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Falcone, la memoria a orologeria: Palermo e le crepe dell’antimafia

Ogni 23 maggio l’Italia si raccoglie sotto l’Albero Falcone, a Palermo, per commemorare il giudice ucciso dalla mafia. Ma quest’anno, a 33 anni dalla strage di Capaci, quel minuto di silenzio – che dovrebbe unire – ha spaccato tutto. L’orologio segnava le 17:48 quando è stato suonato il silenzio. Dieci minuti prima dell’ora esatta dell’attentato. Un anticipo che è sembrato una cerniera chiusa in faccia a chi, come migliaia di studenti e associazioni, stava arrivando per esserci davvero.

Una scelta che non è stata spiegata. Ufficialmente un errore, forse per motivi di ordine pubblico. Ma i manifestanti, rimasti fuori dalla coreografia istituzionale, hanno sentito tutta l’amarezza di un’esclusione deliberata. “Non volevano il confronto”, ha detto Jamil El Sadi di Our Voice. “Un’offesa alle vittime”, ha aggiunto un giovane della Cgil.

Il sospetto che tutto fosse stato calcolato per evitare proteste ha preso corpo tra le urla di “Vergogna!”, “Giù le mani da Falcone!”, “Basta passerelle!”.

L’equivoco che non convince nessuno

Pietro Grasso, ex presidente del Senato e volto simbolo dell’antimafia istituzionale, ha parlato di un “grande equivoco”. “Mi hanno fatto iniziare prima perché pensavano che il corteo fosse già arrivato”, ha detto. La Fondazione Falcone ha definito tutto una “papera”, un termine che, nelle intenzioni, voleva essere un riferimento affettuoso alla nota collezione di papere del giudice Giovanni Falcone, oggi esposta nel Museo del Presente. Ma la leggerezza semantica ha solo aumentato la rabbia.

Perché a Palermo, quando si tratta di memoria, le parole sono pietre. E quella commemorazione spezzata è diventata il simbolo di una distanza che si allarga da anni: tra pezzi diversi del frantumato mondo dell’antimafia che non è certo in buona salute. 

Due antimafie, un solo silenzio tradito

Salvatore Borsellino ha parlato di “tranello”. Leoluca Orlando, con parole pesanti, ha ricordato che “in trentadue anni non era mai successo”. La Cgil ha denunciato una “distinzione tra antimafia celebrativa e quella popolare, che chiede anche diritti”.

C’era chi voleva ricordare Falcone e si è trovato davanti un palco smontato. Chi voleva tacere per onorare le vittime e si è sentito respinto da un cerimoniale chiuso, sbrigativo, blindato. “Hanno tolto ai palermitani il loro minuto”, ha detto Roberta Gatani della Casa di Paolo.

I cittadini, arrivati alle 17:58 con i figli per stringersi sotto il Ficus di via Notarbartolo, hanno trovato solo i resti della cerimonia. “Siamo qui per ricordare e non siamo stati accolti. Questa è una sconfitta”, ha raccontato una giovane partecipante ai microfoni di LiveSicilia. E non aveva torto.

Le radici profonde di una divisione

Non è la prima volta. Nel 2023 la polizia manganellava i cortei studenteschi. Nel 2019 Claudio Fava disertava per protesta contro la presenza di Salvini. Ogni anno, sotto l’Albero Falcone, si replica la stessa scena: da una parte le autorità, dall’altra chi chiede verità. Eppure Giovanni Falcone fu isolato, osteggiato, deriso. La sua memoria, oggi, rischia di subire lo stesso destino: essere usata come ornamento da chi ha paura delle sue verità.

La memoria “non è un cronometro”, ha detto Maria Falcone. Ma per chi lotta ancora, quel minuto esatto è tutto: è il momento in cui la Storia si ferma, si guarda in faccia, e si prende la responsabilità di scegliere da che parte stare.

La riforma della giustizia che smonta la memoria

Ed è proprio questo il punto: mentre si discute di un anticipo di dieci minuti, il governo lavora per demolire l’edificio di giustizia costruito anche sul sangue di Falcone. Dalla separazione delle carriere alla compressione dell’autonomia della magistratura, l’offensiva in corso non è meno pericolosa delle bombe di Capaci.

