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A Gaza ogni giorno un numero indicatore della complicità

Ieri, 22 maggio 2025, almeno 51 palestinesi sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani su Gaza. È una cifra che si somma silenziosamente a un totale che ha già superato le 53.762 vittime confermate. Ogni giorno un aggiornamento. Ogni giorno un bollettino di guerra che passa inosservato nei palinsesti e nei vertici diplomatici.

Dal 7 ottobre a oggi, Israele ha ucciso più di 3.600 persone solo dopo la rottura del cessate il fuoco, il 18 marzo. A queste si aggiungono mille corpi estratti dalle macerie. Come se la guerra non si fosse mai fermata, neanche durante la cosiddetta “tregua”, tra gennaio e marzo, in cui morirono almeno 170 civili e più di 2.200 furono sepolti vivi.

La violenza continua a mutare forma: non è solo fuoco dall’alto. È fame. È prigionia. Ieri il ministro della Salute palestinese ha confermato la morte per fame di 29 bambini e anziani. Ha detto che 14.000 neonati rischiano la stessa sorte. È un numero che dovrebbe far tremare i tavoli dell’Onu. E invece no: sono tavoli che restano vuoti mentre le forniture umanitarie restano bloccate ai confini e gli ospedali vengono bombardati.

A Rafah si spara ancora. A Jenin i diplomatici stranieri vengono “avvisati” a colpi di mitra. A Sde Teiman si continua a morire nei lager israeliani: oggi è toccato ad Amr Hatem Odeh, 33 anni, padre di tre figli, morto nella base-prigione nel Negev dove Israele tiene centinaia di palestinesi senza processo.

C’è una logica che tiene insieme tutto questo: è la logica del disumano che si fa sistema, della punizione collettiva come strategia, del genocidio come prassi.

L’Occidente guarda, commenta, si astiene. E Gaza muore, ogni giorno, con la puntualità dei suoi numeri.

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Diritto batte ideologia: tutte le sconfitte del governo

C’era una volta il “reato universale”. Così lo aveva chiamato Giorgia Meloni, immaginando di poter processare in ogni angolo del mondo la gestazione per altri. Universale, come la sua ossessione ideologica. Universale, come la pretesa di imprimere alla Costituzione una torsione regressiva. Poi, come spesso accade, è arrivata la realtà: la Corte Costituzionale ha smontato, pezzo dopo pezzo, il castello identitario costruito sul corpo delle donne e sull’avversione per le famiglie arcobaleno.

Con la sentenza n. 68 del 2025, la Consulta ha sancito che è incostituzionale impedire alla madre intenzionale in una coppia omogenitoriale di riconoscere il proprio figlio. Non una concessione politica, ma la riaffermazione limpida del diritto del minore all’identità, alla stabilità affettiva e alla non discriminazione. Una mazzata giuridica alla propaganda, che restituisce dignità a famiglie cancellate per decreto e stigmatizzate nei comizi.

Ma non è l’unico rovescio. L’autonomia differenziata, bandiera della Lega, è stata mutilata dalla Consulta. Il decreto ad personam sui sovrintendenti lirici? Bocciato per carenza di urgenza. Il trattenimento dei migranti previsto nel protocollo Italia-Albania Impantanato nelle aule di giustizia italiane ed europee. Le proroghe ai balneari? Smontate di giudici amministrativi per contrasto con la direttiva Bolkestein. Persino le norme sulle ispezioni fiscali sono finite sotto la lente della Corte europea. E poi c’è la riforma del sostegno economico ai poveri e alle famiglie, smontata dai report europei.

A ogni annuncio roboante è seguita una bocciatura. A ogni forzatura normativa, un pronunciamento che ripristina i principi. La legge di questo governo si ferma dove inizia la legge vera. Quella che tutela i diritti e non promana dai sondaggi. Quella che si scrive nei tribunali, non nelle dirette Facebook.

Forse, a questo punto, l’unica cosa davvero “universale” è il modus operandi di una maggioranza che scambia l’arbitrio per potere. In questa legislatura, la vera opposizione è la Costituzione.

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Non uccidono solo le bombe, a Gaza si muore pure con le parole

C’è un punto oltre il quale le parole non sono più opinioni, ma prove. Il genocidio non si consuma soltanto con le bombe: si prepara nel linguaggio, si legittima nella propaganda, si giustifica con l’ideologia. È quello che sta accadendo a Gaza. Dove la devastazione non è solo materiale, ma discorsiva. E dove l’intento è dichiarato, pubblicamente, più volte, da più voci.

