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Il referendum ha lasciato il segno, ma nelle opposizioni. Certificando la fragilità del Campo largo

L’8 e 9 giugno il quorum è rimasto lontano, fermandosi al 30,6%. Ma a franare davvero è stata la narrazione delle opposizioni. Pd, M5S e Avs avevano provato a trasformare cinque quesiti tecnici in un voto politico, quasi una mozione di sfiducia popolare contro il governo Meloni. Il risultato ha rovesciato l’intento: Giorgia Meloni si è ritrovata con una conferma implicita, mentre chi puntava a scalzarla è finito risucchiato in una resa dei conti interna.

Giuseppe Conte ha tentato di mettere una pezza: “Sono andati a votare 15 milioni di cittadini, come nel 2022 quando Meloni fu eletta”. Ma il confronto non regge. Il referendum non ha spostato nulla: né leggi, né rapporti di forza. E chi ha firmato quei quesiti oggi appare più isolato di ieri.

Il Pd alla frutta (amara)

Nel Partito democratico la crisi si è presentata puntuale, con nome e cognome. Pina Picierno ha parlato di “una sconfitta profonda, evitabile” e di “un regalo enorme a Meloni”. L’eurodeputata ha firmato la sentenza. Elisabetta Gualmini ha aggiunto che si è trattato di “un boomerang”. Lia Quartapelle ha messo in discussione l’idea stessa di costruire battaglie guardando al passato.

Elly Schlein, schiacciata tra l’insuccesso e la minoranza interna, ha provato a rimettere insieme i pezzi: “Quei voti sono il cuore dell’alternativa”. Ma non basta. La segretaria è sotto assedio, e non da parte della destra. Il dissenso nel partito cresce come una frattura che non si rimargina. Anche il centrista Bonaccini ha avvertito che “quando due terzi del Paese non partecipano, serve riflessione”. E la riflessione, tradotta dal renzismo in sonno, significa: si cambia linea o si cambia segreteria.

Il campo largo? Un esperimento per ora fallito

Nella foto di gruppo post-referendaria c’erano ancora loro: Conte, Schlein, Bonelli e Fratoianni. Uniti sul palco, ma a pochi passi dalla dissolvenza. L’unità esibita è stata subito smentita dai fatti.

Il leader M5S ha scelto toni cauti, ma la distanza è plastica: “Difenderemo in Parlamento i temi del referendum”, ha detto. E intanto rilancia lo ius scholae come proposta autonoma. Tradotto: lavoriamo insieme, ma sulle mie condizioni. Avs, dal canto suo, insiste sulla narrazione del “messaggio forte” dei 13 milioni di Sì, ma è chiaro che quel consenso non ha prodotto nulla. Né peso, né egemonia.

Fuori dal coro, Calenda e Renzi hanno infierito senza nemmeno nascondere il compiacimento. Il primo ha accusato la sinistra di “farsi trascinare da Landini e Fratoianni” e di essere “incapace di parlare al ceto medio”. Il secondo ha liquidato i quesiti come “ideologici” e ha precisato: “Per battere Meloni bisogna parlare del 2025, non del 2015”.

Il vero risultato: un’opposizione più fragile

Il campo largo non è morto. Per ora è evaporato. Senza nemmeno passare da un funerale. Gli unici a crederci ancora sono quelli che non hanno alternative. Tutti gli altri – Renzi, Calenda, una parte del Pd – aspettano l’autopsia per spartirsi le spoglie.

Il fallimento referendario ha lasciato il governo Meloni intatto, anzi, rafforzato. Fazzolari lo ha detto senza giri di parole: “Il tentativo di usare il referendum contro l’esecutivo si è ritorto contro i promotori”. E La Russa ha sigillato: “Il campo largo è morto”.

Nel frattempo, tra le opposizioni, ognuno si attrezza per conto proprio. Il M5S prova a ergersi a perno solitario del dissenso sociale. Il Pd si lacera. Avs si trincera nei valori. E il Terzo Polo prova ad apparire l’unico in grado di parlare di futuro. Nel vuoto lasciato dalla sinistra, il governo non deve nemmeno sforzarsi di parlare. Può restare in silenzio. A parlare, questa volta, è la sconfitta altrui.

