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Meloni gioca a nascondino con la democrazia

Giorgia Meloni gioca d’azzardo anche col voto. Di fronte al referendum sulla cittadinanza dell’8 e 9 giugno, mette in scena l’ennesima furbizia istituzionale: «Vado a votare ma non ritiro la scheda». Un equilibrismo che tradisce la paura di un doppio tonfo: al referendum e alle amministrative.

Ma qui la furbizia diventa violazione costituzionale. I cittadini possono scegliere di non votare, chi governa no. Chi siede al vertice delle istituzioni ha il dovere di garantire il pieno svolgimento delle consultazioni e favorire la partecipazione, come prescrive l’articolo 54 della Costituzione. La Repubblica nasce da un referendum: oggi il governo umilia quella stessa radice democratica.

Meloni e il suo blocco di potere usano ogni leva per delegittimare il referendum: lo definiscono confuso, inutile, persino mistificatorio. Intanto il controllo mediatico di governo spinge il Paese verso l’astensione, alimentando una deriva già allarmante: dal 90% di partecipazione negli anni Settanta al 55% di oggi.

Svuotare la partecipazione è la loro strategia: meno cittadini decidono, più il potere resta saldo nelle stesse mani. È la mutazione autoritaria travestita da astuzia tecnica. In questo disegno il voto non è più uno strumento di democrazia, ma un rischio da disinnescare. Non partecipare diventa il nuovo ordine implicito. La propaganda suggerisce che votare sia inutile, l’astensione una scelta “neutrale”. Ma è il contrario: il silenzio del popolo è l’ossigeno di chi comanda senza voler rispondere.

Buon martedì.

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Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua – Lettera43

Tra qualche settimana piomberemo nella solita crisi idrica che poteva essere evitata. I fondi, i piani e le tecnologie ci sono. Il problema è una governance frammentata, incapace di pianificare, coordinare e realizzare. Ogni anno diventa così una copia del precedente, solo più caldo e assetato.

Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua

Questo è un articolo che viene dal futuro, sulla crisi idrica che vivremo nell’estate che sta arrivando. L’Italia entra nell’estate del 2025 sotto la minaccia concreta di una crisi idrica che era stata annunciata e prevista con largo anticipo. Non un’emergenza imprevista, ma il risultato di un decennio di sottovalutazioni, ritardi e fallimenti politici che hanno trasformato l’acqua in un bene sempre più scarso e conteso. I dati raccolti negli ultimi anni lo avevano scritto nero su bianco: già nel trentennio 1991-2020 la disponibilità di acqua dolce si era ridotta del 19 per cento rispetto al periodo 1921-1950. Il 2022 ha segnato un crollo storico, con una disponibilità idrica inferiore del 50 per cento rispetto alla media 1951-2022.

Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua
Il ponte della Becca alla confluenza del fiume Po con il Ticino, nell’aprile 2023 (Ansa).

Le temperature continuano a essere ampiamente superiori alla media

Dietro il disastro c’è la febbre climatica. Il riscaldamento globale ha agito su più fronti: meno neve in inverno, precipitazioni più irregolari, lunghi periodi di siccità alternati a piogge torrenziali inutili per la ricarica delle falde. Il 2022 è stato l’anno più caldo dal 1971, con temperature medie aumentate di +1,7°C rispetto al periodo 1981-2010. Il 202e4 e l’inizio del 2025 hanno confermato il trend. A Roma e Milano si sono toccati rispettivamente +2,7°C e +2,5°C sopra la media. Parallelamente, i giorni senza pioggia hanno superato i 299 annui. La proiezione per l’estate 2025, elaborata già a maggio dal servizio Copernicus e confermata dall’Aeronautica Militare, parla chiaro: temperature ampiamente superiori alla norma e precipitazioni sotto la media, con l’anticiclone africano stabile sulla penisola.

