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L’onorevole Lisei mente sui Cpr. E lo fa con metodo

Marco Lisei, senatore di Fratelli d’Italia, dice che “i peggiori criminali stranieri vengono trattenuti nei Cpr nel tentativo di rimpatriarli con ogni mezzo possibile”. Sa benissimo di mentire. I Cpr non sono carceri, ma strutture amministrative dove vengono rinchiusi migranti irregolari, spesso senza alcun reato alle spalle. La loro “colpa” è non avere i documenti in regola, non un passato criminale. Eppure Lisei insiste a confondere la clandestinità con la delinquenza, sapendo che è una semplificazione velenosa utile solo a spaventare.

Poi aggiunge che “il governo Meloni si impegna a fondo per allontanare questi soggetti”. Anche qui, la realtà dice altro: nel 2023 solo il 10% degli ordini di espulsione ha portato a un rimpatrio. Non per colpa dei giudici, ma per l’incapacità di questo governo di firmare accordi bilaterali e costruire strumenti legali funzionanti.

Lisei se la prende con la magistratura, accusandola di usare “codicilli e cavilli” per liberare i trattenuti. Ma ciò che chiama cavilli sono diritti costituzionali. La libertà personale è tutelata dalla Carta. Il giudice non sabota, controlla. E meno male.

Che a dire queste cose sia un avvocato rende tutto più grave. È la solita operazione della destra meloniana: agita i fantasmi, costruisce nemici, e intanto si nasconde dietro un patriottismo a comando. L’Italia sicura, per questi, è un’enorme distesa di servi e di quelli che servono. Solo quelli. 

Buon martedì. 

 

Foto WP

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La democrazia più armata del mondo ha paura di una foto

Non è più questione di propaganda. È questione di macerie. Di quelle vere, che Jean-Pierre Filiu – storico e politologo francese, professore a Sciences Po e già diplomatico in Siria e Giordania – ha attraversato a piedi nella Striscia di Gaza senza riconoscere più nulla. Nessun punto di riferimento, nessun edificio familiare, nessuna strada rimasta. Un’intera città annientata – sistematicamente, metodicamente – mentre il governo israeliano nega l’accesso ai giornalisti e recinta la verità con il filo spinato della censura.

E ora è chiaro il perché. Perché chiunque metta piede lì dentro, ne esce cambiato. Perché vedere Gaza oggi significa vedere la fine dell’etica, la negazione del diritto internazionale, la vittoria della punizione collettiva come strumento di governo. Filiu, che in quella terra è stato decine di volte, oggi scrive di una realtà che non somiglia a una guerra ma a una distruzione scientifica: ospedali bombardati, bambini affamati che dividono cibo con i gatti randagi, orfani tra le rovine. E un messaggio per il futuro: “Gaza è un laboratorio”, scrive. E lo è. Un laboratorio dove si sperimenta cosa può diventare il mondo quando l’impunità si fa strategia, quando la legge viene sospesa e la compassione considerata una debolezza.

Israele lo sa. Per questo ha paura delle immagini, non dei razzi. Per questo tiene lontani i giornalisti: non per sicurezza, ma per controllo. Perché una foto – solo una – potrebbe incrinare la retorica della “democrazia assediata” e mostrare al mondo la realtà: non un conflitto tra pari, ma un castigo a cielo aperto. E allora chi guarda non potrà più voltarsi.

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L’Europa rischia, Dublino galleggia e Roma tace

Quando si parla di dazi e di Europa, l’Italia scopre sempre di essere l’ultima ruota del carro. Ma oggi lo schiaffo è doppio: arriva da Washington, che rilancia la guerra tariffaria a colpi di intimidazioni trumpiane, e da Dublino, che sotto il cappello della cooperazione europea continua a giocare per conto terzi. A danno nostro.

Tra le lettere firmate e spedite da Trump, per ora, non compare l’Ue: la resa dei conti è rinviata all’1 agosto. Nel mirino restano acciaio e alluminio (i dazi sono già al 50%), auto (già in vigore al 25%) e – soprattutto – agroalimentare (ma qui siamo ancora alle minacce). Il cuore dell’economia italiana. Bruxelles è divisa, le capitali litigano sulle contromisure, e Giorgia Meloni, con il solito mimetismo pavido, svanisce dal dibattito. Nessuna proposta, nessuna linea, nessuna voce. Le telefonate riservate del fine settimana – tra Meloni, Macron, Merz e von der Leyen – hanno prodotto solo una lista della spesa di buone intenzioni. Intanto i dazi rischiano di arrivare davvero.

