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Von der Leyen sotto attacco, l’Italia si spacca: la mozione che smaschera la destra di governo

La mozione di sfiducia contro la Commissione von der Leyen non è ancora stata votata, ma ha già prodotto il suo effetto: scoprire le carte, rompere gli equilibri precari, svelare le contraddizioni che tengono insieme la maggioranza italiana a Bruxelles e a Roma. La data del voto è fissata per giovedì 10 luglio, ma il Parlamento europeo si muove da giorni come un’aula di tribunale, dove le accuse rimbalzano e gli imputati si scambiano i ruoli.

A firmare la mozione sono stati oltre 70 eurodeputati, in gran parte appartenenti alla destra radicale del gruppo ECR e al nuovo gruppo “Patrioti per l’Europa” che riunisce Lega e Rassemblement National. Il pretesto è il cosiddetto Pfizergate: la mancata trasparenza nei contratti per i vaccini Covid, in particolare gli SMS mai resi pubblici tra Ursula von der Leyen e il CEO di Pfizer, Albert Bourla. Ma il bersaglio politico è più ampio: la gestione della pandemia, la transizione verde, il piano europeo di riarmo, la presunta deriva autoritaria della Commissione. Un atto d’accusa totale, senza possibilità di appello.

La presidente della Commissione ha risposto con durezza. Ha parlato di una “caccia alle streghe” orchestrata da “burattini di Putin”, ha evocato i camion di bare a Bergamo per giustificare le scelte d’emergenza durante il Covid, ha difeso la legittimità della sua azione e ha messo i suoi avversari spalle al muro: o con l’Europa, o con il caos.

La coalizione italiana non esiste in Europa

La scena europea ha colto Giorgia Meloni in contropiede. Il suo partito, Fratelli d’Italia, fa parte del gruppo ECR da cui è partita la mozione. Ma in aula è arrivato il dietrofront. A spiegare la linea ci ha pensato Nicola Procaccini: la mozione “è un errore strategico”, “un regalo ai nostri avversari”. Dietro il linguaggio felpato si intravede l’unico vero motivo del dissenso: la presenza di Raffaele Fitto, fedelissimo di Meloni e vicepresidente della Commissione. Sfiduciare von der Leyen significherebbe sfiduciare anche lui. E Meloni non può permetterselo.

Molto diversa la posizione della Lega, che ha annunciato il suo voto favorevole. Susanna Ceccardi parla di un’agenda ideologica che ha “distrutto agricoltura e industria”, accusa la Commissione di centralismo e invoca una “svolta sovranista”. La mozione diventa così l’occasione perfetta per Salvini: attaccare von der Leyen e insieme mettere in difficoltà l’alleata-premier, svelandone le ambiguità e la dipendenza da Bruxelles.

Forza Italia, da parte sua, resta fedele al Partito Popolare Europeo. Per Sandra De Monte sfiduciare von der Leyen sarebbe “irresponsabile”, soprattutto in un momento in cui Putin mette alla prova la sicurezza europea e Trump minaccia nuovi dazi. Tajani punta tutto sulla continuità, cercando di accreditarsi come l’argine moderato dentro un governo che traballa su ogni fronte europeo.

Due destre, nessuna strategia

La mozione ha così prodotto uno dei rari momenti di verità politica. Ha spezzato il gioco delle ambiguità, ha reso visibile il disordine strategico del governo italiano, ha mostrato che in Europa ognuno va per conto suo. La destra si è spaccata tra chi vuole far saltare il tavolo e chi vuole restarci seduto. Il M5S vota a favore della mozione per coerenza anti-establishment. Il PD vota contro, ma denuncia il PPE per le sue continue strizzate d’occhio alla destra radicale.

Giovedì si voterà, ma il punto politico è già emerso: la Commissione reggerà, ma i partiti si sono già divisi. E Meloni, ancora una volta, è costretta a scegliere tra l’ideologia che l’ha portata al potere e il realismo che le impone l’Europa. Senza più la scusa dell’ambiguità.

