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75.000 morti dopo, il mondo ha cambiato canale

Ogni giorno, a Gaza, si muore per un sacco di farina. Si muore davanti ai centri di distribuzione degli aiuti, sotto i colpi di fucile di soldati che sparano su civili disarmati. Oltre 500 persone sono state uccise in queste “file della fame”, mentre l’attenzione del mondo si spostava altrove, sulle fiammate geopolitiche tra Israele e Iran. L’annientamento sistematico continua, ma lo sdegno si è dissolto.

Le cifre parlano da sole. Il Ministero della Sanità di Gaza registra 56.331 vittime, ma secondo un recente studio indipendente le morti violente sarebbero almeno 75.000, con 8.500 decessi per fame, infezioni, collasso del sistema sanitario. I valichi sono chiusi, gli aiuti insufficienti, e la fame è diventata una forma di guerra. Perfino Unicef è costretta a ricordare l’ovvio: non si può chiedere ai civili di entrare in una zona di combattimento e poi ucciderli perché sono in una zona di combattimento.

Nel frattempo, l’Occidente applaude in silenzio. Gli Stati Uniti, con l’ambasciatore Mike Huckabee, ormai neppure fingono di credere nella soluzione dei due Stati. L’Unione Europea, pur consapevole che Israele viola l’accordo commerciale con Bruxelles, non muove un dito. Solo Pedro Sánchez, ancora una volta, invoca la sospensione dell’intesa. Il resto è complicità.

Benjamin Netanyahu prepara le elezioni. Serve la gloria, non la pace. Serve l’illusione di un successo militare. Nella sua coalizione, la “fase successiva” non è la ricostruzione, ma la rimozione dei palestinesi dalla storia. E intanto, nella Cisgiordania occupata, 943 palestinesi sono stati uccisi dal 7 ottobre. Gaza è diventata un modello. Un modello da esportare.

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Fuori legge: perché i Cpr devono essere smantellati – Lettera43

Quattro tentativi di suicidio, episodi di autolesionismo, sciopero della fame collettivo. Tra il 19 e il 21 giugno i centri di Trapani e Caltanissetta hanno mostrato il vero volto di quella che le istituzioni definiscono «gestione migratoria»: sono delle Guantanamo che operano fuori dalla Costituzione utili solo a rassicurare l’opinione pubblica.

Fuori legge: perché i Cpr devono essere smantellati

Nei giorni tra il 19 e il 21 giugno 2025, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio di Trapani e Caltanissetta hanno mostrato il volto autentico di ciò che l’apparato istituzionale italiano definisce «gestione migratoria». Quattro tentativi di suicidio, numerosi atti di autolesionismo, uno sciopero della fame collettivo. Il bilancio non è quello di un’emergenza improvvisa ma il risultato diretto di un sistema strutturalmente violento, giuridicamente precario e deliberatamente opaco.

«Siamo peggio di animali in gabbia a cui lanciano banane. Aiuto»

Testimonianze raccolte dalla Rete siciliana contro il confinamento, da Memoria Mediterranea e Progetto Melting Pot raccontano senza filtri un orrore sistemico: «Non ne possiamo più. Ogni giorno, qualcuno si fa del male. Ogni giorno si fanno la corda. Voglio morire. È troppo duro qui. Basta. Siamo peggio di animali in gabbia a cui lanciano banane. Aiuto», urla Y. da Trapani. Uno dei casi emblematici è quello di M., 69 anni, cittadino straniero in Italia da oltre 30 anni, affetto da gravi patologie e dipendente da farmaci salva-vita. Dopo nove mesi di reclusione, ha appreso che dovrà attendere altri tre mesi per una nuova convalida: «E poi? Un’altra ed un’altra? Come si può vivere così?». Il Cpr di Trapani-Milo, peraltro, era stato dichiarato inagibile al 90 per cento dopo la rivolta del gennaio 2024 e condannato dalla Corte europea dei diritti umani per condizioni degradanti. Nonostante questo, nel 2025 è ancora operativo, sotto una gestione appaltata a enti privati più volte oggetto di revoche e indagini. A Caltanissetta, lo scenario è analogo. Anche qui si è verificato un tentativo di suicidio a seguito di una proroga imposta su una persona con condizioni sanitarie incompatibili con la detenzione. Lo sciopero della fame collettivo è stato sospeso solo temporaneamente. Le convalide dei giudici, denunciano i detenuti, arrivano in modo automatico: «Per loro non siamo niente».

Rete siciliana contro il confinamento,
Il Cpr di Milo (da Meltingpot.org).

