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Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti – Lettera43

Le norme anti-caldo non valgono per chi è chiamato a controllare la loro applicazione. Una contraddizione che mostra la fragilità e l’ipocrisia di un sistema che dovrebbe garantire i diritti a tutti i lavoratori. Anche quello di fermarsi.

Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti

Sono le ore più calde del giorno. Il termometro segna 38 gradi, il calcestruzzo cuoce sotto i piedi. In un cantiere in provincia di Roma un ispettore del lavoro, giacca e tesserino, chiede documenti, controlla orari, verifica se i lavoratori hanno acqua e pause. Eppure è lui stesso a operare senza alcuna protezione dal caldo. L’unico in quel contesto a non avere un diritto: quello di fermarsi.

Il lavoro ispettivo è escluso dalle tutele 

La contraddizione è plastica. Gli ispettori, chiamati a garantire l’applicazione delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro, sono esclusi dai dispositivi pensati per mitigare gli effetti del caldo estremo. Lo confermano i numeri e le fonti ufficiali: al 2025 l’Ispettorato Nazionale del Lavoro non ha ancora adottato protocolli operativi specifici per la protezione del proprio personale durante le ispezioni in condizioni climatiche critiche. Il decreto-legge 98/2023, le bozze di protocollo ministeriale e gli accordi interni non sono mai diventati procedure attive. L’unico risultato concreto è l’assenza: assenza di linee guida vincolanti, assenza di Dpi, assenza di turnazioni orarie protette. Le ordinanze anti-caldo emanate da alcune Regioni – come Lazio, Liguria e Sardegna – vietano i lavori manuali all’aperto tra le 12.30 e le 16. Ma valgono solo per le imprese private e i cantieri pubblici, non per i controlli. Il lavoro ispettivo rientra tra le attività “di pubblica utilità”, e come tale è escluso dalle tutele. Gli ispettori restano sul campo, nel momento più rischioso della giornata, privi di protezione e di riconoscimento formale del pericolo.

Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti
Operai al lavoro per l’allestimento di un palco per un concerto a Torino (Ansa).

L’ispettore deve decidere se esporsi al rischio o trascurare il dovere

Il personale ispettivo attivo in Italia al 31 dicembre 2024 ammonta a 4.585 unità, di cui 3.160 civili. Nel solo 2024 sono stati effettuati oltre 158 mila accessi ispettivi, con un tasso di irregolarità del 74 per cento. Aumentano i controlli, aumentano i rischi, ma non le tutele. In regioni come la Sicilia si contano appena 49 ispettori per oltre 340 mila imprese. In Lombardia, prima delle ultime assunzioni, si registravano solo 10 ispettori tecnici per tutto il territorio regionale. Il paradosso è giuridico oltre che pratico. L’ispettore può sanzionare un’azienda che non ha valutato il rischio microclimatico nel Documento di Valutazione dei Rischi, ma il suo stesso datore di lavoro – l’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) – non ha predisposto un’analoga valutazione per l’attività ispettiva. Le circolari operative, come la n. 5752 del 25 luglio 2024, impongono di vigilare su pause, idratazione e turni dei lavoratori, ma tacciono completamente sulle condizioni operative degli ispettori. La responsabilità viene trasferita: dal datore di lavoro all’individuo. È l’ispettore che deve decidere se esporsi al rischio o trascurare il dovere. Nella logica della prevenzione, il rischio va gestito “alla fonte”, non spostato lungo la catena gerarchica. Ma proprio questo accade. L’Inl non fornisce dispositivi tecnici (come vestiario traspirante, cappelli, fasce refrigeranti), non prevede pause obbligatorie né strumenti per misurare oggettivamente l’indice Wbgt (Wet Bulb Globe Temperature), il parametro più affidabile per valutare lo stress termico. Non esiste un “kit caldo” per gli ispettori. Non esiste nemmeno il diritto di rifiutare una missione pericolosa.

In Italia manca una cultura della sicurezza anche a chi la fa rispettare

La Spagna collega le misure di sospensione del lavoro alle allerte ufficiali dell’Aemet. La Grecia impone stop obbligatori se l’indice Wbgt supera determinate soglie, fornendo agli ispettori un’app per la rilevazione in tempo reale. In Francia, il recente Décret n. 2025-482 ha rafforzato il droit de retrait, il diritto del lavoratore di allontanarsi da una situazione pericolosa. In Italia, invece, tutto è lasciato alla discrezionalità e al buon senso. Manca un impianto normativo vincolante, manca una cultura della sicurezza applicata anche a chi la fa rispettare.

