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Polveriera Libia: la morte di Al-Kikli e le sabbie mobili dei nostri accordi con il regime di Tripoli

La sera del 12 maggio, Tripoli è tornata a bruciare. Sparatorie, esplosioni, allarmi, civili in fuga: l’annuncio della morte di Abdul-Ghani al-Kikli, detto Gnewa, ha fatto deflagrare in poche ore la fragile parvenza di ordine nella capitale libica. Il capo della Stability Support Authority (SSA), tra i più potenti signori della guerra in Libia, sarebbe stato ucciso all’interno della caserma della Brigata 444. Il governo non ha chiarito. Le immagini che lo ritraggono a terra, morto, con una pistola accanto, hanno fatto il giro dei social molto prima che le autorità battessero un colpo.

Chi era Gnewa e cosa rappresentava

Gnewa non era solo il capo di una milizia. Era un’istituzione parallela, fondata con decreto statale nel 2021 e rispondente direttamente al Primo ministro Dbeibah. Aveva il controllo del quartiere di Abu Salim a Tripoli, si era allargato a Zawiya e Misurata, incassava fondi pubblici e deteneva uno status istituzionale nonostante una storia carica di crimini documentati da Amnesty International: torture, esecuzioni extragiudiziali, lavoro forzato, abusi sessuali, sparizioni. Il paradosso è proprio qui: lo stato libico, riconosciuto dall’Onu, si è aggrappato per anni a milizie come la sua per garantire ordine. E l’Italia ci ha fatto accordi.

Un viaggio che dice molto

Secondo quanto emerge da fonti diplomatiche riservate, Al-Kikli avrebbe compiuto almeno un viaggio in Italia, avvenuto tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, in un momento in cui la cooperazione bilaterale tra Roma e Tripoli era particolarmente attiva. Non esistono riscontri pubblici del suo incontro con rappresentanti governativi italiani, ma la sua visita – organizzata attraverso i canali del Consiglio Presidenziale – testimonia come fosse considerato un interlocutore “istituzionale”, nonostante le pesanti accuse internazionali a suo carico. La discrezione con cui il viaggio è stato gestito dimostra quanto fosse stretto, e opaco, il rapporto tra il nostro Paese e i vertici del potere miliziano libico.

Un’escalation che dice molto

La notizia della sua morte ha aperto il vaso di Pandora. Le strade di Tripoli sono diventate immediatamente teatro di scontri tra la SSA e una coalizione di forze rivali, tra cui la Brigata 444 e la Forza Congiunta di Misurata. Il governo ha imposto coprifuoco, chiuso le scuole, sospeso i voli all’aeroporto di Mitiga. I convogli militari in arrivo da Zawiya e Zintan suggeriscono che non si sia trattato di un episodio isolato, ma dell’inizio di una guerra di successione. Non c’è stato bisogno di attendere l’autopsia: il vuoto lasciato da Gnewa si è riempito di violenza.

Una morte che svela i nostri silenzi

Mentre a Tripoli i miliziani combattono per il controllo del territorio, a Roma il silenzio è assordante. Perché l’Italia non può permettersi di guardare altrove. I nostri accordi con la Libia – dal Memorandum del 2017 rinnovato nel 2023 fino all’addestramento della Guardia costiera – si reggono su equilibri che la morte di Al-Kikli fa a pezzi. L’Italia ha scelto da anni di esternalizzare la gestione dei flussi migratori, appaltandola a milizie che intercettano migranti nel Mediterraneo per rinchiuderli in centri inumani. Le prove di complicità con questi abusi non sono un’opinione, ma una lunga lista di rapporti e sentenze.

L’affare libico e le sue crepe

La crisi aperta dalla morte di Gnewa non è solo un problema di sicurezza per la Libia. È una crisi diplomatica per l’Italia. I nostri partner – o quantomeno quelli con cui firmiamo protocolli – si rivelano ancora una volta leader con responsabilità gravi in violazioni dei diritti umani. E mentre le cancellerie europee tacciono, le inchieste internazionali documentano l’interesse strategico dell’Italia nel mantenere aperti i canali energetici e nel chiudere quelli migratori. A ogni costo.

Quale legittimità per gli accordi con chi bombarda civili?

I governi italiani, da destra a sinistra, hanno difeso quegli accordi come necessità. Ma la morte di Al-Kikli espone un’evidenza imbarazzante: a chi li stiamo delegando, quei compiti? A chi paghiamo centri di detenzione e forniamo motovedette? La Stability Support Authority, che controllava parte dei confini e dei porti libici, è stata guidata da un uomo accusato di violenze sistematiche su migranti e civili. Che il sistema libico sia in mano alle milizie è noto. Che noi continuiamo a trattare con esse senza pretendere nulla in cambio, se non respingimenti, è una scelta.

