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Abbassare l’età per i tirocini malgrado gli infortuni tra studenti

Ci sono numeri che chiederebbero silenzio, riflessione, riforme. Invece il ministro Giuseppe Valditara risponde con l’esatto opposto: mentre i dati INAIL per il 2024 registrano 2.100 infortuni durante i Pcto e 13 morti tra gli studenti (uno durante lo stage), il governo ha deciso di estendere questi percorsi anche ai quindicenni, in piena età dell’obbligo scolastico. Nei primi tre mesi del 2025 siamo già a 600 incidenti. Si parla di ragazzi, non di statistiche.

Valditara non arretra, rilancia. Il decreto Pnrr-Scuola promuove un modello “4+2”, abbassando l’età per l’ingresso nei Pcto già al secondo anno degli istituti tecnici e professionali. Un salto ideologico che chiama “addestramento al lavoro” ciò che la cronaca racconta come esposizione precoce al rischio.

La pedagogia del rischio preventivato

Dal 2023, dopo l’estensione della copertura assicurativa Inail, i dati sono finalmente completi. E mostrano che i Pcto sono uno dei segmenti più pericolosi dell’esperienza scolastica. Incidenti gravi, morti in itinere, mancanza di formazione specifica, aziende selezionate con superficialità, tutor scolastici spesso impreparati o inesistenti. È il caso di Giuseppe Lenoci, 16 anni, morto in un incidente stradale durante una trasferta non autorizzata. O quello di Giuliano De Seta, schiacciato da una lastra in azienda, per cui è stato negato il risarcimento alla famiglia perché “non lavoratore”.

Non è un incidente, è un sistema. Un sistema che assegna ai ragazzi lo statuto giuridico del lavoratore solo quando si tratta di esporli ai pericoli, e lo toglie quando serve riconoscere diritti o tutele economiche.

A nulla servono le carte dei diritti se poi i tutor non sanno cosa devono tutelare. E il “progetto formativo” spesso non è altro che un documento stampato in fretta per rispettare il monte ore. Gli studenti, in troppi casi, raccontano esperienze vuote: fanno le pulizie, tagliano erba, portano caffè, archiviano fascicoli. Si chiama Pcto, ma somiglia a un tirocinio malpagato (se non gratuito).

Una scelta politica consapevole

Di fronte a questi dati, la riforma viene giustificata con la necessità di colmare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Ma lo dice con le parole sbagliate: “l’alternanza è fondamentale”, “è addestramento al lavoro”. Parole che sembrano definire i ragazzi più come forza-lavoro da ottimizzare che da formare.

Il paradosso è evidente: più aumentano gli infortuni, più si anticipa l’accesso. Il tutto mentre le tutele vengono alleggerite: meno ore obbligatorie, meno controlli, più autonomia alle aziende. I 600 milioni promessi nel 2024 per la sicurezza sono virtuali: nessuna quota vincolata ai controlli sui Pcto. Eppure basterebbe poco: formazione vera per i tutor, un albo delle aziende certificate, un sistema di tracciabilità dei percorsi.

Una scuola che seleziona chi può rischiare

Il rischio, come sempre, non è democratico. I liceali vanno nei musei o agli eventi culturali. I ragazzi dei tecnici e dei professionali finiscono nei cantieri, nelle officine, nelle serre. La scuola si piega alla logica produttiva: i figli dei lavoratori diventano operai prima ancora di sapere cosa vogliono essere. Ed è proprio su di loro che lo Stato scarica il peso del proprio fallimento educativo, autorizzandoli a rischiare per “fare esperienza”.

Non è una deriva casuale, è un’idea di scuola subordinata all’impresa, dove i diritti vengono sostituiti dalla retorica della “cultura del lavoro”. Ma una cultura che espone e non protegge, che addestra e non forma, che seleziona chi può rischiare, non ha nulla di culturale.

La replica del Ministero dell’Istruzione

In merito all’articolo pubblicato da La Notizia, intitolato “Abbassare l’età per i tirocini malgrado gli infortuni tra studenti”, il Ministero dell’Istruzione e del Merito intende fare chiarezza e precisare che la sicurezza degli studenti nei Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (PCTO) è una priorità assoluta e non ammette compromessi.

I numeri ufficiali dell’INAIL fotografano una realtà diversa da quella rappresentata: gli infortuni durante i PCTO sono in calo. Nel 2025, si è registrata una diminuzione del 12,9% rispetto all’anno precedente, con un’incidenza sul totale degli infortuni scolastici scesa dal 2,6% al 2,2%. I casi di infortunio hanno riguardato lo 0,06% degli studenti coinvolti nei percorsi, nonostante l’ampia platea di partecipanti.

L’incremento delle denunce di infortunio a scuola e durante il tragitto casa-scuola è invece riconducibile a un’importante novità normativa: per la prima volta, a partire da settembre 2023, è stata introdotta l’estensione della copertura assicurativa a tutti gli studenti delle scuole pubbliche e paritarie di ogni ordine e grado. Si tratta di una misura fortemente voluta dal Ministro dell’Istruzione e del merito, confermata anche per l’anno scolastico 2024-2025, come previsto dal decreto-legge n. 48/2023.

