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Bologna fu strage fascista. Ora dite “fascista”

L’Italia ha impiegato quarantacinque anni per scrivere, con sentenza definitiva, che la strage del 2 agosto 1980 fu un massacro fascista e di Stato. L’ergastolo a Paolo Bellini, ex Avanguardia Nazionale, chiude l’ultimo processo agli esecutori ma apre la pagina più rovinosa di una Repubblica che per decenni ha protetto i carnefici e ostacolato la verità. La bomba alla stazione di Bologna – 85 morti, oltre 200 feriti – non fu gesto isolato ma parte di un disegno eversivo preciso: finanziato dalla P2, favorito dai depistaggi dei servizi, nutrito da silenzi e impunità.

Bellini era la “primula nera”, poi infiltrato in Cosa Nostra, confidente e assassino, doppio e triplo giochista. Ma la sua identificazione arriva solo nel 2019, da un vecchio video amatoriale. Un ritardo che pesa come una colpa: le prove c’erano, ma serviva il coraggio. La Cassazione ha confermato che quella strage fu ideologica, armata e coperta. Una strage di potere. E mentre gli esecutori venivano processati a rate, gli ispiratori morivano in pace, intoccabili.

Oggi, la sentenza scrive ciò che la politica ha taciuto per anni. È verità giudiziaria, sì, ma anche verità storica. E se questa ferita può guarire, lo farà solo con una piena assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni. Perché finché chi governa avrà paura delle bombe giuste, le bombe sbagliate continueranno a pulsare sotto la pelle della Repubblica.

Ora dalle parti del governo possono smettere di balbettare, spremere le meningi, sforzarsi di articolare la parola fascismo in tutta la sua orribile pienezza. E valutare la consistenza morale dei nostalgici di quei tempi infilati in posizioni di comando dal partito della presidente del Consiglio. 

Buon mercoledì.

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Allevamenti industriali: l’intreccio tra lobby, inquinatori e Commissione Ue. L’Italia nella top five

Sotto la retorica della competitività e del cibo a buon mercato, si estende una rete capillare di sofferenza, inquinamento e disuguaglianze. Più di 24mila allevamenti intensivi infestano oggi l’Europa: una mappa inedita, realizzata dal collettivo di giornalisti AGtivist, ha geolocalizzato queste strutture incrociando registri ufficiali, immagini satellitari e droni. Il risultato è un catalogo dell’orrore: capannoni che ospitano fino a 1,4 milioni di polli o 30mila suini, spesso oltre le soglie di legge, in condizioni che violano ogni principio di benessere animale e devastano territori e comunità.

L’Italia nella top five

Nel dettaglio, l’Italia figura tra i cinque Paesi con il maggior numero di strutture industriali: 1.242 avicole e 904 suinicole. Dal 2014 al 2023 sono stati aperti almeno 2.949 nuovi allevamenti intensivi in Europa, con più di 5mila autorizzazioni concesse. La tendenza è in crescita e, secondo gli autori dell’inchiesta, i numeri sono sottostimati per mancanza di trasparenza da parte di molti Stati membri. Il boom produttivo ha seguito logiche di concentrazione: mentre si costruivano queste “fabbriche di carne”, l’Europa ha perso 5,3 milioni di aziende zootecniche, in prevalenza familiari.

Le immagini raccolte da Essere Animali dentro un allevamento da 100mila polli in Lombardia raccontano cosa si nasconde dietro l’etichetta “filiera controllata”. Corpi deformati, zampette curve, petti troppo pesanti per reggersi in piedi, polli che non arrivano all’abbeveratoio e restano lì, in agonia. Le luci restano accese anche di notte, per impedire il riposo e accelerare la crescita. La lettiera è una crosta di escrementi su cui si accumulano carcasse in decomposizione. “Questo è il risultato di una selezione genetica spinta e di una produzione che premia solo la velocità,” denuncia l’investigatore Francesco Ceccarelli. Gli animali, ridotti a macchine biologiche, sono programmati per ingrassare e morire.

