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Decreto Scuola, via libera in Commissione. Ma opposizioni, sindacati, Province e presidi bocciano la riforma

La Commissione Istruzione del Senato ha licenziato (in prima lettura) il cosiddetto “decreto scuola” (DL 45/2025), presentato dal governo come uno strumento strategico per l’attuazione del Pnrr e l’avvio del prossimo anno scolastico. Il relatore, senatore Roberto Marti (Lega), ha definito il pacchetto di emendamenti una svolta “prospettica e strategica” per l’intero sistema scolastico italiano. Dietro la narrazione trionfalistica, però, si nasconde, secondo le opposizioni, i sindacati, le associazioni e gli Enti locali, un quadro disorganico, costellato da misure parziali e sottofinanziate che pare non in grado di affrontare le vere emergenze della scuola pubblica.

ITS e istituti tecnici: più vincoli per i docenti

Al centro dell’intervento governativo vi è la riforma degli istituti tecnici e degli Its Academy. Tra le novità: l’esenzione Irpef per le borse di studio, il riconoscimento dei crediti formativi all’estero e l’eliminazione dei limiti di numero per la formazione delle classi. Si tratta, secondo Marti, di “una risposta alla domanda di competenze del tessuto produttivo del Paese”.

Ma è proprio questa subordinazione al mercato a preoccupare i sindacati. La Uil Scuola Rua parla apertamente di “riforma a costo zero” finalizzata a sfornare operai specializzati, riducendo il ruolo educativo della scuola. L’Associazione Nazionale Presidi (Anp) denuncia invece l’assenza di investimenti e la non obbligatorietà della formazione dei docenti. La Flc Cgil teme sovrapposizioni con la sperimentazione delle filiere tecnico-professionali e chiede una revisione completa della misura.

Reclutamento docenti: più caos, stesso precariato

Il governo promette stabilità e copertura dei posti vacanti con elenchi regionali annuali, lo scorrimento degli idonei del 2020 e 2023, e un anno di prova anticipato per i vincitori di concorso. In realtà, si tratta di palliativi a un sistema già definito “fallimentare” dalla Uil Scuola Rua: negli ultimi otto anni, solo il 49% dei posti autorizzati è stato effettivamente coperto. Il nuovo meccanismo rischia di generare ulteriore contenzioso e discontinuità didattica, aggravando il “valzer delle cattedre” che danneggia studenti e insegnanti.

L’Anp chiede di abolire gli elenchi per tornare alla chiamata diretta dei dirigenti, mentre la Flc Cgil invoca la stabilizzazione degli idonei e l’utilizzo delle Gps come canale ordinario di assunzione. Il governo, invece, sembra continuare a rincorrere le emergenze.

Fondi Pnrr e edilizia scolastica: promesse con il contagocce

Il decreto prevede maggiore flessibilità nell’uso dei fondi Pnrr e 10 milioni in più per l’edilizia scolastica nei prossimi due anni. Troppo poco, denunciano le Province, che hanno visto definanziare progetti da 819 milioni per far posto al Piano asili nido. La messa in sicurezza degli edifici resta lontana, i rincari sui materiali pesano sugli enti locali, e la burocrazia resta opaca e inefficiente.

L’Unione delle Province italiane (Upi) parla di “scelte miopi e pericolose”, mentre l’Anp denuncia l’ennesima sottrazione di risorse alle scuole statali per finanziare misure spot o concorsi al ministero. Un’emorragia silenziosa che svuota la scuola della sua capacità operativa quotidiana.

Ricercatori, Ata e diplomifici: diritti a intermittenza

Il decreto introduce nuove figure contrattuali per i ricercatori, presentate come conformi alla Carta europea, ma duramente criticate dai sindacati: “Aumentano la precarietà”, denuncia la Flc Cgil, mentre proseguono proteste e scioperi. Per il personale Ata, restano in piedi discriminazioni, contratti a termine e una drammatica assenza di visione.

