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Gruppioni lascia Iv per Fratelli d’Italia: la parabola renziana che chiama “centro” la destra di Meloni

L’addio di Naike Gruppioni a Italia Viva per approdare a Fratelli d’Italia è molto più di un passaggio personale: è l’ennesima dimostrazione della confusione politica che attraversa l’intera galassia renziana. Gruppioni (che già aveva lasciato Calenda per Renzi) spiega che Meloni rappresenta “il vero centro”, un governo che sarebbe “sobrio”, “serio”, interprete di “chi lavora, chi soffre e chi sogna”. Un centro che nella realtà assomiglia sempre di più a una destra pienamente sovranista, aggressiva sui diritti e feroce verso i più deboli.

È un meccanismo ricorrente. Chi si dichiara riformista, chi si racconta come “centrosinistra pragmatico”, finisce spesso a orbitare intorno alla destra, chiamandola centro per mascherare lo spostamento. La parola “centro” diventa una scorciatoia comoda: si può stare con chi affossa il salario minimo, attacca i magistrati, normalizza la repressione del dissenso e blinda le frontiere, purché lo si chiami “centro”.

Nel racconto di Gruppioni c’è tutta la fragilità politica di quell’area: l’idea che la politica sia solo gestione, “serietà”, “concretezza”, come se i diritti sociali, le disuguaglianze e le ingiustizie non fossero più materia politica ma fastidiosi orpelli ideologici da rimuovere. Per questa strada, ogni confine viene spostato: si può partire parlando di riformismo e finire ad applaudire l’autoritarismo soft, convincendosi di stare sempre al centro solo perché si è sempre vicino al vincitore di turno.

Il renzismo continua a produrre fedeli che si credono ancora progressisti mentre si accomodano nelle stanze della destra. Non è un caso: per molti di loro il centro è sempre dove comanda il potere. E il potere, oggi, parla con la voce di Giorgia Meloni.

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Punire gli altri per sentirsi perbene

Dicono che le restrizioni del decreto sicurezza non dovrebbero preoccupare la brava gente, perché tocca solo i criminali. Ascoltando in giro, sembra effettivamente che i bravi italiani della restrizione delle libertà che ieri è diventata legge se ne freghino. Una legge dal sapore fascistissimo, con il retrogusto del biennio 1925-1926, viene raccontata come un necessario passo verso l’ordine e la sicurezza.

Godono, molti italiani, perché i ladruncoli, i fragili e i troppo poveri finalmente avranno ciò che si meritano. Le leggi contro qualcuno, di questi tempi, son sempre ben accette se contengono l’aroma della vendetta verso altri, che non siamo noi. E il decreto sicurezza del governo Meloni è uno spartiacque – l’ennesimo muro – che rende socialmente clandestini coloro che non seguono il modo dell’italico cittadino.

Godono perché da oggi non ritarderanno più l’appuntamento dell’aperitivo per qualche manifestazione di ragazzi strepitanti per l’ambiente o per le recriminazioni di operai barbuti. Il decreto sicurezza ha tolto gli altri dall’itinerario quotidiano. Bene così, dicono.
Godono quando vengono bastonati gli altri giornalisti (che non leggono), godono quando vengono bastonati gli intellettuali dell’altra parte, godono quando si puniscono le altre identità sessuali, godono quando vengono randellate le altre famiglie.

La perdita dei diritti è uno scivolare lento. Non si percepisce perché sembra sempre circostante, con la buona intenzione di rimettere ordine. Finché, come cantava Umberto Tozzi, non ci si accorge che gli altri siamo anche noi. Ma di solito è già tardi.

Buon giovedì.

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Servizi segreti, il Dl Sicurezza allarga lo scudo per gli agenti. La giurista Azzollini: “Si legittima per legge una fascia di illegalità su autorizzazione politica”

Il governo Meloni ha deciso che l’impunità non basta più. Bisogna ampliarla, blindarla, renderla sistema. È questo il senso del Decreto Sicurezza 48/2025, approvato in tempi record alla Camera grazie al solito voto di fiducia, stesso copione impartito anche al Senato per il via libera definitivo. Tra le varie norme, il cuore politico e giuridico della riforma sta nell’articolo 31: modifica le regole sulla non punibilità degli agenti dei servizi di intelligence, alterando in modo radicale gli equilibri faticosamente costruiti in precedenza.