Emissioni, acque contaminate e biodiversità perduta

Secondo l’Ufficio europeo dell’ambiente, gli allevamenti intensivi sono responsabili del 12–17% delle emissioni di gas serra dell’Unione. I fiumi Wye nel Regno Unito, la Garonna in Francia, le falde acquifere spagnole: ovunque il modello si impone, lascia dietro di sé inquinamento da nitrati, fioriture algali tossiche e metano. In Francia metà delle fabbriche di carne si concentra in Bretagna, dove la proliferazione di alghe verdi ha già provocato morti umane. E in Italia Le denunce si moltiplicano, ma i controlli restano sporadici. Intanto la Commissione Ue continua a parlare di “standard elevati”.

Dietro l’espansione delle mega farm c’è anche l’architettura dei sussidi pubblici: la Politica Agricola Comune dell’Ue, ancora oggi, premia le aziende più grandi. “Scale up or die”, sintetizza Greenpeace: o cresci, o sei fuori. I contributi, in molti casi, superano i 500mila euro per singola domanda, grazie a programmi come il Targeted Agriculture Modernisation Scheme. I piccoli allevatori restano esclusi. Secondo La Via Campesina, ogni ora in Romania scompaiono tre fattorie familiari. In Francia, tra il 2010 e il 2020, hanno chiuso 100mila aziende agricole e si sono persi 80mila posti di lavoro.

Riforme promesse, poi abbandonate

La Commissione europea aveva promesso una revisione strutturale sul benessere animale. Ma nel 2024 ha cancellato tre riforme su quattro, compreso il bando agli allevamenti in gabbia. La giustificazione ufficiale è il nuovo contesto geopolitico post-Ucraina, ma per le associazioni si tratta dell’ennesima resa alla lobby zootecnica. “È una corsa al ribasso”, accusa Sirpa Pietikäinen, eurodeputata del PPE. “Manca il coraggio politico”, aggiunge Tilly Metz dei Verdi. Intanto, ogni anno di inazione significa milioni di animali lasciati a soffrire in condizioni che la scienza considera “inadeguate da decenni”.

Mentre Bruxelles si proclama paladina dell’agricoltura sostenibile, le sue politiche facilitano la concentrazione fondiaria, la disuguaglianza e l’insostenibilità ambientale. Secondo il team investigativo di AGtivist, molte mega farm europee sono controllate da multinazionali americane e brasiliane che riforniscono fast food e supermercati. Le scelte alimentari quotidiane sono il punto terminale di una filiera che inizia in un capannone, passa per l’esportazione e si regge su soldi pubblici.

Una proposta alternativa

In Italia, la campagna “Oltre gli allevamenti intensivi” promuove una proposta di legge per una transizione che tenga conto della salute, dell’ambiente e del lavoro agricolo. Chiede più trasparenza, fine dei sussidi alle aziende che violano il benessere animale e incentivi alle realtà virtuose. È una battaglia di civiltà, ma anche un’azione urgente per evitare che l’intera zootecnia europea si trasformi in un’industria fuori controllo, dove la vita vale meno del prezzo al chilo.

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Un proiettile, una radiografia, una morte evitabile: la banalità del genocidio

Abd al-Karim al-Kahlut è morto dissanguato per un proiettile che non sarebbe stato letale in nessun altro luogo del mondo. In un ospedale qualunque, bastava una TAC. Ma a Gaza, dopo quasi due anni di assedio e distruzione, anche l’evidenza medica è un privilegio. La sua storia – raccontata con cruda precisione da Haaretz – non è un’eccezione: è la regola spietata di una macchina bellica che ha spento la sanità per logorare la sopravvivenza stessa.

Al-Kahlut era un metalmeccanico. Aveva messo da parte i soldi per aprire una piccola officina. Poi è arrivata la guerra, e con essa la fame. Ha provato a ottenere del cibo in uno dei centri di distribuzione dell’agenzia “umanitaria” sponsorizzata da Israele e Stati Uniti, nonostante fosse noto da settimane che i soldati aprono il fuoco anche lì. Ferito ai glutei, non sembrava grave. I medici lo hanno rimandato a casa. Nessuna TAC. Nessun tempo. Nessuna energia. Un giorno dopo, è morto.