Sul fronte dei “diplomifici”, le intenzioni sembrano condivisibili, ma mancano decreti attuativi e controlli efficaci. Secondo Tuttoscuola, le misure rischiano di rimanere carta morta, mentre le irregolarità continuano a prosperare indisturbate.

Una strategia a somma zero

Nel complesso, il DL 45/2025 non rappresenta una riforma strutturale, ma l’ennesima operazione dettata dall’urgenza del calendario europeo. Si continuano a finanziare nuove iniziative tagliando altrove: ai fondi per il funzionamento delle scuole, alla formazione dei docenti, alla stabilizzazione del personale. Insomma, un sistema educativo che legifera in emergenza, spostando risorse da una falla all’altra.

Le opposizioni (Pd, M5S, Avs) hanno denunciato l’assenza di una visione pluriennale, l’inadeguatezza dei fondi, il mancato ascolto delle richieste sindacali. Ma la maggioranza ha tirato dritto, blindando un testo che si regge più sulla propaganda che sulla pianificazione.

Il risultato? Una scuola pubblica fragile, schiacciata tra precarietà strutturale e privatizzazioni striscianti. Ma va tutto bene, dicono: è per il futuro.

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Dalla parte sbagliata della storia

C’è un punto in cui la politica non può più nascondersi dietro i tecnicismi. Un punto in cui l’ambiguità diventa complicità. Giorgia Meloni, di fronte al massacro di Gaza, ha scelto con cura il silenzio. Non un inciampo, non un caso. Una linea politica deliberata: stare dalla parte sbagliata della storia.

L’Italia si è astenuta sulla risoluzione delle Nazioni Unite che chiedeva un cessate il fuoco umanitario. Non ha alzato la voce davanti ai bombardamenti su ospedali, scuole, campi profughi. Ha votato contro la revisione dell’accordo Ue-Israele anche quando le prove delle violazioni del diritto internazionale erano sotto gli occhi di tutti. Un voto contrario alla dignità umana. E al centro di tutto questo, Meloni: muta, evanescente, strategicamente assente. Ma se la premier tace, il resto della maggioranza balbetta.

Salvini si rifugia nel folklore elettorale, Tajani convoca l’ambasciatore israeliano dopo i fatti di Jenin ma non condanna Netanyahu. Altri ministri annuiscono e girano la testa. Nessuno ha il coraggio di chiamare crimine quello che è un crimine. Nessuno ha la statura per dire che Gaza è una scena del crimine umanitario globale. Gaza non è solo un conflitto. È la linea di demarcazione tra chi ha ancora il coraggio di difendere i diritti, la verità e la vita dei più fragili – donne, bambini, civili – e chi preferisce il calcolo, l’inerzia diplomatica, la codardia vestita da prudenza.

Il governo italiano ha scelto la parte della convenienza. Ha preferito non disturbare Netanyahu, ha scelto di non dispiacere Washington, ha taciuto per non perdere consensi nel salotto atlantico. In cambio ha perso la voce dell’umanità, quella che non ha bisogno di studi geopolitici per capire che non si può bombardare la fame. Meloni ha scelto. Non dalla parte dell’Italia migliore, ma da quella dei governi che preferiscono la complicità al coraggio. È una scelta che verrà ricordata. Perché le parole generano realtà. E l’assenza di parole, quando la storia brucia, pesa come una firma. Gaza è una linea netta: chi non parla, si schiera.

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Un’Unione sempre più indegna

L’Unione Europea ha deciso che per rimpatriare un migrante non servirà più alcun legame personale con il cosiddetto “Paese terzo sicuro”. Basterà che ci sia passato. Come se il transito fosse una dichiarazione di residenza. Come se l’asilo fosse una concessione da sfoltire, non un diritto da difendere.