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Uno dei tanti motivi per cui si è perso il referendum

Uno dei tanti motivi per cui non è stato raggiunto il quorum dei cinque quesiti referendari lo si ritrova a urne chiuse, mentre nei seggi non hanno ancora posato le matite.

A destra il partito del presidente del Consiglio Giorgia Meloni e i suoi alleati, soprattutto i leghisti, esultano appropriandosi della vittoria. Curioso, sono gli stessi che lamentavano “un’eccessiva politicizzazione” del referendum. Ora si appuntano la stelletta. Hanno vinto a modo loro, senza mai stare nei contenuti, invitando i loro seguaci all’annichilimento degli strumenti democratici gonfi di revanscismo. Ma non è questo il motivo. Questo al massimo è il fastidio per una classe di governo che gode nel vedere i suoi cittadini esultare mentre si stringono il cappio al collo.

Nella simulata compagine che vorrebbe essere l’alternativa a questa maggioranza Carlo Calenda (pendolo sentimentale un po’ a destra e un po’ a sinistra) ne approfitta per demolire il cosiddetto campo largo. Matteo Renzi – che di referendum si era dichiarato politicamente ucciso prima di ripensarci – s’offre come rimedio al fallimento. Nel partito democratico la banda dei cosiddetti riformisti ne approfitta per scavare la fossa alla loro segretaria. Non riescono a trattenere la loro riprovevole abitudine di giocare all’ammazza segretaria anche sulla pelle delle persone e dei lavoratori. Qualcuno prova – male – a piegare i numeri per intravedere uno spiraglio di vittoria.

Come dice Ilaria Salis in politica non serve avere ragione, occorre avere forza delle proprie idee. E chi non è capace di apparire comunità con i suoi alleati e nel suo partito difficilmente può cementare abbastanza comunità tra i cittadini.

Buon martedì.

 

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Terzo mandato ai presidenti di Regione, il centrodestra in apnea: alleati allo scontro tra tattiche incrociate

Nel centrodestra il dibattito sul terzo mandato per i presidenti di Regione ha riaperto fratture che la propaganda di unità di Giorgia Meloni tenta di coprire. Fratelli d’Italia ha innescato il dibattito con una mossa studiata: non una proposta definita, ma un’apertura “al confronto”, come ha precisato il capogruppo Galeazzo Bignami. Tanto è bastato per riaccendere tensioni latenti, trasformando una questione istituzionale in terreno di manovre interne.

Il nodo è tecnico solo in apparenza. La legge vigente, quella del 2004, fissa il limite di due mandati consecutivi per i presidenti di Regione. La Corte Costituzionale ha chiarito che eventuali modifiche non possono essere demandate alle singole Regioni, ma richiedono un intervento legislativo nazionale. Questo offre a Fratelli d’Italia un margine tattico: aprire il dossier consente di sondare le alleanze e, contemporaneamente, tenere la Lega sotto pressione.

Lega: l’urgenza di Zaia e Fontana

Per la Lega la partita è cruciale. Dietro il sostegno immediato al superamento del limite si muove la necessità politica di blindare le proprie roccaforti, in primis il Veneto. Luca Zaia, al termine del suo secondo mandato, è il vero motore della pressione leghista. Ha definito l’apertura di FdI “un bel segnale”, ribadendo che tecnicamente “basterebbe una riga di legge” per intervenire prima delle prossime regionali d’autunno. Con lui si è schierato il presidente lombardo Attilio Fontana: “Sul territorio servono figure radicate e apprezzate. Altrimenti è un salto nel buio”.

Matteo Salvini ha colto l’occasione per ribadire che, se si vuole, c’è ancora il tempo per intervenire prima del voto. Ma il vero convitato di pietra resta la “Liga Veneta”, il blocco autonomista che con Zaia esercita un peso ormai autonomo dal leader federale.