La sicurezza nei PCTO è una priorità assoluta di questo Governo e del Ministro dell’Istruzione e del Merito. Proprio il decreto-legge n. 48/2023 ha introdotto un pacchetto di misure mirate a rafforzare la sicurezza e l’efficacia dei percorsi, garantendo standard sempre più elevati.
Tra le misure principali vi è l’obbligo per le imprese iscritte al Registro nazionale per l’alternanza di integrare il proprio Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) con una sezione specifica dedicata agli studenti in PCTO, contenente le misure di prevenzione adottate, i dispositivi di protezione individuale (DPI) previsti e le modalità per identificare chiaramente i giovani coinvolti. Il Registro dell’alternanza è stato potenziato e deve riportare le capacità strutturali, tecnologiche e formative delle imprese, oltre all’esperienza maturata in contesti scolastici. Sono strumenti concreti per permettere alle scuole di scegliere ambienti sicuri e adatti.

Inoltre, la normativa equipara gli studenti a lavoratori ai fini della sicurezza. Questo comporta l’applicazione degli stessi standard in materia di formazione, protezione e prevenzione. È previsto un percorso formativo articolato su due livelli: la formazione generale preventiva di almeno 4 ore, obbligatoria per tutti gli studenti prima dell’avvio del PCTO e la formazione specifica, fornita all’ingresso nella struttura ospitante, con durata variabile a seconda del rischio, secondo i criteri stabiliti dall’Accordo Stato-Regioni del 2011.

Le nuove Linee guida sull’educazione civica e la legge 21/2025 entrata in vigore a marzo di quest’anno stabiliscono inoltre l’obbligo della formazione alla sicurezza sul lavoro.

In ultimo, il concetto di “addestramento al lavoro inteso come attività formativa rivolta sia ai lavoratori che agli studenti, che il giornalista riferirebbe all’attività del Ministro Valditara e del Ministero dell’Istruzione, è stato introdotto dal decreto legislativo del 9 aprile 2008, n. 81 (Governo Prodi) che ha previsto che ai fini della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro al soggetto “lavoratore” sono equiparati sia i beneficiari delle iniziative di tirocini formativi e di orientamento, promosse al fine di realizzare momenti di alternanza tra studio e lavoro, sia “l’allievo degli istituti di istruzione e il partecipante ai corsi di formazione professionale nei quali si faccia uso di laboratori, attrezzature di lavoro in genere”.

La legge sulla “Buona scuola” del 13 luglio 2015, n. 107 (Governo Renzi) ha successivamente generalizzato l’obbligo di addestramento prevedendo che le scuole secondarie di secondo grado svolgono attività di formazione in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, mediante l’organizzazione di corsi rivolti agli studenti inseriti nei PCTO effettuati secondo quanto disposto dal decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81.

La legge sulla filiera tecnologico-professionale (legge 121 del 2024), nel prevedere un rafforzamento della presenza di formatori provenienti dal mondo delle imprese nell’ambito dei PCTO, ha dovuto necessariamente far riferimento anche all’attività di addestramento (oltre a quella di mera formazione) in quanto essa è espressamente inclusa, ai sensi della normativa sopra citata, risalente ai Governi Prodi e Renzi, nelle attività da svolgersi obbligatoriamente nell’ambito dei medesimi PCTO.

Ministero dell’Istruzione e del Merito

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Infortuni sul lavoro, i numeri raccontano una scuola che insegna a rassegnarsi al pericolo

Ci sono numeri che chiederebbero silenzio, riflessione, riforme. Invece il ministro Giuseppe Valditara risponde con l’esatto opposto: mentre i dati INAIL per il 2024 registrano 2.100 infortuni durante i Pcto e 13 morti tra gli studenti (uno durante lo stage), il governo ha deciso di estendere questi percorsi anche ai quindicenni, in piena età dell’obbligo scolastico. Nei primi tre mesi del 2025 siamo già a 600 incidenti. Si parla di ragazzi, non di statistiche.

Valditara non arretra, rilancia. Il decreto Pnrr-Scuola promuove un modello “4+2”, abbassando l’età per l’ingresso nei Pcto già al secondo anno degli istituti tecnici e professionali. Un salto ideologico che chiama “addestramento al lavoro” ciò che la cronaca racconta come esposizione precoce al rischio.

La pedagogia del rischio preventivato

Dal 2023, dopo l’estensione della copertura assicurativa Inail, i dati sono finalmente completi. E mostrano che i Pcto sono uno dei segmenti più pericolosi dell’esperienza scolastica. Incidenti gravi, morti in itinere, mancanza di formazione specifica, aziende selezionate con superficialità, tutor scolastici spesso impreparati o inesistenti. È il caso di Giuseppe Lenoci, 16 anni, morto in un incidente stradale durante una trasferta non autorizzata. O quello di Giuliano De Seta, schiacciato da una lastra in azienda, per cui è stato negato il risarcimento alla famiglia perché “non lavoratore”.

