E non basta crescere per scrollarsela di dosso.

Istruzione e lavoro: i due colli di bottiglia

Lo studio analizzato da Ruffino identifica due elementi che spiegano circa due terzi della trasmissione intergenerazionale della povertà: il livello di istruzione raggiunto e la posizione occupazionale. In Italia, chi nasce in una famiglia svantaggiata tende ad avere una formazione più bassa e un accesso più difficile al mercato del lavoro qualificato.

E i dati Istat lo confermano: tra i giovani di 25-34 anni, ha un titolo universitario il 67% di chi ha almeno un genitore laureato, il 40% di chi ha genitori diplomati e appena il 13% se i genitori hanno al massimo la terza media. L’abbandono scolastico segue la stessa linea: solo il 2% nei figli dei laureati, ma il 24% nei figli di genitori con bassa scolarizzazione.

L’istruzione, insomma, resta un canale privilegiato per cercare di uscire dalla povertà, ma non basta. Perché anche tra chi studia, il peso delle origini continua a farsi sentire. Il rischio è che l’ascensore sociale funzioni solo per chi già parte dal piano rialzato.

Non solo soldi: la povertà è anche culturale, sociale, simbolica

L’Italia, come spiegato nell’articolo di Ruffino, non paga solo il prezzo di un welfare debole o di una crescita economica insufficiente. A pesare è l’intero assetto del sistema: i servizi educativi, la qualità della scuola, la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, l’accesso alle reti sociali e informative. Chi nasce povero ha meno strumenti, meno contatti, meno fiducia nelle proprie possibilità. Ha davanti un orizzonte più basso. E viene giudicato, valutato, pesato sulla base del suo punto di partenza.

Povertà ereditaria: la conferma di un’Italia “high static“

Lo studio dell’Università di Oxford, attraverso i dati dello European Union Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC), colloca l’Italia tra i Paesi “high static”: quelli in cui la povertà era alta nella generazione precedente e continua ad esserlo oggi. E non perché manchi la crescita economica tout court, ma perché mancano le politiche capaci di renderla redistributiva.

Non è la spesa pubblica in sé a fare la differenza, ma come viene usata. I sussidi a pioggia, gli incentivi regressivi e la retorica del “chi ce la fa è bravo” hanno dimostrato tutta la loro inefficacia.

La realtà che non compare nei discorsi ufficiali

Mentre i governi italiani – di qualsiasi colore – continuano a ignorare questi dati nei loro bilanci di equità sociale, l’Italia si conferma un Paese dove il destino di un bambino si scrive troppo presto. Lo si dice da anni, lo confermano le statistiche, lo vediamo nella scuola, nel lavoro, nei divari territoriali e di genere. Ma nulla cambia davvero. Perché chi governa continua a guardare la povertà come un accidente individuale e non come un problema strutturale.

Chi nasce povero in Italia ha molte più probabilità di restarlo rispetto a un coetaneo tedesco o francese. Non perché valga meno. Ma perché vive in un Paese che gli chiede di scalare la montagna a mani nude, mentre altri hanno l’imbracatura. E questa è una responsabilità politica, non un destino.

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Caso Almasri, le carte del Tribunale dei ministri smontano la versione del governo. E le opposizioni chiedono le dimissioni di Nordio

Le ultime rivelazioni giornalistiche sulle carte dell’inchiesta del Tribunale dei Ministri parlano chiaro: il governo italiano sapeva fin dal primo momento della cattura di Najeem Osama Almasri, generale libico ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, e quella di non collaborare con la giustizia internazionale è stata una scelta politica. Lo ha fatto in silenzio, con cautela, usando canali criptati come Signal, e mentendo poi al Parlamento. Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ha affermato che il suo dicastero fu informato solo il 20 gennaio. Ma le email interne dicono il contrario: già il giorno prima, domenica 19, la sua capo di gabinetto riceveva comunicazioni dettagliate sul fermo e raccomandava “massimo riserbo e cautela”.

