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Bloccata la Marcia Globale per Gaza, l’Egitto si inchina a Israele e l’Occidente sta a guardare

La Global March to Gaza, la più grande mobilitazione umanitaria internazionale organizzata negli ultimi anni, è stata di fatto soffocata sul nascere. Oggi, 12 giugno 2025, decine di attivisti provenienti da almeno 80 paesi sono stati arrestati nei loro hotel o respinti agli aeroporti egiziani. Il Ministero degli Esteri del Cairo ha giustificato il blocco con motivi di sicurezza e la mancanza di permessi per accedere al Sinai, ma la sequenza temporale degli eventi e le dichiarazioni ufficiali israeliane raccontano un’altra storia.

Poche ore prima, l’11 giugno, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz aveva dichiarato pubblicamente di aspettarsi che l’Egitto “impedisse ai manifestanti jihadisti di avvicinarsi a Rafah”, definendo la marcia una “provocazione” e “un pericolo per i soldati israeliani”. Il giorno dopo, l’Egitto ha risposto con una retata: fermi, passaporti sequestrati, espulsioni immediate. Tra i rimpatriati, anche l’attivista italiana Antonietta Chiodo: “Stanno rastrellando i nostri attivisti come delinquenti. Chi tace, è complice”.

Il convoglio Al-Samoud bloccato prima del confine

Nel frattempo, il convoglio terrestre “Al-Samoud” (resilienza), partito il 9 giugno dalla Tunisia con oltre mille attivisti del Maghreb, è rimasto intrappolato in Libia. Dopo l’accoglienza popolare a Tripoli, Misurata e Bengasi, i partecipanti speravano di attraversare il valico di Sallum per unirsi alla marcia al Cairo. Invece, si sono trovati davanti un muro: nessun permesso, nessuna apertura. Non è un caso: l’11 giugno, in parallelo alla richiesta di Katz, il Ministero degli Esteri egiziano ha diffuso una nota in cui accoglieva “simbolicamente” le delegazioni, imponendo però rigide regole di accesso al Nord Sinai, classificato come zona militare.

Il convoglio, pensato come un ponte umano tra l’Africa e Gaza, non ha mai avuto una reale possibilità di passare. Nessun contatto diretto, nessuna risposta ufficiale da parte del Cairo, solo ostacoli burocratici e retorica difensiva. Fonti interne parlano di una collaborazione silenziosa ma attiva tra i due governi: Israele ha dettato la linea, l’Egitto l’ha eseguita.

Freedom Flotilla: l’altro fronte respinto

In contemporanea, il mare ha conosciuto la stessa sorte. Il 9 giugno, la nave “Madleen” della Freedom Flotilla è stata intercettata in acque internazionali dalla marina israeliana. A bordo c’erano attivisti come Greta Thunberg e l’europarlamentare Rima Hassan. Tutti arrestati, interrogati, espulsi. A Thunberg è stato mostrato un video delle atrocità di Hamas, come punizione simbolica. Il messaggio è stato chiaro: chi prova a sfidare l’assedio, anche con una barca di aiuti, sarà trattato come un nemico dello Stato.

La risposta repressiva su tutti i fronti – terra, mare e cielo – rivela la portata della paura israeliana verso una mobilitazione popolare che rompe l’inerzia diplomatica. Il coordinamento tra Flotilla, marcia terrestre e convoglio africano avrebbe potuto creare un cortocircuito politico, soprattutto ora che Gaza è “il luogo più affamato della Terra”, come denuncia l’ONU.

Al Sisi esegue, l’Occidente tace

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi si è posto ancora una volta come garante della stabilità per conto terzi, sacrificando ogni apparenza di sovranità a favore della cooperazione con Israele. Dietro la maschera delle “preoccupazioni di sicurezza”, il Cairo ha risposto con durezza all’unica cosa che oggi ancora può disturbare l’equilibrio diplomatico: la solidarietà civile.

La protesta internazionale – che avrebbe dovuto culminare con un accampamento pacifico a Rafah tra il 15 e il 19 giugno – è stata bloccata senza che alcun governo europeo abbia alzato la voce. L’Italia si è limitata a una nota del M5S che chiede chiarimenti a Tajani sul rimpatrio forzato dei connazionali.

Una domanda aperta

I fatti sono chiari: migliaia di attivisti si erano mobilitati senza armi, con aiuti umanitari e un programma trasparente. Sono stati fermati, deportati, delegittimati. Se l’assedio di Gaza è definito “una punizione collettiva”, ora lo è anche la repressione di chi prova a portare soccorso.