I centri di distribuzione come quello di Netzarim violano ogni principio umanitario: costringono i civili a spostarsi verso il cibo, esponendoli al fuoco israeliano. Nessuna ONG indipendente avrebbe mai accettato un meccanismo simile. Ma l’Occidente ha firmato in calce. E quando Haaretz ha denunciato i morti attorno agli aiuti, Netanyahu e Gallant hanno parlato di “calunnie”, salvo poi installare nuove recinzioni: confessioni travestite da misure preventive.

Oggi a Gaza si muore per fame, per infezioni, per mancanza di diagnosi. Si muore come Abd al-Karim, lasciando due bambine senza padre e un padre cardiopatico senza medicine. A chi resta, non resta che il dolore.

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Il grande bluff del Pnrr ecologico: il gap tra risorse stanziate, soldi effettivamente spesi e risultati deludenti

Dietro i numeri trionfalistici sul conseguimento di milestone e target si nasconde una realtà molto meno brillante: la transizione ecologica promessa dal Pnrr italiano soffre di gravi ritardi, spese al palo e una cronica mancanza di trasparenza. A dirlo non è un’opinione, ma il secondo rapporto Pnrr Watch curato da Assonime e Openpolis, che ha analizzato investimenti per circa 12 miliardi di euro in settori chiave come gestione rifiuti, reti intelligenti, infrastrutture idriche e idrogeno verde.

Target raggiunti, risultati mancati

Il paradosso più eclatante emerge fin da subito: molte misure risultano formalmente in linea con gli obiettivi del Piano, ma i dati reali raccontano tutt’altro. Nella gestione dei rifiuti, ad esempio, il 90% delle risorse è stato allocato ma solo il 12% effettivamente speso. Nella linea C, dedicata agli impianti più innovativi, su 38 progetti previsti solo uno è stato completato. Anche i cosiddetti “progetti faro” di economia circolare arrancano: dei 600 milioni stanziati, meno del 15% è stato speso, mentre 52 delle 235 proposte approvate sono state ritirate.

La situazione non migliora sul fronte energetico. Le smart grid – fondamentali per integrare le rinnovabili nella rete nazionale – hanno visto completata la fase progettuale, ma a marzo 2025 la spesa effettiva era sotto il 5%. Su 22 progetti, 20 risultano fermi o appena avviati. La retorica sulla transizione verde si scontra con una macchina esecutiva visibilmente inceppata.

Infrastrutture idriche e mobilità elettrica

Gli investimenti in infrastrutture idriche primarie, pur considerati “in linea” dal governo, vedono solo il 24% delle risorse spese. Secondo la Corte dei Conti il tasso di avanzamento reale è appena all’11%. Ancora più critica la situazione per la mobilità elettrica: i progetti per le colonnine di ricarica sulle autostrade sono stati dichiarati inidonei, e anche la revisione della misura, con focus sui centri urbani, ha prodotto una partecipazione inferiore alle attese. Rfi e Anas, chiamate a intervenire, hanno rifiutato di stipulare la convenzione. I numeri parlano chiaro: da 4.718 infrastrutture assegnate si è scesi a 2.217 reali, e nemmeno tutte completate.

Un piano opaco e sbilanciato

A pesare è anche la disomogeneità territoriale: i progetti avanzano più rapidamente nel Centro–Nord, mentre il Mezzogiorno resta indietro, ostacolato da carenze amministrative e progettuali. Ma il nodo più grave resta la mancanza di trasparenza. Il monitoraggio pubblico è lacunoso, i dati aggiornati spesso assenti o difficilmente interpretabili. La piattaforma ReGiS, cuore della rendicontazione, non è accessibile e non consente nemmeno agli enti attuatori di agire con tempestività. Così la più grande occasione di rilancio infrastrutturale e ambientale si trasforma in un oggetto opaco e distante, un “piano anonimo”, per usare le parole del report, sempre più lontano dai cittadini.