Caso Almasri, scelta politica

Il fermo di Almasri, effettuato dalla Digos di Torino, avrebbe potuto essere regolarizzato. C’era tutto il tempo. Invece è stato scarcerato e riconsegnato ai libici con un volo di Stato. La versione ufficiale ha retto per qualche settimana, ma ora crolla sotto il peso delle nuove rivelazioni di stampa. Nell’inchiesta, oltre a Nordio, nei confronti del quale si iniziano ad alzare richieste di informative urgenti e dimissioni da parte delle opposizioni, sono coinvolti a vario titolo anche la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. I reati ipotizzati sono favoreggiamento e peculato. Per Nordio anche l’omissione d’atti d’ufficio.

Opposizioni alla carica

La vicenda va ben oltre la sfera giudiziaria. Se le accuse fossero confermate, l’Italia avrebbe violato il proprio obbligo di cooperazione con la giustizia internazionale, proteggendo un criminale accusato di stupri e torture su minori. Le opposizioni – da Debora Serracchiani a Riccardo Magi, da Chiara Appendino a Nicola Fratoianni – hanno chiesto le dimissioni immediate del Guardasigilli, accusandolo di aver “mentito al Parlamento”. “Oltre ogni decenza”, ha detto il dem Gianassi. “Spudorato favoreggiamento di un violentatore”, ha aggiunto il M5S. E ancora: “Una vergogna orchestrata da Chigi”, secondo Avs. “Un film horror con Meloni regista”, nelle parole della stessa Appendino.

Mentre Nordio tace e Meloni finge di non sentire, l’ex premier Matteo Renzi affonda: “Meloni ha mentito da Chigi, Nordio in Aula. È la prova che il governo è sotto ricatto dei torturatori”.

Diplomazia umiliata

Intanto, la diplomazia crolla. Proprio in questi giorni Piantedosi è stato respinto come “persona non gradita” all’aeroporto di Bengasi. Umiliato da quello stesso regime con cui aveva appena sigillato l’ennesimo accordo sulle frontiere. Il paradosso è servito: mentre l’Italia rimanda a casa un macellaio per compiacere un governo libico non riconosciuto, quel governo umilia pubblicamente l’Italia. Se è una strategia, è fallita. Se è ingenuità, è colpevole.

Danni irreparabili col caso Almasri

Il caso Almasri segna un punto di non ritorno. Non si può mentire al Parlamento. Non si può piegare lo Stato di diritto per compiacere una milizia. Non si può usare un volo di Stato per riconsegnare un torturatore. E non si può rimanere al proprio posto, fingendo che nulla sia accaduto. La credibilità internazionale è stata dilapidata. L’indipendenza della magistratura è stata ignorata. La Costituzione è stata tradita.

La posta in gioco è più alta del futuro di un singolo ministro. In ballo c’è il ruolo dell’Italia nel sistema di giustizia internazionale, l’affidabilità delle sue istituzioni, la trasparenza dell’azione governativa. La scelta di occultare, manipolare, temporeggiare – e infine mentire – non può passare sotto silenzio. Le dimissioni non sarebbero un gesto politico: sarebbero il minimo sindacale di igiene democratica.

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Romanzo Viminale

Chissà se in Libia ieri c’è stato uno sbirresco ministro dell’Interno, o similare, che ha usato l’account social istituzionale scrivendo: “Respinto italiano di mezza età alla frontiera che clandestinamente cercava di intrufolarsi nel suolo libero. I clandestini a casa!”. Il tutto accompagnato dalla faccia contrita e cadente del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ieri ha provato sulla propria pelle (meglio, sulla nostra, perché la credibilità nazionale sarebbe patrimonio di tutti) cosa significhi essere improvvisamente dalla parte sbagliata del mondo.