E mentre gli agricoltori italiani guardano alle esportazioni che crollano e l’industria conta le perdite, l’Eurogruppo rilegittima Pascal Donohoe, il ministro irlandese delle Finanze che più di tutti ha offerto le chiavi fiscali dell’Europa alle multinazionali americane. Pfizer, Apple e Microsoft da sole garantiscono il 40% del gettito di Dublino, che in cambio consente alle corporation di aggirare la minimum tax globale, depotenziare la web tax e drogare i saldi commerciali a stelle e strisce. A perdere? L’Italia, che paga le tasse vere e subisce la concorrenza fiscale sleale di chi, come l’Irlanda, gioca a fare il cavallo di Troia della Casa Bianca.

Così, mentre Trump minaccia, Pechino si infila nella breccia e Dublino ingrassa le sue casse, l’Italia tace. Meloni osserva e incassa, come se questo non fosse anche il suo tempo e la sua responsabilità. Ma se i dazi colpiranno i settori strategici del nostro Paese, se l’export agricolo e farmaceutico italiano sarà sacrificato in nome del silenzio e delle convenienze, il conto politico non potrà essere demandato ai “tecnici” o alla burocrazia di Bruxelles. Sarà tutto, e solo, del suo governo. E non sarà più negoziabile.

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Su neonazismo e fascismo la vergogna non basta

Quando la destra svedese decide di chiedere scusa per i suoi legami con il neonazismo, lo fa con un libro bianco di 900 pagine. È la quantità, non la qualità, a raccontare l’ingombro. Un’operazione di “trasparenza” che puzza di marketing elettorale, nel momento esatto in cui i Democratici Svedesi si preparano a rivendicare un posto stabile al governo. Le parole del leader Akesson sono precise: parla di “malessere”, non di colpa; si dichiara “disgustato”, ma non responsabile. Si scusa, ma non si dimette.

E allora il punto è proprio questo: se la vergogna arriva quando conviene, non è vergogna, è strategia. Se i conti con il passato si fanno in pubblico ma si mantengono inalterati i pregiudizi verso le minoranze — come denuncia il Comitato per la lotta all’antisemitismo — si sta solo riciclando il proprio profilo, senza toccare il cuore ideologico. L’antisemitismo, i rapporti con i gruppi come “Resistenza bianca ariana”, l’odio sottile e selettivo verso gli altri: tutto questo non sparisce con una dichiarazione, né con un rapporto storico. Si cancella solo cambiando rotta, non aggiustando la narrazione.

Il problema, però, non riguarda solo la Svezia. Riguarda ogni forza politica che cerca la rispettabilità indossando il lutto. Riguarda chi tenta di scavalcare la propria storia con una conferenza stampa. E riguarda noi, che troppo spesso accettiamo le scuse senza verificare cosa resta dopo averle pronunciate.

Buon lunedì.

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Nessuno tornerà com’era. Nemmeno Israele.

«Dal momento in cui ha finito il liceo ha fatto solo quello: combattere. Era esausto. Sono tutti esausti. Mentalmente distrutti. Questo deve finire». A dirlo non è un’attivista pacifista né un’opinionista controversa, ma Alexandra Radia, madre di Niv, sergente dell’IDF ucciso a giugno. La sua voce incrinata in diretta nazionale ha aperto una breccia in un muro di silenzio istituzionale che da mesi nasconde la devastazione umana che attraversa l’esercito israeliano impegnato a Gaza.

Haaretz ha raccolto testimonianze di soldati attivi:  raccontano di una macchina militare che addestra a sparare e non insegna a sopravvivere alla colpa, al trauma, alla nausea che ti coglie davanti a un piatto di pasta perché ti ricorda l’odore della morte.

Le parole che Israele non vuole sentire sono quelle che incrinano la retorica dell’eroismo. Si parla di giovani spezzati che non riescono a fare l’amore, che vomitano in bagno durante una cena di famiglia, che hanno smesso di credere che quella guerra serva a qualcosa. Uno su otto, dice uno studio, è mentalmente inadatto a tornare in servizio. Ma il governo stringe i ranghi e prosegue.

