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Altro che cortei pro Gaza, l’inchiesta Genus Album smaschera il vero antisemitismo che cresce sulla Rete. E l’ipocrisia di chi distorce la solidarietà

Mentre si grida all’antisemitismo per delegittimare chi denuncia i crimini a Gaza, l’estrema destra italiana continua a coltivare l’odio razziale e la nostalgia del nazismo, anche tra i più giovani.

Nel dibattito pubblico italiano – come in molti altri paesi europei – l’accusa di antisemitismo è diventata un’arma a orologeria. Un’etichetta pronta a scattare contro chiunque critichi le politiche israeliane, anche quando queste violano palesemente il diritto internazionale. È un cortocircuito studiato: chi sostiene i diritti del popolo palestinese viene assimilato a chi nega la Shoah, mentre chi celebra i carnefici in camicia nera resta spesso sullo sfondo, impunito e protetto dal silenzio istituzionale.

Ma la realtà è molto più inquietante di questa rappresentazione mediatica. I veri antisemiti non si trovano nei cortei per la pace, ma nei canali Telegram, nelle chat criptate, nelle soffitte dove si custodiscono copie del Mein Kampf e bandiere naziste. Ed è lì che si muove l’Italia nera, che recluta, addestra, arma e istiga. Anche tra i minori.

Un movimento neonazista che recluta minorenni

L’indagine denominata “Genus Album” – portata alla luce oggi dalla Procura per i Minorenni di Milano e dalla Digos – racconta un’Italia dove l’antisemitismo è strutturato, organizzato, condiviso, digitalizzato. Al centro: un ragazzo di 17 anni, residente in provincia di Como, italiano di origine turca, incensurato. Un paradosso vivente: minorenne, figlio di immigrati, promotore di un sodalizio di estrema destra che diffondeva propaganda razzista, omofoba e apertamente antisemita. Un’organizzazione che si proponeva “spedizioni punitive” e raccoglieva fondi per acquistare armi.

Altro che “ragazzate”: la rete creata dal giovane era un arcipelago digitale articolato, distribuito su più piattaforme. I contenuti, accessibili pubblicamente, includevano apologia della Shoah, incitamenti all’odio, inneggiamenti al Terzo Reich. Tra i materiali sequestrati: bandiere naziste, tirapugni, fucili ad aria compressa e persino pistole. Uno dei canali si chiamava “Tricolore del sangue italico”. È da qui che si pianificavano azioni violente e si reclutavano coetanei.

Complicità adulta, indifferenza istituzionale

La narrazione mediatica tenta di archiviare questi episodi come devianze individuali. E invece si tratta di un sistema. Gli altri minori coinvolti – uno in Friuli-Venezia Giulia, un altro nel Comasco – non erano semplici spettatori, ma complici attivi. A unirli: una subcultura suprematista che si espande silenziosa, protetta dall’anonimato digitale e dall’inerzia sociale. Alcuni dei maggiorenni presenti nei gruppi erano già noti alle forze dell’ordine per reati analoghi. La trasmissione del veleno ideologico è intergenerazionale.

L’obiettivo esplicito era creare un movimento antisistema, costruito sull’odio e sul culto della violenza. La Shoah non era negata: veniva celebrata. È questo il nuovo volto dell’antisemitismo: non più negazionista, ma rivendicativo. Una forma di odio che si esprime non solo contro gli ebrei, ma anche contro ogni forma di alterità: neri, musulmani, omosessuali, antifascisti.

Il ragazzo comasco è stato colpito da una misura cautelare: due mesi di divieto di accesso a internet. L’indagine è stata avviata grazie al monitoraggio degli ambienti dell’estrema destra, ma il sistema fatica a dare risposte strutturali. Le norme ci sono – dalla Legge Mancino all’articolo 604-bis del codice penale – ma non bastano se l’opinione pubblica continua a minimizzare.

L’ipocrisia politica dell’antisemitismo a corrente alternata

Mentre tutto questo accadeva, molti dei commentatori pronti a gridare allo scandalo per una kefiah in piazza o una bandiera palestinese non diranno una parola. Gli stessi ambienti che accusano di antisemitismo chi denuncia il genocidio in corso a Gaza, tacciono da tempo di fronte a chi la Shoah la celebra come modello e ne invoca la replica.