Israele non ha solo chiuso le porte a Gaza. Ha ottenuto che anche l’Egitto diventasse custode del blocco. E l’Occidente ha chinato il capo. Chi resta in piedi, oggi, lo fa camminando verso un confine che non si vuole far vedere.

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Liste d’attesa, la promessa mancata: un anno di ritardi tra decreti attuativi mancanti, propaganda e cittadini esclusi

A un anno dall’entrata in vigore del Decreto Legge 73/2024 sulle liste d’attesa, il bilancio è impietoso: sei decreti attuativi previsti, tre ancora mancanti, uno scaduto da nove mesi, due senza scadenze definite e zero benefici percepiti dai cittadini. Secondo l’analisi indipendente della Fondazione Gimbe, il “Dl Liste di attesa” si è impantanato nel solito cortocircuito istituzionale: l’urgenza proclamata dal Governo si è scontrata con l’inadeguatezza dei mezzi e dei tempi, trasformandosi nell’ennesima promessa annunciata e mai realizzata.

“Abbiamo voluto mappare lo stato reale di attuazione del Dl – afferma Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione – per separare la realtà dalla propaganda”. Una realtà che, come mostrano i dati Istat, nel 2024 ha visto quasi 6 milioni di persone rinunciare a visite o esami, di cui 4 milioni solo a causa dei tempi d’attesa. Un aumento del 51% rispetto all’anno precedente.

Il pantano dei decreti

Dei sei decreti attuativi previsti, solo tre sono stati pubblicati. Gli altri sono ancora al palo, ostaggio di contrasti istituzionali e tempi tecnici incompatibili con la natura urgente del provvedimento. Il più critico è quello sull’esercizio dei poteri sostitutivi da parte dell’Organismo di verifica, scaduto il 31 agosto 2024 e ancora bloccato dal conflitto tra Governo e Regioni. Dopo mesi di accuse reciproche, il confronto tra Giorgia Meloni e il Presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, sembrava aver sbloccato lo stallo, ma al 10 giugno l’intesa ancora non risulta formalizzata.

Anche i decreti senza scadenza sono scomparsi dai radar. Quello per superare il tetto di spesa del personale sanitario è fermo in attesa dell’approvazione della metodologia Agenas, mentre quello per ottimizzare il sistema di disdetta delle prenotazioni non risulta nemmeno calendarizzato. Un vuoto normativo che vanifica ogni velleità di riforma.

Una piattaforma che non c’è

Il cuore del decreto era la piattaforma nazionale delle liste di attesa, annunciata come strumento chiave per garantire trasparenza ed efficienza. Secondo il ministro Schillaci, sarebbe dovuta partire nel febbraio 2025, ma la sua approvazione è arrivata solo l’11 aprile, con mesi di ritardo. Le Regioni avevano 60 giorni per adeguarsi: la scadenza è appena passata, ma i dati non sono ancora disponibili.

Intanto, la presidente del Consiglio ha già celebrato l’efficacia della piattaforma in aula: “È operativa e fa calare i tempi d’attesa”. Ma i dati ufficiali che lo dimostrerebbero semplicemente non esistono. “Non c’è alcun dataset pubblico che attesti una riduzione delle liste d’attesa”, chiarisce Cartabellotta. “E ogni valutazione sull’efficacia del decreto è impossibile senza trasparenza”.

Un fenomeno in espansione

Nel frattempo, la rinuncia alle prestazioni sanitarie esplode in tutto il Paese: secondo Istat, il 9,9% della popolazione ha rinunciato almeno a una visita o a un esame nel 2024. Un dato in aumento dal 7% del 2022, con una crescita omogenea su tutto il territorio nazionale, Nord incluso. I motivi sono principalmente due: l’attesa insostenibile nel pubblico e l’impossibilità economica di accedere al privato.

Il 6,8% dei cittadini ha rinunciato per i lunghi tempi d’attesa (4 milioni di persone), il 5,3% per motivi economici (3,1 milioni). Dal 2022 al 2024, le rinunce per tempi d’attesa sono aumentate dell’88%, quelle per motivi economici del 65%. Un dato che sfida la narrativa dominante: non è solo povertà, è soprattutto l’inefficienza del sistema a generare esclusione.

Il tradimento dell’universalismo

”Il vero problema – osserva Cartabellotta – non è più solo il portafoglio, ma la capacità del SSN di rispondere ai bisogni”. Quando il pubblico non funziona, il privato diventa l’unica alternativa. Ma se non si hanno i mezzi per pagare, la cura diventa un lusso. È questo intreccio a rendere il fenomeno così drammatico: milioni di cittadini stanno subendo una concreta esclusione dal diritto alla salute.