I Cpr servono solo a rassicurare l’opinione pubblica

Nel settembre 2023, il governo Meloni ha esteso il limite massimo di trattenimento a 18 mesi. La motivazione formale – consentire tempi adeguati per identificazioni e rimpatri – è smentita dai dati: meno della metà dei trattenuti viene effettivamente rimpatriata, e la percentuale reale rispetto al totale degli espulsi è intorno al 10 per cento. Il Garante Nazionale lo ha detto chiaramente: i Cpr non servono alla gestione delle migrazioni, ma a rassicurare l’opinione pubblica punendo la libertà di movimento.

Il modello privatizzato disumanizza per contratto

Ogni fase della detenzione è gestita sotto il regime dell’appalto: la sanità, la sicurezza, l’assistenza legale. Il risultato è un conflitto di interessi strutturale: più si tagliano i servizi, maggiori sono i profitti per i gestori. L’uso sistematico di psicofarmaci come contenimento chimico e i ritardi nei soccorsi medici (un’ambulanza arrivata 90 minuti dopo un tentato suicidio) non sono incidenti, ma conseguenze logiche di un modello privatizzato che disumanizza per contratto.

I Cpr sono buchi neri giuridici senza controllo democratico

I Cpr operano fuori dalla Costituzione. L’articolo 13 prevede che ogni limitazione della libertà personale sia regolata da una legge chiara e approvata dal Parlamento. Invece, le regole nei Cpr sono fissate da regolamenti ministeriali e capitolati d’appalto, senza alcun controllo democratico. Questo vuoto normativo è ciò che trasforma i Cpr in buchi neri giuridici. Il diritto alla difesa è una finzione: le udienze durano pochi minuti, spesso senza un reale colloquio con l’avvocato. I telefoni cellulari sono vietati, così da impedire contatti con l’esterno. Dopo la pubblicazione delle denunce, non è arrivata alcuna dichiarazione dal Viminale. Il governo resta in silenzio, mentre nel Parlamento europeo e presso i garanti per i diritti si moltiplicano le richieste di ispezione e chiusura immediata. «Una grottesca beffa», così la Rete contro il confinamento ha definito l’estensione a 18 mesi della detenzione. Nessuno ha smentito. Nessuno ha risposto.

Nel buco nero dei Cpr, prigioni senza reati simbolo dell'ipocrisia italiana
Il Cpr di Gradisca d’Isonzo (Getty Images).

I centri nascono per escludere e umiliare, sono le nostre Guantanamo

I Cpr non sono riformabili, perché non sono nati per integrare, proteggere o accompagnare. Sono nati per escludere, umiliare e punire. Il termine “Guantanamo” non è una provocazione ma un’autodefinizione usata da chi lì dentro sopravvive all’inerzia e all’agonia: «Questa è Guantanamo», ha detto M. dopo aver saputo della proroga della sua detenzione. Le richieste delle reti di tutela sono chiare: chiusura immediata dei centri di Trapani e Caltanissetta, moratoria sugli ingressi, indagini indipendenti sulle responsabilità istituzionali e superamento definitivo del modello di detenzione amministrativa. Ma ciò che serve, più di tutto, è restituire la voce a chi viene rinchiuso perché senza documenti. E ascoltare ciò che da tempo sta urlando: «Tirateci fuori di qui».

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Inconfessabili confessioni: ”Spariamo su chi ha fame”

C’è un campo di battaglia dove le armi puntano su chi ha fame. Si chiama Gaza, ma per molti ormai è solo un’eco sbiadita. Secondo un’inchiesta di Haaretz (“‘It’s a Killing Field’: IDF Soldiers Ordered to Shoot Deliberately at Unarmed Gazans Waiting for Humanitarian Aid”, 27 giugno 2025), ufficiali e soldati israeliani hanno ricevuto ordini diretti di aprire il fuoco sui civili palestinesi radunati per ricevere aiuti alimentari. Nessuna minaccia. Nessuna arma. Solo la disperazione di chi vuole portare un sacco di riso a casa.

Tra il 27 maggio e il 25 giugno, sono almeno 549 i palestinesi uccisi nei pressi dei centri di distribuzione, istituiti dalla Gaza Humanitarian Foundation, una creatura opaca legata agli ambienti evangelici statunitensi e al governo Netanyahu. I soldati raccontano di mitragliatrici, mortai e granate usati per “comunicare” con la folla. Si spara al mattino presto, si spara quando la distribuzione è finita, si spara se qualcuno arriva in anticipo. “Non ci sono nemici. Non ci sono armi. È un massacro”, ha detto un soldato.

