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Il Green Deal evapora. Prima l’acqua, poi la verità

A Bruxelles il Partito popolare europeo, lo stesso di Ursula von der Leyen, ha preteso che ogni riferimento al Green Deal fosse rimosso dal rapporto parlamentare sulla resilienza idrica. Una richiesta esplicita, condizione per concedere il proprio sostegno.

La cancellazione è un segnale politico. Il Green Deal è stato espunto perché considerato tossico. Perché evocarlo significa riconoscere che l’acqua in Europa scarseggia, che l’agricoltura intensiva la prosciuga, che l’industria continua a inquinarla. Meglio riscrivere tutto: il testo originale chiedeva di attuare pienamente il Green Deal per affrontare la crisi climatica, fermare la perdita di biodiversità e contenere il consumo di risorse. La versione finale si limita a vaghe rassicurazioni su competitività agricola e sovranità alimentare.

Michal Wiezik e Christina Guarda, presenti ai negoziati, hanno raccontato che l’operazione è stata sostenuta anche dai gruppi di estrema destra. L’Epp, partito di maggioranza relativa, ha così sposato la linea del negazionismo pragmatista: se una parola disturba, si elimina.

Nel 2019 von der Leyen aveva lanciato il Green Deal come il cuore della sua legislatura. Oggi il suo stesso partito lo rimuove con cura dai documenti ufficiali. L’agenda ambientale viene sacrificata sull’altare della convenienza elettorale, nell’illusione che le priorità del presente siano un ostacolo rimandabile.

Nel frattempo, i rapporti scientifici segnalano che le riserve idriche europee sono sotto pressione crescente. L’evaporazione delle parole precede l’evaporazione dell’acqua.

Buon lunedì. 

Foto AS

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Le proteste pro Gaza smascherano l’ipocrisia dell’Eurovision – Lettera43

La contestazione alla cantante israeliana Yuval Raphael è l’ennesimo sintomo. Alla kermesse musicale, che escluse la Russia nel 2022 ma ha chiuso gli occhi sulla Palestina, mancano valori e coerenza etica. Finché si sbandiera fintamente la pace e non si garantiscono davvero i diritti, i fischi continueranno.

Le proteste pro Gaza smascherano l’ipocrisia dell’Eurovision

I fischi a Yuval Raphael non sono stati un incidente. Non sono stati «una minoranza rumorosa», come si è affrettata a dire l’European Broadcasting Union (Ebu). Non sono nemmeno solo un gesto contro Israele. Sono un sintomo. L’ennesimo. Nell’edizione 2025 dell’Eurovision Song Contest di Basilea le crepe sono diventate fratture. E non si possono più ignorare.

Tutto è stato politicizzato, altro che “solo musica”

L’artista israeliana si è esibita tra gli applausi e i fischi, dopo giorni di tensione, minacce e proteste. Ai margini dell’arena svizzera sventolavano bandiere palestinesi, cartelli con la scritta “nessun applauso per un genocidio” e “si canta mentre Gaza brucia”. Raphael ha raccontato di essersi salvata nel massacro del 7 ottobre fingendosi morta. La sua partecipazione, il suo brano, la sua storia: tutto era carico di significati. Tutto è stato politicizzato. E tutto è stato trattato, ancora una volta, come se fosse “solo musica”.

Le proteste pro Gaza smascherano l'ipocrisia dell'Eurovision
La cantante israeliana Yuval Raphael (foto Ansa).

Concetto di neutralità ormai svuotato

L’Ebu si ostina a presentare l’Eurovision come evento apolitico. Ma nel 2025 questa retorica si è sgretolata. Le contestazioni a Israele sono state precedute da una richiesta ufficiale, firmata da decine di ex partecipanti (incluso Nemo, vincitore del 2024), per escludere il Paese di Benjamin Netanyahu. L’Ebu ha ignorato la richiesta. Ha proibito bandiere e scritte. Ha chiesto «rispetto». Ha invocato le regole. Ma le stesse regole avevano già portato all’esclusione della Russia nel 2022. L’Ebu, oggi, seleziona il suo concetto di neutralità a seconda del contesto. E a forza di selezionarlo, lo ha svuotato.

