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Starlink, odissea nello spazio: Italia fuori orbita tra promesse e pasticci

Era iniziata come la solita corsa all’innamoramento: un’Italia che si sbraccia per mostrarsi attrattiva, un governo che apre le porte a Starlink e definisce l’azienda di Elon Musk “il soggetto tecnologicamente più avanzato”, salvo poi crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Ora, di quella trattativa restano solo macerie diplomatiche, accuse incrociate e una domanda che pesa come un silenzio strategico: chi ha sabotato l’intesa

Il 22 maggio, Andrea Stroppa, braccio destro italiano del patron di SpaceX, ha rotto gli indugi: “Starlink è pronta, ma qualcuno blocca tutto”. A sei mesi di distanza dal presunto accordo, Stroppa punta il dito direttamente contro il ministro Urso. Il quale, invece di rispondere nel merito, si rifugia dietro il segreto del Consiglio Supremo di Difesa e insinua che Stroppa parli a sproposito. Il risultato? Un botta e risposta surreale tra un esecutivo che finge stupore e un emissario privato che si comporta da funzionario di Stato.

Starlink e Musk, dal corteggiamento istituzionale al voltafaccia sovranista

Il governo Meloni ci aveva creduto davvero. Almeno all’inizio. Con dichiarazioni pubbliche, incontri riservati e indiscrezioni su un accordo da 1,5 miliardi di euro, l’Italia sembrava pronta a delegare la propria sovranità satellitare a un magnate d’Oltreoceano. La motivazione ufficiale? “Starlink come soluzione ponte”, in attesa di sviluppare una costellazione nazionale. Peccato che la retromarcia sia arrivata insieme alle prime difficoltà politiche, ai dubbi sulla sicurezza e alle risse intestine nella maggioranza.

E qui si palesa la miopia istituzionale: si è scelto di trattare con Musk come se non fosse Musk. Come se non fosse l’uomo che flirta con Trump, twitta in codice e governa aziende come estensioni del proprio ego. Come se le sue aziende non fossero inevitabilmente legate alla sua figura e al suo stile di comunicazione imperscrutabile e incendiario. Fingere che tutto questo non abbia un peso è un’ingenuità che un governo non può permettersi.

Stroppa, Musk e la personalizzazione di una trattativa strategica

In mezzo, Andrea Stroppa. Che da rappresentante tecnico si è trasformato in protagonista politico. Denuncia pubblicamente i veti, attacca Fratelli d’Italia sui social (“evitate di chiamarci per conferenze”), minaccia ritorsioni e accusa la politica italiana di boicottaggio. E dopo essere stato coinvolto, nell’ottobre dell’anno scorso, in un’indagine nell’inchiesta Sogei, viene posto sotto scorta dopo un attacco incendiario contro una concessionaria Tesla. È il cortocircuito perfetto: un negoziato su infrastrutture militari di comunicazione gestito via tweet.

Nel disegno di legge sulla “Space Economy” è arrivata la pietra tombale. L’articolo 25, modificato su spinta delle opposizioni, impone che determinati servizi siano garantiti solo da entità Ue o Nato e introduce criteri stringenti su sicurezza e ritorno industriale. Troppo per Stroppa, che lo legge come una norma “anti-Musk”. Ma se i partiti hanno fatto il loro gioco politico, a cedere per primi sono stati Meloni e i suoi, incapaci di reggere il peso di un’operazione che loro stessi avevano incensato.

Alla fine, la vera questione non è Starlink. È il metodo. È l’idea che si possa governare a colpi di entusiasmo mediatico, firmando intese di fatto senza mai prendersi la responsabilità di portarle a termine. È la tentazione di affidare pezzi di sovranità a imprenditori con agende proprie, salvo poi scandalizzarsi se pretendono di comandare anche la politica.

Nel teatro spaziale, Meloni e Musk si sono usati a vicenda. L’una per inseguire visibilità, l’altro per colonizzare un nuovo mercato. Ma quando si gioca con la tecnologia del futuro come se fosse propaganda da comizio, l’atterraggio non può che essere rovinoso.

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Piano Mattei, Amref boccia le destre: “Retorica colonialista”

Altro che “Piano Mattei”, altro che cooperazione “tra pari”: per l’Italia l’Africa resta quella dei barconi, dei conflitti, della povertà. Lo conferma, dati alla mano, il dossier L’Africa Mediata 2025 pubblicato da Amref con l’Osservatorio di Pavia, che demolisce ogni narrazione propagandistica sul presunto cambio di paradigma nei rapporti tra Italia e continente africano.