Si celebra chi ha combattuto la mafia mentre si smontano gli strumenti per combatterla. Si tace alle 17:48, mentre la giustizia muore ogni giorno alle 17:59.

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L’ipocrisia dietro gli aiuti umanitari per Gaza, si dimette il coordinatore Wood

Jake Wood, ex marine statunitense e fondatore di Team Rubicon, si è dimesso dalla guida della Gaza Humanitarian Foundation (GHF) dopo appena due mesi di incarico. La sua motivazione è un’accusa formale, precisa e pesante: è impossibile attuare il piano di aiuti “rispettando i principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza”. Tradotto: la GHF non è un ente umanitario, è un’operazione politica mascherata. Nata a febbraio con l’appoggio esplicito di Israele e Stati Uniti, la GHF doveva distribuire aiuti a Gaza “aggirando Hamas”, ma di fatto ha aggirato anche le agenzie ONU, in primis l’UNRWA, bollata da tempo da Israele come nemica. Il risultato? Un progetto che fin dalla nascita era strutturalmente compromesso: niente indipendenza, niente neutralità. Solo un nuovo braccio armato della geopolitica. 

Il peso del contesto

Le dimissioni arrivano mentre a Gaza si consuma una delle peggiori catastrofi umanitarie del nostro tempo: oltre un milione di persone in emergenza alimentare, 470.000 in carestia conclamata. La farina costa il 3000% in più rispetto al pre-conflitto. Più di 53.000 morti e 1,9 milioni di sfollati. In questo scenario, la GHF prometteva “efficienza e sicurezza” nella consegna degli aiuti. In realtà, proponeva quattro soli “siti sicuri” nel sud della Striscia, tutti militarizzati, gestiti da contractor americani, sorvegliati da Israele. Il contrario dell’aiuto: un filtro. Una gabbia.

Una trappola progettata

Wood era stato scelto proprio per la sua esperienza nelle operazioni umanitarie e per la sua reputazione. Il suo nome serviva a costruire la credibilità dell’operazione. Ma non è bastato. Di fronte alla realtà – niente accesso al nord, niente trasparenza sui fondi, sospetti di utilizzo di tecnologie biometriche per il riconoscimento dei beneficiari – Wood ha scelto di non prestarsi. Ha chiesto garanzie, ha provato ad aprire siti anche nel nord. Gli è stato risposto con il silenzio o con minacce implicite. L’ha detto chiaramente: “Non farò parte di nulla che dislochi forzatamente la popolazione palestinese”. Ma era esattamente ciò che la GHF, secondo numerosi osservatori internazionali, stava facendo. O peggio: era progettata per farlo.

La seconda Nakba in formato container

Philippe Lazzarini, commissario dell’Unrwa, ha definito la GHF “uno strumento di sfollamento forzato”, possibile “crimine di guerra”, preludio a “una seconda Nakba”. L’accusa non è isolata. Alex de Waal ha parlato di “umanitarismo di sorveglianza”: aiuti selettivi, distribuiti solo a chi supera lo screening israeliano. La società civile palestinese ha parlato apertamente di “pulizia etnica”. Il Fronte Democratico ha denunciato il piano come funzionale all’espulsione di massa. E in effetti, mentre la GHF nasceva, Netanyahu annunciava che gli aiuti sarebbero stati limitati a “una piccola area sicura nel sud”, mentre il ministro Katz evocava apertamente la “ripulitura” di Gaza.

Un progetto irriformabile

Le dimissioni di Wood sono un gesto tecnico solo in apparenza. In realtà sono una denuncia implicita, ma clamorosa. La sua rinuncia a guidare l’operazione rivela ciò che la diplomazia finge di non vedere: il piano della GHF era – ed è – irredimibile. Non è un incidente di percorso, è un progetto fallito per come è stato concepito. Troppo politicizzato, troppo compromesso, troppo funzionale a una strategia militare. E soprattutto: troppo lontano dai principi dell’aiuto umanitario.

Ipocrisia in uniforme

Il board della GHF ha risposto con parole sprezzanti: ha accusato “chi difende lo status quo” di boicottare “soluzioni creative”. Ha ribadito che i camion partiranno comunque. Ma non ha detto nulla sulle critiche di principio. Non ha fornito una sola garanzia di indipendenza. Non ha nemmeno aperto un’inchiesta interna. Ecco la verità: senza Wood, la GHF è rimasta nuda, senza la foglia di fico che doveva coprire l’inganno. Ora è solo un contenitore di potere geopolitico travestito da aiuto. E le successive dimissioni del capo delle operazioni, David Burke, sono lì a dimostrarlo.