Un sistema che lascia scontenti tutti

Non basta dire che il concorso è tra emittenti. L’emittente israeliana Kan è finanziata dallo Stato e parte integrante dell’apparato comunicativo del governo. La sua presenza è politica. E il pubblico lo sa. Anche quello che applaude. Nel 2025, come negli anni precedenti, la gara è stata decisa da un equilibrio instabile tra televoto e giurie. Ma i sospetti di irregolarità e l’ombra dei “blocchi regionali” continuano a minare la fiducia. Il televoto resta vulnerabile a mobilitazioni di massa. Le giurie, opache e autoreferenziali. I punteggi, spesso divergenti. Il risultato finale? Una somma imperfetta, che lascia scontenti sia i fan sia gli artisti.

Falle strutturali nel meccanismo di voto

La vicenda della Rai nel 2024 – con la diffusione anticipata dei dati del televoto pro Israele – non ha portato a una riforma credibile. L’Ebu ha annunciato nuove linee guida, un “codice di condotta”, un “protocollo di benessere”. Ma le falle strutturali nel meccanismo di voto restano. Nessuna risposta alla questione del “bloc voting”, nessuna trasparenza sui calcoli delle giurie, nessun controllo reale sul potere delle lobby culturali interne all’Unione.

Le proteste pro Gaza smascherano l'ipocrisia dell'Eurovision
Una bandiera israeliana esibita durante l’Eurovision (foto Ansa).

Prevale la logica dell’intrattenimento facile

Dietro le luci, l’Eurovision 2025 è stato ancora una volta un festival di cloni. L’inglese domina, le melodie si assomigliano, le messe in scena si rincorrono. La diversità linguistica è un ricordo. I brani originali, minoranza. Chi osa – nei temi o nei suoni – viene ridicolizzato, ignorato o spinto fuori dalla finale. La logica dell’intrattenimento facile ha avuto la meglio su quella artistica. Eppure il paradosso è che proprio il trash, spesso etichettato come deviante, è l’unico spazio dove si infilano ancora messaggi sovversivi. Ma anche quello viene sempre più normalizzato, addomesticato.

Bambie Thug nel 2024 è riuscita a insinuare il suo messaggio

Le battaglie Lgbtq+ storicamente legate all’Eurovision sopravvivono, ma sono state ingabbiate in un format ripetitivo, dove l’identità è spettacolarizzata e svuotata. Ogni bandiera, ogni riferimento alla Palestina, ogni gesto simbolico è stato sanzionato o censurato. Eppure l’artista irlandese Bambie Thug nel 2024 è riuscita comunque a insinuare il suo messaggio, nonostante le pressioni, tramite un make up pro Palestina poi censurato. La sua stessa presenza, come quella di Nemo, un anno fa ha salvato lo show dalla totale insignificanza.

Le proteste pro Gaza smascherano l'ipocrisia dell'Eurovision
Bambie Thug durante l’edizione del 2024 (foto Ansa).

Affari da milioni e contratti mai del tutto chiariti

L’Eurovision è anche un affare di milioni. Costi enormi per i Paesi ospitanti. Sponsorizzazioni opache. Contratti mai del tutto chiariti, come quello con Moroccanoil, brand di cosmetici legato all’economia israeliana. L’Ebu resta un organismo chiuso, che si presenta come garante dell’unità e della pace, ma gestisce il concorso con meccanismi che sembrano quelli di una multinazionale dell’intrattenimento.

Quali sarebbero i valori della manifestazione?

Le riforme annunciate dopo Malmö non hanno toccato i nodi politici, solo quelli logistici. Più zone protette, più pause, più comfort per gli artisti. Ma nessuna decisione sulla coerenza etica. Nessuna trasparenza sugli sponsor. Nessun criterio chiaro su cosa comporti, davvero, «violare i valori dell’Eurovision». Il problema dell’Eurovision non è Yuval Raphael. Non è Gaza. Non è nemmeno il pubblico che fischia. Il problema è la sproporzione crescente tra ciò che il festival dice di essere e ciò che mostra. Il 2025 ha offerto la prova che l’Eurovision non è un rifugio neutrale. È uno specchio. Riflette le tensioni, le diseguaglianze, i conflitti. E lo fa in modo distorto, perché cerca di negarle. Finché continuerà a vendere inclusione senza garantire diritti, a sbandierare pace mentre censura le guerre, a proclamarsi democratico mentre decide tutto dietro le quinte, i fischi non si fermeranno. E forse è giusto così. Perché sono, a oggi, il suono più onesto di tutto lo spettacolo.