A Piantedosi – nonostante la figura barbina che entrerà negli annali delle pagliaccerie di Stato – è andata comunque bene. Avrebbero potuto sbatterlo in un CPR a mangiare e farsi mangiare dagli scarafaggi in attesa dell’imbarco verso Roma, additato come criminale da qualche esponente politico libico che avrebbe incassato applausi per aver difeso le sue donne dal pericoloso italiano.

Oppure avrebbe potuto essere imbarcato su una nave libica (meglio, italiana, perché sono quasi tutte nostre le navi da quelle parti) per sorbirsi un viaggetto fino all’Albania, dove sarebbe stato usato come scalpo per fomentare la foga securitaria europea.

Niente di tutto questo. A Piantedosi rimane solo l’essere diventato interprete del più tragicomico contrappasso dei sovranisti di quest’epoca. È passato in qualche secondo da ministro oggetto di cerimoniale a straniero bersaglio di contumelie. Tutto questo solo perché quel confine gli è stato usato contro come frusta. Caro ministro, le è andata bene: noi buonisti siamo dalla sua parte.

Buon mercoledì.

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Cemento, algoritmi e bugie. Il futuro rubato di Gaza

Nel silenzio globale che avvolge la devastazione della Striscia, c’è chi già immagina il dopoguerra come un’occasione per nuove rendite. Il Financial Times ha scoperchiato le slide di un progetto distopico: trasformare Gaza in una Dubai in miniatura, terminale del corridoio economico India-Medio Oriente-Europa. È una colonizzazione tecno-finanziaria, senza popolo, senza memoria, senza lutto. Una ricostruzione pensata prima ancora che si fermino le bombe. Un progetto disegnato per chi sopravvive – ma solo se serve.

Il Tony Blair Institute si affretta a negare il proprio coinvolgimento, ma lo schema è sempre lo stesso: potenze occidentali, reti di interessi, istituti internazionali e governi che ammiccano mentre la realtà viene sepolta sotto i detriti. Oltre centomila morti stimati – impossibili da contare con precisione perché a Gaza nessuno può più entrare a verificare. Giornalisti e osservatori vengono respinti, i dati oscurati, le testimonianze screditate.

Nel frattempo, in Europa e nel Regno Unito chi manifesta contro il genocidio viene schedato, arrestato, accostato al terrorismo. Università e redazioni si adeguano al clima, e il dissenso evapora. Il potere non vuole più nemmeno essere contraddetto. Esiste solo la narrazione ufficiale, imposta a colpi di repressione soft e minacce implicite: chi parla rischia di perdere il lavoro, la cattedra, il microfono.

Non è solo complicità, è progettualità. La guerra, ormai, è il braccio armato dell’urbanistica globale. Prima si radono al suolo le città, poi si costruiscono quartieri modello con fibre ottiche e vigilanza integrata. Prima si annientano le identità, poi si ricoprono di smart glass. Gaza è diventata il laboratorio di un futuro senza diritti. E l’Occidente, che si diceva culla della democrazia, è ormai il promotore occulto di un neocolonialismo a circuito chiuso.

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Von der Leyen sotto attacco, l’Italia si spacca: la mozione che smaschera la destra di governo

La mozione di sfiducia contro la Commissione von der Leyen non è ancora stata votata, ma ha già prodotto il suo effetto: scoprire le carte, rompere gli equilibri precari, svelare le contraddizioni che tengono insieme la maggioranza italiana a Bruxelles e a Roma. La data del voto è fissata per giovedì 10 luglio, ma il Parlamento europeo si muove da giorni come un’aula di tribunale, dove le accuse rimbalzano e gli imputati si scambiano i ruoli.

A firmare la mozione sono stati oltre 70 eurodeputati, in gran parte appartenenti alla destra radicale del gruppo ECR e al nuovo gruppo “Patrioti per l’Europa” che riunisce Lega e Rassemblement National. Il pretesto è il cosiddetto Pfizergate: la mancata trasparenza nei contratti per i vaccini Covid, in particolare gli SMS mai resi pubblici tra Ursula von der Leyen e il CEO di Pfizer, Albert Bourla. Ma il bersaglio politico è più ampio: la gestione della pandemia, la transizione verde, il piano europeo di riarmo, la presunta deriva autoritaria della Commissione. Un atto d’accusa totale, senza possibilità di appello.