Un errore strategico e morale

L’instabilità libica è strutturale. Ma trattare con attori come Gnewa ha significato alimentare quel caos con denaro, legittimazione e silenzi. Ora che è caduto, l’Italia si trova senza un interlocutore e con un dossier migranti più esplosivo che mai. Continuare a ignorare la natura criminale dei nostri partner in nome dell’emergenza significa legittimare un modello che perpetua violenze. E compromette irrimediabilmente la nostra credibilità.

La morte di Gnewa è l’ennesimo segnale che il tempo delle scorciatoie è finito. Se l’Italia vuole davvero contribuire alla stabilità libica, dovrà iniziare col cambiare approccio: niente più accordi con chi bombarda civili, niente più denaro a milizie accusate di torture, niente più silenzi complici. Perché ogni volta che il caos esplode a Tripoli, ci esplode anche in faccia.

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Due licenziamenti, due sentenze: l’8 e 9 giugno si vota anche per loro

Due lavoratori, stessi turni, stesso mare, stessa fatica. Diversi solo nella data di assunzione: uno prima del Jobs Act, l’altro dopo. Entrambi licenziati per aver osato iscriversi al sindacato e aver chiesto diritti. Il primo reintegrato, o meglio: risarcito con 61mila euro dopo cinque anni di processo. Il secondo liquidato con 13mila euro. A far la differenza non è la giustizia, ma la legge che ha svenduto la dignità a colpi di riforme.

Il Jobs Act è stato il grimaldello: ha smontato l’articolo 18 e aperto la strada alla libertà di licenziare. Chi è entrato dopo il 7 marzo 2015 è diventato lavoratore di serie B. Anche quando il sopruso è identico, anche quando la sentenza è unanime. È la giurisprudenza diseguale che inchioda lo Stato alla sua ipocrisia.

Il caso di Rimini, raccontato da Collettiva (13 maggio 2025), è una scheggia di verità: tre pescatori tunisini licenziati perché avevano alzato la testa. Due a tempo indeterminato, uno a termine. Il messaggio dell’azienda era chiaro: chi reclama i diritti, perde il posto. Uno ha dovuto accontentarsi del minimo sindacale, l’altro ha lottato per anni per vedersi riconosciuto il torto. Il terzo, sparito dai radar, resta il fantasma delle tutele evaporate.

L’8 e 9 giugno si voterà anche su questo. Non è una battaglia simbolica: è la possibilità di restituire a tutti lo stesso grado di tutela. Perché il diritto al lavoro, per essere tale, non può dipendere dalla data in cui firmi un contratto. E perché la giustizia, se selettiva, diventa complice del sopruso che dovrebbe correggere.

Buon martedì.

 

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Leone XIV parla ai cronisti: “Beati gli operatori di pace”. Ma in Italia la parola dei media resta ancora un’arma

“Beati gli operatori di pace”. Nel primo discorso da Papa ai giornalisti, Leone XIV ha scelto la Beatitudine più trascurata. Ha chiesto di disarmare la comunicazione, di rifiutare il modello della competizione, di dire no al paradigma della guerra. Ha parlato della libertà di stampa come bene prezioso e della verità come forma di giustizia. Ha ringraziato chi racconta i conflitti a costo della vita. E ha chiesto la liberazione dei cronisti imprigionati per aver osato informare.

Un discorso alto, necessario, che chiama in causa un’intera categoria. Ma che in Italia suona come una condanna. Perché qui gli operatori dell’informazione hanno smesso da tempo di operare per la pace. Hanno dimenticato la verità, l’ascolto e la complessità. Hanno sposato il sensazionalismo, la semplificazione, l’aggressività. E spesso, l’odio.

La fabbrica dell’odio, giorno dopo giorno

Lo raccontano i fatti che fotografano lo stato della stampa italiana nel tempo della guerra e della propaganda. Il quadro è netto: i media italiani non si limitano a raccontare l’odio, lo moltiplicano. Spesso lo creano. Il lessico violento si riversa sulle persone migranti, sulle donne, sulle persone disabili, sugli ebrei, sulle persone omosessuali. È un odio “distribuito”, ben segmentato, che segue la mappa dell’intolleranza e la amplifica, cavalcando i clic.

In Italia si continua a usare “clandestino” nei titoli. Si parla di “assedi” quando si descrivono gli sbarchi. Si tratta l’immigrazione come un’invasione da respingere. Il dolore come uno spettacolo. I sospetti come colpevoli. I bambini come accessori narrativi. La guerra, come un videogioco.

