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Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon – Lettera43

Per il Comitato il direttore di Fanpage non è stato spiato dall’intelligence italiana. Da chi e perché non è dato sapere. Accettare questa conclusione significa normalizzare l’uso opaco delle tecnologie di sorveglianza. E ammettere che il nostro Stato può essere cliente di spyware militari, utilizzarli su chi salva vite in mare e rimanere silenzioso su chi li usa contro i giornalisti.

Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon

Il caso Cancellato-Paragon avrebbe dovuto rappresentare il banco di prova massimo per il Copasir, l’organismo che per legge deve vigilare sull’operato dei servizi segreti italiani. E invece ne ha certificato i limiti strutturali, il suo grado di deferenza al potere, la sua disponibilità a coprire, a semplificare, a liquidare le questioni spinose con spiegazioni che insultano l’intelligenza. La relazione finale, approvata all’unanimità, ha prodotto l’esito perfetto per ogni governo: tanto rumore per nulla. Anzi: per l’ennesimo nulla.

Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon
L’aula del Copasir (Imagoeconomica).

L’attacco di uno spyware militare può essere «un errore»?

Sul punto centrale, il Copasir si arrende subito. Il direttore di Fanpage Francesco Cancellato riceve notifiche di compromissione dai sistemi di sicurezza di Meta (WhatsApp) e Apple (lo stesso accade all caporedattore Ciro Pellegrino il cui caso però non è rientrato nelle indagini del Comitato). Notifiche che, per essere emesse, richiedono accertamenti forensi sofisticati e rigorose verifiche interne. Parliamo di spyware militari, di attacchi zero-click attribuiti a Graphite, prodotto da Paragon Solutions. Per il Copasir, però, potrebbe essere «un errore». Cancellato commenta con un sarcasmo amaro: «Due primi premi della lotteria su due, a Fanpage». Il Copasir liquida così l’imbarazzo di dover spiegare chi, se non i servizi italiani, abbia spiato il giornalista.

I Servizi negano ogni responsabilità e il Copasir ne prende atto senza indagare oltre

L’autodenuncia dei servizi è netta: Aisi e Aise negano qualunque responsabilità. Il Copasir prende atto, e si ferma. Nessuna seria attività investigativa parallela, nessuna analisi delle fonti alternative. Si butta lì l’ipotesi residuale di qualche «servizio straniero» o di non meglio precisate «entità private». Perché mai un servizio straniero dovrebbe sorvegliare giornalisti italiani che si occupano di dinamiche interne italiane, il Copasir non lo spiega. Perché mai agenzie private avrebbero avuto accesso a uno spyware di livello militare normalmente ceduto solo ad agenzie governative, resta una domanda senza risposta. La stessa Paragon Solutions, costretta a rescindere il contratto con l’Italia nel febbraio 2025 per «violazioni etiche e contrattuali», ammette implicitamente che qualcosa sia andato storto nell’uso del proprio spyware. Il Copasir lo cita, ma evita accuratamente di scavare. Quali violazioni? Chi ha autorizzato l’impiego? Per quali target? Silenzio. Eppure, le indagini di Citizen Lab – ignorate o minimizzate nella relazione – sono chiare: il software è stato attivato sui telefoni di Cancellato, con tecniche che escludono l’ipotesi di un falso positivo.

Se spiare gli attivisti di Mediterranea Saving Humans rientra nelle «ragioni di sicurezza nazionale»

Ancora più grave è la doppia morale istituzionale. Per gli attivisti di Mediterranea Saving Humans – Luca Casarini, Beppe Caccia, David Yambio – lo spionaggio è confermato e persino rivendicato: sorveglianza autorizzata dal governo Conte II e proseguita sotto i governi successivi fino al maggio 2024, «per ragioni di sicurezza nazionale». Mediterranea, che salva migranti in mare, è stata classificata per cinque anni come minaccia alla sicurezza dello Stato. Per il cappellano di Mediterranea, don Mattia Ferrari, e per Cancellato, invece, il Copasir preferisce l’alibi dell’incertezza. E così evita lo scandalo più politicamente tossico: quello di uno Stato che spia i cronisti d’inchiesta.

Il Copasir e la vergogna della relazione sul caso Cancellato-Paragon
Luca Casarini (Imagoeconomica).