Conclusione sospesa

Se davvero il Pnrr doveva segnare la svolta per un Paese più sostenibile e moderno, la fotografia scattata da Assonime mostra un’Italia che rischia di perdere il treno della transizione. E il rischio più grande non è solo economico, ma politico: perché senza un reale impatto e senza una narrazione pubblica che accompagni le trasformazioni, anche le migliori riforme si trasformano in incompiute.

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Sorvegliati, profilati, puniti: il futuro penale secondo le big tech

In questi giorni più di venti aziende tecnologiche — tra cui Google, Amazon, Microsoft, Palantir e IBM — si sono sedute al tavolo del Ministero della Giustizia britannico per disegnare un nuovo ecosistema penale. I verbali, ottenuti dal Guardian, descrivono una giustizia “abilitata da dati e tecnologia”: braccialetti intelligenti, robot di contenimento, riconoscimento dell’andatura, veicoli autonomi per il trasporto detenuti e, soprattutto, dispositivi sottocutanei per il tracciamento in tempo reale. Il tutto per “creare una prigione fuori dalla prigione” e compensare la mancanza cronica di spazi e personale.

Shabana Mahmood, ministro laburista della Giustizia, ha dichiarato di non essere “schizzinosa” su queste tecnologie. Keir Starmer, da parte sua, ha ribadito che l’intelligenza artificiale sarà il perno della “trasformazione del settore pubblico”. I gruppi per i diritti civili parlano apertamente di “scenario da incubo”. Eppure, un secondo incontro con le stesse aziende è già stato fissato.

Dal laboratorio inglese al silenzio italiano

In Italia, ufficialmente, nulla di simile. Nessun chip impiantato, nessun algoritmo a decidere il destino di un imputato, nessun robot a sorvegliare i corridoi delle celle. Ma l’assenza di annunci non coincide con l’assenza di traiettoria.

Nel carcere di Sollicciano è in fase di test un robot di sorveglianza, il “Custode X2”, finanziato con fondi Esa e prodotto dall’Istituto Italiano di Tecnologia. A Cagliari, droni e veicoli autonomi — sviluppati da Eni e Fincantieri — vengono sperimentati per la sorveglianza perimetrale e il trasferimento dei detenuti. Il carcere di Bollate utilizza tecnologie di riconoscimento dell’andatura in collaborazione con Leonardo, mentre a Rebibbia e Poggioreale sono attivi sistemi di riconoscimento facciale forniti da Huawei e Palantir.

Il progetto “Hermes”, finanziato dal Pnrr e sviluppato da Expert System, è stato implementato in sette istituti penitenziari italiani. Analizza dati comportamentali, cartelle cliniche e comunicazioni per prevedere recidiva e rischio suicidario. È già al centro di una causa civile presso la Corte d’Appello di Roma per “discriminazione algoritmica” nei confronti di detenuti stranieri e con disturbi psichiatrici.

Dati e algoritmi

La distinzione tra giustizia penale e cybersicurezza si assottiglia. L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale collabora con la Procura Nazionale Antimafia per l’analisi predittiva di reti criminali. Nulla vieta che le stesse tecnologie vengano impiegate nei penitenziari, in nome della prevenzione o dell’efficienza.

Ma c’è un ma. Il sistema Sari — Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini — fu bloccato dal Garante per la Privacy nel 2021 per violazioni al Gdpr. Era previsto per la polizia, ma le sue implicazioni sul diritto alla riservatezza e alla presunzione d’innocenza furono giudicate incompatibili con la normativa europea. Nonostante ciò, i sistemi di riconoscimento facciale sono oggi attivi in alcune carceri italiane, e nel caso di “Hermes” l’Unione europea ha avviato una procedura d’infrazione per la violazione dell’articolo 22 del Gdpr.

Un futuro importabile

La distanza con il Regno Unito è più temporale che sostanziale. La stessa retorica — digitalizzazione, efficienza, risparmio — ha già fatto breccia nei documenti ufficiali italiani. Il protocollo d’intesa del giugno 2024 tra il Dap e operatori tecnologici prevede un ampliamento delle collaborazioni pubblico-private anche in ambito detentivo. Il piano del Ministero della Giustizia (Piao 2023-2025) parla di “automazione dei processi decisionali” e “interventi innovativi sulla sicurezza interna”.