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Femminicidi, tante parole e pochi fatti. E Nordio riaccende le polemiche

Il 15 maggio in Senato il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha affermato che le donne vittime di violenza dovrebbero “rifugiarsi in una chiesa o in una farmacia” in caso di pericolo. Le sue parole sono state definite “sconcertanti” da D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza – che le ha giudicate “un’ammissione implicita dell’incapacità dello Stato di garantire protezione effettiva”.

Le critiche si inseriscono in un contesto già segnato da gravi carenze. Insomma no, non sono solo parole. Secondo i dati preliminari forniti da osservatori indipendenti come Telefono Rosa e Casa delle Donne, nel primo quadrimestre del 2025 il numero di femminicidi si mantiene in linea con la media degli anni precedenti, tra 100 e 120 l’anno, senza segnali di inversione. La componente strutturale del fenomeno è confermata: oltre il 50% degli omicidi di donne avviene in ambito familiare o affettivo.

Dati stabili, risposte fragili

Dall’introduzione del “Codice Rosso” (Legge n. 69/2019), il quadro normativo è stato progressivamente ampliato, ma le associazioni denunciano l’inefficacia delle misure senza personale specializzato, integrazione territoriale e finanziamenti stabili. D.i.Re sottolinea che, nonostante l’obbligo di audizione della vittima entro tre giorni, le procure restano in affanno, spesso prive di risorse e formazione adeguata.

Le parole del ministro si sommano a una serie di dichiarazioni pubbliche da parte di esponenti della maggioranza che – secondo UDI, Unione Donne in Italia – “riconducono il femminicidio a un problema individuale o emergenziale, negandone la natura sistemica e patriarcale”. Si contesta inoltre l’eccessiva enfasi repressiva a scapito della prevenzione.

Sulla scuola, il governo ha ostacolato proposte di educazione all’affettività e al consenso, etichettandole come “ideologia gender”. Per la rete dei centri antiviolenza, questa posizione “ostacola un intervento strutturale necessario a scardinare gli stereotipi culturali alla base della violenza”.

Fondi, piani e l’illusione dell’efficienza

Anche sul piano legislativo, le misure più recenti sono giudicate insufficienti. La bozza di legge governativa contro la violenza sulle donne – secondo le associazioni consultate – non prevede risorse adeguate, si concentra su pene e ammonimenti senza un investimento parallelo su percorsi per uomini maltrattanti e supporto all’autonomia delle donne.

Il GREVIO (organo di monitoraggio della Convenzione di Istanbul), in una precedente raccomandazione, aveva già sottolineato come l’Italia dovesse migliorare “l’effettiva implementazione del quadro normativo, il coordinamento interistituzionale e la raccolta sistematica dei dati”. Questi punti restano irrisolti.

Dal punto di vista finanziario, D.i.Re segnala che i fondi ai centri antiviolenza continuano a essere insufficienti, erogati in ritardo e non strutturali. Alcuni centri rischiano la chiusura o operano con personale precario, senza copertura h24, con forti limiti nell’offerta di consulenza legale, supporto psicologico e reinserimento lavorativo. Anche i programmi per il trattamento degli uomini autori di violenza (CUAV) risultano carenti. Gli esperti sottolineano la loro importanza per prevenire la recidiva, ma lamentano la scarsità dei fondi e la disomogeneità territoriale.

Le associazioni chiedono con insistenza una strategia nazionale integrata, che coordini gli interventi dei diversi ministeri, coinvolga attivamente enti locali e regioni, e sia sostenuta da finanziamenti certi e da un Piano Antiviolenza aggiornato, monitorato e dotato di strumenti operativi.

Secondo l’Osservatorio di Pavia e GiULiA Giornaliste, l’“effetto Cecchettin” ha migliorato temporaneamente la qualità della copertura mediatica, ma sono tornati in alcuni casi linguaggi inadeguati, narrazioni vittimizzanti e la tendenza a ignorare il processo giudiziario e il supporto alle sopravvissute. La fotografia italiana del 2025, secondo D.i.Re, è quella di uno Stato che ancora non garantisce protezione tempestiva ed efficace, che non investe in prevenzione culturale e che risponde all’emergenza strutturale con misure parziali, frammentarie e spesso non coordinate. Contro le donne non ci sono solo le parole del ministro.