Le ambiguità nel modus operandi del Copasir

Il Copasir non è nuovo a queste ambiguità. Teoricamente concepito come organismo di vigilanza democratica, il comitato ha confermato in questa vicenda la sua funzione rituale: compiere audizioni formali, redigere relazioni formali, produrre rassicurazioni formali. Ma quando il potere è chiamato a rispondere su comportamenti potenzialmente eversivi rispetto ai principi democratici – come il controllo invasivo su giornalisti e attivisti – il Copasir si arrende al principio di “non disturbare il manovratore”. Il risultato di questa mollezza istituzionale è devastante. I responsabili restano ignoti, e la sensazione per chiunque eserciti il diritto di cronaca è chiara: nessuno può garantire che non sarà spiato, schedato, controllato senza che nemmeno il Parlamento sia in grado di accertare chi abbia premuto il grilletto digitale. Si alimenta così quel «chilling effect» di cui parlano le organizzazioni internazionali per la libertà di stampa: l’autocensura indotta dal timore di finire bersagli di un potere opaco, senza possibilità di difesa.

Il caso Paragon non è un incidente isolato, ma un indicatore sistemico

Accettare questa relazione come la conclusione definitiva significa normalizzare l’uso opaco delle tecnologie di sorveglianza. Significa ammettere che lo Stato italiano può essere cliente di spyware militari, può utilizzarli su chi salva vite in mare, può rimanere silenzioso su chi li abbia usati contro giornalisti investigativi. E che le istituzioni di controllo possono limitarsi a firmare il verbale senza porre domande. Il caso Paragon non è un incidente isolato. È un indicatore sistemico. E il Copasir, in questa storia, ha scelto di essere parte del problema.

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Referendum e cittadinanza: alimentare la paura dei migranti è una strategia smentita dai dati

A poche ore dal voto sui referendum, la musica resta sempre la stessa: “siamo pieni di clandestini”, “la situazione è fuori controllo”. È il lessico obbligato di chi, non avendo numeri, vende paure. I dati, come sempre, raccontano un’altra storia.

L’invasione che non c’è

Nel 2019 si stimavano circa 562 mila stranieri irregolari in Italia. Oggi, secondo ISMU, sono scesi a circa 321 mila. Meno dello 0,6% della popolazione complessiva. Nessuna ondata. Nessuna emergenza. Al contrario: un calo netto, che smonta ogni allarme. In Germania, Regno Unito e Spagna i numeri sono simili o superiori. L’Italia, anche qui, non è un’eccezione.

In più, la retorica dell’assalto ignora un fatto politicamente scomodo: a ridurre gli irregolari hanno contribuito anche le regolarizzazioni decise negli ultimi anni. Inclusa quella varata proprio sotto il governo Meloni. La stessa destra che urla “clandestini” ha dovuto, nei fatti, accettare l’unica politica possibile: regolarizzare. Eppure il messaggio resta sempre lo stesso, perché funziona: alimentare paura costa meno che governare la realtà.

Criminalità: i numeri smentiscono

Chi agita il binomio immigrazione-criminalità sa bene che la realtà racconta altro. Secondo Istat, i reati denunciati in Italia sono scesi dai 2,89 milioni del 2013 ai 2,34 milioni del 2023. I furti, spesso agitati come emblema dell’insicurezza, sono crollati da oltre 1,5 milioni a poco più di un milione.

E nel frattempo? La popolazione straniera residente è passata da 4,3 a oltre 5,2 milioni di persone. Se davvero fosse vero il teorema che più stranieri significa più crimini, ci sarebbe stata un’impennata. Invece i reati calano. La correlazione tra immigrazione e criminalità semplicemente non esiste.

Vale anche per i reati più gravi. Gli omicidi volontari, che la propaganda usa come clava identitaria, sono scesi del 6,4% negli ultimi dieci anni. Nessun segnale di emergenza. Al contrario, gli indici di criminalità generale sono oggi più bassi che negli anni ’90, quando gli stranieri residenti erano appena 649 mila.

Sovra-rappresentazione e distorsione

Resta la sovra-rappresentazione degli stranieri nelle carceri: circa il 32% dei detenuti è straniero, contro una quota dell’8,9% sulla popolazione generale. Ma i motivi sono più complessi: marginalità socioeconomica, maggior esposizione ai controlli, difficoltà di accesso a misure alternative, reati legati al soggiorno irregolare. Non una maggiore “propensione al crimine” per il semplice fatto di non essere italiani.

I cosiddetti “reati di status” gonfiano artificialmente i dati: si finisce denunciati non per pericolosità sociale, ma per violazioni amministrative. La microcriminalità, in larga parte, resta figlia della povertà, non della nazionalità.