Ispettori del lavoro senza tutele: esposti al caldo estremo ma senza diritti
Operai in cantiere (Unsplash).

La denuncia (inascoltata) dei sindacati 

Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Pa hanno più volte denunciato la carenza di organico e di strumenti. Hanno chiesto una riforma complessiva dell’Inl, con un aumento strutturale del personale e una vera valorizzazione del ruolo dell’ispettore. Ma la risposta è stata la pressione sui numeri: più verbali, più controlli, meno tempo per la sicurezza. L’Inl resta firmatario di protocolli che prescrive ma non applica. La credibilità delle istituzioni passa dalla coerenza. Non si può pretendere che un ispettore imponga a un imprenditore regole che il suo stesso ente non rispetta. Non si può parlare di tutela del lavoro se chi ne è garante opera in condizioni non sicure. Non si può ignorare l’emergenza climatica solo perché riguarda chi, di mestiere, dovrebbe sorvegliarla. La domanda resta: chi protegge gli ispettori? Un sistema di vigilanza che espone i suoi operatori agli stessi rischi che dovrebbe prevenire è un sistema fragile, sbilanciato, ipocrita. La protezione del lavoro deve cominciare da chi ne è sentinella. Finché l’Inl continuerà a trattare gli ispettori come invisibili, la legalità nei luoghi di lavoro resterà una promessa dimezzata. In un’estate sempre più calda, questo paradosso non è solo una contraddizione logica. È una ferita istituzionale.

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L’Italia ripudia la guerra, ma chi prova a ricordarlo rischia: ritorsioni contro chi si rifiuta di lavorare per il business bellico

“Noi non lavoriamo per la guerra”. Lo slogan è chiaro, ripetuto, inciso nei presidi e nei comunicati sindacali. Ma per chi lo pronuncia in fabbrica, al porto o in aeroporto, può costare il posto. In Italia, lavoratori civili vengono sempre più spesso coinvolti in operazioni logistiche legate al traffico di armi: e se osano opporsi, scattano sanzioni, sospensioni, minacce di licenziamento. È successo a Montichiari, succede a Genova, a Livorno, a Pisa. Eppure le istituzioni tacciono.

Montichiari, il delegato scomodo

Luigi Borrelli è delegato USB e rappresentante per la sicurezza di una società che opera all’aeroporto di Montichiari. Il suo ruolo gli impone di segnalare ogni rischio per i lavoratori. Quando si accorge che nello scalo atterrano carichi militari – pacchi sospetti, movimentazioni in zone isolate, nessuna informazione né formazione per chi li maneggia – chiede spiegazioni. Nessuna risposta. Allora denuncia pubblicamente. A quel punto parte la rappresaglia.

Il 9 luglio riceve una nuova contestazione disciplinare, dopo multe e sospensioni già accumulate in precedenza. L’accusa Aver diffuso “notizie che mettono in pericolo la sicurezza dell’aeroporto”. Non per aver detto il falso, ma per aver detto il vero. Borrelli ha rivelato che il 25 giugno era previsto il transito di un carico di missili. Il giorno prima, USB aveva proclamato uno sciopero per impedire il carico. Lo sciopero ha avuto successo. E il prezzo lo paga lui.

La guerra “servizio essenziale”

A colpire non è solo la reazione dell’azienda. Il 25 giugno, alle 8:24, la Commissione di Garanzia sugli scioperi invia una comunicazione urgente: lo sciopero va revocato. Motivo? Il traffico di armi sarebbe assimilabile a un servizio pubblico essenziale. Una lettura mai vista prima. Una decisione che, secondo USB, “militarizza il diritto di sciopero” e subordina la libertà dei lavoratori alle esigenze della filiera bellica.

Nonostante tutto, nessuna risposta ufficiale arriva dal Governo. Né dai ministri competenti – Crosetto, Tajani, Salvini – destinatari di interrogazioni parlamentari. Il silenzio, in questo caso, è assenso.

Genova, dal porto al tribunale

Diversa la scala, identico il meccanismo. A Genova, il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) ha bloccato più volte il carico di armi su navi dirette in Arabia Saudita e Israele.  Parte l’inchiesta giudiziaria per “associazione per delinquere”, accusando i portuali non solo di proteste, ma di essere un’organizzazione criminale.