La presidente della Commissione ha risposto con durezza. Ha parlato di una “caccia alle streghe” orchestrata da “burattini di Putin”, ha evocato i camion di bare a Bergamo per giustificare le scelte d’emergenza durante il Covid, ha difeso la legittimità della sua azione e ha messo i suoi avversari spalle al muro: o con l’Europa, o con il caos.

La coalizione italiana non esiste in Europa

La scena europea ha colto Giorgia Meloni in contropiede. Il suo partito, Fratelli d’Italia, fa parte del gruppo ECR da cui è partita la mozione. Ma in aula è arrivato il dietrofront. A spiegare la linea ci ha pensato Nicola Procaccini: la mozione “è un errore strategico”, “un regalo ai nostri avversari”. Dietro il linguaggio felpato si intravede l’unico vero motivo del dissenso: la presenza di Raffaele Fitto, fedelissimo di Meloni e vicepresidente della Commissione. Sfiduciare von der Leyen significherebbe sfiduciare anche lui. E Meloni non può permetterselo.

Molto diversa la posizione della Lega, che ha annunciato il suo voto favorevole. Susanna Ceccardi parla di un’agenda ideologica che ha “distrutto agricoltura e industria”, accusa la Commissione di centralismo e invoca una “svolta sovranista”. La mozione diventa così l’occasione perfetta per Salvini: attaccare von der Leyen e insieme mettere in difficoltà l’alleata-premier, svelandone le ambiguità e la dipendenza da Bruxelles.

Forza Italia, da parte sua, resta fedele al Partito Popolare Europeo. Per Sandra De Monte sfiduciare von der Leyen sarebbe “irresponsabile”, soprattutto in un momento in cui Putin mette alla prova la sicurezza europea e Trump minaccia nuovi dazi. Tajani punta tutto sulla continuità, cercando di accreditarsi come l’argine moderato dentro un governo che traballa su ogni fronte europeo.

Due destre, nessuna strategia

La mozione ha così prodotto uno dei rari momenti di verità politica. Ha spezzato il gioco delle ambiguità, ha reso visibile il disordine strategico del governo italiano, ha mostrato che in Europa ognuno va per conto suo. La destra si è spaccata tra chi vuole far saltare il tavolo e chi vuole restarci seduto. Il M5S vota a favore della mozione per coerenza anti-establishment. Il PD vota contro, ma denuncia il PPE per le sue continue strizzate d’occhio alla destra radicale.

Giovedì si voterà, ma il punto politico è già emerso: la Commissione reggerà, ma i partiti si sono già divisi. E Meloni, ancora una volta, è costretta a scegliere tra l’ideologia che l’ha portata al potere e il realismo che le impone l’Europa. Senza più la scusa dell’ambiguità.

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Carcere di Prato, l’inchiesta choc: rivolte, torture e stupri da parte dei detenuti. Il Procuratore Tescaroli: “Intollerabile”

Due rivolte in un mese, un’inchiesta che parla apertamente di “sistema criminale pervasivo”, violenze sessuali sistematiche, telefoni clandestini, torture. La Casa Circondariale “La Dogaia” di Prato non è più un carcere, ma il simbolo del crollo istituzionale dietro le sbarre. La Procura della Repubblica, guidata da Luca Tescaroli, non usa mezzi termini: “situazione intollerabile”, “realtà fuori controllo”, “necessità di sottrarre ai detenuti il controllo del carcere”.

La risposta è arrivata con perquisizioni a tappeto, un’unità interforze formata da Squadra Mobile, Carabinieri, Guardia di Finanza e Nucleo Investigativo della Penitenziaria. Ma i fatti raccontano che ormai la polveriera è esplosa.