Il Governo continua a parlare di monitoraggio e riforme in corso. Ma i dati dicono che la sanità pubblica affonda, e chi non può permettersi alternative è costretto a scegliere tra aspettare mesi o rinunciare del tutto. Non è solo una crisi organizzativa: è un fallimento politico e costituzionale.

Il DL Liste di attesa è oggi la metafora perfetta di un Paese che usa l’urgenza come copertura mediatica e abbandona i cittadini nelle corsie vuote. Senza personale, senza risorse e senza verità. Continuare a tamponare il sintomo – i tempi di attesa – senza curare la malattia – lo svuotamento del SSN – è accanimento terapeutico. Ed è una cura che, intanto, sta già uccidendo il diritto alla salute.

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Gli invisibili di cui Trump non può fare a meno

Trump vuole fare la guerra agli immigrati. Non a quelli ricchi, non a quelli armati, non a quelli che truccano bilanci o finanziano campagne: a quelli che raccolgono cipolle, puliscono case, costruiscono muri e si prendono cura dei figli degli americani. Il suo nuovo zar del confine, Tom Homan, promette “più retate nei luoghi di lavoro di quante se ne siano mai viste”. Gli obiettivi? I soliti: braccianti, manovali, badanti, camerieri. Gli invisibili.

Ma gli invisibili tengono in piedi l’America. Sono 8,3 milioni, quasi il 5% della forza lavoro. Metà del settore agricolo dipende da loro. Nel settore edile sono 1,4 milioni, quelli che rendono possibile un tetto a prezzi accessibili. Durante la pandemia nessuno li cercava, perché servivano. Ora diventano il nemico.

Trump sa bene che mancano i criminali da espellere: allora alza i numeri. Vuole 3.000 arresti al giorno. Stephen Miller lo sprona. Ma i repubblicani iniziano a frenare: la propaganda non può costare troppo.

E infatti Trump non tocca i padroni. Nel 2017 ha graziato un imprenditore condannato per aver assunto e pagato lavoratori senza documenti. Il problema non è chi sfrutta, ma chi fatica.

Il sistema è ipocrita. La domanda resta, ma si colpisce solo l’offerta. E intanto si chiudono le porte all’immigrazione regolare. Trump lo sa: serve mano d’opera. Ma preferisce seminare paura. Anche se poi, a raccoglierla, sarà proprio chi oggi applaude.
E quando mancheranno braccia nei campi, nei cantieri e nelle case, nessuno potrà dire che non era previsto. Solo che conveniva fare finta di non vedere.

Buon giovedì. 

Foto AS

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Cittadinanza, Tajani rispolvera per l’ennesima volta lo Ius Italiae. E nel centrodestra ricomincia il gioco delle parti

A urne ancora calde dopo il fallimento del referendum sulla cittadinanza, Antonio Tajani ha riaperto un cassetto che non chiude mai davvero: quello delle riforme di facciata. Con l’usuale formula dell’“integrazione seria”, il ministro degli Esteri ha riproposto una sua variante dello Ius Scholae – ribattezzata Ius Italiae – per dare la cittadinanza ai minori stranieri dopo dieci anni di scuola “con profitto”.

La reazione della Lega è stata, come sempre, di rigetto immediato. Matteo Salvini ha definito la legge attuale “perfetta” e ha accusato Tajani di insistere su una scorciatoia che “gli italiani hanno già bocciato con il referendum”. L’attacco è stato amplificato dai social leghisti, che hanno rilanciato perfino vecchi video di Berlusconi contrari allo ius soli.

Un copione già visto (e mai concluso)

Non è la prima volta. Nell’agosto 2024, Tajani aveva annunciato una proposta di legge in arrivo a settembre. Poi il silenzio. Prima ancora, nel 2023, aveva evocato l’idea in convegni e interviste, definendola una “cosa seria” salvo precisare che non era una priorità del governo. Ogni volta la Lega reagiva con minacce, e Tajani ritraeva la mano. Persino all’interno di Forza Italia, diversi esponenti del partito hanno definito inopportuna un’apertura del genere in questa fase politica.

Il risultato è sempre lo stesso: nessun disegno di legge concreto, solo annunci. Tajani difende l’ennesima proposta appellandosi al programma del centrodestra del 2022, ma lì si parla solo genericamente di “integrazione scolastica e lavorativa”. Anche questa volta, come nota Davide Faraone di Italia Viva, è probabile che tutto finisca “nel nulla”, esattamente come l’estate scorsa.