In Parlamento, una mozione Pd-Verdi per sospendere i fondi Pnrr destinati a progetti di AI penitenziaria è stata rinviata in Commissione per l’opposizione di Lega e Fratelli d’Italia. Nessuna proposta per regolamentare queste tecnologie è stata approvata. Intanto, Amazon e Microsoft forniscono infrastrutture cloud al sistema giudiziario italiano, mentre aziende israeliane come Paragon hanno già accusato l’Italia per uso improprio di spyware.

L’invisibilità come strategia

Nessun annuncio, nessuna legge, nessuna protesta. L’importazione del modello britannico non avverrà con un decreto, ma per sottrazione. Sottrazione di personale, di garanzie, di dibattito. I chip sottocutanei faranno discutere, ma intanto l’Italia sperimenta già un penitenziario algoritmico, senza chiamarlo per nome.

La cronica carenza di agenti penitenziari — denunciata da sindacati e relazioni parlamentari — è il pretesto perfetto per delegare la gestione dei corpi alle macchine. I corpi ci sono, il personale no. Restano i dati. E quelli, a quanto pare, interessano a molti.

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Commissione Antimafia, i familiari delle vittime chiedono di scioglierla: “Ha perso la sua credibilità”

È un atto senza precedenti. Il 29 giugno 2025, ventidue firmatari tra i più autorevoli rappresentanti delle famiglie colpite dalle stragi mafiose e terroristiche – da Salvatore Borsellino a Manlio Milani, da Paolo Bolognesi a Rosaria Manzo – hanno chiesto pubblicamente lo scioglimento e la ricomposizione della Commissione parlamentare Antimafia. Una dichiarazione di sfiducia formale e irrevocabile verso un’istituzione che, per decenni, ha incarnato il tentativo dello Stato di fare luce sulle sue ombre.

La Commissione, si legge nell’appello, “ha perso la sua credibilità” ed è “svilita da polemiche inconcludenti”, incapace di rappresentare la richiesta di verità che proviene dalla parte più colpita e più lucida della memoria pubblica: le famiglie delle vittime.

Le contestazioni

Nel mirino c’è la gestione della presidente Chiara Colosimo, esponente di Fratelli d’Italia, la cui elezione del 2023 fu già accompagnata da dure critiche per i suoi rapporti pregressi con figure controverse, come l’ex terrorista Luigi Ciavardini. La sua conduzione, accusano i firmatari, ha “impresso un taglio unilaterale ai lavori”, concentrando tutta l’attività sull’unica pista dell’inchiesta “mafia-appalti”, in una lettura semplificata che esclude le verità emerse dalle precedenti legislature.

È la stessa accusa lanciata da ex membri della Commissione come Federico Cafiero De Raho e Roberto Scarpinato: audizioni selettive, domande interrotte, un metodo censurante che riduce il lavoro a una narrazione precostituita. Il cuore dell’accusa è politico e metodologico: la Commissione deve indagare, non orientare.

L’ombra lunga di Mario Mori

A rendere la situazione ancora più esplosiva è il ruolo del generale Mario Mori, ex capo del Ros, già assolto nella Trattativa Stato-mafia ma oggi nuovamente indagato dalla procura di Firenze per le stragi del 1993. Le recenti rivelazioni della trasmissione di Rai3, Report, su intercettazioni che lo vedrebbero in contatto con componenti della Commissione hanno sollevato il sospetto che sia lui a orientare i lavori, anche attraverso la sponsorizzazione di consulenti a lui vicini.

Il timore è evidente: un soggetto indagato per quelle stesse stragi potrebbe condizionare le indagini parlamentari che dovrebbero fare luce su di esse. I familiari chiedono che tutte le intercettazioni vengano acquisite e rese pubbliche: “trasparenza, per fugare dubbi e illazioni”.