Fratelli d’Italia: il calcolo di Meloni

Per Giorgia Meloni e i suoi, l’apertura è funzionale a più obiettivi. Permette di guadagnare tempo, gestire gli equilibri di coalizione e conservare margini negoziali sugli altri tavoli aperti: premierato e autonomia differenziata. Come ha spiegato Bignami, “parlarne è utile per valutare pro e contro”, ma i rischi di concentrazione di potere restano. In parallelo, il partito cerca di rassicurare la base, tradizionalmente più attenta ai limiti istituzionali: “Si tratta solo di un’apertura al confronto, gli elettori di FdI hanno una sana dose di pragmatismo”.

Meloni, per ora, non si espone. Nessuna dichiarazione diretta, nessun mandato formale al governo. È una trattativa che resta nelle mani del partito, utile anche per mettere in difficoltà l’opposizione, attraversata da divisioni analoghe.

Forza Italia e Noi Moderati: l’equilibrismo

Forza Italia oscilla tra la difesa dell’alternanza e la disponibilità a discutere. Renato Schifani ha sintetizzato il pensiero azzurro: “Il principio del ricambio è irrinunciabile, ma la riflessione va fatta con serietà, non alla vigilia del voto”. Fulvio Martusciello ha escluso la via del decreto legge; Gasparri ha ribadito che “FI resta per i due mandati” pur ascoltando le proposte. Nevi ha liquidato la questione come non prioritaria, sottolineando che “i cittadini vorrebbero sentirci parlare d’altro”.

Più netto Maurizio Lupi (Noi Moderati): “Manteniamo la contrarietà di principio, ma siamo disponibili al confronto”. Una posizione che marca il proprio spazio identitario in maggioranza senza assumersi responsabilità operative.

Le opposizioni e la variabile Campania

Il Partito democratico replica l’eterno conflitto interno: Elly Schlein contraria a ogni deroga, Vincenzo De Luca pronto a candidarsi di nuovo. Italia Viva e Azione cavalcano il tema per attaccare il governo: Davide Faraone accusa la maggioranza di “pensare solo alle poltrone”, Osvaldo Napoli parla di “gioco delle tre carte” orchestrato da Meloni.

Lo stallo come strategia

La finestra tecnica per intervenire prima del voto regionale resta aperta, ma stretta. Il tempo scorre, e proprio questo potrebbe rivelarsi funzionale alla tattica melonian-leghista: rinviare le decisioni consente di usare il tema come moneta di scambio, mentre gli alleati scoprono le proprie debolezze. È la fotografia di una maggioranza unita soltanto nella propaganda, sempre più attraversata da rivalità territoriali che il terzo mandato sta solo rendendo visibili.

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Il fallimento programmato dei referendum

L’8 e 9 giugno 2025 si è consumata l’ennesima sconfitta referendaria. I cinque quesiti abrogativi – quattro sul lavoro, uno sulla cittadinanza – non hanno superato il quorum. L’affluenza definitiva si è attestata intorno al 30%. Già al termine della prima giornata di voto il dato si era fermato al 22%, compromettendo ogni possibilità di validazione. Anche questa consultazione si inserisce nella tendenza ormai stabile: dal 1997, sei referendum su sette sono risultati invalidi per mancato raggiungimento del quorum.

La strategia del governo

La maggioranza di governo ha scelto l’astensione come linea ufficiale. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno indicato ai propri elettori di non partecipare al voto. Giorgia Meloni ha definito l’astensione una scelta politica legittima. Matteo Salvini ha dichiarato di non condividere i contenuti dei quesiti e di considerare i referendum “un’arma politica”. Antonio Tajani ha ribadito che non votare costituisce una manifestazione di dissenso. Il ministro Nordio ha parlato di diritto costituzionale all’astensione. La presidente del Consiglio si è recata al seggio senza ritirare le schede, sottolineando il rispetto per l’istituto referendario ma mantenendo la posizione astensionista.

Il fronte dell’astensione ha beneficiato anche del limitato spazio informativo riservato ai referendum. L’Autorità per le comunicazioni ha rilevato che la Rai ha dedicato ai quesiti meno dello 0,62% del proprio tempo informativo. Sulla ridotta copertura mediatica si sono concentrate le accuse dell’opposizione e dei promotori, che hanno parlato di “boicottaggio istituzionale” e di “silenzio mediatico”.