Non è un incidente, è un sistema. Un sistema che assegna ai ragazzi lo statuto giuridico del lavoratore solo quando si tratta di esporli ai pericoli, e lo toglie quando serve riconoscere diritti o tutele economiche.

A nulla servono le carte dei diritti se poi i tutor non sanno cosa devono tutelare. E il “progetto formativo” spesso non è altro che un documento stampato in fretta per rispettare il monte ore. Gli studenti, in troppi casi, raccontano esperienze vuote: fanno le pulizie, tagliano erba, portano caffè, archiviano fascicoli. Si chiama Pcto, ma somiglia a un tirocinio malpagato (se non gratuito).

Una scelta politica consapevole

Di fronte a questi dati, la riforma viene giustificata con la necessità di colmare il mismatch tra domanda e offerta di lavoro. Ma lo dice con le parole sbagliate: “l’alternanza è fondamentale”, “è addestramento al lavoro”. Parole che sembrano definire i ragazzi più come forza-lavoro da ottimizzare che da formare.

Il paradosso è evidente: più aumentano gli infortuni, più si anticipa l’accesso. Il tutto mentre le tutele vengono alleggerite: meno ore obbligatorie, meno controlli, più autonomia alle aziende. I 600 milioni promessi nel 2024 per la sicurezza sono virtuali: nessuna quota vincolata ai controlli sui Pcto. Eppure basterebbe poco: formazione vera per i tutor, un albo delle aziende certificate, un sistema di tracciabilità dei percorsi.

Una scuola che seleziona chi può rischiare

Il rischio, come sempre, non è democratico. I liceali vanno nei musei o agli eventi culturali. I ragazzi dei tecnici e dei professionali finiscono nei cantieri, nelle officine, nelle serre. La scuola si piega alla logica produttiva: i figli dei lavoratori diventano operai prima ancora di sapere cosa vogliono essere. Ed è proprio su di loro che lo Stato scarica il peso del proprio fallimento educativo, autorizzandoli a rischiare per “fare esperienza”.

Non è una deriva casuale, è un’idea di scuola subordinata all’impresa, dove i diritti vengono sostituiti dalla retorica della “cultura del lavoro”. Ma una cultura che espone e non protegge, che addestra e non forma, che seleziona chi può rischiare, non ha nulla di culturale.

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Il giorno prima del silenzio, a Gaza campo di sterminio

In una Gaza ridotta a campo di sterminio, anche le parole sembrano morire prima di arrivare. Le ultime ventiquattr’ore hanno visto altri 94 palestinesi uccisi, 45 dei quali mentre cercavano disperatamente cibo vicino ai punti di distribuzione. Le immagini raccolte dagli ospedali e dalle organizzazioni umanitarie sono le stesse da mesi: corpi di bambini, tende sventrate, pianti nel vuoto.

Eppure, proprio adesso, mentre l’orrore si misura in statistiche e resti umani, si torna a parlare di una tregua. Fonti di Hamas hanno fatto sapere che è arrivata una “risposta positiva” alla proposta di cessate il fuoco, mediata dagli Stati Uniti. L’accordo prevedrebbe il rilascio graduale degli ostaggi israeliani e lo smantellamento delle forze armate di Hamas nella Striscia, in cambio della sospensione delle operazioni militari e dell’ingresso controllato di aiuti. La leadership del movimento sarebbe pronta anche all’esilio. Trump, in piena campagna, assicura: “La gente di Gaza ha passato l’inferno, voglio che sia al sicuro”. Una dichiarazione che pesa quanto una carezza dopo il massacro.

Nel frattempo, l’ONU denuncia: oltre 600 civili sono stati uccisi negli ultimi trenta giorni nei pressi di convogli umanitari o centri di distribuzione. L’ultimo morto è un membro dello staff della Croce Rossa, colpito mentre aiutava a Rafah. Altri venti palestinesi sono caduti solo oggi mentre attendevano aiuti alimentari.

Un’intera popolazione spinta alla fame e bombardata mentre attende soccorso. E intanto l’IDF dichiara apertamente che il suo “obiettivo finale” è la liberazione degli ostaggi, anche se dovesse passare sopra i cadaveri di migliaia di innocenti.

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Cimiteri fantasma in Svezia: anatomia di una Fake News utile ad alimentare la narrazione bellicista

Nel paese dove l’aumento della spesa militare viene venduto come un’assicurazione sulla pace, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha trovato il modo più efficace per seminare inquietudine: evocare un gigantesco cimitero in Svezia, progettato per accogliere il 5% della popolazione. “Una notizia che mi ha colpito profondamente”, ha detto, il 3 luglio, in audizione alla Camera. Peccato che sia falsa.

Secondo Crosetto, la Svezia starebbe “mettendo in costruzione un cimitero che possa ospitare il 5% della sua popolazione”, cioè oltre 500 mila persone. Una cifra mostruosa, citata per giustificare l’allarme sulla potenza militare della Russia e la conseguente corsa al riarmo dell’Europa. Ma, come ricostruito da Pagella Politica, quella notizia è un cortocircuito tra allarmismo, disinformazione e propaganda bellica.