La pace è un’altra cosa

Non c’è solo odio. C’è anche la retorica bellica, l’informazione a senso unico, la dipendenza dalla propaganda. Lo dimostra la copertura del conflitto in Ucraina: entusiasmo per i “fantasmi” di Kyiev, silenzio sulle manipolazioni. Due pesi e due misure nella narrazione dei morti: quelli ucraini sono vittime, quelli palestinesi numeri. E ancora: rifugiati europei raccontati con empatia, migranti africani trattati come minaccia. L’etica del giornalismo, qui, ha i confini di Schengen.

C’è poi la pornografia della sofferenza, la “TV del dolore” che si alimenta di tragedie private. I minori vengono spiati e spiattellati, le persone accusate sono giudicate prima dei tribunali, le famiglie delle vittime usate come arredi da studio. Il rispetto della dignità è diventato una variabile accessoria. Le regole – Carta di Treviso, Testo unico dei doveri del giornalista – esistono, ma non abitano le redazioni.

E intanto i giornalisti si scoprono poveri, ricattabili, sostituibili. Il lavoro precario diventa precario anche nel pensiero. Chi lavora in una redazione sa che vale di più un titolo urlato che una verifica. Chi lavora da freelance sa che non ci sarà tempo per controllare, ascoltare, raccontare davvero. I “tempi difficili da percorrere e da raccontare” evocati oggi dal Papa in Italia sono già una resa.

Leone XIV ha parlato di comunicazione come creazione di una rete di amicizia. Di uno sguardo diverso sul mondo. Ha chiesto che la tecnologia – intelligenza artificiale compresa – serva l’umanità. Ha detto ai giornalisti che la Chiesa li considera testimoni. Ha detto che solo i popoli informati possono fare scelte libere.

Ha parlato ai giornalisti. Ma in Italia, chi gli ha risposto? Chi ha fatto silenzio per ascoltare davvero? Chi ha rinunciato alla competizione per cercare la verità? Chi ha disarmato la linguaForse nessuno. Perché qui la parola è ancora un’arma. Ma non serve a difendere la giustizia. Serve a costruire nemici.

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Università sul piede di guerra: sciopero contro i tagli, la guerra e la precarietà

Oggi l’università italiana si è fermata. Con uno sciopero che non nasce da vertici né da proclamazioni centralizzate, ma da una rete diffusa di assemblee di lavoratrici e lavoratori precari che negli ultimi mesi ha ricostruito parola, corpo e presenza dentro gli atenei. Il cuore della protesta è chi insegna, ricerca, amministra, pulisce, trasporta e supporta senza alcun riconoscimento formale. Figure spesso invisibili, ma centrali.

A Bologna, Roma, Napoli, Torino, Firenze, Bari, Milano, Padova, Palermo e in decine di altri poli universitari, la giornata si articola in cortei, presìdi, lezioni pubbliche, giochi simbolici e assemblee sindacali. A partecipare non sono soltanto i ricercatori precari, ma anche studenti, tecnici, bibliotecari, personale esternalizzato. Una mobilitazione ampia che ha raccolto l’adesione di Flc Cgil, Usb, Adl Cobas, Clap, Cub, Confederazione Cobas, Usi e altre sigle.

Un sistema costruito sulla precarietà

I numeri spiegano bene la crisi strutturale. Su circa 53 mila docenti di ruolo, si contano 40 mila figure a tempo determinato, tra assegnisti, borsisti, collaboratori. Solo tra il 2023 e il 2024, gli assegni di ricerca sono cresciuti del 51%, raggiungendo quota 24 mila. Un incremento sostenuto dai fondi del Pnrr, che sarebbero dovuti servire a stabilizzare il personale e garantire contratti veri. Sono stati invece impiegati per estendere il precariato.

L’introduzione del contratto di ricerca, prevista dalla riforma del 2022, resta sulla carta. I decreti attuativi sono bloccati, e il governo – prima con Draghi e ora con Meloni – ha scelto di aggirare le tutele riproponendo le vecchie formule di sfruttamento con nuovi nomi. Il ddl Bernini, fermato da un esposto alla Commissione europea, mirava proprio a reintrodurre assegni e contratti senza diritti. Gli ultimi emendamenti al decreto Valditara vanno nella stessa direzione.

Tagli e propaganda

Nel 2024 il Fondo di finanziamento ordinario è stato decurtato di 500 milioni. Il taglio previsto per il prossimo triennio supera il miliardo. Alcuni atenei hanno già ridotto i corsi di laurea, tagliato le borse di dottorato, aumentato le tasse, licenziato lavoratori e lavoratrici dei servizi esternalizzati. Le risorse vengono drenate verso fondi competitivi e progetti premiali, che finanziano una percentuale minima delle proposte presentate. Intanto la ministra Bernini parla di rilancio, rivendica 50 milioni per il “rientro dei cervelli” e 37 milioni per i contratti di ricerca. Bastano a coprire tre contratti per ateneo.