Il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa Yoav Gallant annuncia un “assedio totale” e definisce i palestinesi “animali umani”. Il presidente Isaac Herzog nega l’esistenza di civili: “un’intera nazione è responsabile”. La deputata Gotliv invoca “missili senza limiti” per “radere al suolo Gaza senza pietà”. Il ministro Eliyahu considera “una delle opzioni” la bomba atomica. Il vicepresidente della Knesset, Nissim Vaturi, scrive: “Gaza deve essere bruciata, cancellata dalla faccia della Terra”.

E ancora: Bezalel Smotrich parla di “due milioni di nazisti”, di “purificazione”, di “distruzione totale”. Netanyahu loda Smotrich e cita Amalek, il popolo biblico da sterminare. L’ex ministro Moshe Feiglin chiede che Gaza venga “distrutta come Dresda e Hiroshima”. Ariel Kallner e Yinon Magal evocano esplicitamente una “seconda Nakba”.

Sono frasi, ma non solo. Sono ordini in potenza, cornici morali, autorizzazioni implicite all’eliminazione di un intero popolo. Perché le parole generano realtà. E la realtà oggi, a Gaza, è una striscia bombardata fino alle fondamenta, privata di acqua, luce, rifugi, umanità.

Gaza è una scena del crimine. Gli intenti sono già tutti scritti. Ed è sotto gli occhi di tutti. La storia li leggerà. E li ricorderà.

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I veleni eterni, la giustizia troppo tardi

Pasqualino Zenere è morto nel 2014 per un tumore alla pelvi renale dopo anni di lavoro nello stabilimento Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza. Soltanto ora, undici anni dopo, un tribunale riconosce che a ucciderlo sono stati i Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche usate nell’industria e finite nel suo corpo attraverso l’aria, l’acqua, il contatto quotidiano con sostanze tossiche. È la prima volta in Italia che una sentenza stabilisce il nesso tra esposizione a questi composti e cancro.

Nel frattempo, 350.000 persone vivono su un territorio contaminato tra Vicenza, Padova e Verona. Il processo contro i manager della Miteni è ancora in corso, ma il veleno è rimasto anche dopo la chiusura della fabbrica. I Pfas si trovano nell’acqua potabile, nei cibi, nei corpi. Sono stati rilevati nel sangue, nella placenta, nei reni. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha segnalato danni al sistema immunitario, alla fertilità, alla tiroide e ha confermato la cancerogenicità in base a studi epidemiologici e sperimentali.

I Pfas sono presenti ovunque: nelle pentole antiaderenti, nei tessuti tecnici, nei pesticidi, nelle vernici e nei cablaggi. Si accumulano nella catena alimentare e non si degradano. Sono chiamati “inquinanti eterni” perché persistono nel tempo, anche dopo il disastro, anche dopo le morti.

Questa sentenza stabilisce un precedente, ma non chiude nulla. La giustizia è arrivata per un singolo caso. I danni restano collettivi. E silenziosi.

Buon giovedì. 

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Decreto Scuola, via libera in Commissione. Ma opposizioni, sindacati, Province e presidi bocciano la riforma

La Commissione Istruzione del Senato ha licenziato (in prima lettura) il cosiddetto “decreto scuola” (DL 45/2025), presentato dal governo come uno strumento strategico per l’attuazione del Pnrr e l’avvio del prossimo anno scolastico. Il relatore, senatore Roberto Marti (Lega), ha definito il pacchetto di emendamenti una svolta “prospettica e strategica” per l’intero sistema scolastico italiano. Dietro la narrazione trionfalistica, però, si nasconde, secondo le opposizioni, i sindacati, le associazioni e gli Enti locali, un quadro disorganico, costellato da misure parziali e sottofinanziate che pare non in grado di affrontare le vere emergenze della scuola pubblica.

ITS e istituti tecnici: più vincoli per i docenti

Al centro dell’intervento governativo vi è la riforma degli istituti tecnici e degli Its Academy. Tra le novità: l’esenzione Irpef per le borse di studio, il riconoscimento dei crediti formativi all’estero e l’eliminazione dei limiti di numero per la formazione delle classi. Si tratta, secondo Marti, di “una risposta alla domanda di competenze del tessuto produttivo del Paese”.