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Un’Italia sempre più isolata

C’è un’Italia che continua a sedersi ai tavoli dell’Unione europea come se contasse per la sola ragione di esserci da sempre. È la stessa Italia che dimentica quanto, in un sistema basato su compromessi e credibilità, l’autorevolezza non sia un’eredità ma un capitale politico da costruire giorno dopo giorno. E oggi quel capitale è in fase di liquidazione.

Nel biennio 2024-2025 la posizione dell’Italia in Europa si è fatta via via più marginale. Ma non per un complotto delle cancellerie o per un supposto “asse franco-tedesco” che la escluderebbe a priori, quanto per una serie sistematica di scelte – e non scelte – che hanno scolorito l’immagine del nostro paese come partner affidabile. Dalla gestione ondivaga del Pnrr alla reticenza sulla ratifica del Mes, dall’ambiguità sull’aumento delle spese militari alla dissonanza diplomatica nei consessi multilaterali, l’Italia ha imboccato una traiettoria fatta di esitazioni, posture contraddittorie e politiche orientate più all’uso interno che alla costruzione di una linea europea coerente.

La distanza tra dichiarazioni e realtà

Il governo Meloni ha più volte rivendicato una posizione “costruttiva” e “pragmatica” in Europa. Ma alla prova dei fatti, ciò che Bruxelles vede è un Paese che rallenta l’attuazione del piano di ripresa, che propone proroghe non previste, che afferma di voler ridurre il debito ma rifiuta il coordinamento fiscale, e che si presenta con una voce politica spaccata su quasi ogni dossier rilevante. Il caso più eclatante è la riforma del Meccanismo europeo di stabilità: approvata da tutti i partner dell’eurozona, ma bloccata in Italia da un voto contrario dettato più da convenienze interne che da valutazioni tecniche. La conseguenza è un danno diretto alla credibilità finanziaria italiana, aggravato dalla consapevolezza – evidente a Bruxelles – che la coalizione di governo avrebbe i numeri per approvarla se lo volesse davvero. Invece la promessa non si è mai realizzata

Il “paradosso Meloni” è qui nella sua interezza: il tentativo di apparire responsabile agli occhi dell’Unione e allo stesso tempo accondiscendere alle pulsioni sovraniste di Salvini e al populismo di bassa lega della destra sociale. Una danza disordinata che produce immobilismo.

Una coalizione, tre politiche europee

Il quadro si complica ulteriormente se si osservano le fratture interne alla maggioranza. Fratelli d’Italia sogna di “cambiare l’Europa”, la Lega vuole uscirne mentalmente senza uscirne mai davvero, Forza Italia si aggrappa all’ombrello del Ppe. L’effetto è una rappresentanza politica tripolare che agisce all’estero senza una bussola comune. Il ministro Giorgetti chiede a Bruxelles più tempo e più flessibilità, salvo essere smentito dal commissario Fitto, suo connazionale. Tajani rassicura sulla lealtà atlantica, mentre Salvini si intrattiene con il vicepresidente Usa J.D. Vance auspicando una rottura degli equilibri esistenti. Nel frattempo, Meloni si presenta ai vertici con Macron e Scholz con ritrosia e atteggiamento da ospite scettico.

Questo disordine non è percepito come fisiologico da chi osserva l’Italia dall’esterno, ma come un difetto strutturale: il nostro Paese viene considerato oggi incapace di garantire una linea negoziale continua, e quindi poco utile per le trattative di medio-lungo termine. In un contesto in cui ogni compromesso richiede affidabilità, l’Italia si presenta come un attore inaffidabile, soggetto a continui cambi di posizione.

Un’occasione persa per la leadership mediterranea

La retorica della Meloni sul “protagonismo italiano” ha finito per produrre l’effetto opposto: non solo l’Italia non ha aumentato la sua influenza nei meccanismi decisionali europei, ma si è anche autoesclusa da numerosi consessi informali in cui si formano le priorità dell’agenda comune. Il mancato ingresso nell’Iniziativa dei Tre Mari è uno degli esempi più evidenti: una piattaforma di cooperazione infrastrutturale e strategica che oggi coinvolge 13 paesi, e da cui Roma rimane fuori per mera disattenzione diplomatica.