Nel frattempo, si spende per il riarmo. La protesta ha scelto di saldare la questione della precarietà con quella dell’economia di guerra. La piattaforma del 12 maggio denuncia l’aumento della spesa militare al 2% del Pil, il progetto RearmEU, la penetrazione delle agenzie di intelligence nei centri di ricerca, il finanziamento crescente delle tecnologie dual use e della ricerca bellica.

Una proposta politica, non solo sindacale

Le richieste avanzate vanno ben oltre l’aumento salariale o la stabilizzazione individuale. Si chiede un piano straordinario di assunzioni: 25 mila ricercatori in tenure track, 5 mila tecnologi, 10 mila tecnici e amministrativi per la reinternalizzazione dei servizi. Si propone di finanziare 5 mila contratti di ricerca all’anno con fondi pubblici, e di estendere la legge Madia al sistema universitario per regolarizzare chi ha già lavorato tramite concorso. Si chiede anche un abbattimento radicale delle tasse universitarie.

L’Italia spende lo 0,70% del Pil per l’università, contro l’1% o più degli altri Paesi europei. Il precariato non è un effetto collaterale, è una scelta precisa. Oggi, chi sciopera lo dice chiaramente: il problema non è tecnico, è politico.

Verso uno sciopero generale

L’obiettivo è costruire uno sciopero generale dell’università pubblica. La giornata del 12 maggio è stata una tappa, ma anche una prova di forza e di visione. La precarietà strutturale degli atenei riguarda tutti: chi insegna e chi studia, chi lavora nei laboratori e chi tiene aperte le biblioteche, chi resiste da anni e chi è appena entrato.

La battaglia in corso non è per salvare l’università dal futuro. È per restituirle un presente degno del suo nome.

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La guerra non è solo bombe, si fa pure con le parole

La guerra non si combatte solo con le bombe. Si prepara con le parole. “Spopolamento”, “kill zone”, “Nakba 2023”, “fame”, “migrazione volontaria”, “Amaleciti”. È il lessico con cui, secondo il libro Lessico della brutalità di Adam Raz e Assaf Bondy, Israele racconta la distruzione di Gaza. Il vocabolario militare non descrive: legittima. Svuota di umanità. Così il massacro diventa strategia. La fame, una leva. I morti civili, “nessuno è innocente”. Le parole preparano il crimine, lo giustificano, lo ripetono. E cancellano la storia.

Le espressioni usate da ministri, analisti e generali raccontano una brutalità che non ha più bisogno di travestimenti. Il ministro dell’Agricoltura Avi Dichter ha dichiarato in tv: “È la Nakba di Gaza”. Il ministro delle Finanze e leader del Partito Sionista Religioso, Bezalel Smotrich, parla apertamente di “spopolamento” come obiettivo bellico. Benjamin Netanyahu definisce l’offensiva “la seconda guerra di indipendenza”. E poi c’è la parola più agghiacciante: “Amaleciti”. Nella Bibbia ebraica, gli Amalek erano un popolo nemico d’Israele che Dio ordinò di sterminare completamente, uomini, donne, bambini e animali compresi. Usarla oggi per indicare i palestinesi significa sacralizzare il genocidio.

Raz e Bondy non si limitano a denunciare. Decostruiscono. Perché ogni parola è una prova. Ogni formula ripetuta nei documenti ufficiali è un passo verso l’abisso. L’orrore è iniziato prima delle bombe. È cominciato quando un popolo intero è stato riscritto come bersaglio. Quando i confini morali sono crollati, e il linguaggio ha smesso di nascondere l’orrore e ha cominciato a compiacerlo.

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Remigrazione, l’ideologia dell’espulsione di massa dietro una parola

Non è solo un summit andato a monte. Il raduno internazionale sulla “remigrazione” previsto il 17 maggio 2025 nei pressi di Milano, cancellato dopo l’ennesimo rifiuto di ospitalità da parte di un hotel, rappresenta molto più di un fallimento logistico. È il segnale di un linguaggio che avanza, una strategia che si diffonde, una battaglia culturale che ha trovato terreno anche in Italia. Ed è un segnale allarmante.

Dietro la parola “remigrazione” – apparentemente tecnica, dal suono neutro – si nasconde un’ideologia precisa: l’espulsione di massa su base etnica o culturale. È questo il vero contenuto che l’estrema destra europea cerca di legittimare, attraverso raduni internazionali, influencer identitari e l’occupazione progressiva dello spazio linguistico. L’Italia, ancora una volta, è stata scelta come palcoscenico.