Domande che restano

Se un’organizzazione costruita con appoggi così potenti – Israele, Stati Uniti, capitali privati – e guidata da un professionista esperto come Jake Wood, implode in due mesi, è legittimo chiedersi quanto fosse davvero “umanitaria” fin dall’inizio. E se l’operazione serviva più a spostare i palestinesi che a sfamarli. Se i “cluster di distribuzione” erano in realtà zone di concentramento. Se il controllo degli aiuti era solo un’altra forma di controllo della popolazione. La GHF doveva essere l’alternativa all’Onu. È diventata l’alternativa all’umanità. E le dimissioni di Wood lo hanno sancito nero su bianco.

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Meloni festeggia il record dell’export italiano: ma il merito è dell’eredità del passato

Giorgia Meloni ha trovato una nuova vetrina da cui affacciarsi: l’export. Dopo i salari, la natalità, la sicurezza e il Pnrr, tocca ora al commercio estero diventare terreno di propaganda. Il partito della premier ha infatti pubblicato un carosello Instagram in cui si attribuisce il merito di aver “rilanciato il Made in Italy” e fatto “volare” le esportazioni italiane. Ma come spesso accade quando il marketing incrocia i dati, il racconto zoppica. E anche stavolta cade rovinosamente. A metterlo nero su bianco è Pagella Politica, che ha analizzato numeri, grafici e cronologie. E la narrazione meloniana non ne esce per niente bene.

Numeri veri, verità adattata

La strategia di Fratelli d’Italia è raffinata: i numeri citati sono formalmente esatti, ma manipolati nel contesto. Secondo il partito, l’export italiano è cresciuto del 30% tra il 2019 e il 2024, molto più di Francia (+16,1%) e Germania (+16,9%). Inoltre, si rivendica il ritorno a un saldo commerciale positivo: +34 miliardi nel 2023, +55 nel 2024. Ma nessuna di queste affermazioni dimostra un’efficacia del governo Meloni quando viene confrontata con la cronologia dei fatti.

La crescita era già avvenuta

L’Istat, che quei numeri li elabora, racconta una storia diversa. Il boom dell’export italiano si è concentrato tra il 2021 e il 2022. Quando Meloni era ancora all’opposizione. Il governo di destra si è insediato solo il 22 ottobre 2022, e ha quindi inciso marginalmente su quell’anno. Dal 2023 in poi, le esportazioni si sono stabilizzate e nel 2024 sono addirittura calate leggermente. Tradotto: l’aumento del 30% è tutto ereditato. Il contributo del governo Meloni all’export è vicino allo zero.

E non basta. Fratelli d’Italia si guarda bene dal citare il dato spagnolo: tra il 2019 e il 2024, l’export della Spagna è cresciuto del 31,4%, cioè più dell’Italia. Ma è difficile incensarsi come “eccezione europea” se altri fanno meglio.

Saldo commerciale: la verità del “ritorno in positivo”

C’è poi il saldo commerciale, cioè la differenza tra esportazioni e importazioni. È vero che nel 2023 e nel 2024 è tornato positivo. Ma perché? Perché sono crollate le importazioni, non perché sia “volato” l’export. Un dettaglio che Fratelli d’Italia evita di menzionare. Ancora: il saldo commerciale del 2024 è inferiore a quello del 2019. E il rapporto saldo/interscambio è peggiorato: si è passati dal 6,2% del 2019 al 4,6% del 2024. Dati Istat, non opinioni.

L’Italia, in altre parole, ha sì esportato, ma ha importato molto meno. È il segno di un rallentamento economico, non di una ripresa. E quando Meloni si prende il merito di questi numeri, sta raccontando una realtà rovesciata.

La propaganda di governo come metodo

Siamo in un metodo comunicativo ormai strutturato. Si prendono dati isolati, li si strappa dal contesto, si costruisce una narrazione eroica e autocelebrativa. I destinatari sono i social, dove un’infografica non ha l’inconveniente delle domande di una conferenza stampa. Vale per l’export, ma vale anche per l’inflazione, la disoccupazione, l’occupazione femminile e la sanità.