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Carcere di Prato, l’inchiesta choc: rivolte, torture e stupri da parte dei detenuti. Il Procuratore Tescaroli: “Intollerabile”

Due rivolte in un mese, un’inchiesta che parla apertamente di “sistema criminale pervasivo”, violenze sessuali sistematiche, telefoni clandestini, torture. La Casa Circondariale “La Dogaia” di Prato non è più un carcere, ma il simbolo del crollo istituzionale dietro le sbarre. La Procura della Repubblica, guidata da Luca Tescaroli, non usa mezzi termini: “situazione intollerabile”, “realtà fuori controllo”, “necessità di sottrarre ai detenuti il controllo del carcere”.

La risposta è arrivata con perquisizioni a tappeto, un’unità interforze formata da Squadra Mobile, Carabinieri, Guardia di Finanza e Nucleo Investigativo della Penitenziaria. Ma i fatti raccontano che ormai la polveriera è esplosa.

Doppio focolaio

Il 4 giugno cinque detenuti – italiani, marocchini e libici – rifiutano di rientrare in cella. L’intenzione è chiara: “stasera si fa la guerra”, “si muore solo una volta: o noi o voi”. Brandiscono spranghe, grappa bollente, cacciaviti e forbici. Sei agenti della penitenziaria vengono minacciati e aggrediti. Non è un gesto estemporaneo: è una dichiarazione di guerra.

Il 5 luglio, pochi giorni dopo una maxi-perquisizione, almeno dieci detenuti si barricano nella prima sezione di Media Sicurezza. Rovesciano i carrelli del vitto, tentano di appiccare incendi, usano brande come arieti per sfondare i cancelli. Solo l’intervento delle unità antisommossa riesce a contenere l’assedio.

In un anno sono stati sequestrati 41 telefoni, 3 sim e un router. Ma non basta. I telefoni continuano ad attivarsi anche dopo i blitz. Un detenuto in Alta Sicurezza è riuscito a pubblicare su TikTok immagini dalla sua cella. Il sospetto – ormai qualcosa di più – è che ci siano complicità interne. “Condotte collusive” è il termine scelto dalla Procura. In un carcere senza comandante, con turni massacranti e personale demoralizzato (e incolpevole), la vigilanza è evaporata. I detenuti agiscono con organizzazione, impunità e una rete di rifornimento che sfida ogni controllo.

Corpi martoriati

Il peggio è ciò che avviene in silenzio. Due i casi sotto i riflettori dell’inchiesta. Nel primo, settembre 2023, un detenuto brasiliano violenta per giorni il compagno di cella pachistano, sotto minaccia di morte. Nel secondo, gennaio 2020, due detenuti torturano un giovane omosessuale e tossicodipendente alla sua prima esperienza in carcere: percosse, violenze sessuali di gruppo, colpi alla testa con pentole roventi. Le lesioni fisiche si sommano a un trauma psicologico protratto per mesi. Per entrambi i casi è in corso l’iter giudiziario.

Il carcere, in questi episodi, diventa un ecosistema predatorio: i più deboli scelti come prede, in una gerarchia informale regolata dalla brutalità. Nessuna funzione rieducativa, nessuna tutela della dignità. Solo terrore.

C’è un giudice in Toscana

A parlare oggi è quasi solo la magistratura. I vertici dell’amministrazione penitenziaria tacciono, il Ministero della Giustizia guarda altrove. Il procuratore Tescaroli ha chiesto misure straordinarie di sicurezza anche all’esterno del carcere, temendo che il caos possa tracimare. Le sue parole non sono solo una diagnosi, ma un atto d’accusa: contro l’abbandono istituzionale, contro un sistema che ha lasciato che il controllo evaporasse, contro l’ipocrisia di chi, da Roma, parla di sicurezza mentre si consuma l’ennesimo naufragio dello Stato dentro le sue stesse mura.

La Dogaia è solo il segnale di una crisi nazionale. Fingere che sia un fatto locale serve solo a non disturbare la narrazione. Intanto, dietro quelle mura, l’inferno ha già vinto.