Una parola, una strategia

Il lessico è l’arma. “Remigrazione” non significa “rimpatrio volontario” né “rimpatrio dei clandestini”. Indica invece, nella grammatica ideologica della nuova destra radicale, la cacciata – fisica, politica, culturale – di persone straniere o percepite come tali, anche se nate, cresciute e integrate nei Paesi europei. È il cuore della teoria della “Grande Sostituzione”, elaborata da Renaud Camus e assunta come dogma da movimenti come Génération Identitaire e dai promotori del summit milanese. Un piano costruito per normalizzare il razzismo sotto il travestimento dell’ordine.

A dare forma a questo progetto in Italia è stato Martin Sellner, ideologo austriaco già noto per aver presentato nel 2023 a Potsdam un “masterplan” che prevedeva l’espulsione di milioni di persone – anche cittadini – verso un ipotetico “stato-modello” in Nord Africa. Proprio Sellner doveva essere la figura di punta del summit di Milano, insieme a una galleria di estremisti europei. Ma nessun hotel ha voluto ospitare l’evento. A Somma Lombardo, l’hotel Dolce ha annullato la prenotazione. Il sindaco Bellaria ha parlato chiaro: “Chi propugna idee xenofobe non può ricevere né spazi fisici né ribalte mediatiche”.

La reazione della società civile

La risposta è arrivata prima e più forte delle istituzioni: associazioni antifasciste, sindacati, ong, partiti, cittadini. Una rete trasversale e compatta ha bloccato l’evento con telefonate, mail, pressione mediatica e una manifestazione pubblica che il 17 maggio scenderà in piazza. La contromanifestazione promossa da Arci, Anpi e Cgil è stata spostata da piazza Duomo a San Babila, e si affiancherà al corteo più radicale degli “antifa” che partirà da largo Cairoli. Milano, medaglia d’oro della Resistenza, ha reagito prima ancora che si potessero contare i danni.

Remigrazione: genealogia di un eufemismo

Non è la prima volta che una parola viene manipolata per dissimulare l’odio. Negli anni ’90, in Francia, “remigrazione” entrò nel vocabolario della Nouvelle Droite come termine tecnico per “ripulire” l’Europa da chi non ne incarnava l’identità culturale. Il pensiero di Alain de Benoist e Guillaume Faye forniva le basi ideologiche: etnopluralismo, rifiuto del multiculturalismo, difesa dell’“identità” attraverso la separazione etnica. Non razzismo, dicevano, ma “diversità nella distanza”. È su queste basi che movimenti come CasaPound in Italia e AfD in Germania hanno iniziato a usare la parola come vessillo. Una parola apparentemente rispettabile, per un progetto radicalmente inaccettabile.

In Italia, l’uso pubblico della parola è recente. Nel 2025, la Lega Giovani ha iniziato a usarla in modo esplicito, seguita da parlamentari nazionali ed europei. Ma è stato dopo i fatti di Capodanno 2024 a Milano – quando gruppi di giovani aggredirono alcune ragazze in piazza Duomo – che il termine ha trovato spazio nel dibattito politico, cavalcato da esponenti della Lega per invocare “remigrazione per chi non si integra”.

Una parola pericolosa

“Remigrazione” è pericolosa non solo per il progetto che veicola, ma per il modo in cui si insinua nel discorso pubblico. Come ha scritto Tetyana Bezruchenko su Il Foglio, questa strategia rientra in un più ampio disegno culturale promosso anche dal Cremlino: sfruttare l’ansia identitaria dell’Europa per inoculare un’ideologia illiberale e autoritaria, mascherata da difesa delle tradizioni. È lo stesso schema già visto con la “difesa della famiglia”, la “guerra al gender”, il “patriottismo contro l’élite”. Dietro ogni parola si nasconde una rete: fondazioni, media, editoria, eventi come questo summit.

Un fronte che avanza

L’estrema destra europea non ha bisogno di vincere le elezioni per vincere la battaglia delle idee. Le basta entrare nel vocabolario, spostare il senso comune, ridurre le resistenze. È così che si apre la strada al disumano: chiamandolo ordine, identità, ritorno. Il Remigration Summit è stato (forse) annullato, ma la sua parola d’ordine continua a circolare. Non come slogan: come minaccia.

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Antifascismo sotto controllo, fascismo sotto tutela

I fascisti marciano in centro a Milano in formazione paramilitare. In duemila, con saluti romani e simbologie vietate. Nessuno li ferma. Nessuno li identifica. Nessuno li denuncia.