Nel 2024, i quotidiani italiani hanno pubblicato in media solo otto notizie al mese sull’Africa: la metà rispetto al 2023. E di queste, oltre il 77% riguarda l’“Africa qui”, ovvero migranti, cronaca nera, accordi bilaterali – con l’immigrazione come tema dominante nel 60% dei titoli. L’Africa raccontata da lontano, l’“Africa là”, scompare dietro un velo d’indifferenza, o riappare solo quando a morire è un turista italiano o a intervenire è la diplomazia nostrana.

Una rappresentazione tossica

Il racconto mediatico italiano sull’Africa è schiacciato su uno schema monotono e riduttivo: carestie, guerre, terrorismo, migrazioni. Lo dimostra anche il dato impressionante raccolto da Ipsos per Amref: alla domanda “quali parole associ all’Africa”, il 67% degli italiani risponde “povertà, malattie, immigrazione”. Niente cultura, arte, imprenditorialità, futuro. Un continente intero raccontato per sottrazione.

La televisione non fa meglio. Nei programmi d’informazione e infotainment, le voci africane sono l’1,2% degli ospiti. Quasi mai come esperti. Quasi mai come protagonisti. Al massimo come oggetti del discorso: “gente comune” chiamata a commentare episodi di degrado o cronaca, spesso nemmeno identificata per cognome. E quando si parla di donne africane, il 32% delle volte è per trattare la “condizione femminile nell’Islam” e il 16% per parlare di infibulazione. Due temi reali, ma proposti come unico orizzonte possibile.

I confini mentali del colonialismo

Come ha scritto Maaza Mengiste, “i confini danneggiano coloro che sono destinati ad essere visti e danneggiano coloro che dovrebbero vedere”. E i confini della rappresentazione dell’Africa nei media italiani sono ancora quelli tracciati da una lunga storia di paternalismo coloniale. L’Africa è evocata come minaccia da gestire o come spazio di conquista umanitaria: mai come interlocutore.

Il Piano Mattei, sbandierato dal governo Meloni come chiave per rilanciare le relazioni euro-africane, nei notiziari italiani viene incorniciato quasi esclusivamente nel frame securitario: accordi per fermare i flussi, per contenere, per controllare. Manca del tutto un dibattito sul reale impatto nei Paesi africani, sulle voci dei partner locali, sul rischio di alimentare nuove dipendenze invece che sostenere vere autonomie.

Una domanda di cambiamento ignorata

Eppure, qualcosa si muove. L’indagine Ipsos mostra che l’82% degli italiani – l’88% nella Gen Z – desidera un racconto più completo e positivo sull’Africa. È una domanda forte, consapevole, ma completamente ignorata dall’attuale sistema informativo. Perché cambiare narrazione significherebbe rinunciare a una comoda funzione: quella dell’Africa come specchio in cui l’Italia riflette le proprie paure, le proprie colpe, i propri calcoli geopolitici.

L’Africa che passa ogni giorno nei media italiani è un fotogramma fermo, una sagoma vuota disegnata con la penna del sospetto e del pregiudizio. L’Italia ha bisogno di una nuova grammatica visiva e narrativa, capace di riconoscere complessità, potenziale, soggettività. Un racconto all’altezza del presente, e non della nostalgia per una dominazione che non ha mai fatto i conti con sé stessa.

Il resto, Piano Mattei incluso, rischia di essere solo retorica con il marchio del Made in Italy.

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Se lo dice Tel Aviv, possiamo dirlo pure noi

C’è un momento in cui le parole rompono gli argini, sfondano i tabù e ridisegnano il dicibile. In Israele, quel momento sembra essere arrivato. Elana Sztokman, scrittrice americana che vive a Gerusalemme da trent’anni, l’ha chiamato col suo nome: genocidio. “Stiamo bombardando e affamando un popolo fino alla morte. È genocidio. È uccisione deliberata, senza freni”, ha scritto. Una dichiarazione che le è costata amicizie, insulti, accuse di tradimento. Ma non è più sola.