Si smantellano i limiti del 2007

Fino ad oggi, il personale dell’Aisi e dell’Aise (i servizi segreti interni ed esterni) godeva di garanzie funzionali previste dalla legge 124/2007: poteva essere autorizzato a compiere determinati reati purché essi fossero indispensabili alle finalità istituzionali e solo previa autorizzazione del Presidente del Consiglio, su richiesta motivata dei direttori dei servizi e sotto il controllo del Dis (sovraordinato ad Aisi e Aise). Un meccanismo pericoloso ma almeno sottoposto a paletti chiari: erano sempre esclusi i delitti che mettevano in pericolo la vita, l’integrità fisica, la libertà personale, la salute, e soprattutto quei reati per cui il segreto di Stato non poteva essere opposto (terrorismo, mafia, stragi, eversione).

Il governo ora cancella quei paletti. Il nuovo comma 4 dell’articolo 17 della legge 124/2007, così come riscritto dal decreto, introduce un’eccezione decisiva: sarà possibile autorizzare operazioni che integrano reati prima vietati, inclusi associazione mafiosa e alcuni reati di terrorismo. Per la prima volta nella storia repubblicana, lo Stato legalizza la possibilità di autorizzare i propri agenti a commettere crimini gravissimi in nome di un generico interesse alla sicurezza.

Come ha spiegato con chiarezza Vitalba Azzollini, questa riforma rompe un argine costituzionale: “Si legittima per legge una fascia di illegalità coperta preventivamente dallo scudo dell’autorizzazione politica”. Con il paradosso che ora si potranno autorizzare azioni riconducibili agli stessi fenomeni – mafia, terrorismo – che i servizi avrebbero il compito di contrastare.

Una zona grigia sempre più vasta

A giustificazione, il governo sventola l’eterno alibi della lotta al terrorismo. Ma la norma non distingue tra prevenzione e collusione: il rischio non è più solo teorico. Si autorizza la possibilità che agenti dello Stato, in attività coperte da segreto, partecipino o assistano organizzazioni terroristiche o mafiose.

Accanto a questa espansione per i servizi, il decreto prevede anche l’estensione della non punibilità ai militari impegnati in missioni internazionali, includendo ora reati informatici come violazioni di domicilio o di segreti. Un’altra zona grigia che rende sempre più opaca la responsabilità penale delle strutture di sicurezza.

Il tutto avviene in un contesto di totale compressione del dibattito parlamentare. Il Decreto Sicurezza è stato convertito alla Camera il 28 maggio 2025 con procedura d’urgenza e voto di fiducia riproposto anche al Senato. Il Parlamento ridotto a passacarte di decisioni già scritte.

Da Stato di diritto a Stato di licenza

Con questa riforma, il governo Meloni porta a compimento una trasformazione inquietante: da uno Stato di diritto a uno Stato di licenza. Dove non esiste più un limite giuridico invalicabile per chi detiene il monopolio legale della forza. Dove le garanzie costituzionali vengono sospese in funzione degli interessi dell’apparato. Dove il controllo democratico scompare dietro l’opacità del segreto di Stato.

E dove, soprattutto, ogni futura inchiesta sulle deviazioni dei servizi sarà destinata a infrangersi contro questa nuova muraglia legislativa. È il trionfo dell’impunità istituzionalizzata. Ed è la fotografia di un sistema di potere che si prepara a blindare sé stesso.

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Un genocidio a rate, oggi si muore di fame

Ieri Israele ha fermato le distribuzioni di cibo a Gaza. Non per umanità, non per vergogna. Per strategia. Le file di disperati da cui pescare bersagli erano diventate troppo lunghe, troppo visibili, troppo ingombranti persino per chi, in Occidente, continua a ripetere che “bisogna distinguere”.

La Gaza Humanitarian Foundation — creata da Israele e gestita da contractor statunitensi, militari di compagnie private — ha chiuso i centri di distribuzione “per lavori di organizzazione ed efficienza”. La traduzione è elementare: meno distribuzioni, meno folle, meno occhi del mondo addosso. 

Martedì, a Rafah, l’ennesima carneficina: 27 morti sotto i proiettili israeliani, mentre cercavano cibo. Le strade verso i centri sono state dichiarate “zone di combattimento”. Chi si avvicina rischia di essere giustiziato senza processo.