Pochi giorni dopo, a Roma, la polizia si presenta invece davanti a un banchetto della Cgil che distribuisce volantini sui referendum contro il Jobs Act. Gli attivisti vengono identificati uno a uno. A Udine, l’università nega un’aula per un incontro con Landini: evento “troppo politico”. Parlare di lavoro, oggi, è un’attività da sorvegliare.

L’Anpi lo scrive chiaramente: non si tratta più di provocazioni, ma di una “gravissima condotta apologetica”, in violazione delle leggi Scelba e Mancino. E quindi della Costituzione, che nella sua XII disposizione vieta la ricostituzione, anche indiretta, del partito fascista.

Ma più della violazione colpisce l’impunità. Più dell’impunità, colpisce la protezione. Perché qui non c’è vuoto normativo. C’è una scelta politica.

Un antifascismo sotto osservazione, un fascismo sotto tutela. Chi difende la Repubblica viene fermato, chi la insulta viene accompagnato.

C’è una linea netta che divide chi può manifestare e chi deve giustificarsi. Chi inneggia a un regime può contare sull’indifferenza istituzionale. Chi distribuisce volantini deve mostrare i documenti.

Non è solo un doppio standard. È un test di resistenza della democrazia. E lo stiamo fallendo, giorno dopo giorno, corteo dopo corteo, silenzio dopo silenzio.

Buon lunedì. 

 

Foto AS

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Turismo dell’orrore: morofilia al confine con Gaza

C’è una parola che descrive esattamente questo scempio: morofilia. È l’attrazione morbosa per la morte e la sofferenza altrui. Non è una categoria psicologica, è una pulsione sociale, è uno dei molti mostri che la guerra a Gaza ha risvegliato. Il “tour del 7 ottobre” documentato da Pablo Trincia promette ai visitatori un’escursione nei luoghi dell’attacco di Hamas, con una comoda sosta su una collina da cui “ammirare” i bombardamenti israeliani sulla Striscia. È tutto vero: 162,87 euro a persona, caffè, pasticcini, aria condizionata, acqua in bottiglia e magari qualche piantina da un vivaio “vicino a Gaza”, per sentirsi anche buoni. Tutto prenotabile su TripAdvisor.

Le recensioni sono entusiaste, il tono è da agenzia turistica, ma il contesto è quello di un genocidio in corso. Non una parola sulle migliaia di civili palestinesi uccisi, sulle famiglie cancellate dalle mappe, sulle case rase al suolo, sugli ospedali assediati. Tutto si riduce a un’esperienza immersiva da raccontare agli amici, tra selfie e souvenir.

La morofilia non nasce nei campi di battaglia, ma negli occhi di chi guarda. E oggi trova forma nei pacchetti turistici confezionati come un safari etico, condita da un folklore militare che trasforma l’orrore in una narrazione di eroismo. È il trionfo della disumanizzazione: la guerra vista come spettacolo, le vittime ridotte a sfondo.

Si può davvero assistere a tutto questo sorseggiando caffè? Evidentemente sì. Si può sorseggiare un caffè guardando un bambino morire sotto le macerie, se è incluso nel prezzo. Il genocidio, dopotutto, è più digeribile con un pasticcino.

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Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive – Lettera43

L’ospedale di Prevalle, nel Bresciano, dal 15 luglio all’8 settembre sospenderà la Rsa aperta, chiuderà il day hospital Alzheimer e ridurrà i posti letto per le cure palliative. Non è una eccezione, ma solo l’ultimo caso emerso. Per garantire un periodo di riposo a medici e operatori si è costretti a interrompere il servizio. Sintomo di un sistema nazionale al collasso che non riesce più ad assicurare il principio di equità.

Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive

Dal 15 luglio all’8 settembre l’ospedale di Prevalle, in provincia di Brescia, sospenderà la Rsa aperta, chiuderà il day hospital Alzheimer e ridurrà i posti letto per le cure palliative. Due mesi di vuoto, giustificati dalla necessità di garantire le ferie estive al personale sanitario. Il problema non sono le ferie. Il problema è che per garantirle si ferma tutto. E quando si ferma tutto, a rimanere senza assistenza sono i malati neurodegenerativi, i pazienti terminali, gli anziani non autosufficienti. La notizia, pubblicata dal Quotidiano Nazionale e ripresa dai sindacati, è più di un caso locale. È una radiografia del Servizio sanitario nazionale: organici ridotti all’osso, pianificazione assente, reparti che saltano appena si sposta un turno.

Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive
Un degente anziano (Imagoeconomica).