«Quanti morti servono per dire basta», chiede Uri, uno dei soldati. Intanto il premier Netanyahu, in un raro momento di irritazione, ha bollato queste testimonianze come “diffamazione contro l’esercito”. Forse perché la verità che rivelano è insostenibile anche per chi ha voluto questa guerra: non ci sono solo i corpi dei civili palestinesi a chiedere conto delle scelte politiche, ma anche le anime devastate dei suoi stessi figli in divisa.

Nessuno tornerà com’era. Nemmeno Israele.

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Il caldo brucia e Giorgia tace

Quando il caldo uccide e l’Italia brucia, Giorgia Meloni tace. Non una parola sulle temperature estreme, né un cenno alla fragilità dei lavoratori esposti o all’impatto economico stimato in miliardi di euro. Ma il silenzio non è mai neutrale: è un atto di governo. Stretta nella morsa dei negazionisti climatici che infestano la sua maggioranza, Meloni sceglie l’inerzia. Se parlasse, dovrebbe riconoscere che la crisi climatica esiste, che servono fondi, strategie, responsabilità. Ma questo significherebbe smentire la linea ideologica che, nel centrodestra, ha trasformato l’emergenza ambientale in una parodia da bar.

E mentre il Paese boccheggia, il ministero della Cultura cola a picco sotto i colpi di Alessandro Giuli. Anche lì, la premier osserva in silenzio. Perché non può permettersi di perdere nemmeno un soldatino: la “panchina” meloniana è troppo corta per rimpiazzare i fedelissimi. Per di più in un ministero che ha già subito la rovinosa caduta di Sangiuliano. Così il disastro diventa sopportabile, purché non si scollino i bulloni della coalizione.

Lo stesso schema si ripete sullo ius scholae. Forza Italia e Lega si azzuffano pubblicamente, Tajani prova a smarcarsi con aperture che sembrano appelli all’elettorato moderato, Salvini risponde col vecchio armamentario securitario. E Meloni? Imperturbabile. Lascia che si scannino. Più si erodono tra loro, più lei si rafforza. È l’arbitro che non arbitra, ma incassa punti.

Anche sul piano internazionale, la sua presenza è costruita su un copione: fitta agenda diplomatica, dichiarazioni atlantiste, incontri cerimoniali. Ma alla sostanza delle crisi – Ucraina, Gaza, Iran, Nato – l’Italia resta un comprimario che applaude e firma. L’“influenza” che ci raccontano i comunicati si riduce spesso a una foto accanto ai grandi.

La verità è che Giorgia Meloni ha trasformato il vuoto in potere. Governa non dicendo, non scegliendo, non schierandosi. Una regia dell’inazione, dove ogni parola non detta pesa più di mille conferenze stampa. Ma questa strategia ha un prezzo. Lo pagano i cittadini che muoiono di caldo, i settori culturali abbandonati, e una democrazia che si abitua a un premierato senza voce ma con troppo controllo.

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Abbassare l’età per i tirocini malgrado gli infortuni tra studenti

Ci sono numeri che chiederebbero silenzio, riflessione, riforme. Invece il ministro Giuseppe Valditara risponde con l’esatto opposto: mentre i dati INAIL per il 2024 registrano 2.100 infortuni durante i Pcto e 13 morti tra gli studenti (uno durante lo stage), il governo ha deciso di estendere questi percorsi anche ai quindicenni, in piena età dell’obbligo scolastico. Nei primi tre mesi del 2025 siamo già a 600 incidenti. Si parla di ragazzi, non di statistiche.

Valditara non arretra, rilancia. Il decreto Pnrr-Scuola promuove un modello “4+2”, abbassando l’età per l’ingresso nei Pcto già al secondo anno degli istituti tecnici e professionali. Un salto ideologico che chiama “addestramento al lavoro” ciò che la cronaca racconta come esposizione precoce al rischio.