La percezione costruita ad arte

Nonostante i reati calino, oltre il 70% degli italiani continua a credere che le strade siano sempre più insicure. È l’effetto di un bombardamento sistematico che seleziona i fatti da raccontare e amplifica quelli funzionali a chi ha costruito un’intera carriera politica su questo frame: l’immigrazione come minaccia permanente.

L’allarme migranti serve esattamente a questo: spostare il conflitto sociale sulla sicurezza, disinnescare la questione salariale, silenziare la precarietà, nascondere i tagli ai servizi. È il solito cortocircuito: si crea un nemico esterno e lo si agita per coprire le crepe interne. È anche il sottofondo su cui il governo ha tentato di soffocare il referendum sulla cittadinanza, consapevole che una società meno avvelenata dalla paura è una società meno manipolabile.

I numeri non votano: ma parlano

I dati sono lì. Testardi. Gli irregolari calano. I reati calano. La presenza straniera si stabilizza. Solo la paura cresce, coltivata da chi preferisce la propaganda al governo. Non siamo pieni di clandestini. Siamo pieni di propaganda.

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I referendum svelano le divergenze del Campo largo: restano le divisioni su tutto

Nel laboratorio politico italiano persevera la suggestione del “campo largo”: i risultati delle ultime elezioni amministrative rilanciano l’idea di mettere insieme il blocco progressista (Avs, Pd, M5S) con i partiti centristi (Azione, Italia Viva). Il problema, però, non è mai stato aritmetico ma politico: la pretesa di saldare due mondi che sui temi fondanti sono strutturalmente incompatibili.

Il referendum su lavoro e cittadinanza fornisce la fotografia più plastica di questa frattura. Avs, Pd e M5S hanno sostenuto in blocco i “sì” su licenziamenti, tutele crescenti, indennità, contratti a termine, sicurezza e cittadinanza. Azione e Italia Viva hanno detto “no” ovunque, riaffermando un impianto ultraliberista ereditato dal Jobs Act renziano. Sembrano tutti d’accordo sul referendum sulla cittadinanza ma sullo Ius Scholae, tema simbolico, Avs e Pd spingono per una riforma immediata, mentre i centristi frenano o si sottraggono al confronto.

Lavoro, fisco e Stato sociale: due agende inconciliabili

Il primo scoglio è il lavoro. Mentre Avs, Pd e M5S rivendicano il superamento del Jobs Act e la ricostruzione delle tutele cancellate, Italia Viva ne resta il principale architetto e Azione il difensore organico. Sul salario minimo, Avs, Pd e M5S propongono una soglia dignitosa per legge, mentre Calenda e Renzi invocano la supremazia della contrattazione collettiva. Il Reddito di Cittadinanza – per il M5S misura identitaria, per Avs uno strumento di civiltà, per il Pd da riformare – è liquidato dai centristi come “assistenzialismo improduttivo”, da smantellare.

Il secondo solco è fiscale. Mentre Avs, Pd e M5S spingono per un sistema più progressivo, per una patrimoniale sui grandi capitali e un rafforzamento dell’imposta di successione, i centristi si muovono all’opposto: riduzione del cuneo fiscale, incentivi agli investimenti, rifiuto netto di nuove imposte patrimoniali.

Il terzo spartiacque è il ruolo dello Stato. Per Avs, Pd e M5S lo Stato deve essere attore diretto: investimenti pubblici, politiche industriali, infrastrutture strategiche, presenza nelle imprese chiave. Azione e Italia Viva ne delineano invece un ruolo di “facilitatore”, orientato a liberalizzazioni, concorrenza e deregolamentazione.

Giustizia, diritti civili e transizione ecologica: le crepe strutturali

Le differenze si fanno ancora più profonde sulla giustizia. Azione e Italia Viva sono i principali sponsor della separazione delle carriere tra giudici e pm, in linea con il centrodestra garantista. Avs, Pd e M5S la osteggiano come attacco all’indipendenza della magistratura. Identica spaccatura su intercettazioni e abuso d’ufficio: i centristi spingono per restringere gli strumenti investigativi; Avs, Pd e M5S difendono il necessario equilibrio tra privacy e lotta a mafia e corruzione.

Anche sui diritti civili l’apparente convergenza si sbriciola nei dettagli: Avs, Pd e M5S hanno sostenuto il DDL Zan senza ambiguità; Azione e Italia Viva hanno chiesto modifiche e mediazioni spesso lette come aperture al conservatorismo. Sul fine vita, i progressisti premono per una legge pienamente laica; i centristi procedono con estrema cautela, alzando il vessillo della “libertà di coscienza”.