Meloni assente, ma non neutrale

Giorgia Meloni osserva da dietro le quinte. Non una parola sulla riforma, né a favore né contro. Il suo capogruppo Tommaso Foti si è limitato a dire che non è in programma. Una posizione attendista che non è affatto neutra: serve a evitare di schierarsi con Forza Italia, senza irritare troppo la Lega. La premier gioca a essere ago della bilancia ma nel frattempo l’ago è inchiodato: si parla solo di taglio delle tasse e “rottamazione delle cartelle esattoriali”, non di cittadinanza.

Come nota Francesco Boccia del Pd, Meloni “si nasconde dietro la propaganda”, evitando ogni intervento sui temi più divisivi della maggioranza. Il suo silenzio è una copertura tattica, utile a far parlare Salvini e Tajani mentre lei resta sopra le parti. Una strategia che garantisce la stabilità del governo, ma lascia nel limbo ogni possibilità di riforma.

Una sceneggiata utile a tutti tranne ai diretti interessati

Nel gioco delle parti, Tajani salva l’immagine moderata di Forza Italia, Salvini tiene la Lega incollata al suo zoccolo duro, Meloni evita fratture. Solo i cittadini coinvolti restano esclusi. Lo Ius Scholae – nella versione vera – è sostenuto da buona parte dell’opposizione, dalle Ong e da milioni di persone nate o cresciute in Italia senza diritti pieni.

Il referendum ha fallito per assenza di quorum, non per un no netto. Eppure la destra ne ha fatto un plebiscito a posteriori per chiudere ogni spazio di discussione. Tajani agita lo spettro della riforma solo quando conviene e sempre senza affondare. Chi si chiede perché non abbia mai prodotto una proposta organica in Consiglio dei ministri conosce già la risposta: non può, non vuole, non gli è concesso.

Finché il dibattito resta confinato ai comunicati e ai botta e risposta tra leader, la cittadinanza continua a essere una promessa da campagna elettorale permanente. E per molti, un diritto differito a data da destinarsi.

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Gaza massacrata, Meloni acconsente

Le chiamano “distribuzioni di aiuti”, ma sono esecuzioni pubbliche di affamati. Oggi, l’ennesima: 31 palestinesi uccisi mentre tentavano di ricevere cibo nel corridoio Netzarim, a Gaza. Erano disarmati. Sono stati colpiti da carri armati e droni israeliani, secondo la Protezione civile locale. Oltre 200 feriti. Non è più una guerra: è una mattanza scientifica, fredda, ripetuta. Una trappola dove chi cerca pane trova piombo.

I punti di distribuzione degli aiuti sono diventati “zone di uccisione”. Lo dicono i medici, lo confermano i sopravvissuti. Cecchini e droni sparano su civili disarmati. Si colpiscono tende, scuole, ospedali. Un medico giordano è stato ferito in un bombardamento vicino a Khan Younis. Tre paramedici uccisi a Gaza City. È il fronte umanitario trasformato in bersaglio.

E mentre il mondo prende posizione, l’Italia tace. Australia, Canada, Nuova Zelanda, Norvegia e Regno Unito hanno imposto sanzioni ai ministri israeliani Ben-Gvir e Smotrich, colpevoli di incitare apertamente alla violenza e all’espulsione dei palestinesi. In Germania, Franziska Brantner, leader dei Verdi, ha chiesto lo stesso. A Roma, invece, regna il silenzio.

Meloni finge di non vedere, Tajani balbetta diplomazie da manuale, Piantedosi parla di sicurezza interna mentre in Cisgiordania 17.500 palestinesi — tra cui 1.400 bambini — sono stati arrestati da ottobre. Crosetto è in altre faccende belliche (leggi riarmo) affaccendato. Nessun atto, nessuna parola, nessuna condanna.

A Gaza si muore per la fame. Letteralmente. Ma chi in Italia governa, ignora. Del resto come diceva Don Abbondio il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.

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Usa, tra gli immigrati da trasferire a Guantanamo anche due italiani (che saranno rimpatriati): così Trump imbarazza il nostro governo

Guantanamo non è più solo l’incubo dei sospetti terroristi. È il simbolo di un’America che si prepara a trasformare la detenzione extragiudiziale in strumento di politica migratoria. Il Washington Post ha rivelato che l’amministrazione Trump intende trasferire nella base militare cubana 9.000 migranti irregolari. Tra loro, anche centinaia di cittadini europei e almeno due italiani.