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L’Italia delle ferie negate, ormai anche le vacanze sono diventate un lusso

La vacanza, un tempo diritto diffuso, è tornata a essere un lusso. Nell’estate 2025, solo il 43,2% degli italiani potrà permettersi un soggiorno lontano da casa. E anche tra chi parte, più della metà sceglierà una permanenza breve, tra le 3 e le 5 notti, spesso ospite di amici o parenti. Il turismo, dicono le istituzioni, è in ripresa. Ma è un altro turismo: quello dei flussi stranieri, degli hotel di lusso e dei pacchetti all inclusive. Il turismo degli italiani arranca.

Le stime di Federconsumatori non lasciano margini d’interpretazione: in meno di due anni, sette punti percentuali di italiani hanno rinunciato del tutto alle ferie. I numeri del 2025 riportano l’Italia a un livello inferiore persino a quello pre-pandemico. Si parte poco, si parte meno, e si parte male. Si risparmia su tutto, si sceglie l’auto privata per non affrontare il costo di un volo, si resta nei confini nazionali non per scelta, ma per necessità.

Prezzi che salgono, diritti che crollano

Il costo medio di una settimana al mare per una famiglia tipo è di 6.539 euro, in aumento del 2,5% rispetto al 2024. In montagna si spendono 4.779 euro (+2,2%). Per una crociera servono oltre 6.300 euro (+6,2%). Aumenti minimi, percentualmente. Ma su importi già insostenibili per gran parte della popolazione. La cena di pesce costa in media 210 euro. Per due lettini e un ombrellone si superano i 450 euro a settimana. E i panini in autostrada, nonostante l’inflazione “contenuta” all’1,7%, sono aumentati del 5%.

L’impennata dei prezzi si salda a una dinamica ben più profonda: l’erosione del potere d’acquisto. I salari sono fermi, le pensioni minime sono state rivalutate di appena 1,8 euro al mese. Intanto le famiglie spendono 535 euro in più all’anno solo per la spesa alimentare. Per contenere i danni, il 51% degli italiani compra prodotti in scadenza e il 12% si rifugia nei discount. La carne e il pesce sono stati tagliati dal menù quotidiano da quasi un italiano su sei.

A risentirne non è solo il portafoglio. Le conseguenze sociali sono visibili: una popolazione più stanca, più stressata, più isolata. Perché le ferie, oltre a essere tempo libero, sono anche cura, prevenzione, socialità. Istat e Cnel lo ricordano: non potersi permettere nemmeno due notti fuori casa incide sul benessere psicofisico. E nel 2024 il 38% degli italiani era già in questa condizione. Il 2025 peggiora.

Il lusso breve di chi può

Il volto dell’esclusione si è fatto più giovane. Gli under 35 con contratti precari sono tra i più penalizzati. Tra chi guadagna meno di 1.200 euro al mese, solo il 12% potrà permettersi una vacanza, anche breve. Per la prima volta, rinunciano anche i pensionati con trattamenti minimi. E pure la vacanza di prossimità – entro i 100 chilometri – è in calo, passata dal 25% al 19% in un solo anno.

Il paradosso è che, mentre cala il turismo interno, cresce il fatturato complessivo del settore. Perché aumentano le presenze straniere, che ormai rappresentano il 55% del mercato alberghiero. Le città d’arte, le spiagge più rinomate, i borghi trasformati in showroom: il modello Venezia si espande, con rendite turistiche che premiano pochi e prezzi che espellono i residenti.

Federconsumatori e Adiconsum chiedono da tempo un bonus vacanze strutturale per le famiglie sotto i 20mila euro di Isee, tariffe calmierate per soggiorni brevi e un salario minimo che consenta una reale autonomia. Ma le risposte governative, quando arrivano, sono cosmetiche. La vacanza è diventata la nuova linea di frattura sociale.

In un Paese dove il tempo libero è sempre più un affare privato, chi resta a casa lo fa in silenzio, sotto la retorica del “ci si accontenta”. Ma sotto quel silenzio, c’è una frattura. E ogni estate, si allarga.