Ma l’economia di un Paese è una macchina complessa, fatta di variabili globali, cicli economici, scambi multilaterali e politiche industriali stratificate. Pensare che un governo in carica da due anni e mezzo possa cambiare le traiettorie di cinque anni di export è propaganda. Raccontarlo come fosse vero, è ingannevole.

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Nordio, Alberto Stasi e il gossip giudiziario come anestetico per le riforme

Il delitto di Garlasco è diventato il pretesto perfetto per Carlo Nordio. Un ministro della Giustizia che, pur avendo giurato fedeltà alla Costituzione, piccona ogni volta che può la giustizia italiana con la grazia di chi non cerca soluzioni, ma vendette ideologiche. Stavolta, nel salotto televisivo buono, ha definito “irragionevole” la condanna di Alberto Stasi. Non per discutere una sentenza — che non compete a un ministro — ma per colpire l’intero impianto giuridico del Paese. Il messaggio è chiaro: se anche un solo giudice ha assolto, allora nessuno dovrebbe mai più poter condannare. Così si costruisce l’impunità sistematica.

Nel frattempo, Forza Italia sfila accanto con la solita ossessione per i trojan, accusando i magistrati di violare la privacy, mentre lavora a silenziare anche gli strumenti d’indagine. Un’agenda coerente: meno poteri a chi indaga, più alibi per chi può permettersi difese costose e l’intercessione politica.

Ma a scandalizzare è anche l’inerzia complice di certi giornali, inchiodati alla cronaca giudiziaria come fosse gossip d’appendice. La giustizia trasformata in feuilleton, i processi ridotti a fiction, le sentenze giudicate in base all’audience.

In questa deriva, il caso Garlasco non è un mistero da risolvere. È diventato l’alibi perfetto per una giustizia in cui si processano i processi. Se nessuno è sicuramente colpevole allora la credibilità stessa della giustizia è in discussione. E se nessuno si indigna, è perché l’informazione preferisce l’intrigo al principio.

Buon martedì 

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Stasi e il gossip giudiziario come anestetico per le riforme

Il delitto di Garlasco è diventato il pretesto perfetto per Carlo Nordio. Un ministro della Giustizia che, pur avendo giurato fedeltà alla Costituzione, piccona ogni volta che può la giustizia italiana con la grazia di chi non cerca soluzioni, ma vendette ideologiche. Stavolta, nel salotto televisivo buono, ha definito “irragionevole” la condanna di Alberto Stasi. Non per discutere una sentenza — che non compete a un ministro — ma per colpire l’intero impianto giuridico del Paese. Il messaggio è chiaro: se anche un solo giudice ha assolto, allora nessuno dovrebbe mai più poter condannare. Così si costruisce l’impunità sistematica.

Nel frattempo, Forza Italia sfila accanto con la solita ossessione per i trojan, accusando i magistrati di violare la privacy, mentre lavora a silenziare anche gli strumenti d’indagine. Un’agenda coerente: meno poteri a chi indaga, più alibi per chi può permettersi difese costose e l’intercessione politica.

Ma a scandalizzare è anche l’inerzia complice di certi giornali, inchiodati alla cronaca giudiziaria come fosse gossip d’appendice. La giustizia trasformata in feuilleton, i processi ridotti a fiction, le sentenze giudicate in base all’audience.

In questa deriva, il caso Garlasco non è un mistero da risolvere. È diventato l’alibi perfetto per una giustizia in cui si processano i processi. Se nessuno è sicuramente colpevole allora la credibilità stessa della giustizia è in discussione. E se nessuno si indigna, è perché l’informazione preferisce l’intrigo al principio.

Buon martedì 

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Per Gaza non basta sfilare, serve un’azione politica

Non sono le fiamme che ardono vivi i bambini di Gaza a smuovere improvvisamente la stampa e, ora, la politica. Non è la coscienza a tirare i fili: è il consenso. La politica è un animale molto più stupido di quanto sembri. Vira quando annusa la possibilità di perdere voti, ritrova la parola quando la vergogna ha già macchiato le sue azioni e le sue omissioni.