La retorica che disumanizza l’intera popolazione di Gaza ha scavato un solco. “Non esistono civili”, è il mantra che si è fatto regola. Così diventa normale colpire adolescenti che corrono tra i camion degli aiuti. Normale sganciare una granata su chi si avvicina troppo. Normale dire: “Succede”.

La giustizia militare israeliana ha aperto un’indagine, ma lo fa per “raffreddare” le pressioni internazionali, non per difendere un’etica. Perché qui l’etica è saltata. Gaza è diventata un luogo dove le vite si pesano a colpi di mortaio. Dove l’umanitario è solo un’arma di guerra travestita. E l’indifferenza, il vero crimine sistematico.

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La differenza tra governare e comandare

Non serviva aspettare la Cassazione per sapere che il decreto Sicurezza era un pasticcio autoritario. Lo avevano detto le opposizioni, lo avevano scritto i giornalisti, lo gridavano da mesi giuristi, avvocati e organizzazioni della società civile. Ma ora che a mettere nero su bianco le critiche è la Corte Suprema, sebbene in un testo non vincolante, si conferma quello che tutti sapevano e che il governo ha scelto scientemente di ignorare.

Il giudizio della Cassazione non è una “opinione”, ma una relazione dettagliata, tecnica, che smonta pezzo per pezzo il decreto bandiera della maggioranza: nessuna urgenza reale, uso strumentale della decretazione d’urgenza, e soprattutto norme che rischiano di comprimere libertà fondamentali come il diritto al dissenso e alla manifestazione. La Corte arriva a contestare persino il metodo, rivelando come il governo abbia sottratto al Parlamento il tempo e il ruolo per fare il suo mestiere: legiferare.

La reazione di Meloni e dei suoi? Frignare. Gridare al complotto togato. Sventolare il solito vittimismo contro “le toghe rosse”, come se contestare una legge liberticida fosse un abuso e non un dovere istituzionale. È il solito riflesso di chi confonde il potere con il possesso. Di chi pensa che vincere le elezioni significhi avere mano libera su tutto, diritti inclusi.

Ma governare non è comandare. La democrazia ha dei freni e dei contrappesi. E se uno di questi contrappesi è il potere giudiziario, allora funziona. Il punto non è se la Corte costituzionale cancellerà tutto (potrebbe accadere). Il punto è che il governo ha scelto di ignorare ogni allarme, ogni audizione, ogni voce dissonante. L’opposizione era “inutile”, la stampa era “ostile”, gli esperti erano “politicizzati”. Ora anche la Cassazione è diventata un covo di nemici?

L’unica urgenza che c’era era quella di Salvini di farsi bello al congresso. E Meloni gliel’ha consegnata in una busta chiusa, firmata decreto. La giustizia, le garanzie, le libertà: sacrificabili. Ma a furia di governare contro la democrazia, prima o poi sarà la democrazia a fare opposizione al governo.

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Disuguaglianze, in Italia dieci miliardari detengono una ricchezza superiore a quella posseduta da 30 milioni di persone

Nell’arco di dieci anni, l’1% più ricco della popolazione globale ha aumentato la propria ricchezza di 33.900 miliardi di dollari – più di venti volte il necessario per eliminare la povertà estrema nel mondo. I soli miliardari hanno guadagnato 6.500 miliardi, pari al 14,6% dell’intero Pil globale. Un’accumulazione senza precedenti che coincide con la crescita della miseria per miliardi di persone. Oggi, oltre 3,7 miliardi di individui sopravvivono con meno di 8,30 dollari al giorno.

La disuguaglianza non è un effetto collaterale. È un prodotto sistemico, alimentato da un’architettura fiscale pensata per favorire i più ricchi. In alcuni Paesi, come il Regno Unito, l’aliquota effettiva pagata dai miliardari si aggira attorno allo 0,3% della loro ricchezza, meno di quanto versa in proporzione un infermiere.

Il grande rifiuto italiano

Di fronte a questo scenario, Brasile, Spagna, Germania e Sudafrica hanno promosso al G20 una proposta concreta: una tassa minima globale del 2% sui patrimoni superiori a un miliardo di dollari, in grado di generare 250 miliardi di dollari ogni anno. L’Italia ha scelto di sfilarsi. Il governo Meloni ha rifiutato di aderire alla coalizione, mantenendo invece un regime fiscale agevolato per attrarre ricchi stranieri – come la tassa fissa da 200.000 euro annui introdotta nel 2017 e confermata nel 2024.