Israele controlla cosa entra, quanto entra, quando entra. I valichi sono sotto il suo totale controllo: né Nazioni Unite né agenzie indipendenti possono decidere cosa far passare. In aprile, il numero dei camion di aiuti ammessi è crollato ai minimi storici, sotto i 200 al giorno: meno di un quarto rispetto al fabbisogno stimato per sfamare la popolazione assediata.

Quando i morti sotto i droni non bastano più, quando i massacri diventano difficili da coprire perfino per i complici europei, resta la fame. Non serve il piombo ogni giorno, basta chiudere i rubinetti. La fame non ha bisogno di immagini, non sporca le mani, non costringe a spiegazioni nei salotti buoni. È un’arma più silenziosa, più comoda, più vile.

Il genocidio continua. Cambiano solo i metodi. L’obiettivo è sempre lo stesso: annientare.

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Decreto Sicurezza, la versione del governo non regge alla prova dei numeri: con le nuove norme si rischia più carcere

La fotografia che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si ostina a proporre è sempre la stessa: il nuovo Decreto Sicurezza non aggraverebbe il sistema carcerario italiano. “Sono convinto che non si determinerà l’aggravio sul sistema penale”, ha dichiarato il 4 giugno a Sky TG24. Dichiarazioni che sbattono però contro i dati e le analisi tecniche.

Il sovraffollamento già al collasso

Il primo dato, che Piantedosi finge di ignorare, è lo stato attuale delle carceri italiane. Al 2 giugno 2025, secondo i dati del Ministero della Giustizia, i detenuti sono 62.813 a fronte di 46.710 posti realmente disponibili, con un tasso di affollamento del 134,4%. Antigone conferma numeri analoghi, rilevando addirittura picchi del 220% in alcuni istituti come Lucca, Foggia e San Vittore. A questi numeri drammatici si aggiungono 91 suicidi nel solo 2024 e 29 nei primi quattro mesi del 2025.

Quando il sistema penitenziario è già saturo al limite patologico, introdurre nuove fattispecie penali e aggravare le pene non può che generare ulteriore pressione. La “bulimia punitiva”, come la definiscono oltre duecento giuristi in un appello sottoscritto contro il decreto, non è solo un errore politico: è un disastro calcolato.

Nuove norme, vecchia logica repressiva

Il Decreto Sicurezza non si limita a ritoccare norme esistenti. Introduce nuove fattispecie che trasformano condotte amministrative in reati penali. L’articolo 10, ad esempio, istituisce il reato di “occupazione arbitraria di immobile“, punito con pene da due a sette anni, rendendo inapplicabili le sanzioni alternative previste per pene inferiori a quattro anni. Persino chi “collabora” rischia il carcere, criminalizzando reti di solidarietà e movimenti per il diritto all’abitare.

Anche il dissenso diventa bersaglio. L’articolo 14 trasforma il blocco stradale da illecito amministrativo a reato punito con la reclusione fino a due anni se compiuto in gruppo. I manifestanti, gli attivisti sindacali, gli ecologisti: tutti nel mirino.

A completare il quadro, il nuovo reato di “rivolta penitenziaria“, punito fino a otto anni di carcere (dodici o più se vi sono lesioni o morti). La norma è costruita per essere un’arma di disciplina interna: la sola resistenza passiva può bastare per un’incriminazione. In quanto reato ostativo, preclude l’accesso ai benefici penitenziari, allungando inevitabilmente i tempi di detenzione.

Madri, minori e vulnerabili sotto schiaffo

Il Decreto colpisce anche le detenute madri. Il rinvio obbligatorio della pena per donne incinte o con figli piccoli diventa facoltativo, con la possibilità di separare legalmente madre e figlio per “condotta inadeguata”. Non serve molta fantasia per intuire le ricadute psicologiche e sociali di queste scelte.

Il sistema penale minorile, già sotto stress dopo il Decreto Caivano, rischia ora un ulteriore intasamento. Gli IPM registrano 611 presenze su 381 posti disponibili nel giro di due anni. Una deriva punitiva che normalizza l’incarcerazione precoce.