La notizia rilanciata dai quotidiani cosiddetti progressisti di una “grande manifestazione” del centrosinistra per fermare il genocidio che si consuma a Gaza è il ravvedimento tardivo nel tentativo di recuperare posizioni. La politica si muove dopo che i giornalisti si sono vergognati di aver contribuito al silenzio intorno all’eccidio. Ben venga, dice qualcuno, che si muovano anche se tardi. Ben venga, verrebbe da dire, che ora non siano più antisemiti coloro che pretendevano e pretendono reazioni contro il governo di Netanyahu, che sotto gli occhi del mondo si è trasformato in un laboratorio di distruzione.

Manifestare, però, non è abbastanza. Le voci e le bandiere sono roba dei cittadini, che da mesi subiscono la censura sbirresca messa in atto dal governo. Nel centrosinistra italiano c’è il Partito Democratico, che a Bruxelles è una gamba importante del sostegno a Ursula von der Leyen. Obbligare fin da subito questa Commissione europea, che tuona contro il ricercato internazionale Putin ma tace sul ricercato internazionale Netanyahu, è un passo necessario, da compiere immediatamente.

Mettere con le spalle al muro il governo italiano, che continua a fare affari militari con Israele, senza paura, è un’azione politica da portare in Parlamento già domani. Sanzionare e interrompere ogni relazione con il governo israeliano è ciò che spetta alla politica. Non basta sfilare.

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Non è un Paese, è una fabbrica di poveri

C’è un Paese dove lavori e resti povero. Dove sei utile finché produci, ma invisibile quando chiedi diritti. È l’Italia del 2025, dove oltre sei milioni di persone, pur lavorando, non arrivano a mille euro al mese. Dove quasi undici milioni di lavoratori guadagnano meno di 25 mila euro lordi l’anno. È un’Italia che ha smesso di garantire, che ha reso il lavoro una scommessa quotidiana. E la perdita è sempre dello stesso giocatore.

L’83,5% dei rapporti di lavoro cessati nel 2023 è durato meno di un anno. Uno su due meno di novanta giorni. La precarietà non è una deriva: è la regola. È costruita con metodo, alimentata da contratti a termine, part-time obbligati, qualifiche basse e ricatti salariali. È un’architettura sociale in cui il lavoro non libera, ma incatena.

Questo modello è stato venduto come modernità. È solo un capitalismo che si nutre di disuguaglianza, che scarica i rischi su chi lavora e protegge solo chi incassa. E quando l’inflazione morde, quando il carrello della spesa pesa come un affitto, ci si sente dire che serve “flessibilità”. Flessibilità, cioè disponibilità a rinunciare a tutto: tempo, stabilità, diritti, salute.

I referendum dell’8 e 9 giugno sono un’occasione storica. Non per correggere qualche stortura, ma per mettere in discussione l’impostazione stessa del lavoro in Italia. Sì per chi non ha voce nei talk show. Per chi si alza all’alba e torna quando i figli dormono. Per chi ha visto il futuro ridotto a un contratto di tre mesi. Un sì collettivo, necessario, radicale. Un no secco a chi ha trasformato il lavoro in povertà a norma di legge.

Buon lunedì.

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Von der Leyen, Meloni e gli sgherri del massacro

L’ex Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Josep Borrell, ha frantumato il muro di ipocrisia europeo sui morti di Gaza. “Se credete che il bilancio delle vittime sia troppo alto, forse dovreste fornire meno armi per evitare che così tante persone vengano uccise”, ha detto Borrell.

Il 50% delle bombe che cadono sulle teste dei bambini a Gaza è spedito dall’Unione Europea. Il 30% arriva dall’Italia. Sono numeri di Borrell, mica di Hamas. Sono gli stessi concetti che quindici mesi e trentamila morti fa sollevarono Madrid e Dublino. I governi di Spagna e Irlanda, per voce dei rispettivi ministri degli Esteri, avevano chiesto formalmente alla Commissione Europea di rivedere l’accordo di associazione tra l’Unione Europea e Israele, sostenendo che Israele stesse violando l’articolo 2 dell’accordo, che obbliga le parti a rispettare i diritti umani e i principi democratici.