Doppio focolaio

Il 4 giugno cinque detenuti – italiani, marocchini e libici – rifiutano di rientrare in cella. L’intenzione è chiara: “stasera si fa la guerra”, “si muore solo una volta: o noi o voi”. Brandiscono spranghe, grappa bollente, cacciaviti e forbici. Sei agenti della penitenziaria vengono minacciati e aggrediti. Non è un gesto estemporaneo: è una dichiarazione di guerra.

Il 5 luglio, pochi giorni dopo una maxi-perquisizione, almeno dieci detenuti si barricano nella prima sezione di Media Sicurezza. Rovesciano i carrelli del vitto, tentano di appiccare incendi, usano brande come arieti per sfondare i cancelli. Solo l’intervento delle unità antisommossa riesce a contenere l’assedio.

In un anno sono stati sequestrati 41 telefoni, 3 sim e un router. Ma non basta. I telefoni continuano ad attivarsi anche dopo i blitz. Un detenuto in Alta Sicurezza è riuscito a pubblicare su TikTok immagini dalla sua cella. Il sospetto – ormai qualcosa di più – è che ci siano complicità interne. “Condotte collusive” è il termine scelto dalla Procura. In un carcere senza comandante, con turni massacranti e personale demoralizzato (e incolpevole), la vigilanza è evaporata. I detenuti agiscono con organizzazione, impunità e una rete di rifornimento che sfida ogni controllo.

Corpi martoriati

Il peggio è ciò che avviene in silenzio. Due i casi sotto i riflettori dell’inchiesta. Nel primo, settembre 2023, un detenuto brasiliano violenta per giorni il compagno di cella pachistano, sotto minaccia di morte. Nel secondo, gennaio 2020, due detenuti torturano un giovane omosessuale e tossicodipendente alla sua prima esperienza in carcere: percosse, violenze sessuali di gruppo, colpi alla testa con pentole roventi. Le lesioni fisiche si sommano a un trauma psicologico protratto per mesi. Per entrambi i casi è in corso l’iter giudiziario.

Il carcere, in questi episodi, diventa un ecosistema predatorio: i più deboli scelti come prede, in una gerarchia informale regolata dalla brutalità. Nessuna funzione rieducativa, nessuna tutela della dignità. Solo terrore.

C’è un giudice in Toscana

A parlare oggi è quasi solo la magistratura. I vertici dell’amministrazione penitenziaria tacciono, il Ministero della Giustizia guarda altrove. Il procuratore Tescaroli ha chiesto misure straordinarie di sicurezza anche all’esterno del carcere, temendo che il caos possa tracimare. Le sue parole non sono solo una diagnosi, ma un atto d’accusa: contro l’abbandono istituzionale, contro un sistema che ha lasciato che il controllo evaporasse, contro l’ipocrisia di chi, da Roma, parla di sicurezza mentre si consuma l’ennesimo naufragio dello Stato dentro le sue stesse mura.

La Dogaia è solo il segnale di una crisi nazionale. Fingere che sia un fatto locale serve solo a non disturbare la narrazione. Intanto, dietro quelle mura, l’inferno ha già vinto.

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L’Italia delle ferie negate, ormai anche le vacanze sono diventate un lusso

La vacanza, un tempo diritto diffuso, è tornata a essere un lusso. Nell’estate 2025, solo il 43,2% degli italiani potrà permettersi un soggiorno lontano da casa. E anche tra chi parte, più della metà sceglierà una permanenza breve, tra le 3 e le 5 notti, spesso ospite di amici o parenti. Il turismo, dicono le istituzioni, è in ripresa. Ma è un altro turismo: quello dei flussi stranieri, degli hotel di lusso e dei pacchetti all inclusive. Il turismo degli italiani arranca.

Le stime di Federconsumatori non lasciano margini d’interpretazione: in meno di due anni, sette punti percentuali di italiani hanno rinunciato del tutto alle ferie. I numeri del 2025 riportano l’Italia a un livello inferiore persino a quello pre-pandemico. Si parte poco, si parte meno, e si parte male. Si risparmia su tutto, si sceglie l’auto privata per non affrontare il costo di un volo, si resta nei confini nazionali non per scelta, ma per necessità.