Ma è proprio questa subordinazione al mercato a preoccupare i sindacati. La Uil Scuola Rua parla apertamente di “riforma a costo zero” finalizzata a sfornare operai specializzati, riducendo il ruolo educativo della scuola. L’Associazione Nazionale Presidi (Anp) denuncia invece l’assenza di investimenti e la non obbligatorietà della formazione dei docenti. La Flc Cgil teme sovrapposizioni con la sperimentazione delle filiere tecnico-professionali e chiede una revisione completa della misura.

Reclutamento docenti: più caos, stesso precariato

Il governo promette stabilità e copertura dei posti vacanti con elenchi regionali annuali, lo scorrimento degli idonei del 2020 e 2023, e un anno di prova anticipato per i vincitori di concorso. In realtà, si tratta di palliativi a un sistema già definito “fallimentare” dalla Uil Scuola Rua: negli ultimi otto anni, solo il 49% dei posti autorizzati è stato effettivamente coperto. Il nuovo meccanismo rischia di generare ulteriore contenzioso e discontinuità didattica, aggravando il “valzer delle cattedre” che danneggia studenti e insegnanti.

L’Anp chiede di abolire gli elenchi per tornare alla chiamata diretta dei dirigenti, mentre la Flc Cgil invoca la stabilizzazione degli idonei e l’utilizzo delle Gps come canale ordinario di assunzione. Il governo, invece, sembra continuare a rincorrere le emergenze.

Fondi Pnrr e edilizia scolastica: promesse con il contagocce

Il decreto prevede maggiore flessibilità nell’uso dei fondi Pnrr e 10 milioni in più per l’edilizia scolastica nei prossimi due anni. Troppo poco, denunciano le Province, che hanno visto definanziare progetti da 819 milioni per far posto al Piano asili nido. La messa in sicurezza degli edifici resta lontana, i rincari sui materiali pesano sugli enti locali, e la burocrazia resta opaca e inefficiente.

L’Unione delle Province italiane (Upi) parla di “scelte miopi e pericolose”, mentre l’Anp denuncia l’ennesima sottrazione di risorse alle scuole statali per finanziare misure spot o concorsi al ministero. Un’emorragia silenziosa che svuota la scuola della sua capacità operativa quotidiana.

Ricercatori, Ata e diplomifici: diritti a intermittenza

Il decreto introduce nuove figure contrattuali per i ricercatori, presentate come conformi alla Carta europea, ma duramente criticate dai sindacati: “Aumentano la precarietà”, denuncia la Flc Cgil, mentre proseguono proteste e scioperi. Per il personale Ata, restano in piedi discriminazioni, contratti a termine e una drammatica assenza di visione.

Sul fronte dei “diplomifici”, le intenzioni sembrano condivisibili, ma mancano decreti attuativi e controlli efficaci. Secondo Tuttoscuola, le misure rischiano di rimanere carta morta, mentre le irregolarità continuano a prosperare indisturbate.

Una strategia a somma zero

Nel complesso, il DL 45/2025 non rappresenta una riforma strutturale, ma l’ennesima operazione dettata dall’urgenza del calendario europeo. Si continuano a finanziare nuove iniziative tagliando altrove: ai fondi per il funzionamento delle scuole, alla formazione dei docenti, alla stabilizzazione del personale. Insomma, un sistema educativo che legifera in emergenza, spostando risorse da una falla all’altra.

Le opposizioni (Pd, M5S, Avs) hanno denunciato l’assenza di una visione pluriennale, l’inadeguatezza dei fondi, il mancato ascolto delle richieste sindacali. Ma la maggioranza ha tirato dritto, blindando un testo che si regge più sulla propaganda che sulla pianificazione.

Il risultato? Una scuola pubblica fragile, schiacciata tra precarietà strutturale e privatizzazioni striscianti. Ma va tutto bene, dicono: è per il futuro.

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Dalla parte sbagliata della storia

C’è un punto in cui la politica non può più nascondersi dietro i tecnicismi. Un punto in cui l’ambiguità diventa complicità. Giorgia Meloni, di fronte al massacro di Gaza, ha scelto con cura il silenzio. Non un inciampo, non un caso. Una linea politica deliberata: stare dalla parte sbagliata della storia.

L’Italia si è astenuta sulla risoluzione delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco umanitario. Non ha alzato la voce davanti ai bombardamenti su ospedali, scuole, campi profughi. Ha votato contro la revisione dell’accordo Ue-Israele anche quando le prove delle violazioni del diritto internazionale erano sotto gli occhi di tutti. Un voto contrario alla dignità umana. E al centro di tutto questo, Meloni: muta, evanescente, strategicamente assente. Ma se la premier tace, il resto della maggioranza balbetta.