Da Göteborg a Stoccolma: anatomia di una balla

Tutto nasce da un fatto vero, ma locale: nel dicembre 2024, alcune testate svedesi riportano che la Chiesa di Göteborg – seconda città del Paese – sta cercando dieci ettari di terreno per eventuali sepolture d’emergenza. Si parla di 30 mila persone, il 5% della popolazione cittadina, non di quella nazionale. Il piano, coordinato con l’Agenzia svedese di protezione civile, rientra nella pianificazione per le crisi. Niente a che vedere con una “enorme necropoli nazionale” in costruzione. Non esiste, non è prevista, non è mai stata annunciata.

Eppure, da Göteborg a Stoccolma, poi all’intera Svezia, il passo è breve per chi ha bisogno di un nemico incombente e di un argomento a effetto. Alcuni media italiani hanno rilanciato l’equivoco, talvolta con titoli ambigui. Ma Crosetto, anziché verificare, ha trasformato la suggestione in certezza istituzionale. Perché, in tempi di furore bellicista, non si cercano conferme: si scelgono le paure da coltivare.

Il 5 per cento, standard tecnico. Non profezia di guerra

Il documento citato da Pagella Politica chiarisce che il 5% è uno standard tecnico: una soglia orientativa per le parrocchie, utile a stimare quanti posti servano in caso di eventi eccezionali. Non un oracolo di morte, non un bollettino di guerra. La stessa Chiesa di Svezia ha precisato che non esiste alcuna minaccia imminente e che le misure sono preventive, ispirate a criteri di prudenza, non di panico.

Nel gennaio 2025, lo Svenska Dagbladet, uno dei principali quotidiani svedesi, ha smentito categoricamente l’ipotesi di un maxi-cimitero nazionale. La stessa Agenzia per la protezione civile ha precisato che la notizia di Göteborg non è collegata al recente opuscolo governativo distribuito alle famiglie svedesi (“In caso di crisi o di guerra”) e che nessuna allerta specifica ha motivato la ricerca di nuovi terreni. Ma queste precisazioni non fanno notizia. O meglio: non servono a costruire consenso.

Crosetto, sacerdote della deterrenza

In fondo, il cimitero fantasma è la metafora perfetta dell’attuale retorica bellica: un’ombra evocata per giustificare spese reali, un’invenzione utile a manipolare la percezione del pericolo. La guerra, ancora una volta, comincia dalle parole. E quando un ministro confonde Göteborg con la Svezia intera, un’iniziativa locale con una decisione di Stato, non è solo disattento. È funzionale. Ai bilanci della Difesa, alla narrativa del conflitto, all’imperativo del riarmo.

Chissà se, oltre al cimitero che non esiste, Crosetto avrà voglia di visitare le tombe vere di chi la guerra l’ha già pagata. O se anche quelle finiranno in un altro discorso ad effetto, per giustificare l’inevitabile.

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Allarme malaria, Hiv e Tbc: nell’era del riscaldamento globale anche il caldo fa ammalare

Un nuovo report del Global Fund mostra come il cambiamento climatico stia già aggravando le principali pandemie del Sud del mondo, con effetti sistemici su salute pubblica e stabilità globale.  Nel 2023 sono stati registrati 263 milioni di casi di malaria e 597.000 morti. L’87% di questo carico globale è concentrato in 50 Paesi tra i più vulnerabili al cambiamento climatico. I numeri, di per sé allarmanti, rischiano di impennarsi nei prossimi decenni. Il Malaria Atlas Project stima che entro il 2050 si potrebbero verificare oltre 550.000 decessi aggiuntivi, nel 90% dei casi a causa della perdita di protezione dopo eventi climatici estremi.

Le alluvioni che nel 2022 hanno sommerso il 10% del territorio pakistano sono un caso emblematico: le infezioni sono quintuplicate, da 500.000 nel 2021 a 2,6 milioni. In Mozambico e Malawi, colpiti dal ciclone Freddy nel 2023, le infezioni sono aumentate rispettivamente del 3,9% e del 3,1%. Eppure si tratta solo dell’inizio: tra il 1950 e il 2023, un’area terrestre aggiuntiva pari al 17,1% del globo è diventata adatta alla trasmissione di malaria falciparum. In Africa orientale e meridionale, si prevede che fino a 62 milioni di persone diventeranno vulnerabili alla trasmissione endemica.

Tubercolosi e HIV: il clima che uccide due volte

La TBC è la malattia infettiva più letale del pianeta, con 1,25 milioni di morti nel 2023. E almeno un quarto della popolazione mondiale ne è portatrice latente. Il cambiamento climatico agisce come moltiplicatore dei principali fattori di rischio: povertà, malnutrizione, inquinamento indoor, sovraffollamento. In Afghanistan, le persone sfollate per disastri climatici hanno mostrato tassi di TBC doppi rispetto alla popolazione generale.