Il sangue che si versa quotidianamente a Gaza ha le impronte della Commissione von der Leyen e del governo italiano. Per questo, ora che l’indifferenza non è più possibile — vista l’ondata emotiva (e tardiva) — spuntano sgherri che provano a sotterrare la realtà. Rula Jebreal, dopo avere incrociato Italo Bocchino, li chiama “arrampicatori di specchi e rimestatori nel torbido”, che “si affannano per cercare di chiudere gli occhi al mondo”. Sono sgherri che si affannano per rendere potabile l’indicibile. E ne risponderanno anche loro, insieme ai governi, di fronte alla storia.

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La resistenza di Noor, moglie dell’attivista pro-Pal arrestato a New York – Lettera43

Da quando i federali glielo hanno portato via, la dottoressa non si arrende. Ha partorito, partecipa a conferenze, continua a marciare e a denunciare. E soprattutto non ha concesso al trauma il potere di chiuderla nel privato. Chi vuole capire cosa significa essere donna, madre, cittadina in un’America che reprime il dissenso, non può che partire da lei.

La resistenza di Noor, moglie dell’attivista pro-Pal arrestato a New York

Mahmoud Khalil è stato arrestato a New York l’8 marzo scorso, subito dopo l’iftar, il pasto che interrompe il digiuno quotidiano nel mese del Ramadan. Gli agenti federali lo hanno immobilizzato, ignorando la green card esibita. Hanno portato via Mahmoud davanti alla moglie Noor, visibilmente incinta. Il dato è certo: nessun crimine, nessun provvedimento ufficiale a suo carico. Il calendario segna Ramadan, e la tempistica dell’intervento appare chirurgica, pensata per infliggere uno shock profondo.

La resistenza di Noor, moglie dell'attivista pro-Pal arrestato a New York
Una manifestazione per la liberazione di Mahmoud Khalil (Ansa).

La mobilitazione di Noor dopo l’arresto del marito attivista

Da quel momento è iniziata la mobilitazione. Noor ha reagito con metodo: ha contattato l’avvocata Amy Greer, raccolto informazioni, cercato visibilità, interrogato il sistema. Si è mossa nel cuore dell’apparato federale senza timore reverenziale. La macchina repressiva, per come si è presentata, ha ignorato persino le sue stesse regole. Dai giorni successivi l’arresto, Noor è diventata una presenza stabile nei tribunali. Partecipa, si espone, rilascia dichiarazioni. Chi la osserva registra un dettaglio cruciale: parla in prima persona, non delega ad altri il racconto. Denuncia la detenzione come atto politico, costruito per reprimere l’attivismo pro-palestinese del marito. Mahmoud, figura riconosciuta nel campus della Columbia, era stato mediatore nelle proteste. La sua esposizione aveva un costo. Noor lo dice chiaramente. E quando l’Ice ha rifiutato la richiesta di rilascio temporaneo per assistere alla nascita del figlio, Noor ha dichiarato: «Hanno deciso di farci soffrire». Una dichiarazione senza giri di parole.

Noor ha partorito il 21 aprile all’ospedale Lenox Hill. Al suo fianco solo la madre, arrivata in volo dal Michigan. Il sistema carcerario ha deciso di non consentire a Mahmoud di esserci. La brutalità amministrativa si è consumata in una sala parto, mentre Noor stringeva un neonato e rilasciava dichiarazioni alla stampa. È stato l’inizio della seconda fase: la vita quotidiana senza il marito, il figlio da crescere, le istanze legali da seguire. Noor allatta, partecipa a conferenze, continua a marciare. Gestisce due fronti, con la stessa precisione con cui esercitava la professione medica. Non concede al trauma il potere di chiuderla nel privato.

La resistenza di Noor, moglie dell'attivista pro-Pal arrestato a New York
Noor Abdalla, moglie di Mahmoud Khalil (Ansa).