Per i sindacati dietro le motivazioni dell’Asst del Garda c’è una struttura «al collasso»

L’Azienda Socio Sanitaria Territoriale (Asst) del Garda ha spiegato la decisione con una motivazione formale: ferie contrattualmente dovute. Ma i sindacati Cgil e Uil hanno parlato apertamente di una struttura «al collasso», dove la chiusura è solo il sintomo finale. Se per garantire le ferie bisogna sospendere i servizi essenziali, allora le ferie sono solo la copertura di un deficit strutturale. Le assenze sono prevedibili, le ferie sono note da mesi. Se il sistema va in tilt, è perché non regge nemmeno l’ordinaria amministrazione. Il personale è insufficiente, il ricorso ai gettonisti è ormai la norma, i turni sono insostenibili e le dimissioni aumentano. Si tappano i buchi con contratti esterni pagati a caro prezzo, si rinviano le assunzioni, si ignorano i concorsi. Poi arriva luglio, e l’unica soluzione è chiudere.

A determinare la chiusura dei reparti non è l’evento imprevedibile, ma il minimo imprevisto

Prevalle non è un’eccezione. È solo il caso emerso. A Calcinato, sempre in provincia di Brescia, un ambulatorio medico è rimasto chiuso per mesi per la mancata sostituzione di un medico andato in pensione. In una località del Sud Italia un’intera Radiologia è stata sospesa perché l’unica radiologa è entrata in maternità. Nessuna sostituzione. Ad Asiago è stato chiuso un punto nascita per mancanza di anestesisti. In Sicilia, d’estate, molti reparti pediatrici e cardiologici riducono l’attività per carenza di personale. Nei pronto soccorso delle aree remote si chiude a rotazione nei weekend. Non sono emergenze. Sono la norma. A determinare l’interruzione non è l’evento imprevedibile, ma il minimo imprevisto: una malattia, un congedo, una pensione. O, nel caso di un macchinario rotto, l’impossibilità di sostituire un pezzo di ricambio in tempi utili. L’intero sistema si regge sull’equilibrio instabile tra sotto organico, inerzia burocratica e silenzi.

Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive
Immagine realizzata con l’Ia (Imagoeconomica).

I bisogni sanitari restano e si scaricano sui pronto soccorsi, sui medici rimasti e sulle famiglie

La sospensione dei servizi non cancella i bisogni sanitari. Li scarica su altri. Su strutture già sovraccariche. Sui pronto soccorso. Sui medici rimasti. E soprattutto sulle famiglie. I sindacati lo denunciano: in assenza del day hospital Alzheimer e della Rsa aperta, i pazienti restano a casa. E chi li assiste, spesso, è un familiare impreparato, esausto e lasciato solo. Per i malati cronici e terminali, la continuità della cura è una necessità. Ogni interruzione è un rischio. Non solo per la salute, ma per la tenuta emotiva e logistica di chi si occupa di loro. Un centro chiuso non è un disagio. È una condanna al peggioramento. Un passaggio forzato verso l’ospedalizzazione d’urgenza, quando l’urgenza poteva essere evitata.

Chi se lo può permettere ricorre al privato, gli altri aspettano o rinunciano

A determinare se un cittadino riceverà cure adeguate non è la sua condizione clinica, ma il luogo in cui abita. Le zone periferiche, montane o economicamente deboli sono quelle più colpite. Dove mancano attrattive o opportunità, mancano anche medici. E dove il pubblico si ritira, avanzano disuguaglianze. I cittadini che possono permetterselo si rivolgono al privato. Gli altri aspettano o rinunciano. L’Asst del Garda non ha indicato alcuna soluzione alternativa per i pazienti che perderanno l’accesso ai servizi estivi. Nessun trasferimento garantito, nessuna rete di supporto. Il vuoto è annunciato, ma non colmato. Chi ha bisogno, si arrangi. La sanità pubblica, pensata come sistema universale, sta diventando un insieme di offerte intermittenti. Non esiste più un diritto alla cura continuativa, ma una prestazione se e quando c’è personale. Se c’è personale, si apre. Se il personale va in ferie, si chiude. Il razionamento sanitario oggi non viene dichiarato. Avviene per assenza. Non si dice «a te non toccherà la cura», si dice «il servizio non è disponibile». Non si decide chi curare: si elimina la possibilità. È una forma di razionamento silenzioso, subdolo. Una selezione indiretta fondata su disponibilità casuale, posizione geografica e capacità individuale di insistere.

Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive
Pazienti in ambulatorio (Imagoeconomica).