A Dhaka, capitale del Bangladesh, 1.060 nuovi casi registrati nel 2024 erano persone recentemente sfollate a causa di piogge e inondazioni. Uno studio citato dal report rileva che il 70% dei nuovi arrivati nei quartieri più poveri proviene da aree colpite da eventi climatici estremi.

Anche l’HIV, sebbene meno direttamente influenzato dal clima, subisce una pressione crescente. La siccità ha portato in Malawi a un aumento del 15% nella prevalenza di HIV e a un raddoppio dei rapporti sessuali transazionali. La correlazione tra eventi climatici estremi, insicurezza alimentare e aumento del rischio di trasmissione è documentata. Si stima che il solo cambiamento climatico potrebbe provocare 16 milioni di nuovi casi di HIV in Africa subsahariana entro il 2050.

L’emergere di nuove minacce e il collasso dei sistemi sanitari

Secondo una revisione scientifica, il 58% dei patogeni conosciuti è stato aggravato dal cambiamento climatico. Il riscaldamento globale accelera lo spillover zoonotico e aumenta la probabilità che virus congelati nel permafrost ritornino attivi. Gli eventi climatici estremi non solo favoriscono la trasmissione di agenti patogeni, ma mettono in ginocchio le infrastrutture sanitarie: nel solo 2023, il ciclone Freddy ha danneggiato oltre 300 strutture sanitarie in Madagascar, Malawi e Mozambico.

La Nigeria, che da sola assorbe il 27% del carico globale della malaria, ha registrato perdite economiche per quasi 7 miliardi di dollari a causa delle inondazioni. Oltre al danno fisico, c’è quello sistemico: lo spostamento del personale medico, l’interruzione della catena del freddo per i farmaci, la perdita di accesso ai servizi essenziali.

La risposta: fondi climatici per la salute, ma servono investimenti maggiori

Secondo il report, la salute rappresenta meno del 5% dei finanziamenti globali per l’adattamento climatico, e solo lo 0,5% dei fondi multilaterali. Il Global Fund è tra le poche istituzioni ad aver riconosciuto la centralità della salute nel contrasto ai cambiamenti climatici, con il 71% dei suoi investimenti 2023-2025 destinati ai 50 Paesi più colpiti dal clima. Di questi, l’87% riguarda la malaria, il 48% l’HIV e il 35% la TBC.

Progetti concreti sono già in corso: in 15 Paesi africani sono stati solarizzati oltre 1.000 centri sanitari e magazzini. In Malawi si stanno proteggendo i dati sanitari digitali nelle aree soggette a disastri. In Pakistan, dopo le inondazioni, il Global Fund ha stanziato 20 milioni di dollari in emergenza per campagne contro la malaria. E nel 2025 ha lanciato un nuovo fondo catalitico per il clima e la salute, destinato ai Paesi più vulnerabili.

La transizione a farmaci più efficaci e a basse emissioni, come il dolutegravir per l’HIV, mostra un potenziale concreto: si stima una riduzione del 50% delle emissioni rispetto al precedente farmaco di prima linea. L’introduzione sistemica di criteri ecologici nelle catene di approvvigionamento farmaceutiche è una delle leve chiave per coniugare salute e mitigazione.

Clima e salute: una sola agenda

Il nesso tra cambiamento climatico e salute non è più una proiezione futura: è una realtà che si misura in morti evitabili, sistemi sanitari collassati, pandemie che riemergono e nuove minacce in incubazione. La strategia del Global Fund – unica per capacità di adattamento, trasparenza e capillarità – rappresenta oggi una delle risposte più concrete al nodo climatico-sanitario.

Ma l’attuale livello di finanziamento è largamente insufficiente. Il report lancia un monito chiaro: la battaglia contro i cambiamenti climatici si gioca anche nei reparti pediatrici delle province africane, nelle baraccopoli dove la tubercolosi prospera, nei villaggi allagati dove le zanzare tornano a colpire. È lì che si decide la prossima pandemia. O il suo contenimento.

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Premi negati, fondi tagliati e teste rotolate: anatomia di un ministro in guerra con la cultura

Al Collegio Romano, un tempo bastione della cultura repubblicana, oggi regna un’aria acre, più prossima alla guerra di trincea che all’amministrazione pubblica. Il Ministero della Cultura, sotto la guida di Alessandro Giuli, si è trasformato in un laboratorio di scontri ideologici, crisi interne, polemiche costruite a tavolino e defezioni clamorose. Un cortocircuito sistemico che va oltre l’incidente di percorso.

Lo Strega, tra risentimento e vuoto di memoria

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello del Premio Strega, con Giuli che ha accusato la Fondazione Bellonci di non avergli inviato i libri candidati, lamentando una presunta esclusione. Una strategia di vittimizzazione perfetta per il suo racconto sulla ‘cultura nemica’: “Forse da Amico della domenica sono diventato nemico della domenica“.

Ma la replica della Fondazione è gelida: i libri non sono stati inviati perché Giuli, appena nominato ministro, si era formalmente dimesso dalla giuria. Un vuoto di memoria che diventa una miccia: Fratelli d’Italia grida alla “epurazione”, il ministero parla di “sgrammaticatura istituzionale”, mentre le opposizioni accusano il ministro di “inciampare nel suo stesso risentimento“.