Le ragioni addotte dal ministro Giancarlo Giorgetti mescolano sovranità nazionale e tecnicismi dilatori: prima si deve attuare la tassazione delle multinazionali (attualmente bloccata), poi – forse – si potrà discutere dei miliardari. Una strategia attendista che ha l’effetto pratico di mantenere lo status quo.

Il paradosso fiscale italiano

Il sistema tributario italiano, secondo i dati della Banca d’Italia e delle università di Pisa e Milano-Bicocca, è progressivo solo in apparenza. Chi guadagna oltre 500.000 euro l’anno paga in proporzione meno tasse di un quadro aziendale da 60.000 euro. Il motivo è semplice: il lavoro viene tassato fino al 43%, mentre i redditi da capitale – cioè quelli di cui vivono i ricchi – scontano una cedolare secca del 26% o meno. Risultato: i dieci miliardari italiani più ricchi – con un patrimonio stimato a 155 miliardi di euro – possiedono più della metà della ricchezza detenuta da 30 milioni di cittadini.

Il costo dell’ingiustizia

Non tassare i miliardari ha un costo altissimo. Se l’Italia adottasse l’aliquota minima del 2%, il gettito stimato sarebbe di 8 miliardi di euro annui. Salendo al 3%, si arriverebbe a 15 miliardi. Fondi che potrebbero essere destinati a sanità, istruzione e transizione ecologica. Invece, il nostro Paese resta inchiodato a un welfare sottofinanziato e a un’istruzione che amplifica – anziché correggere – le disuguaglianze.

Secondo il Censis, oltre il 50% degli italiani ritiene che lo Stato garantisca solo i servizi essenziali. E più della metà dei genitori è convinta che i propri figli avranno una vita economicamente peggiore. Un dato che certifica il blocco dell’ascensore sociale e la rottura del patto democratico tra cittadini e istituzioni.

Tassare è democrazia

La proposta di Oxfam e Zucman non è solo una misura fiscale. È un’azione politica per restituire legittimità e potere agli Stati, ridurre la disuguaglianza e ricostruire una coesione sociale in frantumi. Ma, come ha dichiarato Francesco Petrelli di Oxfam Italia, «senza il coraggio di alleanze strategiche per una tassazione più equa, il rischio è un futuro in cui la povertà sarà una condizione permanente».

Nel 2025, solo il 16% degli obiettivi globali di sviluppo sostenibile è sulla buona strada. E mentre l’1% globale si prepara al traguardo del primo trilionario, gli Stati tagliano gli aiuti internazionali: solo nel G7, i fondi per lo sviluppo saranno ridotti del 28% entro il 2026.

Di fronte a un sistema in cui i ricchi crescono e gli Stati arretrano, la tassazione progressiva non è un’opzione ideologica, ma una necessità strutturale. Rifiutarla, come fa oggi l’Italia, significa scegliere di non vedere il legame diretto tra disparità fiscale e disuguaglianza sociale. E significa abdicare, ancora una volta, al compito fondamentale della politica: redistribuire il potere, e non solo la ricchezza.

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La Cassazione smonta il decreto sicurezza: 33 punti sotto la lente della Suprema Corte

In 129 pagine di denso lessico giuridico, la Corte di Cassazione ha compiuto un gesto rarissimo: mettere in discussione la legittimità costituzionale di un intero decreto-legge appena varato. Il documento – la relazione 33/2025 dell’Ufficio del Massimario – non è vincolante, ma è il termometro autorevole della legalità repubblicana. E il verdetto è netto: il decreto sicurezza voluto dal governo Meloni è viziato nel metodo e nel merito, e rischia di essere incostituzionale. Il parere, come detto, non vincolante è tuttavia giuridicamente è pesantissimo. Non lo dice l’opposizione. Lo dice la Suprema Corte, il massimo organo della giurisdizione della repubblica.

Un decreto senza urgenza

Il primo colpo riguarda la forma. La Cassazione contesta che sussistessero i presupposti costituzionali per procedere con decreto-legge: nessuna necessità, nessuna urgenza. Anzi, il testo approvato – scrivono i giudici – “ricalca ampiamente un disegno di legge già in discussione”, e l’accelerazione è servita solo a “evitare dilazioni al Senato”. Una motivazione inaccettabile, secondo la Corte costituzionale, che ha sempre ribadito: l’urgenza non si dichiara, si dimostra.

Inoltre il decreto è eterogeneo: una sequenza di norme che vanno dal carcere per chi protesta al licenziamento dei familiari di mafiosi, dalla disciplina sulle detenute madri fino ai Daspo urbani e alle norme sui servizi segreti. Uno “zibaldone normativo”, scrive il Massimario, che cozza con i criteri di omogeneità richiesti dall’articolo 77 della Costituzione.