Le divisioni nel campo favorevole

Il Partito democratico ha sostenuto ufficialmente il sì su tutti i quesiti. La segretaria Elly Schlein ha partecipato alle iniziative promosse dalla Cgil. Tuttavia, nel partito sono emerse divisioni. Sei parlamentari dell’area riformista – tra cui Guerini, Madia, Picierno e Quartapelle – hanno annunciato che si sarebbero astenuti sui tre quesiti riguardanti il Jobs Act, sostenendo soltanto quelli su appalti e cittadinanza. Le divergenze hanno avuto ampia visibilità mediatica, minando la coesione del messaggio referendario.

Il Movimento 5 Stelle ha sostenuto i quattro quesiti sul lavoro, mentre sulla cittadinanza ha lasciato libertà di coscienza. Il leader Giuseppe Conte ha dichiarato il proprio sì personale, precisando però che non avrebbe promosso quel quesito. Alleanza Verdi e Sinistra ha sostenuto il sì su tutti i quesiti. Azione ha indicato il no sui quesiti lavoristici e il sì sulla cittadinanza. Italia Viva ha assunto una posizione contraria sui quesiti lavoristici e favorevole solo sul tema della cittadinanza. +Europa ha sostenuto il sì su cittadinanza e sicurezza sul lavoro.

La frammentazione del campo favorevole ha reso difficile la costruzione di un fronte ampio e unitario.

Il ruolo dei sindacati

La Cgil ha promosso attivamente la raccolta firme e la campagna referendaria, investendo oltre 230.000 euro in pubblicità. L’ultimo appuntamento nazionale della mobilitazione si è tenuto il 5 giugno a Roma. La Cisl si è espressa contro i quesiti abrogativi; la Uil ha lasciato libertà di scelta agli iscritti; Usb ha sostenuto il sì su tutti i quesiti.

L’incapacità di estendere la mobilitazione al di fuori della base sindacale si è intrecciata con il livello di fiducia complessiva nei confronti dei sindacati. Secondo i dati più recenti, la fiducia nei sindacati si attesta intorno al 42% (il 42,7% secondo Eurispes 2024), un dato che, pur superiore a quello dei partiti politici, non ha garantito una capacità di mobilitazione sufficiente. Negli ultimi anni i sindacati hanno visto erodere la loro influenza politica e sociale, e questa consultazione ne ha fornito una nuova conferma.

La dinamica del disinteresse

Diversi fattori hanno contribuito al disinteresse dell’elettorato. La natura tecnica di molti quesiti ha reso difficile una comunicazione chiara ed efficace. La mancanza di un quesito catalizzatore – come avrebbe potuto essere quello sull’autonomia differenziata, dichiarato inammissibile dalla Corte costituzionale – ha ridotto l’interesse generale. La sovrapposizione con i ballottaggi amministrativi non ha prodotto un effetto traino sufficiente a compensare la scarsa mobilitazione nazionale.

La stanchezza referendaria ha giocato un ulteriore ruolo. Dal 1974 ad oggi, su 67 referendum abrogativi, 28 non hanno raggiunto il quorum. Negli ultimi trent’anni solo due consultazioni hanno superato la soglia del 50%: nel 1995 e nel 2011. Il meccanismo costituzionale che consente all’astensione di funzionare come voto contrario si è confermato decisivo.

L’astensione organizzata

Secondo un’analisi di YouTrend, l’astensione registrata in questa tornata non è stata solo il prodotto di disinteresse o allergia al voto, ma il risultato di una strategia politica consapevolmente alimentata dal governo e da ampie aree della maggioranza parlamentare.

Il fallimento dei referendum del 2025 certifica il consolidamento di un modello politico in cui la partecipazione diretta viene sistematicamente neutralizzata. Chi ha voluto questa sconfitta non ha dovuto vincere nei numeri: è bastato impedire che i numeri ci fossero.

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Propaganda e censura, così Bibi copre i massacri

Pirateria di Stato. Così l’esercito israeliano ha sequestrato la Madleen, nave carica di aiuti umanitari per Gaza, catturando il suo equipaggio in acque internazionali. A bordo dodici attivisti, tra cui Greta Thunberg e l’eurodeputata Rima Hassan. Israele non ha alcuna giurisdizione su acque internazionali, ma da mesi il diritto internazionale è stato sistematicamente smantellato sotto gli occhi complici delle cancellerie occidentali. Mentre l’esercito rapiva i volontari, Benjamin Netanyahu sedeva nel tribunale di Tel Aviv come imputato per corruzione: primo premier israeliano processato durante il mandato.