E allora è legittimo chiedersi: chi sono davvero gli antisemiti oggi in Italia Chi difende la memoria dell’Olocausto, anche per impedire che l’orrore si ripeta in qualunque forma e contro chiunque? O chi strumentalizza l’antisemitismo per delegittimare la critica e lascia proliferare l’odio tra le pieghe del proprio stesso consenso politico?

Il caso Genus Album dimostra che i veri seminatori di odio sono tra noi. Parlano italiano, sono giovani, tecnologicamente sofisticati, reclutano con meme e slogan, vogliono armi. E troppo spesso vengono raccontati come “pecore nere” in cerca di attenzione. Ma le pecore nere non fondano movimenti. I carnefici non vanno umanizzati prima delle vittime.

In tutto questo, il governo trova il tempo per criminalizzare gli studenti che manifestano con le kefiah, ma resta da sempre muto davanti a coloro che pianificano spedizioni punitive contro “i diversi” con pistole e svastiche. Se il pericolo per l’ordine pubblico è quello, allora qualcuno ha smarrito la bussola. O, peggio, la coscienza.

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La maranza di governo

Una presidente del Consiglio che, per suoi complessi di inferiorità, si fa chiamare con pronomi maschili non ce la meritiamo. Non ci meritiamo nemmeno una presidente del Consiglio che, il giorno dopo cinque quesiti referendari, si fotografa con un infantile sorriso di sfida. Ieri Giorgia Meloni – che interpreta la maschera dell’impegnatissima – ha chiamato il suo fotografo di fiducia, si è messa in posa in una stanza dorata di Palazzo Chigi e si è fatta immortalare con postura da maranza di Stato.

Quel sorriso avrebbe voluto essere la risposta alla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Elly Schlein dice che i voti del referendum dicono no a questo governo…», ha fatto scrivere Meloni. Lei ha dettato, lui ha citato il capo per digitare compulsivamente, poi ha schiacciato il tasto invio e alla fine, soddisfatti, avranno sorriso convinti di avere segnato una tacca nella storia della Repubblica.

Non ce la meritiamo la maranza di Stato Giorgia Meloni, arrivata a capo del governo con un solo chiodo fisso: vendicarsi, vendicarsi, vendicarsi. I suoi elettori hanno cercato su Google le foto del mare da postare sui social. Al mare non ci sono stati. Stanno aspettando un condono tombale per tornare a respirare, hanno come massima aspirazione che vengano puniti quelli più poveri di loro, finché non diventeranno poveri come loro.

Non ce la meritiamo una maggioranza di governo che ha attaccato il Jobs Act quando è stato votato e oggi lo difende perché non ha mai studiato le carte. L’ignoranza ha vita breve, come i suoi portatori.

Buon mercoledì.

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Un assedio umanitario per rompere l’assedio genocida

Il governo di Israele, impegnato ad apparire autorevole e potente, si è sbriciolato agli occhi del mondo davanti a una piccola barca a vela con dodici attivisti come equipaggio e con beni alimentari come unica arma. Gli strepiti di chi vede terroristi anche su una barca di aiuti umanitari, il dispiegamento piratesco di militari, la simulazione cinematografica dell’offerta di cibo e acqua hanno smascherato il governo del criminale Netanyahu. Quando ci si abitua ad agire da assassini, si diventa incapaci perfino di fingere democrazia.

La spedizione della Freedom Flotilla ha però mostrato al mondo anche un altro aspetto: lo Stato di Israele va in tilt ogni volta che qualcuno si avvicina a Gaza, ora mostrificata in un campo di concentramento a cielo aperto. Per fermare il genocidio, i governi non possono offrire commozione. La commozione non sfama i bambini di Gaza, non cura le ferite, non sostituisce l’acqua, non serve per le operazioni chirurgiche né per le ecografie. Per fermare Israele servono i dazi e serve un concreto, tangibile assedio umanitario. Come ha detto ieri la relatrice ONU Francesca Albanese, servirebbe che ogni Stato, subito, inviasse una sua imbarcazione, con medici, operatori e beni umanitari.