Nel merito: trentatré profili di incostituzionalità

Ma è il contenuto il vero campo minato. La Cassazione individua almeno 33 punti problematici. Tra i più gravi: l’estensione dell’impunità per gli agenti dei servizi segreti, anche quando promuovano gruppi eversivi o terroristici “a fini investigativi”. Un potere che scavalca ogni controllo democratico.

Poi c’è il reato di “terrorismo della parola”: punibile diventa anche il semplice possesso di “materiale propedeutico”, senza che sia chiarito cosa significhi. Una norma che sposta la soglia della punibilità prima dell’azione, prima dell’intenzione, prima del contesto.

Altre norme colpiscono chi manifesta. Le aggravanti per “luogo e contesto” – scioperare in stazione o in metropolitana può costare anni di carcere – non hanno nulla a che fare con la sicurezza, e tutto con il controllo sociale. Anche i nuovi reati di “rivolta carceraria” e “resistenza passiva” nei Cpr servono più a criminalizzare la disperazione che a tutelare l’ordine.

Particolarmente gravi, secondo i giudici, sono le norme che colpiscono le detenute madri, giustificate con la dottrina del “diritto penale d’autore”: punire non la condotta, ma l’identità. Sei povera, sei straniera, sei madre? Sei pericolosa.

Infine, le misure antimafia: si depotenziano le interdittive, si introduce la possibilità per il prefetto di sospenderle in nome del “sostentamento del nucleo familiare”. E si prevede il licenziamento in tronco per chi abbia parentele con mafiosi condannati: colpevolezza per legami di sangue, come nel codice penale borbonico.

Silenzio di Palazzo, allarme delle opposizioni

Il governo, per ora, fa finta di nulla. Nessuna dichiarazione da parte di Giorgia Meloni, né del ministro dell’Interno Piantedosi. La premier si limita a ribadire, da altri palchi, che “il governo non arretra di fronte a chi semina paura”. Ma la paura viene ora da una legge – a scorrere i rilievi della Cassazione – scritta male, pensata peggio e applicata a danno dei diritti fondamentali.

Più netta la posizione dell’opposizione. Angelo Bonelli (AVS) parla di “una legge autoritaria che trasforma il dissenso in reato e il disagio in delitto”. Laura Boldrini denuncia una “deriva securitaria che colpisce i più deboli: detenute madri, operai, studenti”. Giuseppe Conte (M5S) invoca un intervento urgente della Corte costituzionale: “Questo decreto è l’anticamera dello Stato penale del sospetto”.

Anche Amnesty International interviene: “Il decreto sicurezza introduce nuove forme di repressione legale del dissenso e limita il diritto alla protesta. Le norme sono sproporzionate e si pongono in contrasto con gli obblighi internazionali dell’Italia in materia di diritti umani”.

Una legge già in vigore

La relazione della Cassazione non è una sentenza. Ma pesa. Pesa nei tribunali, nella giurisprudenza, nel dibattito parlamentare. E soprattutto pesa sulle vite delle persone che già oggi stanno subendo l’applicazione di queste norme: operai denunciati per sciopero, manifestanti processati per occupazione, migranti criminalizzati nei Cpr, madri incarcerate in condizioni aggravate per il solo fatto di esserlo.

Intanto il decreto è legge dello Stato. Resta in vigore. E chi lo contesta deve farlo nelle aule, nelle strade, nei ricorsi. Il diritto, in questa fase, è un campo di battaglia. E la giustizia – quella vera – si gioca nella distanza tra legalità formale e diritti sostanziali.

Perché quando una legge punisce chi protesta, premia chi reprime e protegge solo chi comanda, non è più una legge: è un’arma.

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Giornalisti sorvegliati, partiti spiati: l’assuefazione è il vero scandalo

Chi ha spiato il direttore di Fanpage Francesco Cancellato, il suo collega giornalista Ciro Pellegrino e Roberto D’Agostino, direttore di Dagospia, ancora non lo sappiamo. Dalle parti del governo non sembrano particolarmente stupiti che in un Paese democratico dei giornalisti siano intercettati. La presidente del Consiglio non sente l’urgenza di difendere i giornalisti italiani, il sottosegretario Mantovano non proferisce parola. Matteo Renzi ha incalzato Giorgia Meloni in Senato senza ottenere risposta.