Le perdite di rete nelle Isole sfiorano il 53 per cento

Il collasso idrico colpisce il Paese in modo asimmetrico, ma non risparmia nessuno. Nel Nord, il bacino del Po continua a subire drastici cali di portata. Piemonte e Lombardia, fortemente dipendenti dalle falde (rispettivamente per l’87 e il 97 per cento dei prelievi), devono fronteggiare anche la contaminazione da Pfas e pesticidi. In Veneto le criticità ecologiche sui corsi d’acqua sono ormai croniche. Nel Sud e nelle Isole il quadro è drammatico. Sicilia e Sardegna affrontano perdite di rete rispettivamente del 51,6 e 52,8 per cento. In Basilicata la dispersione raggiunge il 65,5 per cento, il dato peggiore d’Italia. I livelli degli invasi sono ai minimi, le autobotti tornano a rifornire centri urbani ormai desertificati. Agrigento e Trapani subiscono già razionamenti sistematici. L’agricoltura crolla: mais e soia nel Nord, grano duro e olivicoltura nel Sud subiscono cali produttivi a due cifre.

Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua
Una manifestazione contro la crisi idrica ad Agrigento, giugno 2024 (Ansa).

Ogni anno in Italia si disperdono oltre 3,4 miliardi di metri cubi d’acqua

Al disastro climatico si somma il disastro politico e infrastrutturale. Il 42,4 per cento dell’acqua immessa nelle reti va perso prima di raggiungere i cittadini. Ogni anno si disperdono oltre 3,4 miliardi di metri cubi, acqua che potrebbe bastare per 43 milioni di persone. Le condotte hanno in media oltre 50 anni. Al Sud la frammentazione gestionale è massima: nel 2022 operavano 1492 enti per il solo prelievo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza aveva stanziato 4,38 miliardi per il sistema idrico. I fondi, però, si sono impantanati tra ritardi progettuali, gare non ancora concluse e avvii di cantiere lentissimi, specie nel Mezzogiorno. La Corte dei Conti già nel 2025 registrava uno stato di avanzamento reale fermo intorno al 22 per cento per molti progetti.

Dal decreto Siccità al Pniisii sono arrivate solo promesse

Ogni emergenza ha prodotto un nuovo piano, ogni piano una nuova promessa. Nel 2023 era arrivato il Decreto Siccità con la nomina di un Commissario straordinario e fondi d’emergenza. Poi il Piano Nazionale degli Interventi nel Settore Idrico, il cosiddetto Pniissi, alimentato da finanziamenti ordinari e dal Pnrr. Gli obiettivi dichiarati erano sempre gli stessi: ridurre le perdite di rete, aumentare la capacità di stoccaggio, mettere in sicurezza gli invasi, digitalizzare le reti, adeguare la depurazione. A parole, interventi definiti urgenti e strategici. Nei fatti, procedure bloccate, progetti accatastati, autorizzazioni lente, cantieri mai aperti. La promessa di ridurre del 15 per cento le perdite di rete entro il 2026 si è dimostrata già a metà del percorso una chimera. La storia del Piano Invasi resta il paradigma: stanziamenti annunciati dal 2017, ma si è ancora incapaci di mettere a regime opere ferme da decenni.

Ogni estate lo stesso copione: in Italia sarà emergenza acqua
Autobotti a Messina (Ansa).

Un’emergenza prevista non è più un’emergenza

L’estate 2025 ripropone, con la puntualità dell’incapacità politica, lo schema consolidato: dichiarazione di stato d’emergenza, autobotti, divieti d’uso, razionamenti e deroghe temporanee sui prelievi. Gli interventi strutturali, promessi dopo ogni crisi, restano incompleti o rinviati. La gestione dell’acqua continua a essere condizionata da una logica emergenziale che ormai non è più emergenza, ma ordinaria amministrazione. La crisi idrica sta accelerando anche i divari sociali e territoriali. Il Sud, più esposto, più povero, più fragile, paga il prezzo più alto. L’agricoltura locale crolla, i costi dell’acqua salgono, la sicurezza alimentare si incrina, mentre interi territori rischiano lo spopolamento. Secondo le stime, il Sud potrebbe perdere fino al 90 per cento della propria disponibilità idrica estiva nello scenario peggiore. Guardando questa estate 2025 dal 2026, il verdetto è implacabile: era tutto previsto. Le proiezioni lo annunciavano da anni. I fondi ci sono stati. Le tecnologie esistono. Ma il problema è sempre lo stesso: una governance frammentata, incapace di pianificare, coordinare e realizzare. Ogni estate diventa una copia dell’estate precedente, solo più calda. E intanto, la sete cresce.