Anche l’ex vicecapo dell’esercito, Yair Golan, ha detto l’indicibile: “Uno Stato sano non uccide civili come passatempo, non affama bambini, non espelle intere popolazioni.” E il soldato Itamar Schwartz, dopo aver combattuto a Gaza, ha scritto: “Non servono camere a gas per parlare di genocidio. Lo stiamo facendo. Punto.” Voci sempre più autorevoli si spingono a denunciare ciò che un tempo sembrava blasfemo dire, persino nella sinistra israeliana: che Israele, nel tentativo dichiarato di annientare Hamas, sta attuando un piano sistemico di distruzione e deportazione ai danni di un intero popolo.

E in Italia In Italia si balbetta. Si evocano “errori”, si deprecano “eccessi”, si condannano le violenze “da entrambe le parti”. I politici si trincerano dietro il diritto alla difesa, i giornali evitano il termine, come se fosse una bomba semantica da disinnescare. Si è più preoccupati delle reazioni di Israele che della sorte dei bambini palestinesi ridotti alla fame. Anche davanti alla denuncia della fame come arma di guerra, l’Italia abbassa lo sguardo. Mentre i rabbini americani come Rick Jacobs e Stephanie Kolin parlano apertamente di “crudeltà calcolata” e “tragedia umanitaria”, qui si continua con la danza dell’equidistanza morale.

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Crollano Borse e sovranisti

Ieri Donald Trump ha tuonato da Truth Social: dazi del 50% contro l’Unione Europea a partire dal primo giugno. Ed è bastata quella minaccia, sgrammaticata e brutale, per fare crollare le Borse europee: Milano ha perso il 3%, Parigi il 2,7%, Francoforte il 2,5%. Una scossa tellurica economica scatenata da un uomo che tratta le relazioni internazionali come un rodeo personale, incurante dei danni collaterali.

Nel silenzio spettrale dell’Europa, due assenze pesano più di tutte: quella di Matteo Salvini, che di solito commenta anche la variazione del vento, e quella di Giorgia Meloni, che riesce a esultare per uno zero virgola in più di PIL ma non dice nulla quando crolla tutto. Eppure parliamo del loro amico, del loro modello, del Trump che ha ispirato slogan, campagne e selfie. Ieri non c’erano. Non pervenuti. Il capitano Salvini, che ogni giorno predica sovranismo tra una diretta e una direzione, ha improvvisamente perso la voce. Lui che riesce a far arrivare puntuali solo le sventure dei suoi alleati.

Meloni, che da mesi si vanta di essere la donna forte d’Europa, ha perso l’occasione di dirci qualcosa su una crisi che colpisce in pieno il cuore del continente. L’Europa Sta precipitando sotto i colpi di un presidente americano che gioca alla guerra commerciale mentre rilegge i suoi tweet. L’Italia Assente ingiustificata.

E poi ci sono Israele, Orbán, l’autocrate amico di tutti i sovranisti: una linea di credito politica che si sta trasformando in voragine. Quando si tratta di giustificare chi bombarda ospedali, chi spezza trattati, chi infrange regole comuni, il silenzio torna a essere la più comoda forma di complicità. Perché sono temi che fanno paura. Perché per la destra italiana, oggi al governo, Trump e compagnia non sono alleati: sono criptonite.

Intanto, a pagare saranno i lavoratori, le imprese, le famiglie. Mentre Apple brucia 100 miliardi e i listini affondano, le destre europee si trincerano dietro la propaganda. Salvini, Meloni e i loro amici sono esperti nel lanciare allarmi immaginari. Ma davanti al disastro reale, scompaiono.

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Il volto feroce del nuovo maccartismo americano

Harvard è diventata il bersaglio ideale del trumpismo di ritorno. Con un ordine esecutivo travestito da provvedimento di sicurezza, l’amministrazione Trump ha revocato il programma per studenti stranieri che da decenni porta giovani da oltre 140 Paesi nelle aule dell’università più prestigiosa degli Stati Uniti. L’ordine colpisce anche chi è già iscritto: quasi 7mila studenti – il 27% del corpo studentesco – sono ora obbligati a trovare una “nuova collocazione” o saranno espulsi. Espulsi da un’idea di mondo prima ancora che da un campus.

Kristi Noem, ministra della Sicurezza interna (sì, quella dei selfie coi migranti in gabbia e col fucile puntato al cane di famiglia), ha spiegato che Harvard non è più “un luogo sicuro”. Non per mancanza di vigilanza. Ma perché, testuali parole, “ospita l’antiamericanismo”. Siamo di fronte a un atto di epurazione culturale che ricorda, parola per parola, il linguaggio delle purghe maccartiste. Solo che stavolta a firmarle è il presidente in carica e non un senatore ossessionato dai comunisti.