Nel 2025, un’azione coordinata tra i portuali francesi e quelli italiani riesce a bloccare il trasferimento di 14 tonnellate di munizioni su una nave israeliana. L’operazione riesce, la nave riparte senza armi. Ma chi organizza queste azioni, rischia in prima persona. Anche sul piano giudiziario.

Pisa e Livorno: quando la protesta funziona

Nel marzo 2022, all’aeroporto di Pisa, i lavoratori scoprono che le casse da caricare, ufficialmente destinate a “aiuti umanitari”, contengono armi. Si rifiutano di toccarle. Il sindacato denuncia pubblicamente. Il Comando interforze non nega, minimizza. Ma la mobilitazione è tale che Toscana Aeroporti promette: “Non succederà più”.

A Livorno, portuali e osservatori indipendenti segnalano da anni transiti regolari verso Camp Darby, la base Usa: anche lì le proteste costano richiami e pressioni informali sui lavoratori.

Lavoratori, sentinelle della legalità

La legge italiana, in teoria, è dalla parte di chi denuncia. La 185/90 vieta l’esportazione di armi verso Paesi in guerra o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. Eppure, in nome della “ragion di Stato”, chi prova a farla rispettare viene isolato e colpito.

Il rifiuto di maneggiare armi non è solo una scelta etica, ma una legittima autotutela. Il codice civile permette al lavoratore di sospendere la prestazione se l’azienda è inadempiente o se l’ordine ricevuto è contrario alla legge. Ma questo diritto, nei fatti, non viene riconosciuto. E chi lo esercita, come Borrelli, ne paga le conseguenze.

Le ritorsioni contro chi si oppone alla guerra raccontano una verità più ampia. Nei porti e negli aeroporti italiani si combatte una battaglia silenziosa: da un lato l’opacità delle operazioni militari, dall’altro la coscienza dei lavoratori. Chi denuncia, rischia. Chi tace, sopravvive. Ma a quale prezzo? In un Paese che ripudia la guerra, l’unico atto sovversivo sembra essere ricordarlo.

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Pnrr e Terzo settore tra promesse mancate e ritardi strutturali: si rischia l’ennesima occasione mancata

A un anno dalla scadenza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il bilancio del Terzo settore è più vicino alla frustrazione che alla trasformazione. L’ultima analisi pubblicata da Openpolis insieme al Forum nazionale del Terzo settore fotografa una situazione di persistente marginalità, tra promesse non mantenute, ritardi strutturali e un coinvolgimento ancora largamente accessorio.

Terzo settore e Pnrr, una partecipazione troppo parziale

Degli oltre 284mila progetti finanziati dal Pnrr, solo 4.491 coinvolgono a vario titolo almeno un Ente del Terzo settore (Ets): una percentuale irrilevante rispetto al numero complessivo, soprattutto se si considera il ruolo storico e territoriale che gli Ets ricoprono in settori chiave come l’assistenza, l’abitare, l’inclusione sociale e la disabilità. Il valore dei progetti che li vedono partecipi supera i 3 miliardi di euro, ma resta ignoto quanta parte di queste risorse sia effettivamente arrivata nelle casse degli enti coinvolti. I dati disponibili, infatti, non permettono una stima precisa dei fondi realmente trasferiti.

La grande promessa della co-progettazione – pilastro del Codice del Terzo Settore e strumento di alleanza pubblico-privato – resta ai margini del Pnrr: solo 173 interventi hanno previsto questo modello partecipativo, con un valore complessivo di 213 milioni. Un dato che non solo testimonia una cultura amministrativa ancora poco incline alla condivisione, ma tradisce anche una miopia nel valorizzare competenze già pronte e radicate nei territori.

Ritardi e squilibri regionali

A livello generale, la spesa è ferma. In media, nessuna regione ha raggiunto il 50% dei fondi Pnrr già pagati rispetto a quanto assegnato. Il Veneto è la più avanzata (35%), ma il Mezzogiorno sconta un ritardo drammatico: Calabria (13%), Sicilia (15%), Sardegna (16%), Molise e Campania (18%) si collocano in fondo alla classifica. E sebbene la clausola del 40% dei fondi destinati al Sud sia formalmente rispettata (39,8% al 31 marzo 2025), la sua efficacia resta discutibile. I dati confermano che molti enti meridionali faticano a presentare progetti in linea con gli standard richiesti, per carenza strutturale di personale, supporto tecnico o continuità istituzionale.