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Caro energia e cifre gonfiate: un altro colpo alla propaganda

Giorgia Meloni ha un metodo. Non si tratta di visione politica, né di strategia economica. È una tecnica di narrazione sistematica: ripetere numeri gonfiati, anche quando la smentita arriva da documenti ufficiali del suo stesso governo. L’ultimo esempio è la cifra dei fondi stanziati per contrastare il caro energia. Un copione già visto, ancora una volta smentito dai dati.

Il 27 maggio scorso, durante l’Assemblea di Confindustria a Bologna, la presidente del Consiglio ha dichiarato che il suo governo avrebbe “stanziato circa 60 miliardi di euro” per fronteggiare l’aumento dei costi dell’energia. Non era la prima volta. Lo stesso numero era stato ripetuto nei question time alla Camera e al Senato. Secondo Meloni, la cifra rappresenterebbe la portata dell’impegno economico dell’esecutivo in carica. Secondo i numeri, la cifra è falsa.

La somma che non torna

Il fact-checking di Pagella Politica, basato sui documenti ufficiali del governo e sulle relazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze, scompone il mito. Dall’insediamento di Meloni, il 22 ottobre 2022, le risorse realmente stanziate contro il caro energia ammontano a circa 35 miliardi di euro, poco più della metà di quanto raccontato.

La ricostruzione puntuale smonta il racconto propagandistico. Il primo decreto realmente attribuibile al governo Meloni è l’Aiuti quater del novembre 2022, con uno stanziamento di poco più di 9 miliardi, molti dei quali ereditati dal governo Draghi. Segue la legge di Bilancio 2023 con altri 19-21 miliardi, secondo le stime incrociate del Dipartimento per il programma di governo e dell’Ufficio parlamentare di Bilancio.

Nel 2023 i decreti successivi (Aiuti quinquies e altri) hanno aggiunto circa 3,8 miliardi. La legge di Bilancio per il 2024 ha previsto solo misure marginali, come la proroga del contributo straordinario per il bonus sociale elettricità con appena 200 milioni. Infine, il decreto bollette del 2025 ha stanziato 3 miliardi, portando il totale a circa 35 miliardi.

Un copione che si ripete

La cifra vera è lì, nero su bianco, ma nella narrazione pubblica continua a circolare il dato gonfiato. È successo con il fantomatico record sulla crescita dei salari, smentito dall’Istat. È successo con i dati sull’occupazione, sulla lotta all’inflazione, sulla spesa sanitaria. Una sequenza che non è più una serie di scivoloni isolati: è un metodo sistemico.

L’operazione retorica è sempre la stessa: sostituire il bilancio con il racconto. Trasformare ogni conferenza stampa in un comizio, ogni dato economico in un’insegna pubblicitaria. Perfino quando la Commissione europea, nelle sue raccomandazioni, ha esplicitamente indicato come nel 2024 la spesa per il caro energia in Italia fosse “sostanzialmente nulla” data la fine delle misure emergenziali, il governo ha proseguito nella costruzione di cifre alternative.

Questa ossessione quantitativa risponde a una logica politica precisa: blindare il consenso raccontando un’Italia che esiste solo nei comunicati ufficiali. I fondi “gonfiati” per il caro energia non sono che l’ennesima tessera di un mosaico più ampio, in cui l’aderenza ai dati ufficiali è sacrificata sull’altare della narrazione.

Nel frattempo, le famiglie e le imprese che hanno dovuto affrontare i rincari energetici sanno esattamente quanto abbiano ricevuto in aiuti. E non servono i numeri gonfiati di Palazzo Chigi per misurare la distanza tra la realtà e la propaganda.