Immaginate Netanyahu accusare di terrorismo e di antisemitismo i corpi diplomatici e umanitari degli Stati europei. Immaginate l’esercito israeliano all’arrembaggio di imbarcazioni con bandiera tedesca, spagnola, francese, italiana. Immaginate gli occhi del mondo puntati su uno Stato ormai incapace di dialogare senza armi e senza bombe. Un assedio umanitario per rompere l’assedio genocida.

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Ddl femminicidio, una legge scritta senza le vittime. ActionAid avverte: “Una misura meramente simbolica”

Il Ddl sul femminicidio, approvato il 7 marzo 2025 dal governo Meloni, promette l’introduzione di una nuova figura di reato autonomo nel Codice penale, punito con l’ergastolo. Una misura presentata come “svolta storica” per la lotta alla violenza maschile contro le donne. Ma la cronaca parlamentare racconta tutt’altro: mentre il disegno di legge è atteso in aula per l’8 luglio, il lavoro in Commissione Giustizia del Senato si è trasformato in un monologo repressivo. Le audizioni tecniche sono state sospese senza aver mai coinvolto i centri antiviolenza, le associazioni femministe, le operatrici sociali. Nessun confronto diretto con chi quella violenza la fronteggia ogni giorno, fuori dai palazzi.

Audizioni mutilate, giustizia cieca

Dal verbale delle sedute emerge un dato chiaro: la Commissione ha ascoltato soltanto magistrati, giuristi, accademici. Nomi e ruoli che segnalano l’univocità dell’approccio: il femminicidio trattato come un’anomalia giuridica, da contenere inasprendo le pene e moltiplicando le aggravanti. A parlare non sono mai state le operatrici dei centri antiviolenza, né le Ong impegnate nei territori, né le rappresentanti delle reti femministe. La sospensione del ciclo di audizioni, comunicata a fine maggio, ha segnato la rottura definitiva: un provvedimento che nasce già monco, costruito senza il contributo delle principali realtà che conoscono i meccanismi della violenza di genere.

I numeri che il DDL ignora

La fotografia statistica, infatti, smentisce la retorica emergenziale dell’inasprimento penale. I femminicidi registrati dal Ministero dell’Interno sono rimasti sostanzialmente stabili negli ultimi cinque anni: 101 nel 2020, 96 nel 2024. Secondo Istat, tra il 2020 e il 2023, le denunce sono aumentate di appena lo 0,2%. Dati che smontano la tesi del “bisogno di nuove pene”, e che confermano quanto sostengono da anni le organizzazioni del settore: senza investimenti in prevenzione primaria, cultura della parità, autonomia economica e welfare, nessun reato nuovo fermerà la violenza. Lo dicono le operatrici, lo scrivono 80 penaliste in un appello ignorato dalla Commissione, lo denunciano Ong come ActionAid, Differenza Donna, la rete D.i.Re.

Un DDL costruito nel vuoto politico

A difendere la scelta della Commissione è Giulia Bongiorno (FdI), che definisce “sufficienti” le audizioni svolte. Un’affermazione che suona come un’affermazione di principio: chi decide cosa sia “sufficiente” a legiferare su una delle più complesse forme di violenza sistemica L’opposizione, da parte sua, è divisa. La senatrice Valeria Valente (Pd) ha parlato apertamente di “approccio securitario”, denunciando l’assenza di misure concrete su occupazione femminile, servizi e welfare. Il Movimento 5 Stelle riconosce il valore simbolico del reato, ma ne evidenzia i limiti strutturali. Intanto, la Lega, partner silenzioso di governo, ha evitato ogni intervento pubblico sul testo. Il risultato è un disegno di legge senza radici, senza contraddittorio e senza efficacia prospettica.

La scorciatoia dell’ergastolo

Definire un reato non è un atto performativo. L’omicidio di una donna “in quanto donna” è già oggi punibile con l’ergastolo, e l’introduzione del femminicidio come fattispecie autonoma rischia di essere un duplicato normativo con funzione propagandistica. ActionAid lo definisce senza mezzi termini: “una misura meramente simbolica”. La preoccupazione non è teorica. Il disegno di legge obbliga il pubblico ministero all’audizione della vittima solo su sua richiesta motivata, introduce obblighi formativi per magistrati e rafforza l’informazione alla vittima, ma manca totalmente di una strategia culturale a lungo termine. Un vuoto che ha già un nome: fallimento annunciato.