Il report Openpolis non risparmia critiche alla qualità del monitoraggio e alla trasparenza: 25 misure del Pnrr, pari a 32,6 miliardi di euro, non riportano dati di dettaglio sui progetti finanziati. In molti casi, la mancanza di informazioni è dovuta al fatto che i fondi non sono ancora stati assegnati; in altri, si tratta di veri e propri vuoti informativi. Perfino nei dati pubblicati si rilevano anomalie, come somme pagate superiori ai fondi assegnati in quasi 5mila progetti – discrepanze che, pur riconducibili a cofinanziamenti esterni, rivelano una macchina amministrativa confusa e scarsamente interoperabile.

Un’occasione ancora recuperabile

Secondo la Corte dei Conti, nel 2024 sono stati spesi meno di 19 miliardi a fronte dei 40 miliardi previsti. Le revisioni del Pnrr – sei tra luglio 2023 e maggio 2025 – hanno cambiato la fisionomia del piano, con 621 milestone da raggiungere, molte concentrate nel biennio finale. Il rischio, più che latente, è che il Pnrr si chiuda come una mera sommatoria di opere e rendicontazioni, senza lasciare alcun lascito sistemico nei territori. Eppure il Terzo settore, con la sua prossimità, la capacità di intercettare i bisogni reali e di costruire soluzioni comunitarie, potrebbe rappresentare un alleato decisivo.

Ma per esserlo, serve essere ascoltati. Non convocati all’ultimo minuto per mettere una firma sotto una progettazione già decisa altrove. Non relegati a destinatari passivi di bandi calati dall’alto. Il tempo stringe, e il senso del Pnrr rischia di svanire tra i suoi stessi ritardi.

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Altro che Trump, il Nobel per la pace datelo a Francesca Albanese

Ci sono tempi in cui il significato di “pace” si deforma nei palazzi, mentre fuori si muore. C’è un tempo come questo, in cui Francesca Albanese – relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi occupati – paga con la diffamazione, le sanzioni e le minacce la colpa di aver detto la verità: che un popolo intero viene sterminato in diretta, nel silenzio complice dell’Occidente.

Mentre il segretario di Stato Usa Marc Rubio definisce “vergognoso” il lavoro di Albanese, sanzionandola per aver osato chiedere giustizia alla Corte Penale Internazionale, Amnesty International parla senza ambiguità: “Un attacco trasparente ai principi fondamentali del diritto internazionale”. È la voce stessa dell’Onu a essere messa sotto accusa. Eppure non si tratta solo di delegittimazione: è un tentativo deliberato di isolamento e, nella storia recente, questo è sempre stato il preludio della violenza. Francesca Albanese non è una dissidente qualunque, è una funzionaria che esercita con rigore il mandato conferito da una comunità internazionale che, evidentemente, si vergogna di sé.

Per questo ha senso che quasi 20mila persone abbiano già firmato una petizione per candidarla al Nobel per la Pace. Un gesto simbolico? Anche. Ma necessario. Non è una questione personale, è un’ultima trincea per difendere ciò che resta della legalità internazionale. 

Di fronte a chi arma il genocidio e zittisce chi lo denuncia, non basta più indignarsi. Serve gridare forte che la pace non è un premio da assegnare a chi stringe mani nei vertici. La pace, oggi, ha il volto di chi resta in piedi sotto i colpi, armato solo di diritto. E per questo, merita di essere protetto.

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Presidente! Si ricordi di Albanese

Che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia stato in diverse occasioni l’argine per le derive populiste e fasciste di certi sovranisti dalle parti del governo non è certo un mistero. Anche per questo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e soprattutto il suo vice Matteo Salvini non amano particolarmente l’inquilino del Quirinale e sognano di sostituirlo al momento opportuno con una figura che possa accompagnare festante la deriva dell’Italia tra i Paesi semidemocratici dell’Occidente.

Mattarella come tutti noi non è infallibile certo. Ha firmato decreti che si sono schiantati e probabilmente si schianteranno contro la Costituzione. Ma agli scontenti di Mattarella conviene ricordare che in pole position per l’avvicendamento ci sono Ignazio Benito Maria La Russa e l’alternativa – considerata più “moderata” – Alfredo Mantovano. Duole comunicare invece a Pierferdinando Casini – sognante da anni – che la sua candidatura servirà a farcire i giornali con l’avvicinarsi delle prossime elezioni del Presidente della Repubblica.