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Le spese militari non saranno indolori: il Fondo Monetario smentisce Meloni

Il governo Meloni ha un problema che non può più nascondere. Da mesi Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti e Guido Crosetto raccontano che l’aumento delle spese militari italiane fino al 2% del Pil – obiettivo richiesto dalla Nato – sarà indolore per i conti pubblici. La parola d’ordine è “riclassificazione”: non si tratterebbe di veri nuovi stanziamenti, ma di un semplice ricalcolo di poste già esistenti. Una partita di giro. Peccato che a smontare questa narrazione arrivi ora il Fondo monetario internazionale (Fmi), con la brutalità dei numeri.

Gli artifici contabili del governo

Nel suo rapporto di fine missione, l’Fmi riconosce alcuni progressi nei conti pubblici italiani – deficit dimezzato e ritorno all’avanzo – ma non concede sconti: il quadro resta complesso, le prospettive di crescita altamente incerte e servono sforzi aggiuntivi per ridurre il rapporto tra debito e Pil. Il messaggio è netto: ogni nuovo intervento va interamente compensato da risparmi altrove.

Altro che spese “neutre”: l’aumento della spesa per la difesa richiede tagli o nuove entrate. L’Fmi ha intanto abbassato le stime sulla crescita italiana al +0,4% per il 2025. Un dato che inchioda ancora di più la propaganda sull’espansione dell’economia come leva per sostenere gli oneri militari.

A pesare sono l’invecchiamento demografico, i dazi internazionali, la stretta sui tassi e il rallentamento globale. In questo quadro, qualsiasi aumento strutturale della spesa rischia di minare la stabilità fiscale già fragile dell’Italia. Le parole usate dal Fondo sono un avvertimento esplicito sulla “vulnerabilità crescente” del Paese, che rischia di essere travolto da ogni eventuale shock esterno.

I rischi negati dall’esecutivo

Il ministro della Difesa Crosetto insiste sulla teoria della riclassificazione: il 2% del Pil si raggiungerebbe semplicemente includendo voci come Carabinieri, Guardia Costiera e Guardia di Finanza. Ma secondo l’Osservatorio Mil€x, per arrivare davvero al 2% servirebbero comunque circa 10 miliardi di euro in più rispetto ai 35 miliardi attuali.

Né la Nato sembra disposta ad accettare questi “gonfiamenti” contabili senza garanzie reali sulla capacità operativa. In una delle sue dichiarazioni più oneste, la stessa Meloni ha riconosciuto che “non basta un ricalcolo delle voci di spesa. Serve uno stanziamento reale”. Ma stanziamento reale significa solo una cosa: o si taglia altrove o si alza il debito. In entrambi i casi, il racconto sulla neutralità di bilancio non regge. Il rischio, chiarisce l’Fmi, è evidente: senza coperture vere, aumentare la spesa militare espone l’Italia a un ulteriore incremento del debito e alla perdita di credibilità sui mercati.

Gli interessi sul debito sono già elevati, e il Fiscal Monitor dell’Fmi calcola che ogni punto percentuale in più di interessi potrebbe comportare tagli alle altre spese sociali per circa 0,6 punti percentuali di Pil. L’aumento dei costi finanziari – già oggi superiori alla media europea – rischia di ridurre ulteriormente la capacità dello Stato di finanziare servizi essenziali. Dall’opposizione arrivano critiche trasversali. Giuseppe Conte parla di risorse sottratte al welfare e alla transizione energetica.

Riccardo Ricciardi denuncia un futuro “di guerra e di armi a scapito delle nuove generazioni”. Un sondaggio Swg per Greenpeace conferma che il 55% degli italiani è contrario all’aumento delle spese per la difesa. I dati mostrano una frattura sempre più netta tra le scelte di Palazzo Chigi e il sentimento del Paese. L’Italia non può permettersi tutto. Lo dicono gli analisti internazionali, lo confermano gli economisti, lo denuncia l’opinione pubblica. Le risorse sono finite.

Ogni miliardo in più per la difesa è un miliardo in meno per sanità, scuola, infrastrutture. L’illusione del “pasto gratis” su cui si regge la narrazione del governo è finita. Ora resta solo da decidere chi pagherà il conto.