Memorie contro il revisionismo

L’appello è anche una denuncia contro un tentativo di revisionismo storico: quello che punta a ridurre le stragi del biennio ’92-’94 a una vendetta per un’inchiesta su appalti truccati, cancellando il contesto politico, i depistaggi di Stato, la Trattativa, i mandanti esterni. Una semplificazione che, scrivono i firmatari, “impedisce di approfondire le conclusioni condivise delle legislature precedenti” seguendo i copioni difensivi degli stessi indagati.

È una delegittimazione della ricerca parlamentare come strumento di verità collettiva. È la fine del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini.

La frattura con la società civile

La richiesta non ha valore giuridico vincolante – nessuna legge prevede lo scioglimento di una commissione su impulso della società civile – ma ha un peso simbolico enorme. È un atto politico e morale. È una sfiducia pronunciata da chi ha incarnato la memoria della Repubblica nei suoi momenti più bui.

Lo dice chiaramente il Coordinamento nazionale: “Non solo come parte interessata, ma come cittadini italiani riteniamo che sia giunto il momento di chiedere alla politica un’assunzione forte di responsabilità”.

O si cambia, o si chiude

Le richieste sono nette: nuova composizione, nuovo presidente, nuove garanzie di imparzialità. Non un rimpasto, ma un ripensamento radicale, per riportare la Commissione alla sua funzione originaria: indagare il potere, anche quello più vicino, anche quello che siede in Parlamento.

Se così non sarà, se la politica continuerà a ignorare questa frattura, il rischio è che la Commissione Antimafia diventi un guscio vuoto utile solo a rinsaldare versioni di comodo, con il paradosso di un organo nato per combattere la mafia diventato un veicolo per nasconderne le complicità.

Questa volta, non sono le opposizioni a chiederlo. Lo chiedono le voci più autorevoli della memoria civile italiana. E il loro appello risuona come un ultimatum alla coscienza istituzionale del Paese.

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Tajani e il tweet sulla bandiera europea: come riscrivere la storia con la grammatica dell’identità religiosa

Nel teatro logoro della comunicazione politica italiana, Antonio Tajani ha appena aggiunto un nuovo atto al suo repertorio: un tweet. Ma non uno qualsiasi. Un’operazione chirurgica, millimetrica, nel suo intento: riscrivere la storia europea con la grammatica dell’identità religiosa, vestendo di blu mariano e di stelle tribali il vessillo dell’Unione. L’affermazione – “Blu come il manto della Madonna, con le 12 stelle delle tribù d’Israele disposte in cerchio. Un simbolo dei nostri valori di libertà, delle nostre radici giudaico-cristiane” – non è un’ingenuità né una gaffe, ma un messaggio studiato: una sintesi della visione regressiva che Tajani tenta da anni di imporre al lessico simbolico europeo.

La bandiera come pretesto

Il primo scoglio è storico. La bandiera europea, adottata nel 1955 dal Consiglio d’Europa, fu pensata come simbolo universale e laico. Il colore blu rappresenta il cielo del mondo occidentale, le dodici stelle evocano completezza e armonia. Come ricostruisce Pagella Politica, il cerchio di stelle dorate – spiega il sito dell’Ue – rappresenta “l’unità, la solidarietà e l’armonia fra i popoli d’Europa”, mentre il numero 12 è il “simbolo della perfezione” e dell’”interezza”. “Anche il cerchio è simbolo di unità, ma il numero delle stelle non dipende dal numero dei Paesi membri”, specifica il sito.

La lettura religiosa della bandiera è smentita anche dal Consiglio d’Europa. “La bandiera europea che conosciamo oggi – un cerchio di dodici stelle dorate su sfondo blu intenso – è stata scelta per il suo perfetto equilibrio tra neutralità, atemporalità e semplicità. Il suo design evita simboli religiosi o nazionali, abbracciando ideali universali di unità e armonia”, si legge sul sito dell’organizzazione.

Nulla, nei documenti ufficiali, rimanda alla Madonna o alle tribù di Israele. Persino l’ispirazione religiosa privata del disegnatore Arsène Heitz è stata deliberatamente esclusa dalla simbologia ufficiale per evitare letture confessionali.