C’è da notare come anche una bella fetta di loro colleghi, per natura assetati di retroscena e pruriti, sia placidamente silenziosa. La strategia scelta sembra ogni giorno di più quella di lasciare posare la polvere e poi concludere con un nulla di fatto. Lasciare cadere le notizie è il modo migliore per non essere costretti a darne.

Nel frattempo però abbiamo saputo, ieri proprio da Fanpage, di un’operazione della Direzione Centrale della polizia di prevenzione, l’antiterrorismo, ai danni di un partito che si candida regolarmente alle elezioni politiche. Almeno cinque poliziotti si sarebbero infiltrati in Potere al Popolo, tra Milano, Bologna, Roma e Napoli. Uno di loro ha addirittura manifestato contro l’infiltrazione del suo collega.

Sembrano cronache provenienti dall’Egitto di Al-Sisi o dal Venezuela di Maduro, invece è l’Italia che vorrebbe insegnare la libertà e la democrazia al resto del mondo. Più dolorosa di tutto è quest’aria di assuefazione, questa stanchezza morale, questo lascivo passare alla notizia successiva.

Buon venerdì.

Immagine dall’inchiesta curata da Antonio Musella per Fanpage, sull’infiltrazione di agenti di polizia nelle fila di Potere al Popolo 

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Pulizia etnica a puntate, si stringe la morsa su Gaza

Nel giorno in cui Benjamin Netanyahu ha bloccato gli aiuti umanitari a Nord Gaza per compiacere Bezalel Smotrich — il suo ministro delle Finanze con la pistola puntata sul governo — lo stesso Smotrich stringe la morsa su Masafer Yatta. La nuova direttiva militare approvata dal Central Planning Bureau sancisce il rifiuto automatico di tutte le richieste edilizie palestinesi nell’area: fine della finzione legale, inizio della deportazione sistematica.

È una strategia esplicita. Nei documenti interni dell’esercito si parla di rendere “sterile” la zona, di usare “tutti gli strumenti disponibili” per evacuare chi resiste. Le case demolite a Khilet Al-Dabe’, i pastori aggrediti, le famiglie costrette a tornare nelle grotte: non sono incidenti, sono la prassi. Dietro la foglia di fico del “bisogno militare”, si fa spazio all’annessione de facto e all’espulsione.

E mentre Netanyahu promette piani “per impedire che Hamas rubi gli aiuti”, nessuna evidenza prova che i camion siano stati violati dai miliziani. La fame serve alla propaganda e i morti — 74 solo mercoledì, 519 nell’ultimo mese — diventano cifra collaterale di un assedio senza nome. Il video usato per bloccare gli aiuti mostra guardie tribali, non combattenti: ma la verità qui è un ostacolo, non un criterio.

Masafer Yatta è lo specchio di Gaza: stesso governo, stessa ideologia, stesso progetto. Non più guerra, ma controllo del territorio attraverso la carestia, la burocrazia e la violenza privata. È apartheid senza cerimonie. Smotrich lo dice chiaro: “Opponiamo all’esistenza palestinese un progetto messianico.”

Non si può dire che non ce lo stiano dicendo. Lo stanno facendo.

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Migranti, torturati nei Paesi ritenuti sicuri dal governo. Il Report shock di Medici senza frontiere

Quando si parla di “migrazione”, le parole dell’ufficialità italiana si fermano a Lampedusa o, al massimo, a Cutro. Scompaiono prima della Libia, evaporano prima di Tunisi. Eppure è lì – in quei non-luoghi del diritto – che prende forma la sostanza vera della politica migratoria europea: non il soccorso, ma la tortura. Il nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere, in collaborazione con Policlinico e Università di Palermo, ne dà prova documentale. Si intitola “Disumani” e fotografa ciò che la politica preferisce non vedere: un sistema di violenza delegata, in cui i migranti diventano materia di scambio tra trafficanti, milizie e governi.

Una mappa dell’orrore

Tra gennaio 2023 e febbraio 2025, il solo progetto MSF di Palermo ha assistito 160 persone sopravvissute a torture gravi. Vengono da venti Paesi, con una netta prevalenza da Bangladesh, Gambia, Costa d’Avorio, Camerun e Nigeria. Il 71% ha tra i 18 e i 33 anni, e tre pazienti su quattro sono uomini. Ma tra le donne, l’80% ha subito violenze sessuali e il 30% ha subito mutilazioni genitali o vive con la paura di subirle.