La frattura ambientale è forse la più invalicabile. Avs, Pd e M5S propongono accelerazioni radicali su rinnovabili, decarbonizzazione entro il 2040, stop alle fonti fossili e ai finanziamenti agli allevamenti intensivi. Azione e Italia Viva propongono pragmatismo, rinvio degli obiettivi al 2035 e soprattutto il ritorno al nucleare, tema su cui il campo progressista è rigidamente contrario.

Infine, l’Europa e le riforme istituzionali. Se l’europeismo accomuna le forze in campo nella forma, nella sostanza prevalgono gli attriti: Azione e Italia Viva spingono per l’integrazione federale e l’esercito europeo; Avs e M5S insistono su un’Europa sociale e pacifista, frenano sulle spese militari e rivendicano più spazio per diplomazia e cooperazione internazionale. Sull’autonomia differenziata, Avs, Pd e M5S la considerano una minaccia all’unità nazionale, mentre i centristi restano disponibili al compromesso istituzionale con il centrodestra. Persino sulle regole elettorali, i progressisti difendono il proporzionale, i centristi sognano il premierato o modelli alla “sindaco d’Italia”.

La segretaria del Partito democratico Elly Schlein tiene la strategia del “testardamente unitari”. Bisognerebbe però capire “testardamente unitari” nel fare cosa, al di là di provare a sconfiggere aritmeticamente Giorgia Meloni. Se il referendum avesse dovuto essere l’occasione per saldare un’opposizione credibile la missione è fallita.

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Referendum e lavoro conteso: perché l’aumento delle cause sui licenziamenti è un buon motivo per andare a votare

Alla vigilia dei referendum dell’8 e 9 giugno, mentre il dibattito pubblico si perde nei soliti slogan, i dati raccontano un’altra storia: una storia fatta di tribunali intasati e contenziosi crescenti. Secondo l’analisi pubblicata su Lavoce.info da Francesco Armillei, la litigiosità in materia di licenziamenti è tornata a livelli preoccupanti, toccando nel 2024 il picco di 1,6 nuove cause ogni cento licenziamenti. Il valore più alto dell’ultimo decennio, superiore persino al dato del 2014, quando il sistema era considerato tra i più inefficienti d’Europa.

L’inversione di tendenza

Per comprendere la portata del fenomeno basta osservare i numeri: nel 2014 erano iscritti oltre 105mila nuovi procedimenti in materia di lavoro, con 207mila cause pendenti e una durata media di 418 giorni per definire un contenzioso. Dieci anni dopo, grazie alle riforme introdotte tra il 2012 e il 2015 – in primis il Jobs Act – i procedimenti pendenti sono scesi a 80mila e la durata media è crollata a 296 giorni. Sembrava una vittoria della razionalizzazione normativa.

Eppure, nella sezione più delicata – quella relativa ai licenziamenti individuali e collettivi – la curva ha ripreso a salire. Dal 2021 il numero di nuovi procedimenti cresce anno su anno. Nel 2024 ha segnato un +15% rispetto al 2023 e un +43% rispetto al 2022, mentre il numero assoluto di licenziamenti si è ridotto al minimo storico: 680mila, il livello più basso degli ultimi vent’anni.

Il risultato? Più cause a fronte di meno licenziamenti. Con l’effetto paradossale che oggi è più probabile finire in tribunale dopo un licenziamento rispetto a un decennio fa.

Le ragioni della nuova litigiosità

La radice di questa inversione va ricercata – spiega Armillei – negli interventi della Corte costituzionale tra il 2019 e il 2024. Le sentenze hanno progressivamente smontato la rigidità del Dlgs 23/2015, eliminando l’automatismo nella determinazione dell’indennizzo e restituendo ai giudici una vasta discrezionalità nel decidere tra reintegra e indennizzo.

Il principio sembrerebbe ispirato alla tutela del lavoratore, ma il risultato è una giungla normativa in cui nessuna delle parti ha certezze. Perché se ogni licenziamento diventa un salto nel buio e la decisione dipende dal singolo giudice, le imprese vedono aumentare i rischi e i lavoratori, in assenza di tutele chiare, si affidano sempre più spesso alla causa legale.

Uno studio pubblicato sul Journal of Labour Economics – sempre citato da Lavoce.info – documenta come la lentezza e l’incertezza dei giudizi sui licenziamenti riducano la capacità delle aziende di assumere nuovo personale, alimentando precarietà e stagnazione.

Un referendum decisivo

I referendum in programma puntano a ristabilire un quadro di maggiore certezza nei rapporti di lavoro. Votare sì significherebbe riportare ordine nella disciplina dei licenziamenti, riducendo la discrezionalità giudiziaria e restituendo a lavoratori e imprese regole comprensibili e applicabili senza dover passare per un’aula di tribunale.