Salvini si rifugia nel folklore elettorale, Tajani convoca l’ambasciatore israeliano dopo i fatti di Jenin ma non condanna Netanyahu. Altri ministri annuiscono e girano la testa. Nessuno ha il coraggio di chiamare crimine quello che è un crimine. Nessuno ha la statura per dire che Gaza è una scena del crimine umanitario globale. Gaza non è solo un conflitto. È la linea di demarcazione tra chi ha ancora il coraggio di difendere i diritti, la verità e la vita dei più fragili – donne, bambini, civili – e chi preferisce il calcolo, l’inerzia diplomatica, la codardia vestita da prudenza.

Il governo italiano ha scelto la parte della convenienza. Ha preferito non disturbare Netanyahu, ha scelto di non dispiacere Washington, ha taciuto per non perdere consensi nel salotto atlantico. In cambio ha perso la voce dell’umanità, quella che non ha bisogno di studi geopolitici per capire che non si può bombardare la fame. Meloni ha scelto. Non dalla parte dell’Italia migliore, ma da quella dei governi che preferiscono la complicità al coraggio. È una scelta che verrà ricordata. Perché le parole generano realtà. E l’assenza di parole, quando la storia brucia, pesa come una firma. Gaza è una linea netta: chi non parla, si schiera.

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Un’Unione sempre più indegna

L’Unione Europea ha deciso che per rimpatriare un migrante non servirà più alcun legame personale con il cosiddetto “Paese terzo sicuro”. Basterà che ci sia passato. Come se il transito fosse una dichiarazione di residenza. Come se l’asilo fosse una concessione da sfoltire, non un diritto da difendere.

La proposta della Commissione, presentata il 20 maggio e ora al vaglio del Parlamento e del Consiglio, smonta uno dei pochi criteri che garantivano un barlume di tutela: finora, per rimandare qualcuno in un Paese terzo, bisognava dimostrare almeno un collegamento individuale. Ora, con il nuovo regolamento, è sufficiente che il migrante abbia attraversato quello Stato, a prescindere da condizioni, durata o relazioni personali. Una pericolosa scappatoia, funzionale solo a scaricare responsabilità.

È l’ennesimo colpo basso al diritto d’asilo, travestito da “efficienza” e “razionalizzazione”. In realtà è solo disumanità legalizzata. Il principio del “Paese terzo sicuro” è già di per sé discutibile, specie considerando che alcuni di questi Paesi sono teatri di guerra, repressione o violenze documentate. Ma con questo cambio di rotta, l’UE rinuncia anche all’ipocrisia di fingere un minimo di tutela.

A Bruxelles si lavora per respingere, non per accogliere. Si legifera per chiudere, non per capire. E il diritto internazionale diventa carta straccia piegata alle convenienze politiche. Altro che “valori europei”: questa è l’Europa della deresponsabilizzazione e dei confini esternalizzati. Un’Europa sempre più piccola. Sempre più indegna.

Buon mercoledì.

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Acqua pubblica, storia di un referendum ignorato: ricorso alla Corte di Strasburgo per far valere la volontà popolare

Nel giugno del 2011, oltre 26 milioni di cittadini italiani dissero chiaramente che l’acqua doveva restare fuori dal mercato. Due quesiti referendari abrogarono norme che permettevano la gestione privata dei servizi idrici e la remunerazione del capitale investito attraverso le tariffe. Un “sì” plebiscitario, con percentuali sopra il 95%. Eppure, a quattordici anni di distanza, quel voto risulta ignorato. Il servizio idrico in Italia continua a essere strutturato in modo tale da garantire margini di profitto, seppure sotto nomi diversi.

La denuncia è ora nero su bianco: un gruppo di giuristi ha depositato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) un ricorso di circa duemila pagine contro lo Stato italiano. Il cuore dell’accusa è semplice quanto grave: l’Italia ha violato il diritto dei cittadini a veder rispettata la propria volontà democratica.

Profitti travestiti da costi

Il nodo è tutto nella terminologia. Mentre la “remunerazione del capitale investito” è stata formalmente espunta, Arera – l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente – ha introdotto negli anni un nuovo lessico tariffario: “oneri finanziari”, “costo della risorsa finanziaria”, “recupero integrale dei costi”. Sotto queste voci, secondo il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, si cela ciò che il referendum aveva chiaramente rifiutato: la possibilità per i gestori di trarre profitto dall’erogazione dell’acqua.