Il 60% ha subito torture in Libia. Seguono Tunisia e Algeria, con un picco nel 2024: in Tunisia, i casi di tortura sono passati dall’11% del 2023 al 24% del 2024. E nel 36,5% degli episodi analizzati, le torture sono avvenute in Paesi che l’Italia considera “sicuri” per i rimpatri: Algeria, Bangladesh, Costa d’Avorio, Egitto, Gambia, Ghana, Marocco, Senegal, Tunisia. Il 14% delle persone assistite ha subito respingimenti: in oltre la metà dei casi è stata la Guardia Costiera libica, armata e sostenuta anche con fondi italiani, a riportare i migranti nei centri di detenzione. Per molti, la tortura inizia dopo il salvataggio.

I numeri dell’impunità

Nel 82% dei casi, la tortura è avvenuta nei Paesi di transito. Solo il 2% ha riportato torture nei Paesi di arrivo, tra cui anche l’Italia. Dei 181 episodi documentati, in 162 è stato possibile individuare la tipologia di tortura: 31% percosse, 15% lavoro forzato, 12% privazioni di acqua e cibo, 6% “falanga”, 5% prostituzione forzata. Tra gli autori, il 60,3% sono trafficanti, il 29% agenti delle forze dell’ordine. In Libia, nel 70% dei casi i torturatori sono trafficanti, ma operano spesso in complicità con le milizie statali.

Un paziente su sei ha dichiarato di aver subito torture in più di un Paese. E l’82% ha subito violenza in Libia, Tunisia o Algeria: Paesi dove l’Italia ha firmato accordi di contenimento.

Il progetto di Palermo: una cura contro l’oblio

A Palermo, dal 2020, MSF ha costruito una risposta: un servizio integrato e multidisciplinare che coinvolge Università, Policlinico “Giaccone” e clinica legale CLEDU. Il 74% dei pazienti seguiti tra 2023 e 2025 è stato intercettato dal personale MSF, gli altri tramite ASP o centri di accoglienza. Viene redatto un piano terapeutico personalizzato, con assistenza medica, psicologica e legale. La mediazione interculturale è presente in ogni fase, come strumento essenziale per rendere accessibile il trattamento.

Nel 2024, l’ambulatorio del Policlinico ha registrato 3.500 accessi, con 700 pazienti assistiti, il 68% uomini sotto i 40 anni. Il 67% dei casi MSF ha rilevato sindromi post-traumatiche. Il 21% mostra sintomi depressivi. Il 14% soffre di ansia patologica. Il 3% ha espresso ideazioni suicidarie. Il 6% ha riportato sintomi psicotici. Fra le donne, una su tre ha riportato gravidanze forzate o conseguenze ginecologiche gravi. Le torture subite – raccontano le cartelle – lasciano cicatrici fisiche, ma anche danni invisibili: insonnia, flashback, autoisolamento, perdita del senso di sé.

Dovere di verità, urgenza di cura

Il diritto internazionale è chiaro. La Convenzione contro la Tortura del 1984 – ratificata dall’Italia – impone agli Stati l’obbligo di garantire piena riabilitazione alle vittime. Ma in Italia, nonostante l’introduzione del reato di tortura nel 2017 e l’approvazione di linee guida ministeriali, l’applicazione è ancora largamente disomogenea. Mancano mediatori, competenze specifiche, personale formato. Le Regioni non implementano le direttive, mentre la propaganda si concentra sul “controllo dei flussi”.

Il rapporto MSF chiede l’ovvio: che si smetta di ignorare la tortura. Che Palermo non resti sola. Che si riconosca la realtà di centinaia di sopravvissuti invisibili. Che si interrompa il cortocircuito fra cooperazione e complicità. Perché non c’è neutralità nel continuare a stringere accordi con chi tortura. E non c’è umanità nel voltarsi dall’altra parte.

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Terzo mandato, la Lega umiliata in Commissione: bocciato l’emendamento del Carroccio, FdI detta l’agenda

La scena si è consumata in pochi minuti, ma la ferita per la Lega resterà aperta a lungo. Nella seduta di oggi della Commissione Affari Costituzionali del Senato, l’emendamento sul terzo mandato – presentato dal senatore veneto Paolo Tosato – è stato bocciato con 15 voti contrari, 5 favorevoli e 2 astensioni. I numeri non lasciano spazio a interpretazioni: Fratelli d’Italia ha fatto blocco contro, Forza Italia ha confermato la sua contrarietà e l’isolamento della Lega è stato certificato da un voto che suona come una sentenza politica.