Il Presidente Mattarella decise di intervenire personalmente a marzo dell’anno scorso in difesa dell’ex direttore di Repubblica (sfiduciato dai suoi stessi giornalisti) Maurizio Molinari che rinunciò alla presentazione del suo libro nella Facoltà di Ingegneria dell’Università Federico II di Napoli. Molinari fu contestato da alcuni studenti per le sue posizioni fin troppo morbide (usiamo un eufemismo) nei confronti della strage perpetrata dall’esercito israeliano a Gaza. Erano del resto le stesse critiche mosse da parecchi giornalisti di Repubblica. Mattarella in difesa di Molinari rivendicò il diritto di esprimere le proprie opinioni nelle Università senza subire censure.

Ora c’è una donna italiana Francesca Albanese che viene censurata, dileggiata, sanzionata, diffamata, mirata non da un manipolo di studenti ma da governi tra i più potenti e influenti al mondo. Albanese non espone opinioni ma fatti mettendoli in fila. Forse un comunicato lo meriterebbe anche lei.

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L’Ue accusa Trump per la stretta sui fondi umanitari, ma poi lo emula con “tagli brutali” ai contributi per i rifugiati

Mentre l’Unione Europea punta il dito contro l’amministrazione Trump per la stretta sui fondi umanitari, i numeri raccontano una verità meno comoda: l’Ue non solo non colma il vuoto lasciato da Washington, ma tradisce le proprie stesse promesse. Lo ha ricordato con parole nette l’Alto Commissario Onu per i Rifugiati Filippo Grandi, che ha denunciato “una crisi di responsabilità” e “tagli brutali” da parte dei maggiori donatori, Ue compresa.

Nel 2023, l’Unhcr ha registrato un fabbisogno globale di 10,9 miliardi di dollari, ma ha ricevuto meno della metà: solo 4,8 miliardi. Il “Team Europa”, pur rimanendo tra i primi tre contributori, ha mantenuto livelli di finanziamento nominali invariati rispetto agli anni precedenti, nonostante l’aumento esponenziale dei bisogni. In termini reali, equivale a un taglio. La Commissione europea ha stanziato per quell’anno 1,7 miliardi di euro per gli aiuti umanitari: una cifra incapace di tenere il passo con i flussi crescenti di rifugiati e la moltiplicazione delle crisi in Sudan, Siria, Myanmar e altrove.

Slogan e contabilità

La retorica europea è tutta centrata su parole come “umanità”, “neutralità” e “imparzialità”. Nei documenti ufficiali e nelle conferenze dei donatori, Bruxelles si presenta come un “partner fidato” e custode dei principi umanitari. Ma nei fatti, la politica estera dell’Unione ha incorporato l’ossessione securitaria dei governi nazionali. I fondi vincolati – quelli che impongono alle agenzie di destinare le risorse solo ad alcune aree geografiche o progetti – sono cresciuti a scapito dei fondi flessibili. Nel 2023, i finanziamenti “lievemente vincolati” sono crollati del 42%, e la libertà di allocazione dell’Unhcr è stata drasticamente compromessa.

Non è una questione tecnica. Il vincolo politico dei fondi impedisce all’agenzia di rispondere dove serve: nei contesti più trascurati, come il Ciad per i profughi sudanesi o l’Etiopia per quelli eritrei. Le decisioni strategiche sono guidate più da agende di contenimento migratorio che da valutazioni sui bisogni umanitari reali.

Tra sovvenzioni e deterrenza

Bruxelles ha rafforzato nel tempo una linea di finanziamento che subordina gli aiuti allo sviluppo alla cooperazione dei Paesi terzi nella riduzione dei flussi verso l’Europa. Lo schema Ue–Turchia del 2016 è stato il prototipo: fondi in cambio di blocchi alle frontiere. Da allora, la strategia si è espansa e consolidata. Accordi simili sono stati siglati con la Libia, nonostante le denunce dell’Unhcr su respingimenti illegali, violenze nei centri di detenzione e assenza di garanzie giuridiche.

La Corte dei Conti europea ha sollevato più volte il problema: scarsa trasparenza, rischio di violazioni dei diritti, e incoerenza tra la narrazione di Bruxelles e la pratica dei suoi partenariati. Le Ong parlano apertamente di “aiuto trasformato in leva di deterrenza”, e l’Unhcr ammonisce: “stiamo creando le condizioni che alimentano i movimenti secondari che poi vogliamo bloccare”.