Le voci che il governo ignora

Non sono solo le opposizioni a denunciare lo sfregio giuridico. Accanto all’appello dei giuristi, anche l’Associazione Nazionale Magistrati e il Csm hanno sollevato gravi profili di incostituzionalità. L’associazione Antigone parla di “minaccia allo Stato di diritto” e prevede un “inevitabile aumento della popolazione detenuta”. Persino il cosiddetto Decreto Carceri, varato dal governo per affrontare il sovraffollamento, è stato definito dagli esperti “una occasione mancata”, troppo debole per bilanciare l’effetto espansivo del pacchetto sicurezza.

Non stupisce che il governo tenti di giustificare una scelta politica consapevole: quella di alimentare un diritto penale simbolico, da campagna elettorale permanente, che gonfia le carceri senza affrontare i problemi sociali. Il populismo penale non offre sicurezza. Produce solo più carcere, più suicidi, più disperazione.

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Due pesi e due misure anche sulle minacce, Bassetti smaschera il potere: valgono di più se colpiscono la politica

Matteo Bassetti lo dice senza giri di parole: «È giusto che tutti si siano indignati e abbiano dato solidarietà alla premier Meloni per le minacce alla figlia. Ma come altri medici sono quattro anni che riceviamo insulti e minacce sui social. Nessuno li condanna». Il direttore delle Malattie infettive del San Martino di Genova riassume così il cuore di una questione che la politica italiana si ostina a non voler vedere: l’indignazione selettiva come metodo di governo.

La vicenda è nota. Il docente Stefano Addeo pubblica un post con un indegno augurio di morte alla figlia della premier. La condanna politica è immediata: interviene il Quirinale, il ministro Valditara apre un’indagine, l’intero arco parlamentare si compatta in solidarietà. Poi esplode la gogna: minacce, insulti, lancio di oggetti contro casa, fino al tentativo di suicidio del docente.

Medici sotto assedio: il silenzio istituzionale

Il problema non è la condanna delle minacce in sé, che resta sacrosanta. Il problema è il divario sistematico nella reazione pubblica. Bassetti denuncia l’abisso tra il silenzio politico che avvolge chi, come lui e migliaia di medici, continua a subire minacce quotidiane e la tempestività assoluta quando le vittime sono figure politiche.

I dati FNOMCeO-Censis parlano chiaro: nei primi tre mesi del 2025 si sono registrate 6.483 aggressioni a operatori sanitari, con un aumento del 37% rispetto al 2024. Oltre duemila al mese. Il 72% delle vittime non denuncia, spesso per paura o rassegnazione. Nonostante questo, la politica ha scelto un profilo basso: qualche dichiarazione sporadica del ministro Schillaci e del sottosegretario Gemmato, ma senza mai la compattezza bipartisan vista nel caso Meloni. Intanto aumentano i medici che valutano la fuga all’estero, e cresce la percezione di insicurezza.

L’origine politica dell’odio

Bassetti non si limita a elencare le minacce: punta il dito sulle responsabilità politiche. Parla apertamente di una «campagna d’odio messa in piedi da alcune forze politiche», di una «Commissione parlamentare che ha messo nel mirino i vaccini». È la Commissione Covid istituita nel 2024. La gestione politica della pandemia è diventata così terreno per riscrivere la narrazione scientifica.

Il modello replicato: giornalisti e critici nel mirino

Il doppio standard non colpisce solo la sanità. Lo schema è identico per chi critica il potere. Roberto Saviano ha dovuto leggere, in chat interne del 2021, la promessa di Giorgia Meloni di tirargli «una palata di letame», mentre il ministro Crosetto scriveva che «Saviano va punito». Sigfrido Ranucci, minacciato di morte dopo un’inchiesta su Gaza, ha raccolto solo alcune timide espressioni di solidarietà. Paolo Berizzi vive sotto scorta dal 2019 per le sue inchieste sul neofascismo, ma dalle stanze del governo nessuna reazione forte. Qui l’indignazione scompare, o peggio: viene sostituita dalla delegittimazione.

La degenerazione è già in atto

Il rischio, come denuncia Bassetti, è che la politica coltivi scientemente il divario tra il “Paese reale” e i palazzi. L’indignazione selettiva mina la fiducia dei cittadini, normalizza le minacce verso chi è sgradito al potere e trasforma il dissenso in bersaglio. E quando la condanna pubblica diventa un calcolo di convenienza, il degrado democratico non è più un’eventualità, è un processo già avviato.