Harvard ha annunciato una causa contro la Casa Bianca, ma la portata del danno è già enorme. Economico, certo: 60-87mila dollari l’anno per ogni iscritto straniero, finanziamenti pubblici tagliati, riduzione degli scambi accademici. Ma soprattutto simbolico. Sradicare il pluralismo da Harvard significa colpire al cuore l’idea stessa di sapere aperto, libero, globale. È l’anti-illuminismo fatto decreto.

Trump sa benissimo dove colpire. Le università sono le ultime roccaforti dell’America che ancora si illude di potersi opporre. Harvard ha rifiutato di piegarsi dopo Gaza, ha difeso il diritto alla critica e l’autonomia didattica. Ora paga il prezzo della coerenza. Mentre la Columbia ha chinato il capo, Harvard resiste. Ma a quale costo?

È un segnale inquietante, non solo per gli Stati Uniti. Il messaggio è chiaro: il dissenso non sarà tollerato, l’identità sarà epurata, la conoscenza sarà normalizzata. Come in ogni regime, prima si bruciano le biblioteche, poi le persone.

Buon venerdì

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Sentenza storica della Consulta: illegittimo negare alla madre intenzionale di riconoscere il figlio nato da procreazione assistita

Nel giorno in cui la Corte Costituzionale ha riconosciuto il diritto alla genitorialità della madre intenzionale nelle coppie omogenitoriali, l’Italia si è trovata davanti a una svolta di civiltà che il governo Meloni ha tentato fino all’ultimo di impedire. Una sentenza storica, che cancella l’umiliazione imposta alle famiglie arcobaleno e infligge una sonora sconfitta all’offensiva ideologica della destra. È una vittoria dei diritti e una lezione di democrazia per un esecutivo che sul tema ha fatto del proprio programma politico una crociata sotto la bandiera della famiglia tradizionale.

La Consulta mette fine alla propaganda

La Corte ha dichiarato incostituzionale il divieto per la madre intenzionale di riconoscere il figlio nato in Italia da procreazione assistita praticata all’estero. “È incostituzionale” – si legge nella sentenza n. 68 – “negare al figlio la tutela dei legami affettivi”. È un colpo netto alla circolare Piantedosi del giugno 2023, che aveva imposto la cancellazione dei nomi delle madri intenzionali dagli atti di nascita. La Corte ha ristabilito ciò che dovrebbe essere ovvio: che un figlio ha diritto a essere riconosciuto da entrambi i genitori che lo crescono, indipendentemente dal loro genere.

“È una vittoria bellissima, storica” ha detto Glenda Giovannardi, una delle due mamme di Lucca al centro del ricorso: “Per la prima volta nostro figlio è tutelato a tutti gli effetti”. Una sentenza che salva la dignità delle famiglie e che restituisce loro l’uguaglianza negata.

Il governo oscurantista che attacca le istituzioni

Di fronte a questa svolta, il governo ha reagito come ci si aspetta da chi ha in odio i diritti: attaccando la Consulta. La deputata FdI Augusta Montaruli ha parlato di “lesione del diritto dei minori ad avere un padre”, mentre l’europarlamentare Inselvini ha definito “sconcertante” la sentenza, accusando la Corte di “creare per via giudiziaria nuove figure genitoriali”.

“Fratelli d’Italia ha perso ogni senso del limite e ogni rispetto istituzionale” ha replicato la capogruppo Pd Chiara Braga, che ha definito “gravissimo” l’attacco alla Corte. La senatrice Ilaria Cucchi (AVS) ha parlato di “una sconfitta per la destra oscurantista”. E la deputata M5S Vittoria Baldino ha denunciato “l’accanimento incostituzionale del governo contro i bambini”. L’accusa è unanime: Meloni ha tentato di cancellare l’esistenza di queste famiglie per difendere un’ideologia minoritaria e retrograda.

Il Parlamento ora non ha più alibi

C’è però un altro fronte aperto: quello delle donne single escluse dall’accesso alla PMA. La Corte ha definito “non irragionevole” il divieto, ma ha anche chiarito che non esistono impedimenti costituzionali a una riforma della legge. “È un’occasione mancata” ha commentato l’Associazione Luca Coscioni, che con la petizione “Pma per tutte” chiede al Parlamento di agire subito.