Le autorità statunitensi non avvertiranno i governi alleati, compresa l’Italia. Lo ha confermato la portavoce del Dipartimento di Stato, Tammy Bruce: “Non parliamo di singoli Paesi. Guantanamo non è la destinazione finale, ma una tappa prima del rimpatrio”. Un linguaggio che suona come una giustificazione diplomatica a una violazione dei diritti fondamentali. Il Dipartimento si limita a precisare che si tratta solo di migranti “con precedenti penali”, ma non fornisce prove, elenchi o garanzie.

Il piano, spiega il Post, serve a decongestionare i centri di detenzione interni, in crisi dopo l’annuncio di Trump della “più grande operazione di deportazione della storia americana”. E l’Italia è dentro. Senza essere stata avvertita. Senza poter intervenire.

Il silenzio e il nervosismo del governo

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha provato a rassicurare: “Nessun italiano sarà portato a Guantanamo. Siamo pronti a rimpatriarli”. E secondo quanto riferito da fonti della Farnesina, sarebbero solo due i cittadini italiani presenti nella lista dei 9.000 migranti irregolari: uno è già stato espulso dagli Stati Uniti, l’altro è in via di espulsione verso Roma.“L’Italia è disposta a riprendere gli irregolari nel pieno rispetto dei loro diritti”, ha dichiarato Tajani a Rtl 102.5, aggiungendo che “non c’è da allarmarsi” e che “nessun connazionale finirà a Guantanamo”.

Tajani ha inoltre precisato che, secondo le prime informazioni fornite dal Dipartimento per la Sicurezza nazionale Usa, la struttura cubana sarebbe destinata solo ai migranti provenienti da Paesi che si rifiutano di accettare i rimpatri. L’Italia, invece, “ha già detto da tempo all’amministrazione americana che è pronta a riprendere i propri cittadini irregolari”, ha insistito il ministro. Una telefonata è in programma con il segretario di Stato, Marco Rubio, conferma Tajani: “Affronterò anche questa questione”, mentre ambasciata e consolati sarebbero già al lavoro.

Il nervosismo delle opposizioni e l’impasse del governo

A sinistra, le opposizioni chiedono una comunicazione immediata in Aula. Ivan Scalfarotto definisce “intollerabile” il fatto che Tajani commenti la vicenda sui media e non al Parlamento. Riccardo Magi accusa Trump di “copiare il modello Albania di Meloni”. Angelo Bonelli parla di “disprezzo verso i diritti dei cittadini italiani”.  Anche Giuseppe Conte è intervenuto: “Il governo deve accertare subito le condizioni degli italiani coinvolti e disporre il loro immediato rientro”.

Matteo Salvini, invece, prende le difese di Trump: “Se il presidente degli Stati Uniti garantisce la sicurezza fa il suo mestiere. Mi stupisco dello stupore”, ha dichiarato il vicepremier leghista. Eppure da Palazzo Chigi nessuna parola. Giorgia Meloni, che si era spesa in un accorato elogio dell’alleanza atlantica nel suo discorso al Congresso, oggi tace. Anche di fronte al rischio che connazionali vengano detenuti senza processo in una base militare statunitense.

Il punto è tutto qui: la destra italiana ha costruito la propria propaganda su un’idea selettiva di cittadinanza e di diritti. Ma ora che i “clandestini” hanno un passaporto italiano, la macchina retorica si inceppa. Nessuno ha il coraggio di sfidare l’amico Trump. Nemmeno per difendere cittadini italiani.

Una cartolina dall’America che smentisce tutto

Il paradosso è brutale. Mentre la destra italiana festeggia il fallimento del referendum sulla cittadinanza, gli Stati Uniti trattano cittadini italiani come deportabili, come clandestini. E lo fanno in nome di una guerra ideologica contro l’immigrazione che i nostri governi non solo non contrastano, ma spesso imitano.

Il rischio non è solo quello di un incidente diplomatico. Ma anche quello di dare l’immagine di un’Italia che non sa farsi rispettare. Il silenzio di Meloni e la difficoltà di Tajani raccontano più di mille comunicati. È il prezzo della sudditanza politica. È la fotografia di una destra che si scopre impotente proprio quando le sue narrazioni si ribaltano contro chi le ha create.

Se l’alleanza atlantica diventa una relazione senza reciprocità, allora il problema non è Guantanamo. È Roma. E chi la rappresenta.