Il prezzo delle omissioni

Le conseguenze sono concrete. Nel 2024, i fondi ricevuti dall’Unhcr sono scesi sotto il 50% del necessario. Il collasso di servizi essenziali è già in atto: in Egitto sono stati sospesi tutti i trattamenti non urgenti per i rifugiati; in Bangladesh quasi un milione di Rohingya rischiano di perdere l’accesso a cure salvavita. In Etiopia, la chiusura dei centri nutrizionali ha causato la morte di bambini malnutriti. Il Programma Alimentare Mondiale ha tagliato le razioni in Siria, Afghanistan e Yemen. A pagarne il costo sono donne, bambini, malati, anziani. Ma anche la stabilità regionale, come ha avvertito Grandi: “Con meno fondi, si perderanno vite umane. E l’instabilità busserà alle porte dell’Europa”.

Ipocrisia istituzionalizzata

L’UE ha criticato le decisioni di Trump di ridurre gli stanziamenti USA all’estero, come nel caso dell’Unrwa o dell’Oms. Ma di fronte alla sua stessa paralisi – fatta di stanziamenti insufficienti, fondi condizionati e obiettivi sbilanciati sulla sicurezza – ha scelto la via della rimozione. La crisi del 2015 dovrebbe essere un monito, non solo un ricordo da evocare. Il rischio oggi non è solo quello di abbandonare milioni di persone, ma di alimentare le condizioni per una nuova stagione di emergenze.

L’Europa che chiede impegni agli altri è la stessa che non onora i propri. E il deficit più grave non è nei bilanci, ma nella coerenza.

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Sulla Palestina l’opposizione c’è. Il governo no

“Questo non è solo l’ennesimo attacco al multilateralismo da parte di Trump, ma anche la conferma del suo sostegno al piano criminale di Netanyahu in Palestina, che Albanese ha sempre denunciato con forza. E trovo vergognoso che il governo italiano non abbia detto una parola in difesa di una cittadina italiana che svolge un incarico così delicato”.

Ieri la segretaria del Partito Democratico non ha scelto equilibrismi: il partito perno del centrosinistra (e del campo largo che forse sarà) ha tirato le fila dell’opposizione contro la vigliaccheria del governo del “prima gli italiani” — tranne quelli che non piacciono a Trump e Netanyahu.

Abbiamo sottolineato le timidezze del Pd ogni volta che si è attorcigliato sulle pretestuose rimostranze della sua minoranza. Abbiamo detto e scritto di un partito che, per dimensioni e organizzazione, troppe volte è apparso smussato e lento.

La presa di posizione di Schlein ci dice però almeno due cose: difendere questo governo di Israele significa essere evidentemente dalla parte sbagliata della storia, e il lavoro di Francesca Albanese ha toccato i nervi scoperti di chi vorrebbe nascondere il genocidio di oggi e l’apartheid degli ultimi anni.

Tra le poche buone notizie di questi mesi c’è un’opposizione che si mostra compatta e svelta nella difesa del diritto internazionale, al di là degli interessi personali. Se c’è da costruire un’unità di intenti nella politica estera, forse questo è un buon punto da cui partire.

Buon venerdì.

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Albanese fa il suo dovere, il governo italiano no

Amnesty International dice le parole che Giorgia Meloni dovrebbe pronunciare, se l’Italia fosse ancora un Paese capace di difendere il diritto internazionale. Davanti alle sanzioni annunciate dagli Stati Uniti contro Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, la segretaria generale Agnes Callamard è netta: «Sono un’aggressione al diritto internazionale», «una strategia per proteggere il governo israeliano da ogni responsabilità», «un atto intimidatorio che prosegue l’attacco dell’amministrazione Trump contro chi difende i diritti dei palestinesi». Erika Guevara Rosas, direttrice Amnesty per le Americhe, ha definito le sanzioni «un oltraggio alla giustizia internazionale». Parole che andrebbero scolpite nei comunicati ufficiali della Farnesina. E invece, il silenzio.

Nessuna dichiarazione del ministro degli Esteri. Nessun accenno alla gravità di un atto che colpisce non solo una cittadina italiana, ma l’idea stessa di diritto sovranazionale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato Albanese di «guerra politica ed economica» per aver suggerito un’azione della Corte penale internazionale contro Stati Uniti e Israele. L’ha punita per aver fatto il proprio mestiere, con rigore giuridico e coerenza istituzionale.

Nel rapporto che ha preceduto le sanzioni, Albanese ha documentato il coinvolgimento diretto di alcune multinazionali americane nella repressione ai danni dei palestinesi. Ma mentre Amnesty alza la voce, l’Italia scompare. Se un governo non sa difendere i suoi cittadini quando servono la verità, allora non rappresenta una nazione, ma un’assenza.