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Ius Scholae, campo minato per il centrodestra: Tajani rilancia, Lega e FdI lo stoppano

La miccia l’ha accesa di nuovo Antonio Tajani il 6 luglio, dal palco del Forum in Masseria. Nel caldo torpore dell’estate politica, il leader di Forza Italia ha rilanciato una proposta che aleggiava da mesi: lo Ius Scholae, riformulato in Ius Italiae, per dare la cittadinanza ai figli di immigrati che abbiano completato dieci anni di scuola in Italia. Non un diritto di nascita, ma una conquista fondata sul merito e sull’integrazione, secondo Tajani. Nessun automatismo, nessun “lassismo culturale”, ma “più italiani” per affrontare la crisi demografica e le esigenze economiche del Paese.

La sua proposta è rigida: dieci anni di scuola “con profitto”, nessun compromesso al ribasso, neanche uno. “Non è il colore della pelle che ti fa italiano”, ha dichiarato. “La paura di integrare è un segno di debolezza”. Un’affermazione pensata per posizionare Forza Italia come il volto pragmatico e moderno del centrodestra. Ma la strategia si è rivelata un azzardo.

La reazione: un muro chiamato Lega e Fratelli d’Italia

Il Carroccio ha risposto con la durezza di sempre. In una nota secca, ha invitato l’“amico Tajani” a “archiviare ogni polemica”, perché la proposta “non passerà mai”. Non è prevista dal programma, non c’è margine per discuterne. A rincarare la dose, la vicesegretaria leghista Silvia Sardone ha denunciato una presunta “islamizzazione crescente”, evocando il velo nelle scuole e denunciando l’“arretramento culturale” di Forza Italia.

Fratelli d’Italia, più felpato ma non meno netto, ha liquidato la questione come “non prioritaria”. Giovanni Donzelli ha definito il tema “irrilevante per gli italiani”, mentre Sara Kelany ha ribadito che “la legge attuale va bene così”. Giorgia Meloni ha scelto una linea silenziosa e strategica: poche parole, nessuna apertura. “Sensibilità diverse, ma non è tra le priorità del governo”, ha detto il 7 luglio. La forma è diplomatica, la sostanza è un niet.

Un partito diviso, un leader solo

Dentro Forza Italia, le tensioni sono palpabili. Un deputato ha confidato a Pagella Politica che “riproporre ora lo Ius Scholae è stato un errore”. Il fallimento del recente referendum sulla cittadinanza pesa come un macigno. “Non era il momento”, è la convinzione che serpeggia tra i parlamentari azzurri, spiazzati da una sortita giudicata velleitaria.

E mentre Tajani tenta di convincere gli alleati, rifiuta ogni ipotesi di sponda con il Partito democratico. “Nessun accordo a ribasso”, ribadisce. L’obiettivo dichiarato è non isolare Forza Italia, ma il risultato concreto è proprio l’isolamento. L’appello a Marina Berlusconi – “non abbiamo mai parlato di questo tema” – è l’ennesima conferma della solitudine del segretario forzista.

L’opposizione gioca al rialzo, ma con scetticismo

Il M5S, per voce di Giuseppe Conte, si dice disponibile al dialogo, ma chiede coerenza. “Basta teatrini estivi”, ammonisce l’ex premier. Elly Schlein si dichiara pronta a votare la riforma “se seria”, ma accusa Tajani di tatticismo stagionale. Riccardo Magi, invece, non fa sconti: “Tajani dovrebbe avere un sussulto di dignità e smettere di parlare di cittadinanza”, mentre Osvaldo Napoli (Azione) liquida l’iniziativa come una “carta finta” per ottenere vantaggi politici altrove.

I numeri non ci sono

La verità aritmetica è implacabile. Senza Lega e Fratelli d’Italia, la proposta non ha alcuna possibilità concreta di avanzare. E nemmeno con l’appoggio condizionato di Pd e M5S si supera lo scoglio parlamentare, perché Tajani rifiuta di rivedere la soglia dei dieci anni. Il testo è bloccato tra due veti incrociati: l’estremismo dell’alleanza di governo e le richieste di modifica delle opposizioni.