I numeri rendono la denuncia ancora più netta. A fronte di 13,8 miliardi di investimenti programmati nel periodo 2020-2049, i gestori incasseranno 4,6 miliardi di utile netto. Si tratta, in media, di un euro di profitto ogni tre euro investiti. Un rapporto che smentisce le promesse di reinvestimento e svela la continuità di un modello che tratta l’acqua come merce.

La deriva regolatoria

Subito dopo il referendum, il Parlamento aveva formalmente recepito l’esito popolare con i decreti del Presidente della Repubblica n. 113 e n. 116 del 2011. Ma il meccanismo si è inceppato nel passaggio successivo: la regolazione. Arera ha assunto la funzione di definire i criteri tariffari, elaborando metodologie via via più complesse – dal Metodo Tariffario Transitorio (MTT) al recente MTI-4 – che, secondo i critici, rendono impossibile comprendere se il profitto sia stato davvero eliminato. Una complessità che ha disarmato il controllo democratico.

Nel 2012 la Corte Costituzionale ha cercato di porre un argine, dichiarando illegittimo il tentativo legislativo di reintrodurre norme abrogate, ma non ha potuto intervenire sulle delibere dell’Autorità. Lì si è aperta la falla: le agenzie indipendenti sono diventate zone franche dove l’interesse pubblico rischia di perdersi tra cavilli tecnici e neutralità solo apparente.

Strasburgo e la posta in gioco

Il ricorso alla Cedu punta a forzare questo blocco istituzionale. I giuristi denunciano la violazione dell’articolo 14 della Convenzione – il principio di non discriminazione – e parlano apertamente di peggioramento della qualità della vita causato dall’aumento delle tariffe idriche. L’accusa, se accolta, potrebbe aprire un precedente: il riconoscimento che anche l’inerzia nell’attuazione di un referendum può costituire una lesione dei diritti fondamentali.

Non sarà semplice. La Corte di Strasburgo ha una giurisdizione limitata in materia economica. Ma la forza del ricorso sta nel suo impianto: non si contesta solo una tariffa, ma un tradimento. Un tradimento che ha valore politico prima ancora che giuridico, perché mina il principio su cui si regge ogni democrazia: la sovranità popolare.

Il costo dell’impunità istituzionale

In fondo, la questione dell’acqua non riguarda solo l’acqua. Riguarda la possibilità per i cittadini di decidere. Riguarda la tenuta dello Stato di diritto quando le istituzioni si muovono al di fuori o contro il mandato ricevuto. Se i referendum possono essere svuotati da regolamenti e “oneri finanziari”, allora la partecipazione diventa un orpello e il voto un simulacro.

Il ricorso alla Cedu rappresenta l’estremo tentativo di ottenere giustizia su un diritto basilare: quello di non vedere la propria volontà calpestata. Se anche Strasburgo dovesse archiviare il caso, resterà intatta la domanda politica: chi risponde del tradimento di 26 milioni di elettori?

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Scolasticidio in Palestina, la punizione è culturale

Non è un effetto collaterale. È il bersaglio. Lo dice Ehab Abo Khair, portavoce dell’ultima università rimasta in piedi a Gaza, prima che fosse occupata per 70 giorni e poi rasa al suolo dall’esercito israeliano. È il 17 gennaio 2025. Due giorni prima del cessate il fuoco.

La distruzione sistematica delle scuole e delle università palestinesi non è un eccesso: è una dottrina. Secondo le Nazioni Unite, l’80% delle scuole di Gaza è stato distrutto. Tutte le undici università non esistono più. Hanno bruciato anche i libri. E la replica israeliana Qualche condanna di facciata, la solita inchiesta-fantasma.

Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch, ha parlato di violazioni gravi del diritto internazionale umanitario. Perché anche se in quelle aule ci fossero state armi – ipotesi mai dimostrata – la distruzione metodica di interi campus non ha alcuna proporzionalità militare. È una punizione culturale.

Lo chiamano “scolasticidio”, un termine coniato nel 2009 dalla docente Karma Nabulsi per descrivere la cancellazione intenzionale dei sistemi educativi. Myriam Benraad parla di “epistemicidio”: l’assassinio della conoscenza come atto di guerra.