Il Parlamento ha paura delle esperte

Escludere sistematicamente i soggetti che lavorano sul campo è una precisa scelta politica. È un modo per sottrarre il provvedimento alla verifica del reale. È una forma raffinata di sabotaggio istituzionale. Perché il governo e la Commissione Giustizia temono il confronto con chi gestisce i centri antiviolenza, chi conosce la connessione tra stereotipi di genere e disuguaglianze economiche, chi vede ogni giorno le falle dei dispositivi di protezione? La domanda resta inevasa.

Il rischio: una legge da prima serata

La violenza maschile sulle donne, scrive la Convenzione di Istanbul, è radicata nella disuguaglianza strutturale tra i generi. L’Italia è già stata condannata a Strasburgo per la sua inadeguatezza nel proteggere le donne che denunciano. Il rischio concreto è che il Ddl diventi una legge da talk show, utile per alimentare la propaganda punitiva e i comunicati stampa, ma sterile sul fronte della riduzione reale dei femminicidi. Come andrà a finire non è difficile da prevedere.

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Il referendum ha lasciato il segno, ma nelle opposizioni. Certificando la fragilità del Campo largo

L’8 e 9 giugno il quorum è rimasto lontano, fermandosi al 30,6%. Ma a franare davvero è stata la narrazione delle opposizioni. Pd, M5S e Avs avevano provato a trasformare cinque quesiti tecnici in un voto politico, quasi una mozione di sfiducia popolare contro il governo Meloni. Il risultato ha rovesciato l’intento: Giorgia Meloni si è ritrovata con una conferma implicita, mentre chi puntava a scalzarla è finito risucchiato in una resa dei conti interna.

Giuseppe Conte ha tentato di mettere una pezza: “Sono andati a votare 15 milioni di cittadini, come nel 2022 quando Meloni fu eletta”. Ma il confronto non regge. Il referendum non ha spostato nulla: né leggi, né rapporti di forza. E chi ha firmato quei quesiti oggi appare più isolato di ieri.

Il Pd alla frutta (amara)

Nel Partito democratico la crisi si è presentata puntuale, con nome e cognome. Pina Picierno ha parlato di “una sconfitta profonda, evitabile” e di “un regalo enorme a Meloni”. L’eurodeputata ha firmato la sentenza. Elisabetta Gualmini ha aggiunto che si è trattato di “un boomerang”. Lia Quartapelle ha messo in discussione l’idea stessa di costruire battaglie guardando al passato.

Elly Schlein, schiacciata tra l’insuccesso e la minoranza interna, ha provato a rimettere insieme i pezzi: “Quei voti sono il cuore dell’alternativa”. Ma non basta. La segretaria è sotto assedio, e non da parte della destra. Il dissenso nel partito cresce come una frattura che non si rimargina. Anche il centrista Bonaccini ha avvertito che “quando due terzi del Paese non partecipano, serve riflessione”. E la riflessione, tradotta dal renzismo in sonno, significa: si cambia linea o si cambia segreteria.

Il campo largo? Un esperimento per ora fallito

Nella foto di gruppo post-referendaria c’erano ancora loro: Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni. Uniti sul palco, ma a pochi passi dalla dissolvenza. L’unità esibita è stata subito smentita dai fatti.

Il leader M5S ha scelto toni cauti, ma la distanza è plastica: “Difenderemo in Parlamento i temi del referendum”, ha detto. E intanto rilancia lo ius scholae come proposta autonoma. Tradotto: lavoriamo insieme, ma sulle mie condizioni. Avs, dal canto suo, insiste sulla narrazione del “messaggio forte” dei 13 milioni di Sì, ma è chiaro che quel consenso non ha prodotto nulla. Né peso, né egemonia.

Fuori dal coro, Calenda e Renzi hanno infierito senza nemmeno nascondere il compiacimento. Il primo ha accusato la sinistra di “farsi trascinare da Landini e Fratoianni” e di essere “incapace di parlare al ceto medio”. Il secondo ha liquidato i quesiti come “ideologici” e ha precisato: “Per battere Meloni bisogna parlare del 2025, non del 2015”.