Dimissioni a catena, Cinecittà in fumo

Dietro le polemiche pubbliche, il MiC si sgretola. Prima Chiara Sbarigia, presidente di Cinecittà, poi Nicola Borrelli, direttore generale Cinema e Audiovisivo: due dimissioni eccellenti in una settimana, entrambe accompagnate da comunicati laconici e nessuna spiegazione reale.

Nel caso Sbarigia, il detonatore è lo sherpa Fabio Longo, consulente in quota leghista che, secondo le ricostruzioni giornalistiche, avrebbe suggerito ai giornalisti di attaccare Giuli e tacere su Borgonzoni. Una guerra per bande che mette in luce una verità: Giuli è un ministro circondato da trappole, più che da alleati. La sottosegretaria leghista è intoccabile, e i partiti si dividono i feudi del potere culturale.

Il caso Borrelli è ancora più sintomatico. Dopo l’esplosione dello scandalo Kaufmann – 863.000 euro di tax credit a un presunto duplice omicida per un film inesistente – il direttore generale è costretto a dimettersi. Giuli promette di trasformare il tax credit in un sistema “a prova di truffa”. La toppa è peggiore del buco: l’industria si ferma, le produzioni crollano, e 300 tra i maggiori nomi del cinema italiano – da Moretti a Cortellesi – firmano un appello contro il ministro, denunciando “una crisi di sistema creata dal governo“.

Festival puniti e premiati

La cultura, nel sistema Giuli, non si finanzia: si punisce o si premia. Il caso più eclatante è il Santarcangelo Festival, storica rassegna di teatro contemporaneo, esclusa dai fondi triennali senza spiegazione. La motivazione formale è un dimezzamento del punteggio. Tagli analoghi colpiscono la Biennale di Venezia, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, il Fai. Intanto, crescono i finanziamenti per iniziative identitarie vicine alla destra governativa.

Giuli si difende parlando di “commissioni indipendenti”. Ma sono commissioni nominate dal suo ministero. Matteo Orfini (Pd) non ha dubbi: “Le usano come manganelli“.

Gli intellettuali? Comici decadenti

Nelle sue uscite pubbliche, Giuli ha una teoria fissa sulla sinistra. “Avevano gli intellettuali organici, poi gli influencer, ora gli sono rimasti solo i comici“, ha detto a un evento a Firenze. Il riferimento a Geppi Cucciari e a Elio Germano non è neanche velato. La prima colpevole d’ironia ai David di Donatello, il secondo reo d’aver accusato il ministro di sabotare il cinema. La risposta istituzionale è il silenzio; quella politica è l’irrisione.

Un ministero di crisi permanente

Giuli non governa un ministero, ma un terreno di guerra: all’esterno, contro l’“egemonia culturale” della sinistra; all’interno, contro le sue stesse strutture e collaboratori. Anche il suo capo di gabinetto, Francesco Spano, si è dimesso a ottobre 2024 per “attacchi personali sgradevoli”, in una vicenda dai contorni omofobi che ha coinvolto anche il Maxxi.

È difficile stabilire se l’intento di Giuli sia la distruzione sistematica dell’esistente o se, più banalmente, si trovi ostaggio del suo stesso disegno ideologico. Di certo, l’effetto è quello di una paralisi. Le dimissioni non si contano, i dossier si accumulano, i bandi si fermano, i festival chiudono. La cultura si inaridisce mentre la propaganda si infiamma.

In un anno, Giuli è riuscito a trasformare il ministero della Cultura in un laboratorio tossico di discontinuità urlata, egemonia forzata e memoria selettiva. Un ministero dei veleni. E il veleno, si sa, non guarda in faccia nessuno.

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Guterres aveva ragione. Gaza è un cimitero di bambini

«Gaza sta diventando un cimitero per bambini», disse António Guterres il 6 novembre 2023. Fu accusato di esagerazione. Oggi quelle parole pesano come profezia compiuta: 17.121 bambini uccisi nei primi otto mesi di guerra. Mille neonati, cinquemila sotto i cinque anni, migliaia di piccoli con un futuro appena abbozzato, raso al suolo.

Non sono numeri. Sono nomi, volti, storie. Awni voleva un milione di follower su YouTube. Youssef guardava i cartoni con suo fratello, con l’aiuto di un impianto solare montato dal padre per superare i blackout. Hind ha implorato aiuto per tre ore, inascoltata. Jumana aveva appena partorito due gemelli, Ayser e Aysal: sono morti a quattro giorni di vita.

Ogni infanzia uccisa è un fallimento del mondo adulto. Ma il silenzio che avvolge queste morti è una colpa più grande. Mentre l’attenzione mediatica israeliana – e internazionale – slittava verso la guerra con l’Iran, i corpi dei bambini di Gaza venivano seppelliti sotto le macerie e nell’indifferenza.