Dopo il sequestro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato la proiezione di un video delle atrocità di Hamas del 7 ottobre 2023 agli attivisti. I corpi straziati dei bambini di Gaza devono restare invisibili, mentre viene imposto materiale selezionato e sottratto da mesi a qualsiasi verifica indipendente. La censura si alterna alla propaganda in un meccanismo ormai scoperto: piegare la narrazione per giustificare il massacro. È la conferma che la macchina israeliana non può più contare sui fatti, ma solo sulla costruzione artificiale del racconto. È l’unico scudo rimasto per tentare di sfuggire al processo che la storia imporrà.

«È giusto che Greta l’antisemita e i suoi amici sostenitori di Hamas vedano chi è Hamas», ha dichiarato Katz. Portare aiuti umanitari è diventato, per Israele, atto di terrorismo. Salvare vite umane è sabotaggio. Fermare la fame, reato. Il progetto è chiaro: non respingere un nemico, ma cancellare una popolazione. E chiunque provi a impedirlo viene classificato come complice del terrorismo.

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Propaganda e censura, così Bibi copre i massacri

Pirateria di Stato. Così l’esercito israeliano ha sequestrato la Madleen, nave carica di aiuti umanitari per Gaza, catturando il suo equipaggio in acque internazionali. A bordo dodici attivisti, tra cui Greta Thunberg e l’eurodeputata Rima Hassan. Israele non ha alcuna giurisdizione su acque internazionali, ma da mesi il diritto internazionale è stato sistematicamente smantellato sotto gli occhi complici delle cancellerie occidentali. Mentre l’esercito rapiva i volontari, Benjamin Netanyahu sedeva nel tribunale di Tel Aviv come imputato per corruzione: primo premier israeliano processato durante il mandato.

Dopo il sequestro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ordinato la proiezione di un video delle atrocità di Hamas del 7 ottobre 2023 agli attivisti. I corpi straziati dei bambini di Gaza devono restare invisibili, mentre viene imposto materiale selezionato e sottratto da mesi a qualsiasi verifica indipendente. La censura si alterna alla propaganda in un meccanismo ormai scoperto: piegare la narrazione per giustificare il massacro. È la conferma che la macchina israeliana non può più contare sui fatti, ma solo sulla costruzione artificiale del racconto. È l’unico scudo rimasto per tentare di sfuggire al processo che la storia imporrà.

«È giusto che Greta l’antisemita e i suoi amici sostenitori di Hamas vedano chi è Hamas», ha dichiarato Katz. Portare aiuti umanitari è diventato, per Israele, atto di terrorismo. Salvare vite umane è sabotaggio. Fermare la fame, reato. Il progetto è chiaro: non respingere un nemico, ma cancellare una popolazione. E chiunque provi a impedirlo viene classificato come complice del terrorismo.

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Caso Paragon, l’azienda israeliana smonta la relazione del Copasir. E chiama in causa il governo

Il caso Paragon si trasforma giorno dopo giorno in un processo indiretto contro il Copasir. L’organo parlamentare che dovrebbe vigilare sui servizi segreti italiani ha licenziato una relazione che ora viene smontata dalla stessa azienda israeliana produttrice dello spyware Graphite.

La relazione Copasir: tutto regolare, nessun colpevole

Il 5 giugno 2025 il Copasir approva all’unanimità la sua relazione sullo scandalo. Secondo il documento, il direttore di Fanpage Francesco Cancellato “non è stato sottoposto ad alcuna attività di intercettazione da parte dei servizi italiani” con il software Paragon. Gli accessi ai database di Aise e Aisi, le due agenzie di intelligence italiane, non avrebbero rilevato attività contro il giornalista. Anche le Procure non avrebbero emesso alcun decreto di autorizzazione. Il caso viene liquidato come una possibilità remota di azione da parte di “servizi stranieri” o “entità private” mai identificate.