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No, non è un’esagerazione: a Gaza è in atto un genocidio

Nel dibattito su Gaza, c’è chi liquida la parola “genocidio” come un’esagerazione ideologica, “roba da ProPal”, accusa spacciata con la leggerezza arrogante di chi ignora o finge di ignorare il peso degli studi accademici. La realtà è opposta: la qualificazione di genocidio non nasce da slogan, ma da anni di analisi giuridica, studi sul genocidio e indagini indipendenti.

Oggi, una parte consistente della comunità scientifica è concorde: quanto avviene a Gaza soddisfa i criteri della Convenzione ONU del 1948. Lo affermano specialisti di livello internazionale come Raz Segal, che definisce il caso “da manuale di genocidio” e denuncia le “dichiarazioni apertamente genocide” dei vertici israeliani. Lo sostiene William Schabas, uno dei più cauti nel passato nell’applicare il termine, oggi convinto che “nulla di simile si sia visto nella storia recente”. Lo ribadisce Francesca Albanese, relatrice speciale ONU, documentando uccisioni di massa, fame usata come arma, distruzione sistematica di infrastrutture essenziali.

Il consenso non è solo accademico. Amnesty International, Human Rights Watch, 800 giuristi e oltre 40 esperti ONU parlano apertamente di genocidio o atti genocidi. Il Journal of Genocide Research ha pubblicato 25 articoli in cui gli studiosi convergono sulla stessa diagnosi.

Definire genocidio un genocidio non è un atto di militanza. È il dovere di chi osserva i fatti senza piegarli all’opportunità politica. E chi liquida tutto come propaganda dimostra solo il proprio disprezzo per il rigore della ricerca e per il diritto internazionale.

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Giravolte anche su Macron

«L’Italia e la Francia sono amiche e alleate», dichiara oggi Giorgia Meloni. Parole di ordinanza che svuotano la cronaca recente di ogni peso e raccontano un rapporto artefatto. Perché la lista degli insulti e degli attacchi rivolti da lei e dalla sua maggioranza a Emmanuel Macron è lunga e documentata.

Meloni stessa, nel febbraio 2023, definì «politicamente sbagliata» l’esclusione dell’Italia dal vertice con Zelensky organizzato a Parigi da Macron. A maggio dello stesso anno, in risposta alle critiche francesi sulla gestione dei migranti, Meloni liquidò le accuse con un’alzata di spalle pubblica, mentre il suo ministro Lollobrigida denunciava le «baruffe della Francia contro l’Italia».

Il G7 del 2024 segnò un ulteriore strappo: Meloni accusò Macron di «fare campagna elettorale» durante un vertice internazionale, mascherando così un duro affondo personale. Nel 2025, in occasione del vertice di Tirana sull’Ucraina, la premier rigettò l’ipotesi di invio di truppe, definendo la linea francese incoerente. La replica di Macron fu glaciale: «False informazioni».

Se Meloni gioca al doppio binario, Salvini si incarica di demolire ogni formalismo diplomatico. A marzo 2024 il leader leghista bollava Macron come «guerrafondaio», pronto a «rischiare l’Europa» per le sue proposte sull’Ucraina. Pochi mesi dopo, nel marzo 2025, rincarava: «Se oggi comandasse Macron un esercito europeo, saremmo sull’orlo della guerra. No, grazie».

Nel repertorio degli insulti spicca poi il “fuorionda” di Laura Ravetto (Forza Italia), che nel 2019 definì Macron «quel figlio di puttana» per la sua politica migratoria.

Eppure oggi, come se nulla fosse mai accaduto, Meloni ricuce: «A volte i leader discutono, ma questo non compromette nulla». La verità è che, per Giorgia Meloni, l’amicizia è una variabile accessoria, subordinata all’utilità politica del momento. Ieri l’offesa, oggi la stretta di mano, domani chissà. La linea non è la coerenza: è la convenienza. E con questo metodo si può essere ogni giorno amici o nemici di tutti. C’è un piccolo problema: così manca la politica. 