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Il caso Xu Zewei, prigioniero delle alleanze: il delicato equilibrismo di Roma tra Washington e Pechino

L’arresto di Xu Zewei il 3 luglio scorso all’aeroporto di Malpensa è un atto di scena in un teatro che l’Italia non controlla. L’uomo, cittadino cinese di 33 anni, è finito in manette su richiesta degli Stati Uniti, che lo accusano di essere un hacker statale coinvolto nella campagna di cyber-spionaggio “Hafnium”: un’operazione che, secondo il Dipartimento di Giustizia Usa, ha colpito migliaia di sistemi nel mondo – tra cui università, studi legali e istituti di ricerca sul Covid – per conto del Ministero della Sicurezza di Stato cinese.

Da quel momento, l’Italia si è ritrovata incastrata tra le richieste perentorie di Washington e le reazioni – per ora misurate ma ferme – di Pechino. Il nome Xu Zewei, diventato improvvisamente il centro di un braccio di ferro globale, mette alla prova la capacità di Roma di reggere l’urto tra le due superpotenze. Non si tratta di decidere se Xu sia colpevole o innocente: quella è materia che, in caso di estradizione, spetterebbe a un tribunale americano. Qui la posta in gioco è politica, non processuale.

Il precedente che brucia: l’ombra lunga di Artem Uss

Washington pretende il rispetto della sua autorità extraterritoriale: la vicenda Xu è stata trattata fin dall’inizio come una questione strategica, non giudiziaria. L’ambasciata americana ha segnalato l’arrivo di Xu prima ancora che atterrasse, il Dipartimento di Giustizia ha diffuso un comunicato dettagliato, e il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha preteso chiarimenti dal ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani. Come se non bastasse, in un memo formale l’amministrazione Biden ha evocato il precedente più imbarazzante degli ultimi anni: il caso Artem Uss, l’oligarca russo evaso dai domiciliari in Italia nel 2023 mentre era in attesa di essere estradato proprio negli Usa.

Non si tratta più solo di un hacker da processare, ma della reputazione internazionale dell’Italia, già scossa da quella clamorosa fuga. Da allora Washington non si fida più. L’arresto di Xu, quindi, è diventato una verifica sul campo della credibilità italiana.

L’equilibrismo della Farnesina

Dall’altra parte, Pechino osserva e annota. Ha chiesto assistenza consolare immediata, ha parlato ufficialmente di “diritti legittimi” da tutelare, e non ha escluso – seppur senza dichiararlo – ritorsioni economiche o diplomatiche. Il rischio che aleggia è quello della “hostage diplomacy”: arresti ritorsivi contro cittadini o imprenditori italiani in Cina, per trasformare un processo in una trattativa bilaterale.

Nel mezzo, Tajani. Il ministro degli Esteri si trova a gestire un equilibrio complicatissimo. Da un lato deve rassicurare Washington sulla lealtà italiana all’alleanza atlantica; dall’altro non può permettersi di innescare una crisi con la Cina, partner economico fondamentale nonostante il progressivo allontanamento da Pechino sancito dal disimpegno italiano dalla Belt and Road Initiative. Il caso Xu costringe Tajani a indossare una veste che non gli è abituale: quella del decisionista intransigente, sotto la lente di due potenze che non ammettono esitazioni.

Il processo è altrove, ma il giudizio è qui

La difesa di Xu, affidata all’avvocato Enrico Giarda, punta su una strategia diametralmente opposta: “Non è lui”, dicono. Nessun precedente penale, nessun legame con l’azienda Powerock citata nell’atto d’accusa, ma impiegato presso un’altra società, la Gta Semiconductor. Si parla di omonimia, di furto di identità digitale, di un account violato. Una tesi che suona come una richiesta implicita all’Italia di non farsi usare come terreno di scontro altrui.

Eppure è esattamente questo il ruolo che Roma sta giocando, suo malgrado. Se Xu verrà estradato, l’Italia manderà un messaggio chiaro a Pechino: qui comandano le priorità di Washington. Se invece l’estradizione venisse negata – o, peggio, se si verificasse un’altra fuga – allora a dubitare della nostra affidabilità sarà l’alleato più potente, quello che già una volta ha dovuto spiegare a Capitol Hill perché un ricercato di “primario interesse strategico” sia sparito sotto la nostra vigilanza.

La magistratura dovrà decidere se le prove americane bastano a dimostrare che l’uomo arrestato è davvero l’autore delle incursioni informatiche imputategli. Ma al di là dei codici, la decisione peserà sul posizionamento internazionale dell’Italia. E anche sul futuro di chi quel posizionamento è chiamato oggi ad amministrarlo.