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Altro che cortei pro Gaza, l’inchiesta Genus Album smaschera il vero antisemitismo che cresce sulla Rete. E l’ipocrisia di chi distorce la solidarietà

Mentre si grida all’antisemitismo per delegittimare chi denuncia i crimini a Gaza, l’estrema destra italiana continua a coltivare l’odio razziale e la nostalgia del nazismo, anche tra i più giovani.

Nel dibattito pubblico italiano – come in molti altri paesi europei – l’accusa di antisemitismo è diventata un’arma a orologeria. Un’etichetta pronta a scattare contro chiunque critichi le politiche israeliane, anche quando queste violano palesemente il diritto internazionale. È un cortocircuito studiato: chi sostiene i diritti del popolo palestinese viene assimilato a chi nega la Shoah, mentre chi celebra i carnefici in camicia nera resta spesso sullo sfondo, impunito e protetto dal silenzio istituzionale.

Ma la realtà è molto più inquietante di questa rappresentazione mediatica. I veri antisemiti non si trovano nei cortei per la pace, ma nei canali Telegram, nelle chat criptate, nelle soffitte dove si custodiscono copie del Mein Kampf e bandiere naziste. Ed è lì che si muove l’Italia nera, che recluta, addestra, arma e istiga. Anche tra i minori.

Un movimento neonazista che recluta minorenni

L’indagine denominata “Genus Album” – portata alla luce oggi dalla Procura per i Minorenni di Milano e dalla Digos – racconta un’Italia dove l’antisemitismo è strutturato, organizzato, condiviso, digitalizzato. Al centro: un ragazzo di 17 anni, residente in provincia di Como, italiano di origine turca, incensurato. Un paradosso vivente: minorenne, figlio di immigrati, promotore di un sodalizio di estrema destra che diffondeva propaganda razzista, omofoba e apertamente antisemita. Un’organizzazione che si proponeva “spedizioni punitive” e raccoglieva fondi per acquistare armi.

Altro che “ragazzate”: la rete creata dal giovane era un arcipelago digitale articolato, distribuito su più piattaforme. I contenuti, accessibili pubblicamente, includevano apologia della Shoah, incitamenti all’odio, inneggiamenti al Terzo Reich. Tra i materiali sequestrati: bandiere naziste, tirapugni, fucili ad aria compressa e persino pistole. Uno dei canali si chiamava “Tricolore del sangue italico”. È da qui che si pianificavano azioni violente e si reclutavano coetanei.

Complicità adulta, indifferenza istituzionale

La narrazione mediatica tenta di archiviare questi episodi come devianze individuali. E invece si tratta di un sistema. Gli altri minori coinvolti – uno in Friuli-Venezia Giulia, un altro nel Comasco – non erano semplici spettatori, ma complici attivi. A unirli: una subcultura suprematista che si espande silenziosa, protetta dall’anonimato digitale e dall’inerzia sociale. Alcuni dei maggiorenni presenti nei gruppi erano già noti alle forze dell’ordine per reati analoghi. La trasmissione del veleno ideologico è intergenerazionale.

L’obiettivo esplicito era creare un movimento antisistema, costruito sull’odio e sul culto della violenza. La Shoah non era negata: veniva celebrata. È questo il nuovo volto dell’antisemitismo: non più negazionista, ma rivendicativo. Una forma di odio che si esprime non solo contro gli ebrei, ma anche contro ogni forma di alterità: neri, musulmani, omosessuali, antifascisti.

Il ragazzo comasco è stato colpito da una misura cautelare: due mesi di divieto di accesso a internet. L’indagine è stata avviata grazie al monitoraggio degli ambienti dell’estrema destra, ma il sistema fatica a dare risposte strutturali. Le norme ci sono – dalla Legge Mancino all’articolo 604-bis del codice penale – ma non bastano se l’opinione pubblica continua a minimizzare.

L’ipocrisia politica dell’antisemitismo a corrente alternata

Mentre tutto questo accadeva, molti dei commentatori pronti a gridare allo scandalo per una kefiah in piazza o una bandiera palestinese non diranno una parola. Gli stessi ambienti che accusano di antisemitismo chi denuncia il genocidio in corso a Gaza, tacciono da tempo di fronte a chi la Shoah la celebra come modello e ne invoca la replica.

E allora è legittimo chiedersi: chi sono davvero gli antisemiti oggi in Italia Chi difende la memoria dell’Olocausto, anche per impedire che l’orrore si ripeta in qualunque forma e contro chiunque? O chi strumentalizza l’antisemitismo per delegittimare la critica e lascia proliferare l’odio tra le pieghe del proprio stesso consenso politico?