Non si colpiscono solo i muri. Si spezza la possibilità stessa di ricostruire, di ricordare, di esistere come popolo. Cinquemila studenti, novantacinque docenti universitari e duecentosessantuno insegnanti uccisi. Oltre seicentomila studenti senza scuola da oltre un anno e mezzo.

Mentre le bombe cancellano le aule, Trump arresta studenti solidali nelle università americane e taglia fondi. La guerra alla Palestina passa per l’annientamento del pensiero. Serve chiamarlo con il suo nome. Serve farlo ora.

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Fine vita, la Consulta torna a sollecitare l’Italia del rinvio: i giudici chiamano, ma il Parlamento fugge

È dal 2019 che la Corte Costituzionale chiede al Parlamento di legiferare sul fine vita. Eppure, a cinque anni dalla storica sentenza 242 sul caso Cappato-Dj Fabo, l’Italia è ancora priva di una legge. L’ennesimo appello è arrivato oggi, con la sentenza n. 66, che ha rigettato le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal gip di Milano sull’articolo 580 del Codice penale, ma ha nuovamente sollecitato il legislatore ad agire. “È un preciso dovere della Repubblica”, affermano i giudici, “garantire forme di assistenza sociosanitaria continuativa”, perché l’assenza di cure può essere “lo spartiacque tra la scelta di vita e la richiesta di morte”.

Fine vita, un Parlamento che ha smarrito il coraggio

In Senato, la maggioranza ha preferito non presentare alcun testo base. I relatori (di Forza Italia e Fratelli d’Italia) si sono presentati “a mani vuote”, secondo le opposizioni, facendo naufragare l’ennesima seduta del comitato ristretto. Alfredo Bazoli (Pd) e Ilaria Cucchi (Avs) hanno abbandonato i lavori: “Una destra disumana boicotta una legge di civiltà”, ha accusato Cucchi. Riccardo Magi (+Europa) ha parlato di “cortocircuito dell’ipocrisia”, denunciando che gli stessi che bloccano il Parlamento impugnano le leggi regionali e attaccano lo strumento referendario.

La voce del M5S: “Schiaffo a chi soffre”

Anche il Movimento 5 Stelle è intervenuto con toni duri. Alessandra Maiorino, vicepresidente del gruppo al Senato, ha parlato di “ennesimo colpo basso” e di “destra sorda alle sollecitazioni della Consulta”, che continua ad aggrapparsi a “un’ideologia retrograda per non dare risposte”. Elisa Pirro, prima firmataria del ddl M5S, ha definito la situazione “una palude parlamentare fatta di calcoli interni, mentre chi soffre non può aspettare”. Il testo pentastellato, insieme a quelli di Pd, Avs, FI e Noi Moderati, giace inutilizzato. “Se davvero si volesse legiferare, le basi ci sarebbero. Ma manca la volontà” .

La Consulta: il sostegno vitale è requisito, ma non scusa

Sul piano giuridico, la Corte ha confermato che subordinare la non punibilità all’esistenza di un trattamento di sostegno vitale non è incostituzionale. Ma ha anche chiarito che il requisito va interpretato in modo ampio: non servono macchinari complessi, basta una procedura sanitaria da cui dipenda la vita del paziente, anche se gestita da familiari. E non è necessario che il paziente inizi un trattamento solo per poter essere “ammesso” a morire. L’autodeterminazione resta centrale, ma deve essere accompagnata da un sistema pubblico che non costringa alla sofferenza per mancanza di alternative.

Sul fine vita una destra che agita il Parlamento e impugna le Regioni

Mentre il governo impugna la legge toscana sul suicidio medicalmente assistito, in Sardegna si apre l’iter per una norma simile, sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni. Le Regioni si muovono dove lo Stato resta immobile. E la Consulta denuncia apertamente ciò che la politica non vuole vedere: in Italia l’accesso alle cure palliative non è equo, le liste d’attesa sono lunghe, il personale carente, la distribuzione territoriale disomogenea. È un quadro incompatibile con qualsiasi idea di dignità.

L’assenza che diventa colpa

L’inerzia legislativa non è neutra: produce conseguenze quotidiane, scaricate sui malati, sulle famiglie e sul personale sanitario costretto a operare nell’incertezza. “Non stiamo parlando di un’astrazione giuridica – ha ricordato la Consulta – ma del diritto costituzionale al libero sviluppo della persona”. E quando il Parlamento rinuncia a esercitare la propria funzione, quel diritto resta sospeso. È qui che il ritardo si trasforma in colpa politica.

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