La lettera-manifesto: «Trasmetteremo la nostra forza ai figli dei nostri figli»

La lettera che Noor pubblica l’8 aprile su Vox Populi Sphere ha la forza di un documento programmatico. Si rivolge a Mahmoud, lo loda, riafferma la loro causa. Ma parla a un pubblico ben più vasto. «Trasmetteremo la nostra forza ai figli dei nostri figli», scrive. Ogni riga è una confutazione all’idea che questa vicenda possa essere isolata o privata. Nel testo c’è amore, ma anche strategia. Non cede alla tentazione del dolore sterile. Trasforma la lontananza in materia politica. Non solo denuncia l’arresto. Costruisce una memoria. A maggio, durante la cerimonia alternativa della piattaforma “People’s University for Palestine”, Noor ha preso in braccio il figlio Deen ricevendo il diploma di Mahmoud. È il suo corpo che sostituisce l’assente, è la sua voce che legge il messaggio del marito. Le parole sono rivolte a chi ha abbandonato: «La Columbia ci ha deluso». Noor non cerca il risarcimento simbolico. Pretende che la storia venga letta nella sua interezza. La sua presenza su quel palco rende evidente una verità: quando le istituzioni rimuovono la voce degli attivisti, altri si alzano per farsene carico.

La resistenza di Noor, moglie dell'attivista pro-Pal arrestato a New York
Noor riceve il diploma in nome di Khalil.

La battaglia quotidiana per imporre una contro-narrazione

Noor oggi cammina ogni giorno per New York con il piccolo Deen. Cerca una routine che protegga suo figlio, ma anche una presenza visibile. Chi la incrocia vede una madre che non si nasconde. Non è la messa in scena del dolore. È la gestione politica di una assenza forzata. Nelle sue dichiarazioni giurate parla della settimana dopo l’arresto come della più dura della sua vita. «Mi sentivo privata della mia principale fonte di sostegno», ha detto. È in quella mancanza che ha costruito la sua resistenza. Senza effetto speciale. Solo la decisione di tenere il punto. Noor Abdalla ha dato forma a un’altra narrazione possibile. Ha saputo agire su più livelli: giuridico, mediatico, simbolico. Ha rifiutato la marginalizzazione, ha imposto la centralità della sua esperienza, ha imposto una contro-narrazione. Il suo è un attivismo che rompe lo schema. Non cerca gloria. Cerca giustizia. E la pretende dentro le aule dei tribunali, nelle lettere pubbliche, nelle piazze. L’arresto di Mahmoud ha generato una resistenza strutturata. Noor l’ha incarnata, con consapevolezza e precisione. Chi oggi vuole raccontare le derive del potere federale statunitense ha in Noor una fonte. Chi vuole capire cosa significa essere donna, madre, cittadina e attivista in uno Stato che reprime il dissenso, non può che partire da lei.

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Elezioni Comunali: da Genova, Ravenna, Taranto e Matera un test (e un laboratorio) per le coalizioni

Domenica 25 e lunedì 26 maggio si vota in oltre 400 Comuni italiani. Ma saranno Genova, Ravenna, Taranto e Matera a restituire il termometro politico reale. A Genova, il centrodestra si affida a Pietro Piciocchi (FdI, Lega, FI), uomo di continuità e fedeltà amministrativa, mentre il centrosinistra candida Silvia Salis (Pd, M5S, Avs), ex olimpica e volto nuovo. Una sfida secca tra l’apparato e il cambiamento.

A Ravenna il Pd prova a blindare la roccaforte emiliana con Alessandro Barattoni, sostenuto da tutto il campo largo. Il centrodestra si presenta diviso: Nicola Grandi per FdI e FI, Alvaro Ancisi per la Lega. A Taranto, sei candidati e un nodo irrisolto: il dopo-Ilva. Piero Bitetti (centrosinistra), Luca Lazzàro (centrodestra), Annagrazia Angolano (M5S), Mario Cito (AT6), Francesco Tacente e Mirko Di Bello. Industria, bonifiche, ospedali e disoccupazione: il peso delle promesse si misura qui. A Matera, l’ex grillino Bennardi ci riprova contro Antonio Nicoletti (centrodestra) e Roberto Cifarelli (centrosinistra). Sullo sfondo: turismo, fondi Pnrr e servizi.

Nessun sondaggio, ma mille aspettative. Ogni città è un laboratorio: si misurano i voti, ma anche le crepe nelle alleanze. Il governo Meloni cerca una legittimazione di popolo, il centrosinistra una prova di esistenza. Le liste civiche, sempre più protagoniste, potrebbero rompere gli equilibri e parlare un linguaggio che i partiti hanno smarrito. E se è vero che la politica nazionale si specchia nei municipi, allora lunedì si vota anche per capire chi davvero tiene il volante.

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