Il governo israeliano ripete che rispetta il diritto internazionale. Come si spiega allora che quattro fratellini, tre gemelli, un’intera classe d’età vengano sterminati in settimane? Non si tratta di errori isolati. È un sistema di guerra che considera “danno collaterale” la vita più vulnerabile.

C’è chi denuncia. C’è chi fotografa. Ma resta una domanda, secca e spietata, che attraversa ogni volto raccontato: cosa resta della nostra umanità, quando smettiamo di guardare?

Il mondo ha bisogno di fermarsi. Non per contare le vittime, ma per riconoscerle. Guardarle negli occhi, e non abbassare più lo sguardo.

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Basta slogan, non si gioca con il dolore

Quando toccano i diritti degli altri, i partiti della maggioranza diventano legislatori instancabili. Ma appena provano a legiferare su temi che contano per davvero, come il fine vita, riescono nell’impresa di scrivere norme inapplicabili e ideologicamente distorte. L’ultima bozza partorita sul fine vita dalla destra ne è la prova: impianto discriminatorio, Servizio Sanitario Nazionale escluso, obbligo di cure palliative anche quando non richieste e un comitato di nomina governativa che decide sulla vita delle persone. È la solita legge-trappola, cucita su misura per fallire, utile solo a dire che “ci hanno provato” e dare in pasto alla base qualche slogan etico-confessionale.

Nel frattempo Antonio Tajani, in un impeto di protagonismo da estate parlamentare, lancia segnali d’apertura sullo ius scholae. Parla di “proposte diverse ma convergenti”, mentre cerca di intestarsi l’asse con il Pd per rimettere in moto una riforma congelata da anni. È il classico trucco da pompiere piromane: da un lato difende una legge sul fine vita che cancella i diritti riconosciuti dalla Corte costituzionale, dall’altro blandisce l’opposizione su una legge di cittadinanza che la sua stessa maggioranza ha sempre sabotato. Difficile non vedere in tutto questo l’ennesimo gioco di posizionamento: Forza Italia si agita per non farsi inghiottire dalla polarizzazione Lega-FdI, e Tajani cerca un profilo autonomo usando i diritti come contropartita (politica ovviamente).

Ma i diritti, per definizione, non si contrattano. E chi usa il dolore per risolvere le proprie beghe interne dimostra solo di non essere in grado di governare. Una legge sul fine vita seria esiste già: quella scritta dalla Consulta con sentenze vincolanti. Una proposta di legge popolare, firmata da centinaia di migliaia di cittadini, giace da anni in Parlamento. E mentre il centrodestra si arrampica sulle ideologie per riscrivere la realtà a suo piacimento, chi soffre continua ad aspettare una risposta. Senza slogan, senza ipocrisie, senza padrini politici. Solo giustizia.

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Poveri ma fuori moda: il dramma sociale che non buca lo schermo

Di povertà si parla poco. Non perché manchino i poveri, ma perché mancano i riflettori. E quando arrivano i numeri, come quelli dell’Istat o della Caritas, sembrano più fastidiosi che allarmanti. L’Italia dei due stipendi che non bastano più è ormai diventata una normalità imbarazzante. La povertà non fa notizia, perché non è più eccezione: è struttura.

Il potere d’acquisto è crollato del 10,5% in cinque anni, i salari reali sono tra i peggiori del G20, eppure il dibattito politico resta impigliato tra bonus effimeri e bandierine ideologiche. Intanto, milioni di italiani rinunciano a curarsi, saltano le vacanze, tirano avanti con part-time involontari, si stringono nei margini invisibili di un ceto medio che non esiste più. E chi ne parla viene subito archiviato tra i “piagnoni”, come se la fame fosse una colpa e non un fallimento collettivo.

Il 62% degli italiani pensa che il governo non stia facendo abbastanza. Ma il vero dramma è che nessuno sembra più aspettarsi risposte. La povertà, come la precarietà, è diventata un dato ambientale. Non spaventa, non mobilita, non commuove. È passata di moda.

Si finge che basti lavorare per salvarsi, ma il lavoro oggi non salva. La Cgil lo denuncia da anni: si è poveri anche da occupati, specie se giovani, specie se donne. Contratti brevi, salari bassi, mutui ingestibili, città disuguali. I dati parlano di 5,7 milioni di persone in povertà assoluta. Ma il numero è sterile se nessuno lo guarda negli occhi.

La povertà è scomoda perché impone di scegliere: chi proteggere, chi ascoltare, dove investire. Ed è per questo che viene nascosta. Non è solo un problema economico. È una questione di giustizia. E di verità.

Buon venerdì.

Foto AS

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L’Europa brucia e lei è sola: Teresa Ribera contro il disarmo climatico

La chiamano “la donna più sola di Bruxelles”. Teresa Ribera, giurista spagnola, già ministra dell’Ambiente nei governi Sánchez e ora Prima Vicepresidente esecutiva della Commissione europea, è formalmente la numero due dell’esecutivo Ue von der Leyen. Ma quel ruolo, carico di potere teorico, è oggi un avamposto fragile nella battaglia più aspra dell’Unione: la difesa del Green Deal in un continente che vira a destra, insegue la deregolamentazione e torna a vedere nell’industria fossile e nei pesticidi un rifugio contro la crisi.