Il peso che il governo ha dato alle relazioni con Washington, in particolare con l’area trumpiana, ha finito per generare sospetti sulla lealtà italiana nei confronti delle priorità europee. A parole la Meloni difende l’Ucraina, nei fatti frena sui pacchetti di aiuti europei. A parole promuove la transizione ecologica, nei fatti aumenta le importazioni di gas. A parole si dice paladina dell’ordine, nei fatti produce tensioni con la magistratura, limitazioni alla stampa pubblica e un rapporto conflittuale con la società civile, alimentando la percezione di un Paese sempre più vicino al cluster Visegrád.

L’autorevolezza non è una bandiera

L’Unione europea funziona anche – e soprattutto – su una reputazione di coerenza. L’Italia, oggi, manca proprio di questo: coerenza tra dichiarazioni e politiche, tra linea ufficiale e posizioni interne, tra ambizione e realtà. L’autorevolezza, in Europa, si costruisce con l’affidabilità. Non con le uscite pubbliche a effetto, non con le alleanze occasionali, non con i calcoli di breve termine. E quando si perde, è difficile riconquistarla. Per questo, l’isolamento italiano non è un incidente. È una responsabilità.

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A Gaza tanti invocano Dio, ma se potesse li maledirebbe

Ci vuole una certa faccia per pronunciare il nome di Dio mentre si nega l’acqua a un bambino. Ci vuole una fede distorta per benedire i bombardamenti che riducono in cenere le tende in cui i bambini dormono, mutilati, sfiniti dalla fame e poi colpiti da missili. Secondo l’Unicef, solo negli ultimi due mesi più di 950 bambini sono stati uccisi nella Striscia di Gaza. Altri 45 nei soli ultimi due giorni. Sono i numeri, non le parole, a dire che Dio qui è solo una copertura.

Gaza è diventata un laboratorio di crudeltà, un teatro in cui ogni principio del diritto umanitario è stato violato con perseveranza scientifica. I bambini vengono uccisi ovunque: negli ospedali, nelle scuole, nei rifugi improvvisati, tra le braccia dei genitori. Subiscono sfollamenti continui, fame, malattie, assenza totale di cure. E mentre Edouard Beigbeder, direttore regionale Unicef per il Medio Oriente e il Nord Africa, afferma che “le sofferenze quotidiane e l’uccisione di bambini devono finire immediatamente”, i governi amici del boia si limitano a mugugnare “preoccupazione”.

Poi ci sono loro, quelli che citano Dio prima di ogni massacro. Quelli che parlano di civiltà mentre sospendono gli aiuti umanitari. Che si dicono “luci nel buio” ma praticano una violenza sistematica, logistica, alimentata da complicità geopolitiche e rifornita di armi. Dio, se esiste, è tra le macerie. E se potesse parlare, maledirebbe chi ne profana il nome giustificando l’inferno. Maledirebbe anche chi guarda altrove, chi confonde la diplomazia con la viltà, chi si tiene stretti i contratti e sacrifica le vite. Perché la bestemmia non è solo dire il falso su Dio. È farlo morire ogni giorno con il silenzio.

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La sfida dei referendum: Renzi difende il Jobs Act ma i numeri lo smentiscono

La campagna di difesa del Jobs Act, lanciata da Matteo Renzi e dai renziani di Italia Viva in vista dei referendum di giugno, poggia su fondamenta fragili. Il tentativo di ribaltare la percezione di una riforma impopolare si è tradotto in un carosello su Instagram che pretende di “sbugiardare” le critiche. Ma è bastato un fact-checking puntuale di Pagella Politica per restituire alle parole il peso dei fatti e svelare le omissioni e le semplificazioni dietro quella che appare come un’operazione di maquillage politico.

L’articolo 18 non ritorna Solo a metà

Secondo Italia Viva, votare Sì al referendum per abrogare il contratto a tutele crescenti non ripristinerebbe l’articolo 18, ma la legge Fornero. Formalmente corretto, ma il messaggio è ingannevole. La legge Fornero fu il primo colpo all’articolo 18, il Jobs Act lo ha affondato definitivamente. Abrogare il decreto del 2015 significherebbe comunque eliminare la norma che ha sostituito il reintegro con una semplice indennità economica per i licenziamenti illegittimi dei nuovi assunti. La sostanza non cambia: si tratta di ripristinare un minimo di garanzie, dopo che il Jobs Act le ha rese residuali.