Prezzi che salgono, diritti che crollano

Il costo medio di una settimana al mare per una famiglia tipo è di 6.539 euro, in aumento del 2,5% rispetto al 2024. In montagna si spendono 4.779 euro (+2,2%). Per una crociera servono oltre 6.300 euro (+6,2%). Aumenti minimi, percentualmente. Ma su importi già insostenibili per gran parte della popolazione. La cena di pesce costa in media 210 euro. Per due lettini e un ombrellone si superano i 450 euro a settimana. E i panini in autostrada, nonostante l’inflazione “contenuta” all’1,7%, sono aumentati del 5%.

L’impennata dei prezzi si salda a una dinamica ben più profonda: l’erosione del potere d’acquisto. I salari sono fermi, le pensioni minime sono state rivalutate di appena 1,8 euro al mese. Intanto le famiglie spendono 535 euro in più all’anno solo per la spesa alimentare. Per contenere i danni, il 51% degli italiani compra prodotti in scadenza e il 12% si rifugia nei discount. La carne e il pesce sono stati tagliati dal menù quotidiano da quasi un italiano su sei.

A risentirne non è solo il portafoglio. Le conseguenze sociali sono visibili: una popolazione più stanca, più stressata, più isolata. Perché le ferie, oltre a essere tempo libero, sono anche cura, prevenzione, socialità. Istat e Cnel lo ricordano: non potersi permettere nemmeno due notti fuori casa incide sul benessere psicofisico. E nel 2024 il 38% degli italiani era già in questa condizione. Il 2025 peggiora.

Il lusso breve di chi può

Il volto dell’esclusione si è fatto più giovane. Gli under 35 con contratti precari sono tra i più penalizzati. Tra chi guadagna meno di 1.200 euro al mese, solo il 12% potrà permettersi una vacanza, anche breve. Per la prima volta, rinunciano anche i pensionati con trattamenti minimi. E pure la vacanza di prossimità – entro i 100 chilometri – è in calo, passata dal 25% al 19% in un solo anno.

Il paradosso è che, mentre cala il turismo interno, cresce il fatturato complessivo del settore. Perché aumentano le presenze straniere, che ormai rappresentano il 55% del mercato alberghiero. Le città d’arte, le spiagge più rinomate, i borghi trasformati in showroom: il modello Venezia si espande, con rendite turistiche che premiano pochi e prezzi che espellono i residenti.

Federconsumatori e Adiconsum chiedono da tempo un bonus vacanze strutturale per le famiglie sotto i 20mila euro di Isee, tariffe calmierate per soggiorni brevi e un salario minimo che consenta una reale autonomia. Ma le risposte governative, quando arrivano, sono cosmetiche. La vacanza è diventata la nuova linea di frattura sociale.

In un Paese dove il tempo libero è sempre più un affare privato, chi resta a casa lo fa in silenzio, sotto la retorica del “ci si accontenta”. Ma sotto quel silenzio, c’è una frattura. E ogni estate, si allarga.

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Ius Scholae, campo minato per il centrodestra: Tajani rilancia, Lega e FdI lo stoppano

La miccia l’ha accesa di nuovo Antonio Tajani il 6 luglio, dal palco del Forum in Masseria. Nel caldo torpore dell’estate politica, il leader di Forza Italia ha rilanciato una proposta che aleggiava da mesi: lo Ius Scholae, riformulato in Ius Italiae, per dare la cittadinanza ai figli di immigrati che abbiano completato dieci anni di scuola in Italia. Non un diritto di nascita, ma una conquista fondata sul merito e sull’integrazione, secondo Tajani. Nessun automatismo, nessun “lassismo culturale”, ma “più italiani” per affrontare la crisi demografica e le esigenze economiche del Paese.