Non è un dettaglio. L’alto tasso di litigiosità è un freno per l’intero mercato del lavoro: rende più difficile licenziare, certo, ma anche assumere. Perché chi rischia un contenzioso lungo e incerto evita di creare nuovi posti di lavoro, preferendo contratti atipici o collaborazioni a tempo.

L’idea che norme troppo elastiche aiutino i lavoratori è una mistificazione. Al contrario, alimentano l’incertezza e avvantaggiano solo avvocati e consulenti. Chi lavora e chi produce ha bisogno di regole chiare e tempi certi.

Cosa c’è in gioco con il referendum

L’Italia non può permettersi di tornare indietro. Abbiamo pagato a caro prezzo un sistema inefficiente, in cui pendono per anni contenziosi che avvelenano il clima delle relazioni industriali. Le riforme del passato hanno iniziato a correggere il tiro, ma la deriva degli ultimi anni minaccia di cancellare i progressi fatti.

Votare al referendum significa anche scegliere se vogliamo un mercato del lavoro fondato sulla certezza del diritto o sull’arbitrio delle aule giudiziarie. Significa decidere se continuare a lasciare che ogni licenziamento si trasformi in una causa o restituire dignità alle relazioni tra datore di lavoro e lavoratore.

Domenica e lunedì non si vota solo su un pezzo di legislazione: si vota su come vogliamo che funzioni il lavoro in questo Paese. Se vogliamo meno precarietà e più giustizia, senza illusioni ideologiche.

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I palestinesi sono le vittime e noi facciamo da cavia

Gaza continua a morire sotto le macerie, mentre l’Occidente si specchia nei propri valori traditi. La scena è la solita: dichiarazioni indignate, veti alle risoluzioni ONU, richiami rituali al diritto internazionale. Poi, sotto banco, la complicità. Gli Stati Uniti hanno blindato Israele con oltre 50 mila tonnellate di armamenti consegnati dopo il 7 ottobre 2023: 14 mila bombe, 3 mila missili, contratti da 20 miliardi di dollari. Cinque veti in Consiglio di Sicurezza ONU per impedire un cessate il fuoco.

L’Europa recita un copione solo più cinico. La Germania ha concesso licenze militari per 485 milioni di euro dopo l’inizio dell’offensiva. La Francia, mentre Macron invoca pause umanitarie, fornisce componenti per droni e caccia. L’Italia, che rivendica di non autorizzare nuovi contratti, continua a spedire: 6 milioni di euro di forniture militari nel 2024 e 128 mila euro ancora nel 2025, in pieno massacro.

La Spagna offre il capolavoro dell’ipocrisia. Pedro Sánchez proclama embargo e riconoscimento della Palestina, ma tra ottobre 2023 e marzo 2025 ha firmato contratti con Israele per oltre un miliardo di euro.

I media occidentali raccontano Gaza partendo dal 7 ottobre, occultando decenni di occupazione, blocco e colonizzazione. Le vittime palestinesi restano numeri, il loro sterminio è una conseguenza del loro essere palestinesi. Gli israeliani, invece, hanno diritto al lessico emotivo del “massacro”. A Gaza è in corso un esperimento mondiale: quanto è possibile sterminare protetti dall’ipocrisia del mondo? Quanto si può riscrivere una storia per giustificare un annientamento? I palestinesi sono le vittime, noi siamo le cavie.

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Referendum, le cinque bufale sul quesito per la cittadinanza che servono solo a non far votare

L’8 e il 9 giugno i cittadini italiani saranno chiamati a pronunciarsi su una questione che, per mesi, è stata deformata da una macchina di disinformazione organizzata. Il referendum sulla cittadinanza non regala nulla, non apre alcuna sanatoria e non spalanca i confini a milioni di clandestini, come invece vogliono far credere gli specialisti della paura. Interviene solo sull’articolo 9 della legge 91 del 1992, abbassando da dieci a cinque anni il requisito minimo di residenza legale continuativa per poter presentare la domanda di naturalizzazione. Tutto il resto resta invariato: conoscenza della lingua italiana, reddito adeguato, assenza di condanne penali gravi, valutazione della sicurezza nazionale.