Evita, la 40enne torinese che ha promosso uno dei ricorsi, è stata chiara: “È tempo che le istituzioni ascoltino anche la realtà delle donne che scelgono consapevolmente di diventare madri fuori dal perimetro della famiglia tradizionale”.

Meloni sorda alla realtà

Il governo tace o minimizza. La ministra Eugenia Roccella, trincerata dietro una retorica da catechismo, ha ribadito che “cancellare il padre non è progresso” e che “nessuna tecnica potrà mai eliminare la figura paterna”. È la stessa logica che ha animato l’intera offensiva repressiva della destra, culminata nella circolare che oggi la Consulta ha demolito. E che ora si ripropone contro le donne single, colpevoli di non aderire al modello di madre “conforme”.

Il punto è politico. La Corte ha fatto il suo dovere, ma ha rimesso la palla nel campo legislativo. La domanda è: il Parlamento avrà il coraggio di emanciparsi dall’agenda reazionaria del governo? O resterà ostaggio della crociata “per la famiglia naturale” che non ha prodotto altro che discriminazione e insicurezza giuridica

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A Gaza ogni giorno un numero indicatore della complicità

Ieri, 22 maggio 2025, almeno 51 palestinesi sono stati uccisi nei bombardamenti israeliani su Gaza. È una cifra che si somma silenziosamente a un totale che ha già superato le 53.762 vittime confermate. Ogni giorno un aggiornamento. Ogni giorno un bollettino di guerra che passa inosservato nei palinsesti e nei vertici diplomatici.

Dal 7 ottobre a oggi, Israele ha ucciso più di 3.600 persone solo dopo la rottura del cessate il fuoco, il 18 marzo. A queste si aggiungono mille corpi estratti dalle macerie. Come se la guerra non si fosse mai fermata, neanche durante la cosiddetta “tregua”, tra gennaio e marzo, in cui morirono almeno 170 civili e più di 2.200 furono sepolti vivi.

La violenza continua a mutare forma: non è solo fuoco dall’alto. È fame. È prigionia. Ieri il ministro della Salute palestinese ha confermato la morte per fame di 29 bambini e anziani. Ha detto che 14.000 neonati rischiano la stessa sorte. È un numero che dovrebbe far tremare i tavoli dell’Onu. E invece no: sono tavoli che restano vuoti mentre le forniture umanitarie restano bloccate ai confini e gli ospedali vengono bombardati.

A Rafah si spara ancora. A Jenin i diplomatici stranieri vengono “avvisati” a colpi di mitra. A Sde Teiman si continua a morire nei lager israeliani: oggi è toccato ad Amr Hatem Odeh, 33 anni, padre di tre figli, morto nella base-prigione nel Negev dove Israele tiene centinaia di palestinesi senza processo.

C’è una logica che tiene insieme tutto questo: è la logica del disumano che si fa sistema, della punizione collettiva come strategia, del genocidio come prassi.

L’Occidente guarda, commenta, si astiene. E Gaza muore, ogni giorno, con la puntualità dei suoi numeri.

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Diritto batte ideologia: tutte le sconfitte del governo

C’era una volta il “reato universale”. Così lo aveva chiamato Giorgia Meloni, immaginando di poter processare in ogni angolo del mondo la gestazione per altri. Universale, come la sua ossessione ideologica. Universale, come la pretesa di imprimere alla Costituzione una torsione regressiva. Poi, come spesso accade, è arrivata la realtà: la Corte Costituzionale ha smontato, pezzo dopo pezzo, il castello identitario costruito sul corpo delle donne e sull’avversione per le famiglie arcobaleno.

Con la sentenza n. 68 del 2025, la Consulta ha sancito che è incostituzionale impedire alla madre intenzionale in una coppia omogenitoriale di riconoscere il proprio figlio. Non una concessione politica, ma la riaffermazione limpida del diritto del minore all’identità, alla stabilità affettiva e alla non discriminazione. Una mazzata giuridica alla propaganda, che restituisce dignità a famiglie cancellate per decreto e stigmatizzate nei comizi.