A fronte delle notifiche di compromissione ricevute da Cancellato da Meta e Apple, il Copasir ipotizza persino un possibile “errore tecnico”, malgrado l’intervento di Citizen Lab — ignorato o minimizzato — che aveva certificato l’infezione del dispositivo con tecniche riconducibili proprio al software Graphite.

La ricostruzione di Paragon: è stato il governo italiano a fermare tutto

Ora arriva la smentita secca. Paragon Solutions, l’azienda israeliana, diffonde una nota: “Abbiamo offerto al governo e al Parlamento italiano un modo per determinare se il nostro sistema fosse stato usato contro il direttore di Fanpage in violazione della legge italiana e dei termini contrattuali. Le autorità italiane hanno scelto di non procedere”.

Non solo. Paragon precisa che la rescissione del contratto non è frutto di un accordo con i servizi italiani, come affermato dal Copasir, ma una scelta autonoma dell’azienda “alla luce del rifiuto del governo italiano di procedere alle verifiche”.

I due pesi usati dal Copasir

La relazione del Copasir sul caso Paragon genera ancora più dubbi se confrontata con la gestione dell’altro fronte dell’inchiesta: quello sugli attivisti di Mediterranea Saving Humans. In quel caso, le intercettazioni — autorizzate prima dal governo Conte II nel 2020, proseguite sotto Draghi e Meloni fino al maggio 2024 — sono state pienamente riconosciute come legittime, persino dopo l’autorizzazione all’uso di Graphite dal 5 settembre 2024 sotto il governo Meloni, su iniziativa del sottosegretario Mantovano.

Mentre per gli attivisti Mediterranea viene certificata la legittimità dello spionaggio, nel caso dei giornalisti il Copasir preferisce rifugiarsi in un comodo vuoto: nessuna responsabilità accertata, nessun colpevole identificato, nessuna indagine autonoma oltre le dichiarazioni dei servizi stessi.

L’operazione per bloccare le notifiche a giornalisti e attivisti

Non basta. La relazione Copasir propone anche un intervento normativo per impedire a colossi come Meta e Apple di avvisare gli utenti quando sono oggetto di spyware, come avvenuto per Cancellato. Un attacco diretto al diritto di sapere di essere sorvegliati. Un modo per coprire definitivamente ogni eventuale abuso.

Il silenzio di Schlein

Dentro questa ricostruzione resta un fatto politico inaggirabile: la relazione del Copasir è stat votata da tutti, opposizione inclusa. Non solo: il presidente del Copasir, Lorenzo Guerini, è espressione diretta del Partito Democratico. Mentre il Copasir confeziona una relazione che di fatto tutela chi ha spiato i giornalisti, Elly Schlein tace. Non pretende chiarimenti, non solleva il caso, non chiede le dimissioni di Guerini. Perché? Perché la segretaria del PD non alza la voce e non chiede conto delle responsabilità? Perché non difende il giornalismo d’inchiesta, la libertà di stampa e il governo democratico? Questa sarebbe la vera rottura politica.

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Così Salvini si è scelto il comandante

Come racconta Il Fatto Quotidiano Sergio Liardo è il nuovo comandante generale delle Capitanerie di porto. La nomina è stata firmata dal Quirinale, ma la regia politica è tutta nelle mani di Matteo Salvini, oggi ministro delle Infrastrutture. I due incrociano i rispettivi destini quattro anni fa, al processo Open Arms. Allora Salvini era imputato per sequestro di persona aggravato. Liardo, ufficiale della Guardia Costiera, fu chiamato in aula come testimone chiave della difesa. Dichiarò che «le condizioni del mare» non consentivano lo sbarco immediato dei 39 migranti soccorsi dalla nave spagnola. Una deposizione perfettamente allineata alla narrazione politica di Salvini, che grazie anche a quella testimonianza fu assolto nel dicembre 2024.

A meno di due anni da quella udienza, Liardo incassa la seconda promozione consecutiva: dopo la nomina a vicecomandante nel 2023, ora arriva al vertice assoluto delle Capitanerie. La scelta cade mentre la Guardia costiera è attraversata da scandali che hanno travolto decine di ufficiali coinvolti in episodi di corruzione e favori al gruppo Onorato. Liardo non è mai stato indagato, ma la sua carriera si muove stabilmente nell’orbita politica della Lega, con rapporti consolidati anche con il vice Edoardo Rixi. È l’uomo giusto per la macchina di potere: affidabile, allineato, funzionale, già rodato nei passaggi delicati dove politica e giustizia si sfiorano.