L’invenzione dell’invasione

Il primo falso che circola ossessivamente parla di “milioni di clandestini” pronti a ricevere la cittadinanza. Non esiste. I destinatari della riforma sono solo coloro che già risiedono legalmente in Italia da almeno cinque anni. Secondo i dati del Centro Studi Idos, si tratta di circa 1,4 milioni di cittadini extracomunitari regolari e di circa 24 mila minori nati in Italia che potrebbero acquisire la cittadinanza se conviventi con un genitore che la ottiene. I clandestini, che secondo questa propaganda dovrebbero essere i primi beneficiari della riforma, non sono nemmeno contemplati dal quesito referendario. Eppure la Lega ha etichettato il referendum come “il più pericoloso”, alimentando ad arte la confusione tra legalità e irregolarità.

L’ossessione dei “controlli assenti”

La seconda falsità racconta che la cittadinanza verrebbe distribuita senza alcun controllo. È l’esatto contrario: l’unico aspetto modificato dal referendum è la durata della residenza legale. Tutti gli altri requisiti restano invariati. Permane l’obbligo di dimostrare la conoscenza della lingua italiana almeno al livello B1, di avere un reddito stabile e sufficiente, di essere incensurati per reati gravi e di superare l’istruttoria del Ministero dell’Interno. La cittadinanza viene comunque concessa con decreto del Presidente della Repubblica, dopo una complessa istruttoria prefettizia. Non esiste alcun automatismo.

La bufala del complotto elettorale

Il terzo argomento tossico insinua che il referendum sarebbe un “complotto della sinistra” per importare voti. Ancora una volta: falso. Il referendum è sostenuto da un ampio fronte trasversale che comprende forze politiche diverse e numerose organizzazioni della società civile: Più Europa, Possibile, Radicali Italiani, Partito Democratico, Sinistra Italiana, ma anche Acli, Amnesty International, Caritas, Oxfam, Fondazione Migrantes. La raccolta di oltre 637 mila firme dimostra un sostegno diffuso e popolare, non una manovra di parte. E soprattutto: la cittadinanza italiana non conferisce automaticamente il diritto di voto. Solo dopo aver completato l’intero percorso amministrativo si entra nei registri elettorali. Parlare di voto automatico per gli immigrati è una mistificazione pura.

L’Italia fanalino di coda

L’ultimo mito utile a chi vuole lo status quo racconta che l’Italia avrebbe già norme flessibili. È falso anche questo. Con i suoi dieci anni di attesa per i cittadini extracomunitari, il nostro Paese è tra i più restrittivi d’Europa. In Francia, Germania, Portogallo, Paesi Bassi e Svezia bastano cinque anni di residenza. La riforma referendaria porterebbe semplicemente l’Italia in linea con i partner europei. Non si tratta di un regalo, ma di riconoscere diritti a persone che vivono, lavorano, studiano e contribuiscono da anni alla vita del Paese.

L’astensione come arma politica

La scelta della destra di puntare sull’astensione serve ad aggirare il merito della questione. Tutti i partiti della maggioranza invitano esplicitamente o implicitamente a non ritirare la scheda. È la strategia del quorum mancato: far saltare il referendum senza nemmeno entrare nel merito. Intanto, però, alimentano quotidianamente la campagna di disinformazione per disorientare l’opinione pubblica, utilizzando il consueto armamentario di “invasioni”, “regali” e “pericoli per l’identità nazionale”.

In realtà, dietro le fake news sul referendum c’è una visione chiusa e proprietaria della cittadinanza: quella che considera l’essere italiani come un privilegio da difendere, e non come un diritto da riconoscere a chi ha già dimostrato, nei fatti, di far parte del Paese. Il voto di domenica e lunedì non deciderà soltanto su una norma: dirà molto anche su quale idea di convivenza civile vogliamo scegliere.

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Musk vs Trump: la cleptocrazia americana si sbrana

Che l’unione di fatto tra Elon Musk e il presidente Usa Donald Trump sarebbe finita in baruffa era già scritto. I due, coppia di fatto nella cleptocrazia americana, intendono la politica come occasione personale di revanscismo. Solo che le rivincite dell’uno non coincidono con quelle dell’altro. A Trump interessa diventare la statua vivente di sé stesso, divorato da un’egomania che per molti sconfina nel caso clinico. Elon Musk ha voluto provare il brivido di trasformare i soldi in potere, ennesimo lusso di un visionario che si soddisfa solo con le trasformazioni.

Ha ragione Musk quando dice che Trump non avrebbe mai riconquistato la Casa Bianca senza di lui. Meglio: senza il suo denaro, in cui Musk si identifica ed è identificato. Ha ragione Trump quando dice che Musk è riccamente foraggiato dai soldi dei contribuenti americani: il patron di Tesla e SpaceX è un maestro nel costruire bisogni e creare dipendenze. È anche per questo che l’idea del governo Meloni di legarsi al magnate sudafricano per l’internet via satellite è pericolosa, oltre che cretina.