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Rai, manuale pratico di intimidazione

Il tribunale di Busto Arsizio ha fatto a pezzi la foglia di fico della Rai. La circolare con cui Viale Mazzini ha imposto ferie forzate e aspettativa ai dipendenti coinvolti nei referendum è discriminatoria e incostituzionale. Altro che par condicio: qui si usa il servizio pubblico per intimidire chiunque osi partecipare alla vita democratica fuori dall’orario di lavoro.

Non importa il ruolo: cameraman, fonici, costumisti, tecnici delle luci, persino i ballerini. Non importa che non appaiano in video, non tocchino un solo secondo di palinsesto. Basta che aderiscano o simpatizzino per un comitato. Tanto basta per essere messi in ferie forzate o sospesi. Un messaggio chiaro: o rinunci a esprimere un’opinione politica o sei fuori. Non si giudica il lavoro, si giudica la testa. E la testa va controllata prima che parli.

La Rai si difende dicendo che lo fa da anni. È la confessione del metodo: non una svista, ma una prassi consolidata, normalizzata e mai corretta. La giudice Franca Molinari ha demolito questa architettura: l’imparzialità non è un pretesto per schiacciare diritti fondamentali.

Qui non c’è tutela dell’equilibrio informativo. C’è il controllo delle coscienze. La Rai diventa braccio esecutivo del potere, che prima epura i programmi sgraditi, poi i lavoratori dissidenti, e ora punta al passo successivo: educare al silenzio. La neutralità che pretendono è quella dell’obbedienza preventiva. Il servizio pubblico ridotto a caserma, con la complicità della paura e l’arroganza del potere che non teme più neppure di farsi scoprire.

Buon mercoledì.

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Nell’inferno di Gaza si spara pure sulla fame

A Gaza il pane continua a essere moneta di scambio tra la fame e la morte. La nuova “strage del pane” avvenuta nelle ultime ore a Rafah porta con sé numeri ancora una volta agghiaccianti: almeno 27 morti e oltre 90 feriti secondo il Ministero della Sanità di Gaza e Al Jazeera. Si spara su chi cerca cibo, su chi tenta di sopravvivere. E mentre i carri armati e i droni israeliani inchiodano i civili sui corridoi di distribuzione degli aiuti, l’esercito israeliano parla di “colpi di avvertimento” contro “sospetti” che si sarebbero avvicinati a 500 metri dalle postazioni militari. Di fatto hanno confessato, sconfessando coloro che inventavano responsabilità di Hamas. 

A certificare la gravità non sono solo i bilanci di sangue: l’ONU definisce ormai questi attacchi intorno ai centri di distribuzione come “crimini di guerra”. Il segretario generale Antonio Guterres invoca un’indagine indipendente: “È inaccettabile che i palestinesi debbano rischiare la vita per procurarsi del cibo”. Sembra banale ma di questi tempi tocca ribadirlo. 

Intanto la macchina di demolizione prosegue: bulldozer israeliani hanno abbattuto anche il muro posteriore dell’Ospedale Europeo di Khan Younis e bombardato l’ultimo centro dialisi a Beit Lahiya. La Gaza Humanitarian Foundation — organismo criminale sostenuto da USA e Israele e respinto dall’ONU — gestisce la distribuzione. Anche Trump ha le mani sporche di sangue. 

Mentre Madrid sospende i contratti militari con Israele, il consenso europeo verso Tel Aviv crolla ai minimi storici. Eppure l’ecatombe continua, in diretta, davanti agli occhi di un Occidente che si indigna a intermittenza.

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Due popoli e due piazze, dopo l’Ucraina gli ex renziani del Pd usano Gaza per logorare Schlein

Quando la crisi in Medio Oriente arriva a Roma, il Partito democratico si conferma laboratorio permanente di divisioni. “Due popoli, due Stati, tre cortei”: la sintesi brutale non viene dai detrattori, ma fotografa la frattura interna che la questione Gaza ha riacceso e reso plastica. Elly Schlein guida ufficialmente un Pd che ha scelto una posizione netta, ma intorno a lei i soliti noti della corrente riformista lavorano, ancora una volta, per indebolire la sua leadership, sfruttando la politica estera come leva per regolare conti interni mai chiusi.