L’epilogo di una battaglia lunga e mal condotta

L’emendamento era stato inserito all’interno del ddl “Assessori regionali”, un provvedimento tecnico che nulla aveva a che fare con la normativa sul limite dei mandati. La Lega ha scelto un veicolo legislativo forzato, sperando in un colpo di mano che aggirasse l’ostacolo politico. Non ha funzionato. La maggioranza ha rigettato il blitz, ribadendo che senza un’intesa preventiva non ci sarebbe stato alcun via libera.

Il giorno prima del voto, Giovanni Donzelli (FdI) era stato netto: “Senza accordo, non votiamo.” Una linea ribadita dai fatti. Il presidente della Commissione Alberto Balboni e il senatore Domenico Matera — entrambi di Fratelli d’Italia — si sono astenuti, ma il resto del gruppo meloniano ha votato contro. Forza Italia ha fatto altrettanto. Nessuna sorpresa. La Lega lo sapeva, eppure ha voluto arrivare alla conta.

Zaia fuori, Salvini più solo

La vera posta in gioco era – ed è – la ricandidatura di Luca Zaia in Veneto. Il governatore leghista, forte di un consenso personale superiore al 70%, rappresenta per Salvini l’ultimo baluardo in una regione simbolo. Ma la sentenza della Corte Costituzionale del 2025 ha messo la parola fine alle interpretazioni elastiche sul limite dei due mandati: il principio è fondamentale e vincolante. Nessuna legge regionale può aggirarlo. Per candidarsi di nuovo, serve una modifica della legge statale. E oggi quella modifica è stata affossata.

Il danno per la Lega è doppio. Da un lato perde la possibilità di blindare il suo uomo più forte, dall’altro espone il partito a un’erosione territoriale proprio dove era più radicato. Senza Zaia, il Veneto diventa campo di conquista. Fratelli d’Italia è pronta a lanciare un suo candidato. I nomi in campo sono quelli del senatore Luca De Carlo e del veneziano Raffaele Speranzon. E Salvini non ha ancora una contromossa.

Fratelli d’Italia detta i tempi, FI resta il garante

Con questa partita, Fratelli d’Italia si prende il lusso di dettare l’agenda e di posizionarsi come arbitro della coalizione. Ha respinto l’emendamento senza assumersi il peso del “no” frontale, imponendo la regola del consenso unanime, ben sapendo che Forza Italia non ci sarebbe mai stata. Così Meloni ha fermato l’avanzata leghista senza sporcarsi le mani.

Forza Italia, da parte sua, ha confermato il suo ruolo di ago della bilancia: ha bocciato l’emendamento per “questioni di principio”, riaffermando la necessità dell’alternanza e della legalità costituzionale. Ma il calcolo è anche politico: a Roma si vuole evitare un precedente che possa rafforzare la Lega al Nord o creare problemi con eventuali ricandidature nel centrosinistra al Sud, come quelle di Emiliano e De Luca.

Opposizioni ferme, ma divise

Nel fronte delle opposizioni il “no” è stato compatto ma non strategicamente coeso. Il Pd e il M5S hanno votato contro per coerenza con la propria linea sulla rotazione del potere e sul limite ai mandati, ma nel partito di Elly Schlein resta il nodo De Luca. In Campania, infatti, il governatore uscente aveva già tentato la via della legge regionale per azzerare i suoi due mandati. La Consulta lo ha fermato, e oggi il Parlamento gli ha sbarrato definitivamente la strada.

Italia Viva, invece, ha votato a favore dell’emendamento, in una mossa puramente tattica. L’obiettivo era far emergere la spaccatura nella maggioranza, e provare – senza riuscirci – a mettere il governo in difficoltà.

E ora La Lega senza piano B

La Lega esce da questa vicenda più debole, più sola e senza un piano B credibile. Salvini ha giocato d’azzardo e ha perso. Ha tentato un blitz sapendo che non avrebbe avuto i numeri. Ha voluto mostrare fedeltà ai suoi governatori – Zaia e Fedriga in primis – ma ha ottenuto il risultato opposto: l’irrilevanza. Ora dovrà gestire la transizione nei territori e le frizioni interne, mentre a Roma Meloni può permettersi di attendere.

In teoria, l’emendamento potrebbe essere riproposto in Aula. In pratica, senza l’appoggio di FdI e FI, è morto. Qualunque riproposizione sarà solo propaganda.

Il centrodestra unito è una leggenda

Il centrodestra, oggi, esce da questa votazione più spaccato che mai. Fratelli d’Italia domina, Forza Italia incassa, la Lega arranca. Le tensioni sono esplose su un terreno che riguarda direttamente il potere territoriale, quello che regge le fondamenta delle coalizioni. Il tema del terzo mandato era solo il sintomo. La malattia è il logoramento dell’alleanza.

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