Il caso Genus Album dimostra che i veri seminatori di odio sono tra noi. Parlano italiano, sono giovani, tecnologicamente sofisticati, reclutano con meme e slogan, vogliono armi. E troppo spesso vengono raccontati come “pecore nere” in cerca di attenzione. Ma le pecore nere non fondano movimenti. I carnefici non vanno umanizzati prima delle vittime.

In tutto questo, il governo trova il tempo per criminalizzare gli studenti che manifestano con le kefiah, ma resta da sempre muto davanti a coloro che pianificano spedizioni punitive contro “i diversi” con pistole e svastiche. Se il pericolo per l’ordine pubblico è quello, allora qualcuno ha smarrito la bussola. O, peggio, la coscienza.

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La maranza di governo

Una presidente del Consiglio che, per suoi complessi di inferiorità, si fa chiamare con pronomi maschili non ce la meritiamo. Non ci meritiamo nemmeno una presidente del Consiglio che, il giorno dopo cinque quesiti referendari, si fotografa con un infantile sorriso di sfida. Ieri Giorgia Meloni – che interpreta la maschera dell’impegnatissima – ha chiamato il suo fotografo di fiducia, si è messa in posa in una stanza dorata di Palazzo Chigi e si è fatta immortalare con postura da maranza di Stato.

Quel sorriso avrebbe voluto essere la risposta alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Elly Schlein dice che i voti del referendum dicono no a questo governo…», ha fatto scrivere Meloni. Lei ha dettato, lui ha citato il capo per digitare compulsivamente, poi ha schiacciato il tasto invio e alla fine, soddisfatti, avranno sorriso convinti di avere segnato una tacca nella storia della Repubblica.

Non ce la meritiamo la maranza di Stato Giorgia Meloni, arrivata a capo del governo con un solo chiodo fisso: vendicarsi, vendicarsi, vendicarsi. I suoi elettori hanno cercato su Google le foto del mare da postare sui social. Al mare non ci sono stati. Stanno aspettando un condono tombale per tornare a respirare, hanno come massima aspirazione che vengano puniti quelli più poveri di loro, finché non diventeranno poveri come loro.

Non ce la meritiamo una maggioranza di governo che ha attaccato il Jobs Act quando è stato votato e oggi lo difende perché non ha mai studiato le carte. L’ignoranza ha vita breve, come i suoi portatori.

Buon mercoledì.

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Un assedio umanitario per rompere l’assedio genocida

Il governo di Israele, impegnato ad apparire autorevole e potente, si è sbriciolato agli occhi del mondo davanti a una piccola barca a vela con dodici attivisti come equipaggio e con beni alimentari come unica arma. Gli strepiti di chi vede terroristi anche su una barca di aiuti umanitari, il dispiegamento piratesco di militari, la simulazione cinematografica dell’offerta di cibo e acqua hanno smascherato il governo del criminale Netanyahu. Quando ci si abitua ad agire da assassini, si diventa incapaci perfino di fingere democrazia.

La spedizione della Freedom Flotilla ha però mostrato al mondo anche un altro aspetto: lo Stato di Israele va in tilt ogni volta che qualcuno si avvicina a Gaza, ora mostrificata in un campo di concentramento a cielo aperto. Per fermare il genocidio, i governi non possono offrire commozione. La commozione non sfama i bambini di Gaza, non cura le ferite, non sostituisce l’acqua, non serve per le operazioni chirurgiche né per le ecografie. Per fermare Israele servono i dazi e serve un concreto, tangibile assedio umanitario. Come ha detto ieri la relatrice ONU Francesca Albanese, servirebbe che ogni Stato, subito, inviasse una sua imbarcazione, con medici, operatori e beni umanitari.

Immaginate Netanyahu accusare di terrorismo e di antisemitismo i corpi diplomatici e umanitari degli Stati europei. Immaginate l’esercito israeliano all’arrembaggio di imbarcazioni con bandiera tedesca, spagnola, francese, italiana. Immaginate gli occhi del mondo puntati su uno Stato ormai incapace di dialogare senza armi e senza bombe. Un assedio umanitario per rompere l’assedio genocida.

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Ddl femminicidio, una legge scritta senza le vittime. ActionAid avverte: “Una misura meramente simbolica”

Il Ddl sul femminicidio, approvato il 7 marzo 2025 dal governo Meloni, promette l’introduzione di una nuova figura di reato autonomo nel Codice penale, punito con l’ergastolo. Una misura presentata come “svolta storica” per la lotta alla violenza maschile contro le donne. Ma la cronaca parlamentare racconta tutt’altro: mentre il disegno di legge è atteso in aula per l’8 luglio, il lavoro in Commissione Giustizia del Senato si è trasformato in un monologo repressivo. Le audizioni tecniche sono state sospese senza aver mai coinvolto i centri antiviolenza, le associazioni femministe, le operatrici sociali. Nessun confronto diretto con chi quella violenza la fronteggia ogni giorno, fuori dai palazzi.