La pedagogia del rischio preventivato

Dal 2023, dopo l’estensione della copertura assicurativa Inail, i dati sono finalmente completi. E mostrano che i Pcto sono uno dei segmenti più pericolosi dell’esperienza scolastica. Incidenti gravi, morti in itinere, mancanza di formazione specifica, aziende selezionate con superficialità, tutor scolastici spesso impreparati o inesistenti. È il caso di Giuseppe Lenoci, 16 anni, morto in un incidente stradale durante una trasferta non autorizzata. O quello di Giuliano De Seta, schiacciato da una lastra in azienda, per cui è stato negato il risarcimento alla famiglia perché “non lavoratore”.

Non è un incidente, è un sistema. Un sistema che assegna ai ragazzi lo statuto giuridico del lavoratore solo quando si tratta di esporli ai pericoli, e lo toglie quando serve riconoscere diritti o tutele economiche.

A nulla servono le carte dei diritti se poi i tutor non sanno cosa devono tutelare. E il “progetto formativo” spesso non è altro che un documento stampato in fretta per rispettare il monte ore. Gli studenti, in troppi casi, raccontano esperienze vuote: fanno le pulizie, tagliano erba, portano caffè, archiviano fascicoli. Si chiama Pcto, ma somiglia a un tirocinio malpagato (se non gratuito).

Una scelta politica consapevole

Di fronte a questi dati, la riforma viene giustificata con la necessità di colmare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Ma lo dice con le parole sbagliate: “l’alternanza è fondamentale”, “è addestramento al lavoro”. Parole che sembrano definire i ragazzi più come forza-lavoro da ottimizzare che da formare.

Il paradosso è evidente: più aumentano gli infortuni, più si anticipa l’accesso. Il tutto mentre le tutele vengono alleggerite: meno ore obbligatorie, meno controlli, più autonomia alle aziende. I 600 milioni promessi nel 2024 per la sicurezza sono virtuali: nessuna quota vincolata ai controlli sui Pcto. Eppure basterebbe poco: formazione vera per i tutor, un albo delle aziende certificate, un sistema di tracciabilità dei percorsi.

Una scuola che seleziona chi può rischiare

Il rischio, come sempre, non è democratico. I liceali vanno nei musei o agli eventi culturali. I ragazzi dei tecnici e dei professionali finiscono nei cantieri, nelle officine, nelle serre. La scuola si piega alla logica produttiva: i figli dei lavoratori diventano operai prima ancora di sapere cosa vogliono essere. Ed è proprio su di loro che lo Stato scarica il peso del proprio fallimento educativo, autorizzandoli a rischiare per “fare esperienza”.

Non è una deriva casuale, è un’idea di scuola subordinata all’impresa, dove i diritti vengono sostituiti dalla retorica della “cultura del lavoro”. Ma una cultura che espone e non protegge, che addestra e non forma, che seleziona chi può rischiare, non ha nulla di culturale.

La replica del Ministero dell’Istruzione

In merito all’articolo pubblicato da La Notizia, intitolato “Abbassare l’età per i tirocini malgrado gli infortuni tra studenti”, il Ministero dell’Istruzione e del Merito intende fare chiarezza e precisare che la sicurezza degli studenti nei Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO) è una priorità assoluta e non ammette compromessi.

I numeri ufficiali dell’INAIL fotografano una realtà diversa da quella rappresentata: gli infortuni durante i PCTO sono in calo. Nel 2025, si è registrata una diminuzione del 12,9% rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sul totale degli infortuni scolastici scesa dal 2,6% al 2,2%. I casi di infortunio hanno riguardato lo 0,06% degli studenti coinvolti nei percorsi, nonostante l’ampia platea di partecipanti.

L’incremento delle denunce di infortunio a scuola e durante il tragitto casa-scuola è invece riconducibile a un’importante novità normativa: per la prima volta, a partire da settembre 2023, è stata introdotta l’estensione della copertura assicurativa a tutti gli studenti delle scuole pubbliche e paritarie di ogni ordine e grado. Si tratta di una misura fortemente voluta dal Ministro dell’Istruzione e del merito, confermata anche per l’anno scolastico 2024-2025, come previsto dal decreto-legge n. 48/2023.