Tajani, consapevole, fonde epoche e significati: sposta la data all’adozione del 1985 da parte della Comunità Europea, omette il Consiglio d’Europa e ne sovrappone l’origine a suggestioni religiose del tutto spurie. Una ricostruzione che cancella trent’anni di storia e sostituisce la neutralità istituzionale con un catechismo identitario.

Un messaggio politico in codice

Il tweet è un messaggio in codice a una platea precisa: l’elettorato conservatore, cattolico, nostalgico dell’Europa dei crocefissi e dei rosari. Una narrazione che Forza Italia coltiva con metodo, da tempo: le “radici giudaico-cristiane”, l’“Europa nei monasteri”, l’evocazione continua di un continente “senza Dio e senz’anima” come minaccia antropologica. È una visione esclusiva, divisiva, che esclude la parte secolarizzata e pluralista dell’Unione e crea una falsa genealogia simbolica per giustificare un progetto politico arretrato.

Tajani e l’arte della disinformazione strategica

Non è la prima volta. L’attuale ministro degli Esteri è specialista in uscite calibrate per suscitare scandalo, ricevere critiche e trasformarle in lamento vittimista. Così fu quando difese Mussolini, “che fece anche cose buone”, o quando attaccò la candidata Silvia Salis riducendola a una “persona di bell’aspetto”. Così fu nel dichiarare che “non andare a votare è una scelta libera”, affossando di fatto i referendum attraverso l’astensionismo pilotato.

Ogni volta il copione è lo stesso: dichiarazione controversa, indignazione pubblica, ritrattazione parziale, e capitalizzazione identitaria. Si chiama metodo, non incidente.

Fragilità politica e bisogno di visibilità

L’ultimo tweet si inserisce in un momento di difficoltà per Tajani. La Legge 74/2025 sulla cittadinanza – da lui firmata – è sotto attacco per incostituzionalità e retroattività. Forza Italia è schiacciata tra Fratelli d’Italia e Lega, e l’ex Presidente del Parlamento europeo cerca spazio, visibilità, centralità. Le parole sulla Madonna e le dodici tribù non sono solo marketing politico: sono un tentativo di posizionamento all’interno della destra, per ritagliarsi un’identità “diversa” da Meloni e Salvini e consolidare la propria leadership nella diaspora post-berlusconiana.

Simboli reinterpretati, istituzioni logorate

L’operazione di Tajani è pericolosa. La bandiera europea non è un oggetto neutro: è un’icona della pace postbellica, del progetto di unità sovranazionale, dell’inclusività. Usarla per innestare una narrativa confessionale significa svuotarla del suo significato, metterla al servizio di una guerra culturale che non ha nulla a che vedere con l’integrazione europea.

Tajani lo sa. E continua a farlo. Perché nel regno dell’identità imposta e dei simboli sequestrati, la verità è solo un ostacolo fastidioso. E un tweet, se ben calibrato, può diventare la più efficace delle propagande.

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Il decreto flussi è un algoritmo di sfruttamento

Aumentano le quote, resta il trucco. Il nuovo decreto flussi promette mezzo milione di lavoratori stranieri entro il 2028 ma conserva intatto l’inganno strutturale: il famigerato “clic day”, che trasforma la migrazione per lavoro in una lotteria digitale. Nessun correttivo, nessuna riforma del sistema che nel 2024 ha funzionato solo per il 7,8% dei richiedenti. Il resto è precarietà, invisibilità, lavoro nero.

Il governo annuncia trionfante le nuove soglie, ma le cifre raccontano un’altra storia: solo 9.331 domande andate a buon fine su quasi 120mila quote assegnate. Il meccanismo è lo stesso: burocrazia opaca, attese infinite, contratti che non arrivano mai. È un dispositivo costruito per generare irregolarità, per produrre manodopera ricattabile, docile e silenziosa.

Le quote saranno distribuite nel triennio tra stagionali, autonomi, colf e badanti. Ma i numeri sono funzionali a un racconto propagandistico: si espone la vetrina, mentre nei magazzini resta il caporalato. Nessuna garanzia di continuità, nessun permesso temporaneo per chi si ritrova sospeso tra una chiamata mancata e un rimpatrio automatico. Si parla di “lavoratori ad alta qualifica” dai Paesi partner nei rimpatri, come se un accordo con una dittatura bastasse a garantire diritti.