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Dietro Tajani un governo a tre teste: ogni sua parola svela le divisioni

Antonio Tajani ha parlato a lungo all’Università Cattolica di Milano, in un incontro pubblico con la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola e il ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto. Un’occasione istituzionale, dedicata al ruolo dell’Europa e al futuro dell’Italia, che il ministro degli Esteri ha sfruttato per ribadire la sua visione strategica sui principali dossier internazionali. “Non possiamo dirci ottimisti, ma siamo determinati a cercare la pace”, ha detto a proposito del conflitto in Medio Oriente. Ha rivendicato l’azione umanitaria italiana a Gaza, che a suo dire “nessun altro governo europeo ha eguagliato”. Ha chiesto un equilibrio di forze, una difesa europea, relazioni leali con gli Stati Uniti, e ha espresso riserve sull’uso del Golden Power contro UniCredit per le sue attività in Russia. Tajani ha illustrato una visione complessa e articolata della politica estera italiana. Ma il problema è che sembra essere solo la sua.

Le parole del ministro degli Esteri però non trovano eco compatta all’interno della maggioranza. Al contrario, ogni sua presa di posizione evidenzia divergenze strutturali tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, una coalizione unita solo in apparenza. Le contraddizioni non sono sfumature: sono fratture, politiche e strategiche.

Il Medio Oriente come specchio delle contraddizioni

Sul conflitto a Gaza, Tajani insiste su una linea umanitaria, parla di riconoscimento da parte dell’Autorità palestinese e difende la diplomazia. Ignazio La Russa (FdI) lo smentisce nei fatti, riportando tutto alla “radice del conflitto” che sarebbe nel 7 ottobre e nel disegno “iraniano” di cancellare Israele. Maurizio Gasparri (FI), pur dello stesso partito di Tajani, aggiusta il tiro: Hamas è il nemico, Israele va difeso, ma qualche critica è ammessa. Guido Crosetto, ministro della Difesa, arriva più lontano: dice che Israele “sta sbagliando” e che la sua reazione è “drammatica e inaccettabile”. Matteo Salvini, invece, non ha dubbi: Netanyahu è il leader democratico, Hamas è il nemico, e tutto il resto è relativismo pericoloso. Giorgia Meloni, nel mezzo, balbetta tra silenzi strategici e dichiarazioni tardive.

Chi rappresenta, dunque, l’Italia Tajani, che si vanta del primato umanitario italiano? Crosetto, che condanna La Russa, che giustifica Salvini, che applaude? Meloni, che media

Difesa europea, tra visioni opposte

Anche sulla difesa comune le parole di Tajani mostrano la distanza tra visioni inconciliabili. Il ministro chiede un rafforzamento del “pilastro europeo” nella Nato, parla di egoismo nazionale da superare, rivendica un’identità europea da rendere autonoma e dignitosa. Crosetto risponde: “L’esercito europeo è una stupidaggine”. Salvini si oppone a qualsiasi ipotesi che rafforzi la Germania o limiti la sovranità nazionale. E Fratelli d’Italia oscilla: sovranità europea sì, ma purché resti subordinata alla Nato. Tajani chiede cooperazione, la maggioranza combatte per il primato interno.

Dazi e Golden Power: l’Europa secondo chi?

Sul piano commerciale, Tajani mostra un approccio moderato e multilaterale: nessuna guerra dei dazi, accordo con gli Stati Uniti, difesa dell’UE come spazio di opportunità. Salvini, al contrario, elogia Trump, spinge per accordi bilaterali e attacca Bruxelles per la sua inefficienza. Anche su UniCredit e la presenza economica italiana in Russia, Tajani lancia un monito: “Servono regole, ma lo Stato non deve giocare la partita”. Si dice preoccupato per le imprese italiane. Una posizione che entra in rotta di collisione con chi, nella maggioranza, invoca l’intervento deciso dello Stato a tutela della “sovranità economica”.