La piazza di Schlein e il fronte di sinistra

Schlein non ha usato giri di parole. Ha definito Gaza un “inferno in terra” con “più di 50mila morti, 15mila bambini” e ha accusato il governo Meloni di “complicità” per l’immobilismo diplomatico. Il Pd, insieme a M5S e AVS, ha depositato una mozione parlamentare che chiede il riconoscimento dello Stato di Palestina, il cessate il fuoco immediato, l’embargo sulle armi verso Israele, sanzioni internazionali e il sostegno ai mandati della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu e Gallant.

La manifestazione di Roma, convocata per il 7 giugno a Piazza San Giovanni, si presenta come il banco di prova della nuova linea politica: un’alleanza organica con il M5S e la sinistra ecologista, una rottura netta rispetto ai vecchi equilibri centristi. Schlein “tira dritto” e consolida il blocco progressista, anche a costo di esasperare il nervosismo della minoranza interna.

Il teatro parallelo dei riformisti

La minoranza non è rimasta a guardare. Il 6 giugno, al Teatro Franco Parenti di Milano, andrà in scena l’alternativa riformista. I protagonisti: Guerini, Madia, Malpezzi, Quartapelle, Gori, Sensi e Picierno, in compagnia di Renzi e Calenda. È qui che il sabotaggio prende forma sotto il velo del “realismo”: si chiede il cessate il fuoco, sì, ma senza ambiguità su Hamas, evitando – parole di Calenda – “bandiere che inneggiano alla morte degli ebrei”.

In realtà, la scelta di Milano serve a marcare il confine politico ed esistenziale con la linea Schlein-M5S. I riformisti rifiutano la radicalità delle richieste di Roma, strizzano l’occhio a Renzi e Calenda e mantengono aperta la porta verso il centro. Guerini lo dice esplicitamente: “Serve un Pd aperto e plurale”. Tradotto: meno Schlein, più centro liberale.

L’ambiguità calcolata dell’opzione dorotea

C’è poi chi prova a giocare su entrambi i tavoli. Diversi esponenti dem hanno scelto di partecipare sia alla manifestazione di Roma che a quella di Milano. Una strategia definita con precisione chirurgica dal Riformista: “Per non sbagliare, farsi vedere tra i dialoganti il venerdì e tra i contestatori più frontali il sabato”. Un equilibrismo che rivela il vero obiettivo: tutelare visibilità personale senza assumere rischi politici netti.

Dietro la narrazione dell’unità c’è il consueto calcolo tattico: logorare Schlein senza rompere formalmente, offrendo al tempo stesso sponda ai centristi che sognano un’area moderata alternativa al campo largo. La metafora più azzeccata la fornisce ancora il Riformista: “Il vegetariano che il giorno prima fa l’aperitivo vegano e il giorno dopo partecipa alla grigliata”.

La replica del copione ucraino

Le manovre sulla questione Gaza ricalcano, del resto, la stessa dinamica già vista sulla guerra in Ucraina. Anche lì Schlein venne accusata di “balbettare”, mentre i riformisti, da Guerini in giù, rivendicavano il pieno sostegno militare all’Ucraina e un saldo atlantismo. Raffaella Paita aveva affondato il colpo: “Il Pd è diventato un comitato studentesco e Schlein la rappresentante d’istituto”.

Il disegno è chiaro: ogni dossier di politica estera diventa il pretesto per contestare la legittimità politica della segretaria, minarne l’autorità e costruire un asse alternativo con Azione e Italia Viva. Il tutto senza mai aprire lo scontro finale, ma logorando giorno dopo giorno.

Il Pd senza pace

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un partito che non riesce a darsi un’identità coesa, prigioniero di una minoranza che non accetta il risultato congressuale e sfrutta ogni occasione per depotenziare la linea scelta dagli iscritti. Gaza, come l’Ucraina prima, è solo l’ennesimo terreno di una guerra interna permanente.

E mentre fuori il mondo brucia, dentro il Pd si continua a giocare lo stesso gioco sporco. Sempre col sorriso diplomatico di chi parla di pluralismo, mentre prepara l’ennesimo trappolone.

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Strage di Cutro, escluse alcune parti civili. Presidenza del Consiglio e Viminale restano fuori dal processo

Il processo per la strage di Cutro è entrato nella sua fase decisiva, ma lo fa già monco. Il naufragio del caicco Summer Love, avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 davanti a Steccato di Cutro, ha causato la morte di 94 persone, tra cui 35 minori. La vicenda fu subito definita da associazioni e Ong una “strage di Stato”. Oggi, il dibattimento giudiziario che dovrebbe ricostruire responsabilità e omissioni si apre con ammissioni e silenzi che pesano.