La sicurezza nei PCTO è una priorità assoluta di questo Governo e del Ministro dell’Istruzione e del Merito. Proprio il decreto-legge n. 48/2023 ha introdotto un pacchetto di misure mirate a rafforzare la sicurezza e l’efficacia dei percorsi, garantendo standard sempre più elevati.
Tra le misure principali vi è l’obbligo per le imprese iscritte al Registro nazionale per l’alternanza di integrare il proprio Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) con una sezione specifica dedicata agli studenti in PCTO, contenente le misure di prevenzione adottate, i dispositivi di protezione individuale (DPI) previsti e le modalità per identificare chiaramente i giovani coinvolti. Il Registro dell’alternanza è stato potenziato e deve riportare le capacità strutturali, tecnologiche e formative delle imprese, oltre all’esperienza maturata in contesti scolastici. Sono strumenti concreti per permettere alle scuole di scegliere ambienti sicuri e adatti.

Inoltre, la normativa equipara gli studenti a lavoratori ai fini della sicurezza. Questo comporta l’applicazione degli stessi standard in materia di formazione, protezione e prevenzione. È previsto un percorso formativo articolato su due livelli: la formazione generale preventiva di almeno 4 ore, obbligatoria per tutti gli studenti prima dell’avvio del PCTO e la formazione specifica, fornita all’ingresso nella struttura ospitante, con durata variabile a seconda del rischio, secondo i criteri stabiliti dall’Accordo Stato-Regioni del 2011.

Le nuove Linee guida sull’educazione civica e la legge 21/2025 entrata in vigore a marzo di quest’anno stabiliscono inoltre l’obbligo della formazione alla sicurezza sul lavoro.

In ultimo, il concetto di “addestramento al lavoro inteso come attività formativa rivolta sia ai lavoratori che agli studenti, che il giornalista riferirebbe all’attività del Ministro Valditara e del Ministero dell’Istruzione, è stato introdotto dal decreto legislativo del 9 aprile 2008, n. 81 (Governo Prodi) che ha previsto che ai fini della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro al soggetto “lavoratore” sono equiparati sia i beneficiari delle iniziative di tirocini formativi e di orientamento, promosse al fine di realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro, sia “l’allievo degli istituti di istruzione e il partecipante ai corsi di formazione professionale nei quali si faccia uso di laboratori, attrezzature di lavoro in genere”.

La legge sulla “Buona scuola” del 13 luglio 2015, n. 107 (Governo Renzi) ha successivamente generalizzato l’obbligo di addestramento prevedendo che le scuole secondarie di secondo grado svolgono attività di formazione in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, mediante l’organizzazione di corsi rivolti agli studenti inseriti nei PCTO effettuati secondo quanto disposto dal decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.

La legge sulla filiera tecnologico-professionale (legge 121 del 2024), nel prevedere un rafforzamento della presenza di formatori provenienti dal mondo delle imprese nell’ambito dei PCTO, ha dovuto necessariamente far riferimento anche all’attività di addestramento (oltre a quella di mera formazione) in quanto essa è espressamente inclusa, ai sensi della normativa sopra citata, risalente ai Governi Prodi e Renzi, nelle attività da svolgersi obbligatoriamente nell’ambito dei medesimi PCTO.

Ministero dell’Istruzione e del Merito

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Infortuni sul lavoro, i numeri raccontano una scuola che insegna a rassegnarsi al pericolo

Ci sono numeri che chiederebbero silenzio, riflessione, riforme. Invece il ministro Giuseppe Valditara risponde con l’esatto opposto: mentre i dati INAIL per il 2024 registrano 2.100 infortuni durante i Pcto e 13 morti tra gli studenti (uno durante lo stage), il governo ha deciso di estendere questi percorsi anche ai quindicenni, in piena età dell’obbligo scolastico. Nei primi tre mesi del 2025 siamo già a 600 incidenti. Si parla di ragazzi, non di statistiche.

Valditara non arretra, rilancia. Il decreto Pnrr-Scuola promuove un modello “4+2”, abbassando l’età per l’ingresso nei Pcto già al secondo anno degli istituti tecnici e professionali. Un salto ideologico che chiama “addestramento al lavoro” ciò che la cronaca racconta come esposizione precoce al rischio.