Il vero risultato: un’opposizione più fragile

Il campo largo non è morto. Per ora è evaporato. Senza nemmeno passare da un funerale. Gli unici a crederci ancora sono quelli che non hanno alternative. Tutti gli altri – Renzi, Calenda, una parte del Pd – aspettano l’autopsia per spartirsi le spoglie.

Il fallimento referendario ha lasciato il governo Meloni intatto, anzi, rafforzato. Fazzolari lo ha detto senza giri di parole: “Il tentativo di usare il referendum contro l’esecutivo si è ritorto contro i promotori”. E La Russa ha sigillato: “Il campo largo è morto”.

Nel frattempo, tra le opposizioni, ognuno si attrezza per conto proprio. Il M5S prova a ergersi a perno solitario del dissenso sociale. Il Pd si lacera. Avs si trincera nei valori. E il Terzo Polo prova ad apparire l’unico in grado di parlare di futuro. Nel vuoto lasciato dalla sinistra, il governo non deve nemmeno sforzarsi di parlare. Può restare in silenzio. A parlare, questa volta, è la sconfitta altrui.

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Uno dei tanti motivi per cui si è perso il referendum

Uno dei tanti motivi per cui non è stato raggiunto il quorum dei cinque quesiti referendari lo si ritrova a urne chiuse, mentre nei seggi non hanno ancora posato le matite.

A destra il partito del presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i suoi alleati, soprattutto i leghisti, esultano appropriandosi della vittoria. Curioso, sono gli stessi che lamentavano “un’eccessiva politicizzazione” del referendum. Ora si appuntano la stelletta. Hanno vinto a modo loro, senza mai stare nei contenuti, invitando i loro seguaci all’annichilimento degli strumenti democratici gonfi di revanscismo. Ma non è questo il motivo. Questo al massimo è il fastidio per una classe di governo che gode nel vedere i suoi cittadini esultare mentre si stringono il cappio al collo.

Nella simulata compagine che vorrebbe essere l’alternativa a questa maggioranza Carlo Calenda (pendolo sentimentale un po’ a destra e un po’ a sinistra) ne approfitta per demolire il cosiddetto campo largo. Matteo Renzi – che di referendum si era dichiarato politicamente ucciso prima di ripensarci – s’offre come rimedio al fallimento. Nel partito democratico la banda dei cosiddetti riformisti ne approfitta per scavare la fossa alla loro segretaria. Non riescono a trattenere la loro riprovevole abitudine di giocare all’ammazza segretaria anche sulla pelle delle persone e dei lavoratori. Qualcuno prova – male – a piegare i numeri per intravedere uno spiraglio di vittoria.

Come dice Ilaria Salis in politica non serve avere ragione, occorre avere forza delle proprie idee. E chi non è capace di apparire comunità con i suoi alleati e nel suo partito difficilmente può cementare abbastanza comunità tra i cittadini.

Buon martedì.

 

foto wikipedia commons

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Terzo mandato ai presidenti di Regione, il centrodestra in apnea: alleati allo scontro tra tattiche incrociate

Nel centrodestra il dibattito sul terzo mandato per i presidenti di Regione ha riaperto fratture che la propaganda di unità di Giorgia Meloni tenta di coprire. Fratelli d’Italia ha innescato il dibattito con una mossa studiata: non una proposta definita, ma un’apertura “al confronto”, come ha precisato il capogruppo Galeazzo Bignami. Tanto è bastato per riaccendere tensioni latenti, trasformando una questione istituzionale in terreno di manovre interne.

Il nodo è tecnico solo in apparenza. La legge vigente, quella del 2004, fissa il limite di due mandati consecutivi per i presidenti di Regione. La Corte Costituzionale ha chiarito che eventuali modifiche non possono essere demandate alle singole Regioni, ma richiedono un intervento legislativo nazionale. Questo offre a Fratelli d’Italia un margine tattico: aprire il dossier consente di sondare le alleanze e, contemporaneamente, tenere la Lega sotto pressione.