I numeri dell’occupazione

Renzi e i suoi rivendicano 1.270.000 nuovi posti di lavoro creati durante i governi Renzi e Gentiloni, metà dei quali a tempo indeterminato. Un numero reale, ma usato in modo distorto. Come sottolinea Pagella Politica, non si può attribuire quell’aumento al Jobs Act: la riforma è composta da misure frammentate e approvate in momenti diversi. E parlare di “posti di lavoro” invece che di “occupati” è una forzatura. Basti pensare che per essere considerati occupati basta anche un’ora di lavoro a settimana. In più, nel periodo considerato, tutta Europa ha registrato un aumento dell’occupazione. Soprattutto, a gonfiare le assunzioni a tempo indeterminato furono gli sgravi contributivi, non la riforma in sé.

Dimissioni in bianco: merito relativo

Un’altra rivendicazione renziana è quella sull’abolizione delle dimissioni in bianco, una pratica odiosa usata per ricattare lavoratrici e lavoratori. Il governo Renzi ha effettivamente introdotto nel 2016 una procedura telematica per rendere più sicuro il processo di dimissioni. Ma anche in questo caso la narrazione è esagerata: la lotta alle dimissioni in bianco era iniziata nel 2007 con la riforma Damiano, poi proseguita nel 2012 con ulteriori strumenti di controllo. Il Jobs Act ha semplificato e rafforzato un percorso già in atto, non lo ha inventato. E non può certo cancellare, con questa foglia di fico, l’impianto generale della riforma che ha tagliato le tutele contro i licenziamenti.

NASPI e congedi: innovazioni minime

Italia Viva difende il Jobs Act anche evocando la NASPI e l’estensione dei congedi parentali. Ma entrambe le misure sono state più un accorpamento e una razionalizzazione di strumenti esistenti che un cambio di paradigma. La NASPI, introdotta nel 2015, ha sostituito strumenti nati nel 2012. I congedi sono stati resi un po’ più flessibili, ma senza aumentare la durata complessiva. Sono ritocchi, non riforme. E non bastano a sostenere la tesi secondo cui il Jobs Act avrebbe rafforzato il welfare. Tanto più che l’architrave della riforma resta quella “flexicurity” che ha promesso sicurezza e offerto solo flessibilità.

Un referendum anche sul Jobs Act

Il referendum di giugno non sarà solo un giudizio sul Jobs Act. Sarà anche un’occasione per fare chiarezza sulle narrazioni tossiche che hanno accompagnato la sua approvazione e la sua difesa. I numeri, le fonti e la storia raccontano una realtà diversa da quella di Renzi e dei suoi epigoni. Una realtà dove le tutele si sono ridotte, i diritti compressi e la retorica del “fare” si è rivelata un’operazione di smantellamento, più che di riforma.

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Libia, il partner dell’Italia che brucia: è ora che il governo Meloni ne prenda atto

Gli scontri di Tripoli in questi giorni hanno spazzato via ogni illusione: la Libia non è un partner, è un campo minato. L’Italia lo sa, ma finge il contrario, continuando a trattare con un Governo di Unità Nazionale che non controlla né la capitale né le sue milizie. Il caso dell’uccisione di Abdel Ghani al-Kikli, detto Gnewa, ne è la sintesi: leader armato, vicino al Consiglio presidenziale, eliminato da rivali legati al premier Dbeibah in un regolamento di conti da guerra civile.

In risposta, Dbeibah ha dichiarato finito il tempo dei “sistemi di sicurezza paralleli”. Ma la Libia è fatta solo di quelli. La sua mappa è una galassia di milizie, con alleanze liquide, che si contendono il territorio e i profitti. La morte di Gnewa ha fatto esplodere l’ennesima crisi armata a Tripoli, costringendo centinaia di civili alla fuga e bloccando anche cittadini italiani, tra cui imprenditori presenti alla fiera Libya Build.