La pedagogia del rischio preventivato

Dal 2023, dopo l’estensione della copertura assicurativa Inail, i dati sono finalmente completi. E mostrano che i Pcto sono uno dei segmenti più pericolosi dell’esperienza scolastica. Incidenti gravi, morti in itinere, mancanza di formazione specifica, aziende selezionate con superficialità, tutor scolastici spesso impreparati o inesistenti. È il caso di Giuseppe Lenoci, 16 anni, morto in un incidente stradale durante una trasferta non autorizzata. O quello di Giuliano De Seta, schiacciato da una lastra in azienda, per cui è stato negato il risarcimento alla famiglia perché “non lavoratore”.

Non è un incidente, è un sistema. Un sistema che assegna ai ragazzi lo statuto giuridico del lavoratore solo quando si tratta di esporli ai pericoli, e lo toglie quando serve riconoscere diritti o tutele economiche.

A nulla servono le carte dei diritti se poi i tutor non sanno cosa devono tutelare. E il “progetto formativo” spesso non è altro che un documento stampato in fretta per rispettare il monte ore. Gli studenti, in troppi casi, raccontano esperienze vuote: fanno le pulizie, tagliano erba, portano caffè, archiviano fascicoli. Si chiama Pcto, ma somiglia a un tirocinio malpagato (se non gratuito).

Una scelta politica consapevole

Di fronte a questi dati, la riforma viene giustificata con la necessità di colmare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Ma lo dice con le parole sbagliate: “l’alternanza è fondamentale”, “è addestramento al lavoro”. Parole che sembrano definire i ragazzi più come forza-lavoro da ottimizzare che da formare.

Il paradosso è evidente: più aumentano gli infortuni, più si anticipa l’accesso. Il tutto mentre le tutele vengono alleggerite: meno ore obbligatorie, meno controlli, più autonomia alle aziende. I 600 milioni promessi nel 2024 per la sicurezza sono virtuali: nessuna quota vincolata ai controlli sui Pcto. Eppure basterebbe poco: formazione vera per i tutor, un albo delle aziende certificate, un sistema di tracciabilità dei percorsi.

Una scuola che seleziona chi può rischiare

Il rischio, come sempre, non è democratico. I liceali vanno nei musei o agli eventi culturali. I ragazzi dei tecnici e dei professionali finiscono nei cantieri, nelle officine, nelle serre. La scuola si piega alla logica produttiva: i figli dei lavoratori diventano operai prima ancora di sapere cosa vogliono essere. Ed è proprio su di loro che lo Stato scarica il peso del proprio fallimento educativo, autorizzandoli a rischiare per “fare esperienza”.

Non è una deriva casuale, è un’idea di scuola subordinata all’impresa, dove i diritti vengono sostituiti dalla retorica della “cultura del lavoro”. Ma una cultura che espone e non protegge, che addestra e non forma, che seleziona chi può rischiare, non ha nulla di culturale.

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Il giorno prima del silenzio, a Gaza campo di sterminio

In una Gaza ridotta a campo di sterminio, anche le parole sembrano morire prima di arrivare. Le ultime ventiquattr’ore hanno visto altri 94 palestinesi uccisi, 45 dei quali mentre cercavano disperatamente cibo vicino ai punti di distribuzione. Le immagini raccolte dagli ospedali e dalle organizzazioni umanitarie sono le stesse da mesi: corpi di bambini, tende sventrate, pianti nel vuoto.

Eppure, proprio adesso, mentre l’orrore si misura in statistiche e resti umani, si torna a parlare di una tregua. Fonti di Hamas hanno fatto sapere che è arrivata una “risposta positiva” alla proposta di cessate il fuoco, mediata dagli Stati Uniti. L’accordo prevedrebbe il rilascio graduale degli ostaggi israeliani e lo smantellamento delle forze armate di Hamas nella Striscia, in cambio della sospensione delle operazioni militari e dell’ingresso controllato di aiuti. La leadership del movimento sarebbe pronta anche all’esilio. Trump, in piena campagna, assicura: “La gente di Gaza ha passato l’inferno, voglio che sia al sicuro”. Una dichiarazione che pesa quanto una carezza dopo il massacro.

Nel frattempo, l’ONU denuncia: oltre 600 civili sono stati uccisi negli ultimi trenta giorni nei pressi di convogli umanitari o centri di distribuzione. L’ultimo morto è un membro dello staff della Croce Rossa, colpito mentre aiutava a Rafah. Altri venti palestinesi sono caduti solo oggi mentre attendevano aiuti alimentari.