Lega: l’urgenza di Zaia e Fontana

Per la Lega la partita è cruciale. Dietro il sostegno immediato al superamento del limite si muove la necessità politica di blindare le proprie roccaforti, in primis il Veneto. Luca Zaia, al termine del suo secondo mandato, è il vero motore della pressione leghista. Ha definito l’apertura di FdI “un bel segnale”, ribadendo che tecnicamente “basterebbe una riga di legge” per intervenire prima delle prossime regionali d’autunno. Con lui si è schierato il presidente lombardo Attilio Fontana: “Sul territorio servono figure radicate e apprezzate. Altrimenti è un salto nel buio”.

Matteo Salvini ha colto l’occasione per ribadire che, se si vuole, c’è ancora il tempo per intervenire prima del voto. Ma il vero convitato di pietra resta la “Liga Veneta”, il blocco autonomista che con Zaia esercita un peso ormai autonomo dal leader federale.

Fratelli d’Italia: il calcolo di Meloni

Per Giorgia Meloni e i suoi, l’apertura è funzionale a più obiettivi. Permette di guadagnare tempo, gestire gli equilibri di coalizione e conservare margini negoziali sugli altri tavoli aperti: premierato e autonomia differenziata. Come ha spiegato Bignami, “parlarne è utile per valutare pro e contro”, ma i rischi di concentrazione di potere restano. In parallelo, il partito cerca di rassicurare la base, tradizionalmente più attenta ai limiti istituzionali: “Si tratta solo di un’apertura al confronto, gli elettori di FdI hanno una sana dose di pragmatismo”.

Meloni, per ora, non si espone. Nessuna dichiarazione diretta, nessun mandato formale al governo. È una trattativa che resta nelle mani del partito, utile anche per mettere in difficoltà l’opposizione, attraversata da divisioni analoghe.

Forza Italia e Noi Moderati: l’equilibrismo

Forza Italia oscilla tra la difesa dell’alternanza e la disponibilità a discutere. Renato Schifani ha sintetizzato il pensiero azzurro: “Il principio del ricambio è irrinunciabile, ma la riflessione va fatta con serietà, non alla vigilia del voto”. Fulvio Martusciello ha escluso la via del decreto legge; Gasparri ha ribadito che “FI resta per i due mandati” pur ascoltando le proposte. Nevi ha liquidato la questione come non prioritaria, sottolineando che “i cittadini vorrebbero sentirci parlare d’altro”.

Più netto Maurizio Lupi (Noi Moderati): “Manteniamo la contrarietà di principio, ma siamo disponibili al confronto”. Una posizione che marca il proprio spazio identitario in maggioranza senza assumersi responsabilità operative.

Le opposizioni e la variabile Campania

Il Partito democratico replica l’eterno conflitto interno: Elly Schlein contraria a ogni deroga, Vincenzo De Luca pronto a candidarsi di nuovo. Italia Viva e Azione cavalcano il tema per attaccare il governo: Davide Faraone accusa la maggioranza di “pensare solo alle poltrone”, Osvaldo Napoli parla di “gioco delle tre carte” orchestrato da Meloni.

Lo stallo come strategia

La finestra tecnica per intervenire prima del voto regionale resta aperta, ma stretta. Il tempo scorre, e proprio questo potrebbe rivelarsi funzionale alla tattica melonian-leghista: rinviare le decisioni consente di usare il tema come moneta di scambio, mentre gli alleati scoprono le proprie debolezze. È la fotografia di una maggioranza unita soltanto nella propaganda, sempre più attraversata da rivalità territoriali che il terzo mandato sta solo rendendo visibili.

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Il fallimento programmato dei referendum

L’8 e 9 giugno 2025 si è consumata l’ennesima sconfitta referendaria. I cinque quesiti abrogativi – quattro sul lavoro, uno sulla cittadinanza – non hanno superato il quorum. L’affluenza definitiva si è attestata intorno al 30%. Già al termine della prima giornata di voto il dato si era fermato al 22%, compromettendo ogni possibilità di validazione. Anche questa consultazione si inserisce nella tendenza ormai stabile: dal 1997, sei referendum su sette sono risultati invalidi per mancato raggiungimento del quorum.