Retorica senza prospettiva

La vicenda dello Ius Italiae si è consumata nel tempo di un weekend, come un fuoco d’artificio fuori stagione. Tajani voleva rilanciare l’identità popolare del suo partito, ma ha sbattuto contro il cemento armato della destra sovranista. Ha cercato di presentarsi come il mediatore illuminato, ma ha finito per parlare da solo. E Giorgia Meloni ha lasciato che fosse il gelo degli alleati a chiudere il caso: senza esporsi, ma mantenendo saldo il baricentro del potere. Come sempre.

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L’onorevole Lisei mente sui Cpr. E lo fa con metodo

Marco Lisei, senatore di Fratelli d’Italia, dice che “i peggiori criminali stranieri vengono trattenuti nei Cpr nel tentativo di rimpatriarli con ogni mezzo possibile”. Sa benissimo di mentire. I Cpr non sono carceri, ma strutture amministrative dove vengono rinchiusi migranti irregolari, spesso senza alcun reato alle spalle. La loro “colpa” è non avere i documenti in regola, non un passato criminale. Eppure Lisei insiste a confondere la clandestinità con la delinquenza, sapendo che è una semplificazione velenosa utile solo a spaventare.

Poi aggiunge che “il governo Meloni si impegna a fondo per allontanare questi soggetti”. Anche qui, la realtà dice altro: nel 2023 solo il 10% degli ordini di espulsione ha portato a un rimpatrio. Non per colpa dei giudici, ma per l’incapacità di questo governo di firmare accordi bilaterali e costruire strumenti legali funzionanti.

Lisei se la prende con la magistratura, accusandola di usare “codicilli e cavilli” per liberare i trattenuti. Ma ciò che chiama cavilli sono diritti costituzionali. La libertà personale è tutelata dalla Carta. Il giudice non sabota, controlla. E meno male.

Che a dire queste cose sia un avvocato rende tutto più grave. È la solita operazione della destra meloniana: agita i fantasmi, costruisce nemici, e intanto si nasconde dietro un patriottismo a comando. L’Italia sicura, per questi, è un’enorme distesa di servi e di quelli che servono. Solo quelli. 

Buon martedì. 

 

Foto WP

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La democrazia più armata del mondo ha paura di una foto

Non è più questione di propaganda. È questione di macerie. Di quelle vere, che Jean-Pierre Filiu – storico e politologo francese, professore a Sciences Po e già diplomatico in Siria e Giordania – ha attraversato a piedi nella Striscia di Gaza senza riconoscere più nulla. Nessun punto di riferimento, nessun edificio familiare, nessuna strada rimasta. Un’intera città annientata – sistematicamente, metodicamente – mentre il governo israeliano nega l’accesso ai giornalisti e recinta la verità con il filo spinato della censura.

E ora è chiaro il perché. Perché chiunque metta piede lì dentro, ne esce cambiato. Perché vedere Gaza oggi significa vedere la fine dell’etica, la negazione del diritto internazionale, la vittoria della punizione collettiva come strumento di governo. Filiu, che in quella terra è stato decine di volte, oggi scrive di una realtà che non somiglia a una guerra ma a una distruzione scientifica: ospedali bombardati, bambini affamati che dividono cibo con i gatti randagi, orfani tra le rovine. E un messaggio per il futuro: “Gaza è un laboratorio”, scrive. E lo è. Un laboratorio dove si sperimenta cosa può diventare il mondo quando l’impunità si fa strategia, quando la legge viene sospesa e la compassione considerata una debolezza.

Israele lo sa. Per questo ha paura delle immagini, non dei razzi. Per questo tiene lontani i giornalisti: non per sicurezza, ma per controllo. Perché una foto – solo una – potrebbe incrinare la retorica della “democrazia assediata” e mostrare al mondo la realtà: non un conflitto tra pari, ma un castigo a cielo aperto. E allora chi guarda non potrà più voltarsi.