La sua nomina nel dicembre 2024 è arrivata nel pieno di una controffensiva politica: l’ondata nera uscita dalle urne europee, l’offensiva del Ppe guidata da Manfred Weber e la mobilitazione delle lobby industriali hanno reso Ribera il bersaglio perfetto. L’agenda verde, cuore originario della Commissione von der Leyen, è diventata un terreno di scontro, e chi ne incarna la responsabilità si ritrova sotto assedio. “È praticamente sola”, ha scritto Politico, riassumendo il paradosso: molto potere, pochissimo margine.

Il dossier Valencia: accusa, processo e damnatio memoriae

Il primo colpo è arrivato da casa sua. L’alluvione del 29 ottobre 2024 a Valencia – 229 morti – è stata trasformata in arma politica contro Ribera. Durante l’emergenza, lei si trovava a Bruxelles, e i suoi contatti con il presidente della Comunità Valenciana Carlos Mazón si sono rivelati inconsistenti: un solo SMS alle 20:20, mentre il fiume Júcar tracimava e i sistemi d’allarme venivano disattivati.

Il giorno successivo, la ministra è rientrata a Madrid, ma la sua presenza è stata simbolica. Le opposizioni, in Spagna e al Parlamento europeo, hanno affondato: incompetenza, omissione, colpevolezza morale. La destra l’ha inchiodata in aula, Vox ha chiesto il suo rinvio a giudizio. Ribera ha evitato di comparire in Parlamento. E la polemica è diventata stigma.

Un’agenda sotto attacco

Il Green Deal non è solo un piano climatico. È una riforma strutturale di tutto il modello produttivo europeo. E questo, in tempi di inflazione, crisi energetica e tensioni geopolitiche, è diventato un crimine politico. Le proteste degli agricoltori, le pressioni dell’automotive, i malumori delle industrie pesanti si sono trasformati in una campagna contro le “regole verdi” accusate di essere astratte, ideologiche, punitive.

Il Ppe ha guidato l’assalto: abolire il divieto di vendita di motori a combustione dal 2035, affossare il regolamento sui pesticidi (Sur), annacquare la Legge sul Ripristino della Natura. La narrativa è semplice: la transizione ecologica è un lusso insostenibile. E Ribera è la tecnocrate che impone quel lusso.

Riberta, un potere solitario

Ribera non è priva di strumenti. Oltre a guidare il Green Deal, detiene il portafoglio Concorrenza: ha potere sugli aiuti di Stato, sul mercato interno, sugli investimenti strategici. Ha bloccato un tentativo interno di abolire le norme anti-greenwashing, ha costretto la Commissione a reintrodurre menzioni climatiche nella dottrina economica 2025, ha rinegoziato il testo finale del target climatico al 2040, imponendo – seppur a caro prezzo – la soglia del -90% di emissioni. Ma ogni mossa è un compromesso. La direttiva Green Claims è saltata, il Sur è stato ritirato, la Nrl è sopravvissuta dimezzata. Ribera lotta per salvare frammenti di un’agenda sempre più amputata.

Nel collegio dei Commissari è in minoranza netta. Gli alleati socialisti sono quattro su ventisette. I suoi rapporti con von der Leyen sono ambigui: la Presidente la usa come scudo per difendersi dalle accuse di cedimento, salvo poi sacrificarla – come nel caso del Sur – per neutralizzare i malumori del Ppe.

La battaglia personale di Ribera

Ribera non fa mistero della sua visione: “Non potete dire che il cambiamento climatico è la sfida esistenziale della nostra generazione e poi non fare nulla”, ha dichiarato dopo l’ondata di caldo di giugno 2025, mentre a Huelva si toccavano i 46°C. Ha scritto su El País un’invettiva in difesa del multilateralismo ambientale il giorno dopo la morte di papa Francesco, che considerava un punto di riferimento etico. E ha sfilato con un taccuino arcobaleno dopo il veto non scritto della Commissione sulla partecipazione al Budapest Pride.

La sua solitudine è politica, ma anche emotiva. I suoi alleati – Sánchez in testa – sono indeboliti. Le Ong la sostengono, ma non bastano. Dentro la Commissione è sorvegliata speciale. Ribera affronta la sua sfida come una tifosa dell’Atlético Madrid: accerchiata, sfavorita, ma fedele a un’idea. Quella che un’Europa competitiva può essere anche decarbonizzata. Che la giustizia ambientale è anche giustizia sociale. E che arrendersi al populismo climatico equivale a scrivere la resa del continente.

Teresa Ribera non è solo una figura tecnica. È il termometro di un’Europa che, mentre si accorge della gravità della crisi climatica, arretra per convenienza politica. Se la sua linea cade, cade anche la credibilità dell’Unione sul fronte ambientale. La sua ostinazione – a tratti eroica, a tratti disperata – è ciò che resta di un progetto che rischia di diventare memoria.

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