La strategia del governo

La maggioranza di governo ha scelto l’astensione come linea ufficiale. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno indicato ai propri elettori di non partecipare al voto. Giorgia Meloni ha definito l’astensione una scelta politica legittima. Matteo Salvini ha dichiarato di non condividere i contenuti dei quesiti e di considerare i referendum “un’arma politica”. Antonio Tajani ha ribadito che non votare costituisce una manifestazione di dissenso. Il ministro Nordio ha parlato di diritto costituzionale all’astensione. La presidente del Consiglio si è recata al seggio senza ritirare le schede, sottolineando il rispetto per l’istituto referendario ma mantenendo la posizione astensionista.

Il fronte dell’astensione ha beneficiato anche del limitato spazio informativo riservato ai referendum. L’Autorità per le comunicazioni ha rilevato che la Rai ha dedicato ai quesiti meno dello 0,62% del proprio tempo informativo. Sulla ridotta copertura mediatica si sono concentrate le accuse dell’opposizione e dei promotori, che hanno parlato di “boicottaggio istituzionale” e di “silenzio mediatico”.

Le divisioni nel campo favorevole

Il Partito democratico ha sostenuto ufficialmente il sì su tutti i quesiti. La segretaria Elly Schlein ha partecipato alle iniziative promosse dalla Cgil. Tuttavia, nel partito sono emerse divisioni. Sei parlamentari dell’area riformista – tra cui Guerini, Madia, Picierno e Quartapelle – hanno annunciato che si sarebbero astenuti sui tre quesiti riguardanti il Jobs Act, sostenendo soltanto quelli su appalti e cittadinanza. Le divergenze hanno avuto ampia visibilità mediatica, minando la coesione del messaggio referendario.

Il Movimento 5 Stelle ha sostenuto i quattro quesiti sul lavoro, mentre sulla cittadinanza ha lasciato libertà di coscienza. Il leader Giuseppe Conte ha dichiarato il proprio sì personale, precisando però che non avrebbe promosso quel quesito. Alleanza Verdi e Sinistra ha sostenuto il sì su tutti i quesiti. Azione ha indicato il no sui quesiti lavoristici e il sì sulla cittadinanza. Italia Viva ha assunto una posizione contraria sui quesiti lavoristici e favorevole solo sul tema della cittadinanza. +Europa ha sostenuto il sì su cittadinanza e sicurezza sul lavoro.

La frammentazione del campo favorevole ha reso difficile la costruzione di un fronte ampio e unitario.

Il ruolo dei sindacati

La Cgil ha promosso attivamente la raccolta firme e la campagna referendaria, investendo oltre 230.000 euro in pubblicità. L’ultimo appuntamento nazionale della mobilitazione si è tenuto il 5 giugno a Roma. La Cisl si è espressa contro i quesiti abrogativi; la Uil ha lasciato libertà di scelta agli iscritti; Usb ha sostenuto il sì su tutti i quesiti.

L’incapacità di estendere la mobilitazione al di fuori della base sindacale si è intrecciata con il livello di fiducia complessiva nei confronti dei sindacati. Secondo i dati più recenti, la fiducia nei sindacati si attesta intorno al 42% (il 42,7% secondo Eurispes 2024), un dato che, pur superiore a quello dei partiti politici, non ha garantito una capacità di mobilitazione sufficiente. Negli ultimi anni i sindacati hanno visto erodere la loro influenza politica e sociale, e questa consultazione ne ha fornito una nuova conferma.

La dinamica del disinteresse

Diversi fattori hanno contribuito al disinteresse dell’elettorato. La natura tecnica di molti quesiti ha reso difficile una comunicazione chiara ed efficace. La mancanza di un quesito catalizzatore – come avrebbe potuto essere quello sull’autonomia differenziata, dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale – ha ridotto l’interesse generale. La sovrapposizione con i ballottaggi amministrativi non ha prodotto un effetto traino sufficiente a compensare la scarsa mobilitazione nazionale.

La stanchezza referendaria ha giocato un ulteriore ruolo. Dal 1974 ad oggi, su 67 referendum abrogativi, 28 non hanno raggiunto il quorum. Negli ultimi trent’anni solo due consultazioni hanno superato la soglia del 50%: nel 1995 e nel 2011. Il meccanismo costituzionale che consente all’astensione di funzionare come voto contrario si è confermato decisivo.