Il legittimo dubbio mettendo in fila i fatti è che il metodo sia sempre lo stesso: premiare i fedeli, trasformare le carriere in rendite politiche, normalizzare la subordinazione amministrativa al potere. Chi è utile avanza. Gli altri restano a guardare.

Buon lunedì.

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Per il governo israeliano il crimine è portare il cibo e gli occhi

Ora non è più solo un’accusa. È una confessione. Il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz, ha ordinato alle forze armate di bloccare la nave Madleen, partita dalla Sicilia per portare aiuti umanitari a Gaza. A bordo ci sono 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition — una rete internazionale che da anni tenta di rompere il blocco navale imposto su Gaza — tra cui l’europarlamentare franco-palestinese Rima Hassan, l’attivista svedese Greta Thunberg e il brasiliano Thiago Ávila.

Non è solo un’operazione militare: è il tassello di una strategia dichiarata. Katz parla di “impedire il trasferimento di armi ad Hamas” ma, sotto la retorica consueta, emerge la vera posta in gioco: impedire ogni spiraglio di vita nella Striscia. La fame come arma. Il blocco navale serve a strangolare un’intera popolazione. Pianificato, scientifico, rivendicato.

Chi prova a scalfire questa morsa viene subito bollato come nemico. “All’antisemita Greta e ai suoi amici dico chiaramente: tornate indietro”, ha dichiarato Katz. L’obiettivo non è solo fermare il cibo, è impedire che qualcuno racconti, che ci siano testimoni, che il mondo veda cosa accade davvero. Rima Hassan, a bordo della nave, parla di arresti, di sequestri di telecamere, di oscuramento delle comunicazioni.

Israele non vuole spifferi nel suo assedio. La fame diventa un protocollo di guerra, la solidarietà un crimine, la testimonianza un atto sovversivo. Il genocidio per compiersi non deve avere testimoni. Il ministro di Israele sa bene che quando si apriranno gli occhi del mondo lui e i suoi compagni di governo saranno riconosciuto per quel che sono: criminali carnefici. 

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Per il governo israeliano il crimine è portare il cibo e gli occhi

Ora non è più solo un’accusa. È una confessione. Il ministro israeliano della Difesa, Israel Katz, ha ordinato alle forze armate di bloccare la nave Madleen, partita dalla Sicilia per portare aiuti umanitari a Gaza. A bordo ci sono 12 attivisti della Freedom Flotilla Coalition — una rete internazionale che da anni tenta di rompere il blocco navale imposto su Gaza — tra cui l’europarlamentare franco-palestinese Rima Hassan, l’attivista svedese Greta Thunberg e il brasiliano Thiago Ávila.

Non è solo un’operazione militare: è il tassello di una strategia dichiarata. Katz parla di “impedire il trasferimento di armi ad Hamas” ma, sotto la retorica consueta, emerge la vera posta in gioco: impedire ogni spiraglio di vita nella Striscia. La fame come arma. Il blocco navale serve a strangolare un’intera popolazione. Pianificato, scientifico, rivendicato.

Chi prova a scalfire questa morsa viene subito bollato come nemico. “All’antisemita Greta e ai suoi amici dico chiaramente: tornate indietro”, ha dichiarato Katz. L’obiettivo non è solo fermare il cibo, è impedire che qualcuno racconti, che ci siano testimoni, che il mondo veda cosa accade davvero. Rima Hassan, a bordo della nave, parla di arresti, di sequestri di telecamere, di oscuramento delle comunicazioni.

Israele non vuole spifferi nel suo assedio. La fame diventa un protocollo di guerra, la solidarietà un crimine, la testimonianza un atto sovversivo. Il genocidio per compiersi non deve avere testimoni. Il ministro di Israele sa bene che quando si apriranno gli occhi del mondo lui e i suoi compagni di governo saranno riconosciuto per quel che sono: criminali carnefici. 

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