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Caso Almasri, Nordio nella bufera prende tempo: “Riferiremo in Parlamento quando sarà il momento“

“Riferiremo in Parlamento quando sarà il momento, però gli atti che abbiamo smentiscono radicalmente quello che è stato riportato sui giornali.” Con questa frase, pronunciata a margine della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha provato a liquidare (per ora) l’ennesima giornata di bufera sul caso Almasri. Resta da capire il quando di quel “quando sarà il momento”. Per il momento Nordio, escludendo le sue dimissioni, ribadisce che non ci sono novità rispetto a quando ha riferito in Parlamento, sostenendo che l’unico elemento da valutare sono le “eventuali violazioni di atti riservati di cui non si riesce a capire come qualcuno sia arrivato in possesso”.

Il punto: una verità giudiziaria contro la versione governativa

Di certo c’è che le indagini del Tribunale dei ministri volgono alla conclusione. E che dagli atti del fascicolo e dalle anticipazioni di stampa sono emersi elementi che smontano la versione offerta dal governo al Parlamento sulla vicenda. Nordio aveva affermato che il suo dicastero fu informato del caso lunedì 20 gennaio. Ma le email interne rivelano che già il giorno prima, domenica 19, la sua capo di gabinetto riceveva comunicazioni dettagliate sul fermo e raccomandava “massimo riserbo e cautela”.

Il fermo del generale libico (e presunto torturatore) Mahmoud Almasri, su cui pendeva un mandato di cattura della Corte penale internazionale, effettuato dalla Digos di Torino, avrebbe potuto essere regolarizzato. Invece venne scarcerato e riconsegnato ai libici con un volo di Stato. La versione ufficiale ha retto per qualche settimana, ma ora crolla sotto il peso delle nuove rivelazioni di stampa. Alimentando il sospetto che la decisione di rimpatriarlo fu l’effetto di una scelta politica.

Nell’inchiesta, oltre a Nordio, nei confronti del quale si sono alzate richieste (oltre che di dimissioni) di informative urgenti da parte delle opposizioni – per ora rispedite al mittente, perché secondo il ministro Luca Ciriani “ci vuole tempo” – sono coinvolti a vario titolo anche la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. I reati ipotizzati sono favoreggiamento e peculato. Per Nordio anche l’omissione d’atti d’ufficio.

Anche se il rischio di un processo per tutti e quattro è praticamente nullo: sarà necessaria, nel caso in cui il Tribunale dei ministri ritenesse di andare avanti, l’eventuale autorizzazione a procedere da parte del Parlamento a maggioranza di centrodestra che difficilmente sarà concessa.

Le reazioni dell’opposizione

Intanto, l’opposizione ha alzato il tiro. “È chiarissimo che Nordio e Meloni hanno mentito”, ha dichiarato la senatrice Raffaella Paita (Italia Viva), chiedendo l’immediato passo indietro del Guardasigilli o, in alternativa, del suo capo di gabinetto.

Per il Partito Democratico, il comportamento del ministro è definito “gravissimo”, poiché mina l’affidabilità delle istituzioni di fronte alla comunità internazionale. “Chi ha mentito al Parlamento, non può restare un giorno di più al proprio posto”, è la linea espressa da più esponenti dem nella mattinata di oggi.

Intanto la Libia non pare intenzionata a lasciar correre: la procura generale di Tripoli ha aperto un procedimento contro lo stesso Almasri per le accuse mosse dalla Corte penale internazionale, e non è escluso che il caso si riapra proprio lì dove avrebbe dovuto essere consegnato.

Una crepa tra Palazzo Chigi e via Arenula

In questo scenario, anche i retroscena raccontano di tensioni crescenti all’interno dell’esecutivo. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, Giorgia Meloni sarebbe furiosa” per ”le talpe al ministero della Giustizia” e il timore che il pasticcio diplomatico sul torturatore Almasri si possa trasformare in una débacle politica quando saranno depositate le carte al Tribunale dei ministri la prossima settimana”.

L’ipotesi che Nordio finisca tra i destinatari di una richiesta di rinvio a giudizio è, per ora, solo una possibilità. Ma le accuse formali di omissione d’atti d’ufficio sono in campo, e su questo la difesa a mezzo stampa del ministro (“gli atti che abbiamo smentiscono i giornali”) assomiglia più ad un tentativo di prendere tempo.

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