Audizioni mutilate, giustizia cieca

Dal verbale delle sedute emerge un dato chiaro: la Commissione ha ascoltato soltanto magistrati, giuristi, accademici. Nomi e ruoli che segnalano l’univocità dell’approccio: il femminicidio trattato come un’anomalia giuridica, da contenere inasprendo le pene e moltiplicando le aggravanti. A parlare non sono mai state le operatrici dei centri antiviolenza, né le Ong impegnate nei territori, né le rappresentanti delle reti femministe. La sospensione del ciclo di audizioni, comunicata a fine maggio, ha segnato la rottura definitiva: un provvedimento che nasce già monco, costruito senza il contributo delle principali realtà che conoscono i meccanismi della violenza di genere.

I numeri che il DDL ignora

La fotografia statistica, infatti, smentisce la retorica emergenziale dell’inasprimento penale. I femminicidi registrati dal Ministero dell’Interno sono rimasti sostanzialmente stabili negli ultimi cinque anni: 101 nel 2020, 96 nel 2024. Secondo Istat, tra il 2020 e il 2023, le denunce sono aumentate di appena lo 0,2%. Dati che smontano la tesi del “bisogno di nuove pene”, e che confermano quanto sostengono da anni le organizzazioni del settore: senza investimenti in prevenzione primaria, cultura della parità, autonomia economica e welfare, nessun reato nuovo fermerà la violenza. Lo dicono le operatrici, lo scrivono 80 penaliste in un appello ignorato dalla Commissione, lo denunciano Ong come ActionAid, Differenza Donna, la rete D.i.Re.

Un DDL costruito nel vuoto politico

A difendere la scelta della Commissione è Giulia Bongiorno (FdI), che definisce “sufficienti” le audizioni svolte. Un’affermazione che suona come un’affermazione di principio: chi decide cosa sia “sufficiente” a legiferare su una delle più complesse forme di violenza sistemica L’opposizione, da parte sua, è divisa. La senatrice Valeria Valente (Pd) ha parlato apertamente di “approccio securitario”, denunciando l’assenza di misure concrete su occupazione femminile, servizi e welfare. Il Movimento 5 Stelle riconosce il valore simbolico del reato, ma ne evidenzia i limiti strutturali. Intanto, la Lega, partner silenzioso di governo, ha evitato ogni intervento pubblico sul testo. Il risultato è un disegno di legge senza radici, senza contraddittorio e senza efficacia prospettica.

La scorciatoia dell’ergastolo

Definire un reato non è un atto performativo. L’omicidio di una donna “in quanto donna” è già oggi punibile con l’ergastolo, e l’introduzione del femminicidio come fattispecie autonoma rischia di essere un duplicato normativo con funzione propagandistica. ActionAid lo definisce senza mezzi termini: “una misura meramente simbolica”. La preoccupazione non è teorica. Il disegno di legge obbliga il pubblico ministero all’audizione della vittima solo su sua richiesta motivata, introduce obblighi formativi per magistrati e rafforza l’informazione alla vittima, ma manca totalmente di una strategia culturale a lungo termine. Un vuoto che ha già un nome: fallimento annunciato.

Il Parlamento ha paura delle esperte

Escludere sistematicamente i soggetti che lavorano sul campo è una precisa scelta politica. È un modo per sottrarre il provvedimento alla verifica del reale. È una forma raffinata di sabotaggio istituzionale. Perché il governo e la Commissione Giustizia temono il confronto con chi gestisce i centri antiviolenza, chi conosce la connessione tra stereotipi di genere e disuguaglianze economiche, chi vede ogni giorno le falle dei dispositivi di protezione? La domanda resta inevasa.

Il rischio: una legge da prima serata

La violenza maschile sulle donne, scrive la Convenzione di Istanbul, è radicata nella disuguaglianza strutturale tra i generi. L’Italia è già stata condannata a Strasburgo per la sua inadeguatezza nel proteggere le donne che denunciano. Il rischio concreto è che il Ddl diventi una legge da talk show, utile per alimentare la propaganda punitiva e i comunicati stampa, ma sterile sul fronte della riduzione reale dei femminicidi. Come andrà a finire non è difficile da prevedere.

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