Tajani come specchio della crisi politica

Il discorso di oggi non è un’uscita isolata: è un catalogo ordinato delle incoerenze di un governo che si muove con tre teste e nessuna direzione. Tajani rappresenta la faccia “internazionale” di un esecutivo che all’estero vuole rassicurare, mentre all’interno è in continua campagna elettorale. Le sue dichiarazioni, per quanto razionali e coerenti, fotografano una distanza profonda tra i ministeri e tra i partiti. Il ministro degli Esteri non parla con la voce del governo, ma con quella che dovrebbe rassicurare Bruxelles, Berlino e Washington mentre Salvini e La Russa parlano a Mosca e Tel Aviv.

Giorgia Meloni, impegnata a costruirsi una reputazione da statista europea, si serve di Tajani come garante della presentabilità internazionale, ma lo lascia solo ogni volta che le sue parole si scontrano con la linea politica reale della coalizione. In un governo fondato sul compromesso quotidiano e sull’ambiguità strategica, Tajani sembra colpevole di avere una linea chiara. Ma la politica estera non è fatta di monologhi. L’Italia oggi non ha una politica estera: ha Tajani. E Tajani ha una maggioranza che gli rema contro.

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Caso Mare Jonio, i membri dell’equipaggio a processo. Casarini: “Diventerà un giudizio sull’omissione di soccorso”

Il 28 maggio 2025 il Giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Ragusa ha disposto il rinvio a giudizio per l’equipaggio della Mare Jonio, nave umanitaria dell’ONG Mediterranea Saving Humans. L’accusa: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina aggravato dal profitto. Tra gli imputati figurano il comandante Pietro Marrone, il capo missione Giuseppe Caccia, il coordinatore Luca Casarini, la rappresentante dell’armatore Alessandro Metz e altri membri dell’equipaggio, tra cui la dottoressa Agnese Colpani.

Il procedimento riguarda un’operazione di soccorso avvenuta nel settembre 2020: 27 migranti, abbandonati per 38 giorni a bordo della petroliera danese Maersk Etienne, furono trasbordati sulla Mare Jonio e sbarcati a Pozzallo. Per la Procura di Ragusa, quell’intervento non fu dettato solo da ragioni umanitarie: un bonifico da 125.000 euro versato successivamente da Maersk alla Idra Social Shipping – società armatrice della Mare Jonio – configurerebbe secondo l’accusa un “accordo economico” e quindi un intervento a pagamento.

Dovere morale, diritto penale

La difesa respinge con fermezza questa impostazione. Il versamento danese, affermano gli avvocati, fu un contributo volontario ai costi sostenuti, in assenza di qualsiasi accordo preventivo. Come indicherebbero le testimonianze degli stessi rappresentanti Maersk, accorsi a Ragusa per chiarire la natura del pagamento. La Mare Jonio, ribadiscono gli imputati, agì per adempiere al dovere di salvataggio sancito dal diritto internazionale del mare: “salvare vite non è un crimine”, recita il comunicato di Mediterranea.

Il nodo giuridico si stringe attorno alla cosiddetta “scriminante umanitaria”: una direttiva europea del 2002 prevede che gli Stati membri possano esentare da sanzioni chi favorisce l’immigrazione “allo scopo di prestare assistenza umanitaria”. Lo stesso pubblico ministero aveva chiesto la sospensione del procedimento in attesa del pronunciamento della Corte di Giustizia UE sul caso Kinsa, che verte proprio su questo principio. Il giudice ha rigettato la richiesta, scegliendo di procedere comunque.

Un processo politico travestito da penale

“Diventerà un processo all’omissione di soccorso”, ha dichiarato Casarini all’uscita dal tribunale. Le sue parole trovano eco nei dati: secondo l’Unhcr, quello della Maersk Etienne fu “il più lungo e drammatico stallo umanitario mai registrato” nel Mediterraneo centrale. Un immobilismo europeo che lasciò 27 persone alla deriva per 38 giorni, fino a che la Mare Jonio non intervenne.

La dinamica giudiziaria appare paradossale: viene processato chi ha agito, non chi ha lasciato. Eppure è difficile ignorare il contesto: intercettazioni, perquisizioni, accuse di spionaggio, e l’utilizzo di strumenti d’indagine che hanno lambito persino le conversazioni tra avvocati e assistiti. Ma almeno il processo servirà a chiarire definitivamente i contorni di questa vicenda.