L’utopia Maga che ha soffiato dietro la rielezione di Trump è già sbriciolata e finirà nel peggiore dei modi. Dove la politica diventa avanspettacolo anche le separazioni sono un’operetta buffa. Nel bisticcio di queste ultime ore si assiste alla gara di chi ha il complottismo più lungo. Non c’è politica nella sequela di offese personali: due bambini che bisticciano, negano, accusano. Due tra gli uomini più potenti del mondo che si tirano i capelli in cortile. Eccoli, gli Usa del Make America Great Again.

Buon venerdì.

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La doppia faccia della Spagna sulle armi a Israele: da Sanchez un embargo fantasma

Pedro Sánchez ha recitato il suo copione diplomatico: indignazione pubblica, riconoscimento dello Stato palestinese, e roboanti annunci sull’embargo delle armi verso Israele. Tutto secondo manuale. Ma dietro l’apparenza dell’impegno umanitario, il governo di Madrid ha continuato a finanziare, con puntuale regolarità, il sistema militare israeliano proprio mentre quest’ultimo intensificava il massacro a Gaza.

Il rapporto pubblicato a maggio 2025 dal Centre Delàs d’Estudis per la Pau, intitolato Beneficio Colateral, smonta l’intera narrazione ufficiale. I numeri sono chiari. Solo tra il 7 ottobre 2023 — data dell’attacco di Hamas — e marzo 2025, la Spagna ha esportato a Israele armi e munizioni per almeno 5,3 milioni di euro, secondo i dati forniti dallo stesso governo israeliano. Nonostante il governo spagnolo continui a dichiarare di non aver concesso nuove licenze di esportazione di materiale bellico, l’interscambio è proseguito attraverso contratti già in essere.

Joint venture e commistioni industriali

Dietro questa continuità commerciale si cela un intreccio industriale ormai strutturale tra le due economie della difesa. I dati raccolti dal Centre Delàs sono inequivocabili: “Mai prima d’ora tante imprese spagnole o stabilite in Spagna hanno sviluppato così tanti progetti insieme a imprese israeliane”. Dopo il 7 ottobre, ben 46 contratti sono stati assegnati a imprese israeliane, per un valore superiore a 1 miliardo e 44 milioni di euro. Elbit Systems e Rafael – i due colossi dell’industria bellica israeliana – sono i maggiori beneficiari. Elbit, che fornisce i mortai Cardom e i proiettili guidati Iron Sting testati proprio a Gaza nell’autunno 2023, è ormai fornitore stabile dell’esercito spagnolo. Rafael, invece, ha firmato la fornitura dei missili Spike LR2 e dei sistemi laser per il combattimento aereo.

La commistione non si limita alla semplice compravendita. Il veicolo blindato “Dragón”, fiore all’occhiello dell’industria bellica spagnola, nasce da una joint venture tra imprese spagnole e israeliane. Lo stesso avviene per i lanciarazzi SILAM e per i missili Spike, frutto di consorzi misti ispanico-israeliani.

L’imbarazzo politico è esploso solo quando, a fine aprile 2025, è emersa la notizia dell’acquisto da parte del Ministero della Difesa spagnolo di oltre 15 milioni di proiettili destinati alla Guardia Civil e prodotti da Elbit. Di fronte alle minacce di rottura della coalizione da parte di Izquierda Unida, Sánchez è stato costretto a revocare il contratto. Ma la revoca è apparsa più un’operazione di facciata che un cambio di linea strutturale.

Violazioni giuridiche e opacità deliberata

Il nodo giuridico è ancora più grave. Il Centre Delàs ricorda come, alla luce del Trattato internazionale sul Commercio delle Armi (ATT), ratificato dalla Spagna, il governo sarebbe tenuto a revocare qualsiasi licenza vigente nel momento in cui esiste il rischio che il materiale esportato possa essere usato per crimini di guerra, crimini contro l’umanità o genocidio. La Relatrice speciale Onu Francesca Albanese e organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno già documentato che quanto accade a Gaza soddisfa i criteri per questi crimini. Eppure, il governo spagnolo si rifugia dietro formalismi amministrativi per non applicare l’embargo.

Intanto, l’ipocrisia continua a viaggiare anche per mare e per aria. Come documentato dal Centre Delàs, cargo carichi di armamenti o combustibili per uso militare continuano a transitare nei porti e aeroporti spagnoli, spesso grazie a triangolazioni con aziende statunitensi o norvegesi, che usano la Spagna come piattaforma logistica verso Israele.