L’astensione organizzata

Secondo un’analisi di YouTrend, l’astensione registrata in questa tornata non è stata solo il prodotto di disinteresse o allergia al voto, ma il risultato di una strategia politica consapevolmente alimentata dal governo e da ampie aree della maggioranza parlamentare.

Il fallimento dei referendum del 2025 certifica il consolidamento di un modello politico in cui la partecipazione diretta viene sistematicamente neutralizzata. Chi ha voluto questa sconfitta non ha dovuto vincere nei numeri: è bastato impedire che i numeri ci fossero.

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Propaganda e censura, così Bibi copre i massacri

Pirateria di Stato. Così l’esercito israeliano ha sequestrato la Madleen, nave carica di aiuti umanitari per Gaza, catturando il suo equipaggio in acque internazionali. A bordo dodici attivisti, tra cui Greta Thunberg e l’eurodeputata Rima Hassan. Israele non ha alcuna giurisdizione su acque internazionali, ma da mesi il diritto internazionale è stato sistematicamente smantellato sotto gli occhi complici delle cancellerie occidentali. Mentre l’esercito rapiva i volontari, Benjamin Netanyahu sedeva nel tribunale di Tel Aviv come imputato per corruzione: primo premier israeliano processato durante il mandato.

Dopo il sequestro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato la proiezione di un video delle atrocità di Hamas del 7 ottobre 2023 agli attivisti. I corpi straziati dei bambini di Gaza devono restare invisibili, mentre viene imposto materiale selezionato e sottratto da mesi a qualsiasi verifica indipendente. La censura si alterna alla propaganda in un meccanismo ormai scoperto: piegare la narrazione per giustificare il massacro. È la conferma che la macchina israeliana non può più contare sui fatti, ma solo sulla costruzione artificiale del racconto. È l’unico scudo rimasto per tentare di sfuggire al processo che la storia imporrà.

«È giusto che Greta l’antisemita e i suoi amici sostenitori di Hamas vedano chi è Hamas», ha dichiarato Katz. Portare aiuti umanitari è diventato, per Israele, atto di terrorismo. Salvare vite umane è sabotaggio. Fermare la fame, reato. Il progetto è chiaro: non respingere un nemico, ma cancellare una popolazione. E chiunque provi a impedirlo viene classificato come complice del terrorismo.

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Propaganda e censura, così Bibi copre i massacri

Pirateria di Stato. Così l’esercito israeliano ha sequestrato la Madleen, nave carica di aiuti umanitari per Gaza, catturando il suo equipaggio in acque internazionali. A bordo dodici attivisti, tra cui Greta Thunberg e l’eurodeputata Rima Hassan. Israele non ha alcuna giurisdizione su acque internazionali, ma da mesi il diritto internazionale è stato sistematicamente smantellato sotto gli occhi complici delle cancellerie occidentali. Mentre l’esercito rapiva i volontari, Benjamin Netanyahu sedeva nel tribunale di Tel Aviv come imputato per corruzione: primo premier israeliano processato durante il mandato.

Dopo il sequestro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato la proiezione di un video delle atrocità di Hamas del 7 ottobre 2023 agli attivisti. I corpi straziati dei bambini di Gaza devono restare invisibili, mentre viene imposto materiale selezionato e sottratto da mesi a qualsiasi verifica indipendente. La censura si alterna alla propaganda in un meccanismo ormai scoperto: piegare la narrazione per giustificare il massacro. È la conferma che la macchina israeliana non può più contare sui fatti, ma solo sulla costruzione artificiale del racconto. È l’unico scudo rimasto per tentare di sfuggire al processo che la storia imporrà.

«È giusto che Greta l’antisemita e i suoi amici sostenitori di Hamas vedano chi è Hamas», ha dichiarato Katz. Portare aiuti umanitari è diventato, per Israele, atto di terrorismo. Salvare vite umane è sabotaggio. Fermare la fame, reato. Il progetto è chiaro: non respingere un nemico, ma cancellare una popolazione. E chiunque provi a impedirlo viene classificato come complice del terrorismo.

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