Mentre la capitale bruciava, il premier libico riparava a Misurata. L’Italia evacuava in fretta e furia i connazionali da un aeroporto secondario, dopo che Mitiga era diventato inagibile. Eppure, il giorno dopo, il ministro Piantedosi parlava ancora della Libia come “partner cruciale”, mentre Tajani garantiva che l’ambasciata sarebbe rimasta aperta.

L’ambiguità sulla Libia che ci condanna

L’Italia continua a legare il suo destino energetico, commerciale e migratorio a un Paese che è al tempo stesso campo di battaglia, centro di detenzione e mercato nero. La cooperazione con il Gnu è strategica solo sulla carta: è basata su memorandum rinnovati automaticamente e su accordi che, nella pratica, violano il principio di non-refoulement e i più basilari diritti umani.

Nel solo aprile, le autorità libiche hanno sospeso le attività di Unhcr e di dieci Ong internazionali, accusandole di “sostegno ai migranti”. Intanto, nei centri di detenzione gestiti da milizie, proseguono torture, stupri, lavori forzati ed esecuzioni. E sono le stesse milizie a ricevere fondi europei per “gestire i flussi”. Un sistema che si alimenta con il silenzio, con la retorica della “cooperazione” e con il pretesto della stabilità. Ma la stabilità non si compra, e in Libia non si affitta.

L’Italia tra interessi e ipocrisie

L’Italia ha bisogno della Libia per il gas, con Eni che mantiene operazioni vitali a Mellitah e il gasdotto Green Stream che arriva fino a Gela. Ma ogni crisi, ogni colpo di mortaio, ogni blocco di milizia mette in pericolo investimenti, contratti, sicurezza energetica. Allo stesso tempo, la Libia resta la chiave della politica migratoria italiana: più la situazione si deteriora, più aumentano le partenze, più servono accordi con chiunque abbia un porto e un kalashnikov.

Il “Piano Mattei” si propone come ponte tra Europa e Africa, ma traballa su fondamenta fragili. Perché la Libia non è un ponte, è un abisso. Continuare a fingere che basti la cooperazione con un governo nominale significa accettare che tutto il sistema italiano in Libia – energia, migrazione, diplomazia – poggi sul ricatto delle armi.

L’ora di una scelta

Ogni giorno in cui l’Italia difende il Memorandum del 2017 è un giorno in cui si rende corresponsabile di un sistema di violazioni sistemiche. Ogni investimento in Libia non accompagnato da un impegno credibile per la stabilità e la demilitarizzazione è un investimento a perdere.

Il governo italiano può continuare a cercare “sicurezza” nei memorandum e nel caos controllato. Oppure può riconoscere che serve una svolta: un’altra idea di Libia, che non sia prigione a cielo aperto né terminale delle ambizioni italiane. Ma questo implica dire la verità, ammettere le complicità, e finalmente scegliere da che parte stare.

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Femminicidi: il governo scarica le donne su chiese e farmacie

Stamattina si legge su quasi tutti i giornali che il ministro della Giustizia – l’ex magistrato Carlo Nordio – consiglia alle donne vittime di violenza di affidarsi al farmacista e al prete per salvarsi dal loro aguzzino. Secondo Nordio, «il funzionamento del braccialetto elettronico è molto spesso incompatibile con i mezzi di trasporto delle persone: nel momento dell’allarme nei confronti di una persona, molto spesso la vittima si trova a una distanza non compatibile con l’intervento delle forze dell’ordine. Dobbiamo coniugare questi due elementi dando un’allerta alla vittima, affinché sia in grado – nel momento in cui coglie questo momento di pericolo – di trovare delle forme di autodifesa, magari rifugiandosi in una chiesa o in una farmacia, in un luogo più o meno protetto».

Come ha scritto ieri Carlotta Vagnoli – che ha il maledetto vizio di pretendere la difesa di tutte, oltre all’autodifesa – in soldoni il ministro Nordio ricorda alle donne che, se provano ad ammazzarle, devono avere il buon gusto di non farsi ammazzare. Altrimenti salgono i numeri dei femminicidi – ieri l’ennesimo – e i maschioni di governo hanno il disturbo di dover rispondere ai question time in Senato.