Il 28 maggio 2024, mentre Sánchez annunciava il riconoscimento dello Stato palestinese, il governo posticipava di mesi la pubblicazione dei dati ufficiali sull’export militare, per non oscurare il valore mediatico dell’annuncio. La realtà, invece, è quella di una complicità strutturale: la cooperazione militare tra Spagna e Israele è viva, profittevole, politicamente protetta e solo marginalmente scalfita dalle crisi diplomatiche di facciata.

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Veto Usa pro Israele all’Onu, chi sta zitto è complice

Ieri, mentre nella Striscia di Gaza si continuava a morire sotto i raid israeliani, l’amministrazione Trump ha esercitato per la quinta volta il veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, bloccando una risoluzione per il cessate il fuoco immediato e incondizionato. È il primo veto dopo il suo ritorno alla Casa Bianca. Quattordici Paesi hanno votato a favore, gli Stati Uniti hanno detto no, ancora una volta. Così i massacri continuano.

A Gaza, nelle stesse ore, venivano bombardati due ospedali: l’Al-Ma’amadani e il Battista. All’Al-Ahli, già colpito otto volte, un drone israeliano ha ucciso almeno quattro persone, tra cui tre giornalisti palestinesi. Altri sei civili, compresa un’intera famiglia, sono stati uccisi a Khan Younis. L’Unicef, sotto assedio, ha evacuato bambini ustionati e feriti, per poi vederli nuovamente sotto attacco persino all’interno degli ospedali.

L’ambasciatore pakistano all’Onu ha definito il veto americano “un via libera all’annientamento”. L’ambasciatore algerino ha parlato di “macchia morale sulla coscienza mondiale”. Ma Washington, come sempre, blinda Israele e trasforma il Consiglio di Sicurezza in una scenografia inutile.

L’Italia, mentre gli Stati Uniti legittimano questi crimini con il proprio veto, resta agganciata a Trump per servilismo atlantico. Ma la politica estera non può essere un atto di fedeltà cieca. Se il governo italiano ha ancora un minimo di autonomia politica e morale, è ora che trovi il coraggio di smarcarsi. Perché chi tace di fronte a questi massacri diventa complice. E il sangue di Gaza sporca anche le mani di chi resta fermo.

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La vergogna non cancella la vergogna

Mentre a Gaza continua il massacro, il governo italiano si rifugia nel suo abituale balbettio, oscillando tra qualche dichiarazione di circostanza e l’inerzia complice. Mentre gli Stati Uniti bloccano le risoluzioni Onu, l’Italia si distingue in un altro modo: con il suo export militare. Il report di Archivio Disarmo lo documenta: droni, radar, jet, munizioni, componenti strategici. Pezzi che si incastrano nel meccanismo che ogni giorno abbatte civili palestinesi sotto le macerie.

Non è soltanto il passato a condannare. Anche nei primi mesi del 2025, mentre i morti a Gaza si contano a decine di migliaia, l’Italia continua a spedire armamenti a Israele: oltre 128mila euro solo tra gennaio e febbraio, di cui una parte neppure tracciata ufficialmente. Nel 2024, in piena offensiva israeliana, sono partiti da qui armamenti e tecnologie militari per quasi 6 milioni di euro, in gran parte sotto la comoda copertura delle clausole di “segretezza” previste dalla legge 185/1990.

Motori per droni, elicotteri leggeri, radar, sistemi di navigazione aerea e spaziale per oltre 34 milioni di euro. E poi computer e dispositivi informatici impiegati nelle piattaforme di targeting automatizzato come il sistema Lavender, che secondo le inchieste israeliane determina i bombardamenti con un margine di dieci civili uccisi per ogni combattente. Questa è la tecnologia italiana che finisce nella catena di sterminio.

Nel frattempo, mentre cresce nel mondo la richiesta di embargo sulle armi a Israele, mentre il sostegno dell’opinione pubblica italiana all’aggressione militare crolla di 50 punti percentuali, il governo Meloni continua a raccontare di non fornire armi che colpiscono civili. Una versione di comodo, alimentata dalla stessa opacità che oscura il Parlamento e l’opinione pubblica.

Oggi l’indignazione è timida, domani la storia sarà implacabile. Nessuna vittoria elettorale, nessuna giravolta propagandistica, nessuna ambiguità diplomatica potranno cancellare la complicità documentata. Rimarrà il sangue, rimarranno i numeri, rimarranno i nomi. E rimarrà la vergogna.

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