Reazioni, contronarrazioni e precedenti

La stampa di destra titola “profitto sui migranti”, mentre le voci della società civile parlano apertamente di persecuzione giudiziaria. Tutti i procedimenti simili in Italia – dalla Iuventa alla Sea-Watch – si sono conclusi con archiviazioni o assoluzioni. Eppure la macchina dell’intimidazione continua a girare. Mediterranea ha risposto con una nuova nave: l’ex Sea-Eye 4 diventa la nuova ammiraglia della “flotta civile di soccorso”, simbolo di una solidarietà che non si ferma neanche di fronte ai processi.

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Il Ministero dell’Interno che spia i partiti e intercetta i giornalisti

In un Paese normale, il fatto che la polizia – cioè il ministero dell’Interno – abbia infiltrato un agente sotto copertura in un partito politico regolarmente partecipante alle elezioni sarebbe uno scandalo istituzionale. In Italia scivola via, sepolto sotto il rumore di fondo delle invidie di redazione. Per dieci mesi un agente di appena 21 anni, in servizio presso la direzione centrale della polizia di prevenzione (l’antiterrorismo, che il ministero stesso definisce «polizia politica»), ha frequentato assemblee, manifestazioni, incontri interni di Potere al Popolo. Sempre presente durante la settimana, sempre assente nei fine settimana, senza alcun mandato dell’autorità giudiziaria.

La versione ufficiale, secondo cui sarebbe stato un giovane entrato per caso nel partito senza ordini superiori, crolla di fronte alle date di trasferimento, alla costanza della presenza, ai documenti ufficiali e ai riscontri fotografici. Il Ministero dell’Interno non ha chiarito chi abbia autorizzato, e con quale legittimità, un’attività sistematica di controllo su una formazione politica regolarmente iscritta alle competizioni elettorali.

Ma questo è solo l’ultimo episodio. Prima ancora sono emerse le intercettazioni illegali a giornalisti di Fanpage.it, ai dirigenti delle Ong Mediterranea Saving Humans e Refugees in Libya, e ai loro contatti, spiati attraverso spyware militari come Paragon. Non siamo davanti a una sbavatura. È un salto consapevole in un regime che il dissenso non lo tollera: lo sorveglia, lo controlla, lo neutralizza.

Buon venerdì. 

Foto dalla pagina facebook di Potere al popolo

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Non è solo Netanyahu è il sistema dell’apartheid

Il genocidio ha bisogno di propaganda, come primo passo per lo sterminio. Ha bisogno di una regia che sappia umanizzare l’orrore, raccontarlo come incidente, come costo collaterale, come atto tecnico. I morti sono “errori”, gli sfollamenti forzati si trasformano in “evacuazioni umanitarie”, e la fame, quella scientificamente indotta, diventa “distribuzione di aiuti”.

Oggi gli affamati vengono adescati in massa con la scusa del pane. Immagini aeree mostrano file ordinate che ricordano i campi più bui della storia: corpi magri e mani protese verso un sacchetto di riso, usato come esca per spostare interi quartieri. Il tutto gestito da mercenari americani già condannati per crimini di guerra. Intanto si costruiscono 22 nuovi insediamenti illegali in Cisgiordania, come annunciato dal ministro Katz e dal fanatico Smotrich, celebrando “un grande giorno per il movimento degli insediamenti”. Una colonizzazione attiva, militare, permanente, in pieno corso.

La propaganda (umanitaria) è il concime per il consenso per il genocidio. Netanyahu è la maschera perfetta di questa operazione, ma non l’unico attore. L’illusione che la sua caduta basti a rimettere le cose a posto è una comoda bugia per chi, nel frattempo, ha fornito armi, appoggi politici e coperture mediatiche. Il sistema resta.

Chi ha cominciato a osservare la Palestina il 7 ottobre 2023 può credere che basti cambiare premier per cambiare rotta. Chi guarda da anni sa che la sostanza resta intatta, anche se cambiano i nomi. E sa che parlare di “aiuti” mentre si costruisce l’apartheid è il più violento degli inganni. Ora il rischio è che ci servano un genocidio umanitario.

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