La raccomandazione di Nordio è comunque la sindone del pensiero politico del governo: in questo mondo di dominanti e dominati ognuno è la propria patria. Agli oppressi conviene avere qualche buon amico per uscire dai guai, diffidando delle leggi. In questo caso non serve nemmeno un ministro. Bastano un prete e un farmacista.

Buon venerdì.

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Soldati israeliani in rivolta: “Non in mio nome”

C’è chi diserta, ma non fugge. Chi rifiuta l’uniforme, ma non tradisce il Paese. Chi dice “no” in nome di una coscienza che pesa più delle stellette. L’ultima ondata di mobilitazione in Israele — come racconta Ruth Margalit su The New Yorker — non ha trovato tutti allineati e coperti. Migliaia di riservisti hanno deciso di non rispondere alla chiamata. Non per codardia. Per lucidità.

Sono soldati israeliani che avevano giurato fedeltà a uno Stato, non a un governo. Alcuni sono tornati precipitosamente dall’estero dopo l’attacco di Hamas dell’ottobre 2023. Hanno combattuto, pianto, obbedito. Ma oggi si tirano indietro. Non per stanchezza, ma per vergogna. Perché, come scrive il soldato Eran Tamir, “questa guerra è il nostro punto più basso”. Perché la liberazione degli ostaggi è l’ultimo obiettivo sulla lista del governo, preceduto dal “controllo operativo” di Gaza e dallo spostamento forzato della popolazione civile. Perché, semplicemente, non si fidano più.

È la crisi morale prima ancora che politica di uno Stato fondato sulla memoria dell’esilio, che ora blocca gli aiuti e affama i civili. È l’erosione di una coesione nazionale che si regge sempre più solo sull’obbligo e sull’abitudine. La retorica bellica resta, ma la carne si sfila. Persino nell’esercito più coeso del Medio Oriente. Intere compagnie si sciolgono, i comandanti reclutano su Facebook, si promettono turni “settimana per settimana” pur di tappare i buchi. Si combatte senza motivazione, si muore per inerzia.

E quando i soldati cominciano a dire “basta”, il problema non è solo militare. È il sintomo terminale di una guerra che ha perso anche il suo racconto

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L’Antimafia è un dovere costituzionale

La commissione Antimafia guidata da Chiara Colosimo è diventata un laboratorio di riscrittura della storia e un tribunale politico in cui l’accusa è riservata ai magistrati e l’immunità ai depistatori. È qui che Mori e De Donno, ex ufficiali del Ros, hanno potuto raccontare la loro verità monca sulle stragi, mentre ogni voce contraria veniva zittita. È qui che si è compiuto un colpo di mano parlamentare, un sequestro politico in piena regola, per impedire che Scarpinato e De Raho – colpevoli di avere memoria lunga e carte in mano – potessero parlare.

La contro-relazione depositata dal Movimento 5 stelle elenca una per una le falsificazioni contenute nelle dichiarazioni dei due ufficiali. L’obiettivo? Ridurre la stagione delle stragi alla sola pista “mafia-appalti”, eliminando tutto il resto: i depistaggi dei servizi, l’agenda rossa, gli intrecci con la politica, il ruolo degli apparati. La strategia è chiara: occupare le istituzioni per cancellare il passato e neutralizzare ogni ostacolo giudiziario al potere. E quando la storia processuale non si piega, si riscrive.

Per liberarsi di chi resiste, si inventa il conflitto d’interessi. Una norma ad personam per colpire due ex magistrati che in Commissione, con il mandato dei cittadini, provano a difendere la verità. E se i fatti non bastano, si usano intercettazioni irrilevanti, passate alla stampa senza autorizzazione, per linciare Scarpinato.

Le stragi sono ancora tra noi, ha detto lui. E questa vergognosa messinscena ne è la conferma. Chi nega, chi insabbia, chi distorce, non lavora per la verità ma per garantire l’impunità di sempre. Con buona pace della memoria, e con la complicità delle istituzioni.

E l’opposizione, in tutto questo, ha il dovere di essere unita. Non servono partiti che fanno calcoli di cortile. L’Antimafia non è una bandiera da sventolare nei congressi: è un dovere costituzionale. E oggi più che mai, è una linea del fronte. Chi si volta dall’altra parte, chi tace, chi baratta il rigore per convenienza, finisce complice. Anche il silenzio, quando è strategico, sa di viltà.

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