La sua proposta è rigida: dieci anni di scuola “con profitto”, nessun compromesso al ribasso, neanche uno. “Non è il colore della pelle che ti fa italiano”, ha dichiarato. “La paura di integrare è un segno di debolezza”. Un’affermazione pensata per posizionare Forza Italia come il volto pragmatico e moderno del centrodestra. Ma la strategia si è rivelata un azzardo.

La reazione: un muro chiamato Lega e Fratelli d’Italia

Il Carroccio ha risposto con la durezza di sempre. In una nota secca, ha invitato l’“amico Tajani” a “archiviare ogni polemica”, perché la proposta “non passerà mai”. Non è prevista dal programma, non c’è margine per discuterne. A rincarare la dose, la vicesegretaria leghista Silvia Sardone ha denunciato una presunta “islamizzazione crescente”, evocando il velo nelle scuole e denunciando l’“arretramento culturale” di Forza Italia.

Fratelli d’Italia, più felpato ma non meno netto, ha liquidato la questione come “non prioritaria”. Giovanni Donzelli ha definito il tema “irrilevante per gli italiani”, mentre Sara Kelany ha ribadito che “la legge attuale va bene così”. Giorgia Meloni ha scelto una linea silenziosa e strategica: poche parole, nessuna apertura. “Sensibilità diverse, ma non è tra le priorità del governo”, ha detto il 7 luglio. La forma è diplomatica, la sostanza è un niet.

Un partito diviso, un leader solo

Dentro Forza Italia, le tensioni sono palpabili. Un deputato ha confidato a Pagella Politica che “riproporre ora lo Ius Scholae è stato un errore”. Il fallimento del recente referendum sulla cittadinanza pesa come un macigno. “Non era il momento”, è la convinzione che serpeggia tra i parlamentari azzurri, spiazzati da una sortita giudicata velleitaria.

E mentre Tajani tenta di convincere gli alleati, rifiuta ogni ipotesi di sponda con il Partito democratico. “Nessun accordo a ribasso”, ribadisce. L’obiettivo dichiarato è non isolare Forza Italia, ma il risultato concreto è proprio l’isolamento. L’appello a Marina Berlusconi – “non abbiamo mai parlato di questo tema” – è l’ennesima conferma della solitudine del segretario forzista.

L’opposizione gioca al rialzo, ma con scetticismo

Il M5S, per voce di Giuseppe Conte, si dice disponibile al dialogo, ma chiede coerenza. “Basta teatrini estivi”, ammonisce l’ex premier. Elly Schlein si dichiara pronta a votare la riforma “se seria”, ma accusa Tajani di tatticismo stagionale. Riccardo Magi, invece, non fa sconti: “Tajani dovrebbe avere un sussulto di dignità e smettere di parlare di cittadinanza”, mentre Osvaldo Napoli (Azione) liquida l’iniziativa come una “carta finta” per ottenere vantaggi politici altrove.

I numeri non ci sono

La verità aritmetica è implacabile. Senza Lega e Fratelli d’Italia, la proposta non ha alcuna possibilità concreta di avanzare. E nemmeno con l’appoggio condizionato di Pd e M5S si supera lo scoglio parlamentare, perché Tajani rifiuta di rivedere la soglia dei dieci anni. Il testo è bloccato tra due veti incrociati: l’estremismo dell’alleanza di governo e le richieste di modifica delle opposizioni.

Retorica senza prospettiva

La vicenda dello Ius Italiae si è consumata nel tempo di un weekend, come un fuoco d’artificio fuori stagione. Tajani voleva rilanciare l’identità popolare del suo partito, ma ha sbattuto contro il cemento armato della destra sovranista. Ha cercato di presentarsi come il mediatore illuminato, ma ha finito per parlare da solo. E Giorgia Meloni ha lasciato che fosse il gelo degli alleati a chiudere il caso: senza esporsi, ma mantenendo saldo il baricentro del potere. Come sempre.

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