Ma non è l’unico rovescio. L’autonomia differenziata, bandiera della Lega, è stata mutilata dalla Consulta. Il decreto ad personam sui sovrintendenti lirici? Bocciato per carenza di urgenza. Il trattenimento dei migranti previsto nel protocollo Italia-Albania Impantanato nelle aule di giustizia italiane ed europee. Le proroghe ai balneari? Smontate di giudici amministrativi per contrasto con la direttiva Bolkestein. Persino le norme sulle ispezioni fiscali sono finite sotto la lente della Corte europea. E poi c’è la riforma del sostegno economico ai poveri e alle famiglie, smontata dai report europei.

A ogni annuncio roboante è seguita una bocciatura. A ogni forzatura normativa, un pronunciamento che ripristina i principi. La legge di questo governo si ferma dove inizia la legge vera. Quella che tutela i diritti e non promana dai sondaggi. Quella che si scrive nei tribunali, non nelle dirette Facebook.

Forse, a questo punto, l’unica cosa davvero “universale” è il modus operandi di una maggioranza che scambia l’arbitrio per potere. In questa legislatura, la vera opposizione è la Costituzione.

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Non uccidono solo le bombe, a Gaza si muore pure con le parole

C’è un punto oltre il quale le parole non sono più opinioni, ma prove. Il genocidio non si consuma soltanto con le bombe: si prepara nel linguaggio, si legittima nella propaganda, si giustifica con l’ideologia. È quello che sta accadendo a Gaza. Dove la devastazione non è solo materiale, ma discorsiva. E dove l’intento è dichiarato, pubblicamente, più volte, da più voci.

Il 9 ottobre 2023 il ministro della Difesa Yoav Gallant annuncia un “assedio totale” e definisce i palestinesi “animali umani”. Il presidente Isaac Herzog nega l’esistenza di civili: “un’intera nazione è responsabile”. La deputata Gotliv invoca “missili senza limiti” per “radere al suolo Gaza senza pietà”. Il ministro Eliyahu considera “una delle opzioni” la bomba atomica. Il vicepresidente della Knesset, Nissim Vaturi, scrive: “Gaza deve essere bruciata, cancellata dalla faccia della Terra”.

E ancora: Bezalel Smotrich parla di “due milioni di nazisti”, di “purificazione”, di “distruzione totale”. Netanyahu loda Smotrich e cita Amalek, il popolo biblico da sterminare. L’ex ministro Moshe Feiglin chiede che Gaza venga “distrutta come Dresda e Hiroshima”. Ariel Kallner e Yinon Magal evocano esplicitamente una “seconda Nakba”.

Sono frasi, ma non solo. Sono ordini in potenza, cornici morali, autorizzazioni implicite all’eliminazione di un intero popolo. Perché le parole generano realtà. E la realtà oggi, a Gaza, è una striscia bombardata fino alle fondamenta, privata di acqua, luce, rifugi, umanità.

Gaza è una scena del crimine. Gli intenti sono già tutti scritti. Ed è sotto gli occhi di tutti. La storia li leggerà. E li ricorderà.

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I veleni eterni, la giustizia troppo tardi

Pasqualino Zenere è morto nel 2014 per un tumore alla pelvi renale dopo anni di lavoro nello stabilimento Miteni di Trissino, in provincia di Vicenza. Soltanto ora, undici anni dopo, un tribunale riconosce che a ucciderlo sono stati i Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche usate nell’industria e finite nel suo corpo attraverso l’aria, l’acqua, il contatto quotidiano con sostanze tossiche. È la prima volta in Italia che una sentenza stabilisce il nesso tra esposizione a questi composti e cancro.

Nel frattempo, 350.000 persone vivono su un territorio contaminato tra Vicenza, Padova e Verona. Il processo contro i manager della Miteni è ancora in corso, ma il veleno è rimasto anche dopo la chiusura della fabbrica. I Pfas si trovano nell’acqua potabile, nei cibi, nei corpi. Sono stati rilevati nel sangue, nella placenta, nei reni. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha segnalato danni al sistema immunitario, alla fertilità, alla tiroide e ha confermato la cancerogenicità in base a studi epidemiologici e sperimentali.

I Pfas sono presenti ovunque: nelle pentole antiaderenti, nei tessuti tecnici, nei pesticidi, nelle vernici e nei cablaggi. Si accumulano nella catena alimentare e non si degradano. Sono chiamati “inquinanti eterni” perché persistono nel tempo, anche dopo il disastro, anche dopo le morti.

Questa sentenza stabilisce un precedente, ma non chiude nulla. La giustizia è arrivata per un singolo caso. I danni restano collettivi. E silenziosi.

Buon giovedì. 

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