Il sistema sanitario non muore per una riforma ostile. Muore per abbandono

Il principio di equità viene abbandonato senza proclami. Si smantella per logoramento. A ogni chiusura, un pezzo del servizio pubblico sparisce senza fare rumore. Fino al giorno in cui anche chi poteva contare su un presidio sotto casa scopre che non c’è più. Ogni interruzione alimenta la sfiducia. Chi ha bisogno di cure comincia a dubitare. Chi lavora nella sanità comincia a cedere. E chi gestisce il sistema, spesso, si rifugia dietro comunicati neutri e responsabilità diffuse. Ma la neutralità delle parole non basta a coprire il senso di tradimento. L’idea di una sanità garantita a tutti è ancora scritta nella legge, ma viene disattesa nei fatti. Il sistema sanitario non muore per una riforma ostile. Muore per abbandono.

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Mediterraneo, il confine della vergogna: l’Ue paga chi calpesta i diritti umani

Nessun diritto nasce sull’acqua. I confini dell’Unione europea, nel Mediterraneo centrale, sono diventati un campo di battaglia contro i principi stessi del diritto internazionale. Lo racconta con precisione chirurgica il nuovo rapporto Borders of (In)humanity, basato sulle testimonianze di 64 sopravvissuti salvati da Humanity 1 tra ottobre 2022 e agosto 2024. Le rotte di fuga da Libia e Tunisia sono percorse da uomini, donne e bambini provenienti da 15 paesi, spesso vittime della stessa strategia: esternalizzare la responsabilità, pagare altri per violare la legge in nome della “sicurezza”.

La catena della complicità nel Mediterraneo

Il documento di SOS Humanity smonta il cuore delle politiche europee sull’esternalizzazione. Addestrare, finanziare e dotare di mezzi le cosiddette guardie costiere libiche e tunisine significa alimentare un sistema in cui la detenzione arbitraria, la tortura, lo stupro e la schiavitù sono strumenti ordinari. Dal 2017 al 2024, oltre 166 mila persone sono state intercettate e riportate con la forza in Libia, un paese che, secondo le Nazioni Unite, commette crimini contro l’umanità nei confronti dei migranti. Il tutto in violazione del diritto del mare, che vieta il respingimento verso luoghi non sicuri.

Tunisia e Libia: inferni sovvenzionati

Le testimonianze raccolte rivelano che in Tunisia, sotto il regime sempre più autoritario di Kais Saied, le persone nere subiscono violenze sistematiche. Sono ridotte in schiavitù, minacciate dalla polizia, stuprate nelle zone desertiche dove vengono deportate. Alcuni dei testimoni parlano di “pogrom” contro i migranti. Intanto, Bruxelles versa milioni nelle casse delle stesse forze che li perseguitano. In Libia, le prigioni informali sono vere e proprie camere di tortura. I sopravvissuti raccontano stupri sistematici, vendita di esseri umani da parte di milizie finanziate dall’Unione europea e condizioni detentive paragonabili a campi di concentramento.

Nel tratto di mare che separa l’Africa dalla costa italiana, la complicità europea prende la forma dell’omissione. Navi commerciali ignorano i soccorsi, Frontex segnala i barconi non per salvare ma per facilitare i respingimenti. Le testimonianze parlano di motovedette libiche che speronano le imbarcazioni, sparano sui migranti e li costringono a gettarsi in mare. In alcuni casi le donne incinte partoriscono durante la traversata, senza alcuna assistenza. Nel 2024, 1.719 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Una questione morale

Dal 2015 al 2027, l’Unione europea spenderà oltre 290 milioni di euro per rafforzare il sistema di frontiera in Libia e Tunisia. Una cifra sei volte superiore al costo della nave Humanity 1 nello stesso periodo. Più che salvare vite, l’obiettivo dichiarato è impedire l’arrivo. È qui il vero confine dell’Europa: non geografico ma etico. Mentre a Bruxelles si discute di vincoli di bilancio, si continua a finanziare l’orrore. Nessuna delle persone a bordo di Humanity 1 ha trovato rifugio grazie all’Europa. L’Europa, piuttosto, è stata la ragione per cui sono state abbandonate.

Il paradosso è che i responsabili degli abusi, come il comandante libico Osama Elmasry Njeem, ricercato dalla Corte penale internazionale, possono viaggiare in Italia con passaporti diplomatici e tornare indisturbati in Libia dopo aver assistito a una partita di calcio a Torino. Lo stesso vale per Ahmad al–Dabbashi, noto trafficante di esseri umani, che avrebbe ricevuto fondi per sorvegliare impianti petroliferi italiani. La lotta contro i trafficanti, sbandierata dall’Ue, si rivela dunque solo un’operazione di facciata. Il vero obiettivo è tenere i migranti lontani, a qualsiasi costo.

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