Un’intera popolazione spinta alla fame e bombardata mentre attende soccorso. E intanto l’IDF dichiara apertamente che il suo “obiettivo finale” è la liberazione degli ostaggi, anche se dovesse passare sopra i cadaveri di migliaia di innocenti.

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Cimiteri fantasma in Svezia: anatomia di una Fake News utile ad alimentare la narrazione bellicista

Nel paese dove l’aumento della spesa militare viene venduto come un’assicurazione sulla pace, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha trovato il modo più efficace per seminare inquietudine: evocare un gigantesco cimitero in Svezia, progettato per accogliere il 5% della popolazione. “Una notizia che mi ha colpito profondamente”, ha detto, il 3 luglio, in audizione alla Camera. Peccato che sia falsa.

Secondo Crosetto, la Svezia starebbe “mettendo in costruzione un cimitero che possa ospitare il 5% della sua popolazione”, cioè oltre 500 mila persone. Una cifra mostruosa, citata per giustificare l’allarme sulla potenza militare della Russia e la conseguente corsa al riarmo dell’Europa. Ma, come ricostruito da Pagella Politica, quella notizia è un cortocircuito tra allarmismo, disinformazione e propaganda bellica.

Da Göteborg a Stoccolma: anatomia di una balla

Tutto nasce da un fatto vero, ma locale: nel dicembre 2024, alcune testate svedesi riportano che la Chiesa di Göteborg – seconda città del Paese – sta cercando dieci ettari di terreno per eventuali sepolture d’emergenza. Si parla di 30 mila persone, il 5% della popolazione cittadina, non di quella nazionale. Il piano, coordinato con l’Agenzia svedese di protezione civile, rientra nella pianificazione per le crisi. Niente a che vedere con una “enorme necropoli nazionale” in costruzione. Non esiste, non è prevista, non è mai stata annunciata.

Eppure, da Göteborg a Stoccolma, poi all’intera Svezia, il passo è breve per chi ha bisogno di un nemico incombente e di un argomento a effetto. Alcuni media italiani hanno rilanciato l’equivoco, talvolta con titoli ambigui. Ma Crosetto, anziché verificare, ha trasformato la suggestione in certezza istituzionale. Perché, in tempi di furore bellicista, non si cercano conferme: si scelgono le paure da coltivare.

Il 5 per cento, standard tecnico. Non profezia di guerra

Il documento citato da Pagella Politica chiarisce che il 5% è uno standard tecnico: una soglia orientativa per le parrocchie, utile a stimare quanti posti servano in caso di eventi eccezionali. Non un oracolo di morte, non un bollettino di guerra. La stessa Chiesa di Svezia ha precisato che non esiste alcuna minaccia imminente e che le misure sono preventive, ispirate a criteri di prudenza, non di panico.

Nel gennaio 2025, lo Svenska Dagbladet, uno dei principali quotidiani svedesi, ha smentito categoricamente l’ipotesi di un maxi-cimitero nazionale. La stessa Agenzia per la protezione civile ha precisato che la notizia di Göteborg non è collegata al recente opuscolo governativo distribuito alle famiglie svedesi (“In caso di crisi o di guerra”) e che nessuna allerta specifica ha motivato la ricerca di nuovi terreni. Ma queste precisazioni non fanno notizia. O meglio: non servono a costruire consenso.

Crosetto, sacerdote della deterrenza

In fondo, il cimitero fantasma è la metafora perfetta dell’attuale retorica bellica: un’ombra evocata per giustificare spese reali, un’invenzione utile a manipolare la percezione del pericolo. La guerra, ancora una volta, comincia dalle parole. E quando un ministro confonde Göteborg con la Svezia intera, un’iniziativa locale con una decisione di Stato, non è solo disattento. È funzionale. Ai bilanci della Difesa, alla narrativa del conflitto, all’imperativo del riarmo.

Chissà se, oltre al cimitero che non esiste, Crosetto avrà voglia di visitare le tombe vere di chi la guerra l’ha già pagata. O se anche quelle finiranno in un altro discorso ad effetto, per giustificare l’inevitabile.

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