Persino Coldiretti chiede di superare il clic day. Ma il governo, sordo, blinda il meccanismo. Non lo riforma perché gli serve così com’è: un bacino di lavoratori regolari sulla carta, ma facilmente trasformabili in irregolari da sfruttare. Nel decreto non c’è futuro: c’è solo gestione, controllo, sfruttamento. I migranti restano merce: strumento di propaganda in tempo di pace, carne da lavoro in tempo di raccolta.

Buon martedì.

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Tajani si indigna, Guterres denuncia, Israele rade al suolo

Nelle ultime 24 ore sono almeno 48 i palestinesi uccisi sotto i bombardamenti israeliani. Scuole trasformate in rifugi sono diventate bersagli. Ospedali assediati, centri di distribuzione alimentare chiusi, ordini di evacuazione che suonano come sentenze. Il porto di Gaza City è stato colpito con decine di vittime. Nessun luogo è sicuro. Nessuna tregua è reale.

Gaza è oggi un campo di sterminio a cielo aperto lo ribadiscono voci trasversali, mentre Antonio Tajani definisce “inaccettabile la carneficina di civili” e lamenta che Israele “non ascolta gli appelli”. Ma chi sono gli interlocutori di questi appelli? Chi li formula senza porre condizioni reali? Guterres denuncia “una violazione continua del diritto internazionale in totale impunità”. E intanto i morti si contano a decine ogni giorno.

Il bilancio, che sfiora ormai i 38.000 morti palestinesi, è solo una delle cifre. Altre riguardano i bambini amputati, i giornalisti uccisi – 228 secondo le autorità locali – e i milioni di litri di acqua non potabile. Israele ha appena riorganizzato le vie di accesso agli aiuti umanitari, ma ha anche chiuso il centro di distribuzione a Tel al-Sultan. E nei corridoi della diplomazia si discute di ostaggi e di tregue condizionate, come se questo potesse cancellare le macerie.

Intanto, una Corte britannica ha respinto il ricorso contro l’esportazione dei componenti F-35 a Israele, e un fondo norvegese ha deciso di disinvestire dalle aziende coinvolte nella produzione di armamenti. Piccoli segnali, quando servirebbe un crollo morale della complicità occidentale.

La distruzione di Gaza non è più “collaterale”. È un metodo. È l’obiettivo.

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Illegittimo a norma di legge

Dopo il decreto di sicurezza, l’Albania. Le leggi si piegano, ma la realtà resiste. La nuova relazione della Cassazione sul protocollo Italia-Albania è un avvertimento secco: il progetto di deportare migranti oltre Adriatico è giuridicamente instabile, potenzialmente incostituzionale e incompatibile con il diritto europeo. Un’analisi tecnica, non un’opinione politica, che smonta l’impianto di una delle leggi bandiera del governo Meloni. E che conferma ciò che molti giuristi ripetono da mesi: l’arbitrio non è governance.

La relazione del Massimario non è vincolante ma ha un peso enorme. Segnala come il protocollo violi l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza, l’articolo 10 sul diritto d’asilo, l’articolo 13 sulla libertà personale e l’articolo 24 sul diritto di difesa. Descrive detenzioni arbitrarie, accesso limitato agli avvocati, trasferimenti privi di base legale e assenza di garanzie fondamentali. E mentre la Corte di giustizia Ue valuta la legittimità del progetto, la dottrina giuridica maggioritaria boccia senza appello la sua coerenza col diritto dell’Unione.

Il paradosso è che tutto questo era già evidente prima delle deportazioni. Ma il governo ha tirato dritto, ben sapendo di camminare sul filo. Ora che anche la Cassazione alza la voce, la risposta della politica non può essere il silenzio o, peggio, la propaganda. Perché quando la legge diventa opaca, il potere non si rafforza: si rivela. Spaccare la costituzione per avere margini di manovra per comandare rimane un pericoloso segnale di inettitudine. 

Buon lunedì. 

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