Sul banco degli imputati siedono sei ufficiali: quattro della Guardia di Finanza e due della Guardia Costiera. La Procura di Crotone contesta loro i reati di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo per aver ritardato l’avvio dei soccorsi e sottovalutato la gravità della situazione nonostante i segnali d’allarme arrivati ore prima da Frontex. L’indagine ha rivelato carenze nel coordinamento tra le due forze, omissioni comunicative e ritardi nelle valutazioni operative, aggravati da condizioni meteo avverse e da una lettura formalistica delle regole d’ingaggio.

Chi può stare in aula: il filtro del GUP

Il Giudice per l’Udienza Preliminare ha accolto 88 parti civili. Tra queste sono state ammesse le principali Ong di soccorso: Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea-Watch, SOS Humanity e SOS Mediterranée Italia. Secondo il giudice, queste organizzazioni “si occupano di soccorsi in mare, perseguendo quale primario obiettivo la tutela della vita”. Le Ong hanno dichiarato: “I ritardi non sono incidenti, ma negligenze più o meno calcolate. La catena di comando va ricostruita integralmente”.

Ma la selezione delle parti civili lascia sul terreno molte esclusioni. Bocciate le richieste di associazioni storicamente impegnate nella difesa dei diritti dei migranti: ASGI, ARCI, Melting Pot, Mem.Med, Sabir, Giuristi Democratici, Progetto Diritti, Senza Confine e altre ancora. Secondo il Gup, queste realtà non sarebbero “direttamente coinvolte nella tutela della vita in mare”. Una decisione che ha sollevato critiche pesanti. L’avvocato Santino Piccoli (Acad e Melting Pot) non ha nascosto tutta la sua amarezza: “Sono stati lasciati soli i superstiti e i parenti delle vittime, sostenuti solo dalle Ong”. Dura anche Mem.Med: “Emblematica sordità verso il dolore e la verità. Perfino i legami familiari sono stati contestati dagli avvocati degli imputati, come se si potesse cancellare il diritto alla giustizia”.

Il nodo delle responsabilità politiche

La fotografia giudiziaria si complica ulteriormente se si osservano le responsabilità civili. Sono stati citati il ministero dell’Economia e delle Finanze (per i finanzieri), il ministero delle Infrastrutture (per la Guardia Costiera) e il Fondo di garanzia delle vittime della strada. Respinta invece ogni richiesta di chiamata in causa per il Viminale e la Presidenza del Consiglio, nonostante in un parallelo procedimento contro gli scafisti queste stesse istituzioni si siano costituite parte civile, invocando “l’estrema gravità dei fatti”.

Su questo punto si addensa il rischio che il processo limiti il perimetro delle responsabilità ai livelli operativi intermedi, evitando di risalire la filiera decisionale politica e amministrativa che ha influenzato l’intervento dei soccorsi. Come documentato, l’operazione inizialmente classificata come contrasto all’immigrazione clandestina e non come emergenza Sar pone un interrogativo su quanto le scelte operative siano state dettate da logiche di controllo dei confini anziché di tutela della vita.

I familiari esclusi anche fisicamente

Il quadro si completa con il paradosso kafkiano imposto ai familiari delle vittime residenti all’estero. Diversi parenti, provenienti da Iran, Turchia e Pakistan, si sono visti negare o ostacolare il visto per partecipare al processo. Un rimpallo di competenze tra Questura di Crotone, Gup e Ministero degli Esteri, che ha richiesto interventi d’urgenza davanti al Tribunale civile per garantire il diritto alla partecipazione processuale.

Il passo indietro della Calabria

Infine, pesa anche il dietrofront della Regione Calabria, che dopo essersi costituita parte civile, ha ritirato la propria adesione “per rispetto verso chi indossa una divisa”, piegandosi di fatto alle pressioni delle gerarchie militari e ai diktat politici del governo centrale.

Il 9 giugno si deciderà sul rinvio a giudizio degli imputati. Ma il rischio concreto è che, ancora una volta, resti in piedi soltanto una giustizia parziale: quella che evita di interrogarsi sulle responsabilità sistemiche e politiche che hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero.

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