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L’Europa rischia, Dublino galleggia e Roma tace

Quando si parla di dazi e di Europa, l’Italia scopre sempre di essere l’ultima ruota del carro. Ma oggi lo schiaffo è doppio: arriva da Washington, che rilancia la guerra tariffaria a colpi di intimidazioni trumpiane, e da Dublino, che sotto il cappello della cooperazione europea continua a giocare per conto terzi. A danno nostro.

Tra le lettere firmate e spedite da Trump, per ora, non compare l’Ue: la resa dei conti è rinviata all’1 agosto. Nel mirino restano acciaio e alluminio (i dazi sono già al 50%), auto (già in vigore al 25%) e – soprattutto – agroalimentare (ma qui siamo ancora alle minacce). Il cuore dell’economia italiana. Bruxelles è divisa, le capitali litigano sulle contromisure, e Giorgia Meloni, con il solito mimetismo pavido, svanisce dal dibattito. Nessuna proposta, nessuna linea, nessuna voce. Le telefonate riservate del fine settimana – tra Meloni, Macron, Merz e von der Leyen – hanno prodotto solo una lista della spesa di buone intenzioni. Intanto i dazi rischiano di arrivare davvero.

E mentre gli agricoltori italiani guardano alle esportazioni che crollano e l’industria conta le perdite, l’Eurogruppo rilegittima Pascal Donohoe, il ministro irlandese delle Finanze che più di tutti ha offerto le chiavi fiscali dell’Europa alle multinazionali americane. Pfizer, Apple e Microsoft da sole garantiscono il 40% del gettito di Dublino, che in cambio consente alle corporation di aggirare la minimum tax globale, depotenziare la web tax e drogare i saldi commerciali a stelle e strisce. A perdere? L’Italia, che paga le tasse vere e subisce la concorrenza fiscale sleale di chi, come l’Irlanda, gioca a fare il cavallo di Troia della Casa Bianca.

Così, mentre Trump minaccia, Pechino si infila nella breccia e Dublino ingrassa le sue casse, l’Italia tace. Meloni osserva e incassa, come se questo non fosse anche il suo tempo e la sua responsabilità. Ma se i dazi colpiranno i settori strategici del nostro Paese, se l’export agricolo e farmaceutico italiano sarà sacrificato in nome del silenzio e delle convenienze, il conto politico non potrà essere demandato ai “tecnici” o alla burocrazia di Bruxelles. Sarà tutto, e solo, del suo governo. E non sarà più negoziabile.

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Su neonazismo e fascismo la vergogna non basta

Quando la destra svedese decide di chiedere scusa per i suoi legami con il neonazismo, lo fa con un libro bianco di 900 pagine. È la quantità, non la qualità, a raccontare l’ingombro. Un’operazione di “trasparenza” che puzza di marketing elettorale, nel momento esatto in cui i Democratici Svedesi si preparano a rivendicare un posto stabile al governo. Le parole del leader Akesson sono precise: parla di “malessere”, non di colpa; si dichiara “disgustato”, ma non responsabile. Si scusa, ma non si dimette.

E allora il punto è proprio questo: se la vergogna arriva quando conviene, non è vergogna, è strategia. Se i conti con il passato si fanno in pubblico ma si mantengono inalterati i pregiudizi verso le minoranze — come denuncia il Comitato per la lotta all’antisemitismo — si sta solo riciclando il proprio profilo, senza toccare il cuore ideologico. L’antisemitismo, i rapporti con i gruppi come “Resistenza bianca ariana”, l’odio sottile e selettivo verso gli altri: tutto questo non sparisce con una dichiarazione, né con un rapporto storico. Si cancella solo cambiando rotta, non aggiustando la narrazione.

Il problema, però, non riguarda solo la Svezia. Riguarda ogni forza politica che cerca la rispettabilità indossando il lutto. Riguarda chi tenta di scavalcare la propria storia con una conferenza stampa. E riguarda noi, che troppo spesso accettiamo le scuse senza verificare cosa resta dopo averle pronunciate.

Buon lunedì.

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Nessuno tornerà com’era. Nemmeno Israele.

«Dal momento in cui ha finito il liceo ha fatto solo quello: combattere. Era esausto. Sono tutti esausti. Mentalmente distrutti. Questo deve finire». A dirlo non è un’attivista pacifista né un’opinionista controversa, ma Alexandra Radia, madre di Niv, sergente dell’IDF ucciso a giugno. La sua voce incrinata in diretta nazionale ha aperto una breccia in un muro di silenzio istituzionale che da mesi nasconde la devastazione umana che attraversa l’esercito israeliano impegnato a Gaza.

Haaretz ha raccolto testimonianze di soldati attivi:  raccontano di una macchina militare che addestra a sparare e non insegna a sopravvivere alla colpa, al trauma, alla nausea che ti coglie davanti a un piatto di pasta perché ti ricorda l’odore della morte.

Le parole che Israele non vuole sentire sono quelle che incrinano la retorica dell’eroismo. Si parla di giovani spezzati che non riescono a fare l’amore, che vomitano in bagno durante una cena di famiglia, che hanno smesso di credere che quella guerra serva a qualcosa. Uno su otto, dice uno studio, è mentalmente inadatto a tornare in servizio. Ma il governo stringe i ranghi e prosegue.

«Quanti morti servono per dire basta», chiede Uri, uno dei soldati. Intanto il premier Netanyahu, in un raro momento di irritazione, ha bollato queste testimonianze come “diffamazione contro l’esercito”. Forse perché la verità che rivelano è insostenibile anche per chi ha voluto questa guerra: non ci sono solo i corpi dei civili palestinesi a chiedere conto delle scelte politiche, ma anche le anime devastate dei suoi stessi figli in divisa.

Nessuno tornerà com’era. Nemmeno Israele.

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Il caldo brucia e Giorgia tace

Quando il caldo uccide e l’Italia brucia, Giorgia Meloni tace. Non una parola sulle temperature estreme, né un cenno alla fragilità dei lavoratori esposti o all’impatto economico stimato in miliardi di euro. Ma il silenzio non è mai neutrale: è un atto di governo. Stretta nella morsa dei negazionisti climatici che infestano la sua maggioranza, Meloni sceglie l’inerzia. Se parlasse, dovrebbe riconoscere che la crisi climatica esiste, che servono fondi, strategie, responsabilità. Ma questo significherebbe smentire la linea ideologica che, nel centrodestra, ha trasformato l’emergenza ambientale in una parodia da bar.

E mentre il Paese boccheggia, il ministero della Cultura cola a picco sotto i colpi di Alessandro Giuli. Anche lì, la premier osserva in silenzio. Perché non può permettersi di perdere nemmeno un soldatino: la “panchina” meloniana è troppo corta per rimpiazzare i fedelissimi. Per di più in un ministero che ha già subito la rovinosa caduta di Sangiuliano. Così il disastro diventa sopportabile, purché non si scollino i bulloni della coalizione.

Lo stesso schema si ripete sullo ius scholae. Forza Italia e Lega si azzuffano pubblicamente, Tajani prova a smarcarsi con aperture che sembrano appelli all’elettorato moderato, Salvini risponde col vecchio armamentario securitario. E Meloni? Imperturbabile. Lascia che si scannino. Più si erodono tra loro, più lei si rafforza. È l’arbitro che non arbitra, ma incassa punti.

Anche sul piano internazionale, la sua presenza è costruita su un copione: fitta agenda diplomatica, dichiarazioni atlantiste, incontri cerimoniali. Ma alla sostanza delle crisi – Ucraina, Gaza, Iran, Nato – l’Italia resta un comprimario che applaude e firma. L’“influenza” che ci raccontano i comunicati si riduce spesso a una foto accanto ai grandi.

La verità è che Giorgia Meloni ha trasformato il vuoto in potere. Governa non dicendo, non scegliendo, non schierandosi. Una regia dell’inazione, dove ogni parola non detta pesa più di mille conferenze stampa. Ma questa strategia ha un prezzo. Lo pagano i cittadini che muoiono di caldo, i settori culturali abbandonati, e una democrazia che si abitua a un premierato senza voce ma con troppo controllo.

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