La proposta della Commissione, presentata il 20 maggio e ora al vaglio del Parlamento e del Consiglio, smonta uno dei pochi criteri che garantivano un barlume di tutela: finora, per rimandare qualcuno in un Paese terzo, bisognava dimostrare almeno un collegamento individuale. Ora, con il nuovo regolamento, è sufficiente che il migrante abbia attraversato quello Stato, a prescindere da condizioni, durata o relazioni personali. Una pericolosa scappatoia, funzionale solo a scaricare responsabilità.

È l’ennesimo colpo basso al diritto d’asilo, travestito da “efficienza” e “razionalizzazione”. In realtà è solo disumanità legalizzata. Il principio del “Paese terzo sicuro” è già di per sé discutibile, specie considerando che alcuni di questi Paesi sono teatri di guerra, repressione o violenze documentate. Ma con questo cambio di rotta, l’UE rinuncia anche all’ipocrisia di fingere un minimo di tutela.

A Bruxelles si lavora per respingere, non per accogliere. Si legifera per chiudere, non per capire. E il diritto internazionale diventa carta straccia piegata alle convenienze politiche. Altro che “valori europei”: questa è l’Europa della deresponsabilizzazione e dei confini esternalizzati. Un’Europa sempre più piccola. Sempre più indegna.

Buon mercoledì.

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Acqua pubblica, storia di un referendum ignorato: ricorso alla Corte di Strasburgo per far valere la volontà popolare

Nel giugno del 2011, oltre 26 milioni di cittadini italiani dissero chiaramente che l’acqua doveva restare fuori dal mercato. Due quesiti referendari abrogarono norme che permettevano la gestione privata dei servizi idrici e la remunerazione del capitale investito attraverso le tariffe. Un “sì” plebiscitario, con percentuali sopra il 95%. Eppure, a quattordici anni di distanza, quel voto risulta ignorato. Il servizio idrico in Italia continua a essere strutturato in modo tale da garantire margini di profitto, seppure sotto nomi diversi.

La denuncia è ora nero su bianco: un gruppo di giuristi ha depositato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) un ricorso di circa duemila pagine contro lo Stato italiano. Il cuore dell’accusa è semplice quanto grave: l’Italia ha violato il diritto dei cittadini a veder rispettata la propria volontà democratica.

Profitti travestiti da costi

Il nodo è tutto nella terminologia. Mentre la “remunerazione del capitale investito” è stata formalmente espunta, Arera – l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente – ha introdotto negli anni un nuovo lessico tariffario: “oneri finanziari”, “costo della risorsa finanziaria”, “recupero integrale dei costi”. Sotto queste voci, secondo il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, si cela ciò che il referendum aveva chiaramente rifiutato: la possibilità per i gestori di trarre profitto dall’erogazione dell’acqua.

I numeri rendono la denuncia ancora più netta. A fronte di 13,8 miliardi di investimenti programmati nel periodo 2020-2049, i gestori incasseranno 4,6 miliardi di utile netto. Si tratta, in media, di un euro di profitto ogni tre euro investiti. Un rapporto che smentisce le promesse di reinvestimento e svela la continuità di un modello che tratta l’acqua come merce.

La deriva regolatoria

Subito dopo il referendum, il Parlamento aveva formalmente recepito l’esito popolare con i decreti del Presidente della Repubblica n. 113 e n. 116 del 2011. Ma il meccanismo si è inceppato nel passaggio successivo: la regolazione. Arera ha assunto la funzione di definire i criteri tariffari, elaborando metodologie via via più complesse – dal Metodo Tariffario Transitorio (MTT) al recente MTI-4 – che, secondo i critici, rendono impossibile comprendere se il profitto sia stato davvero eliminato. Una complessità che ha disarmato il controllo democratico.

Nel 2012 la Corte Costituzionale ha cercato di porre un argine, dichiarando illegittimo il tentativo legislativo di reintrodurre norme abrogate, ma non ha potuto intervenire sulle delibere dell’Autorità. Lì si è aperta la falla: le agenzie indipendenti sono diventate zone franche dove l’interesse pubblico rischia di perdersi tra cavilli tecnici e neutralità solo apparente.

Strasburgo e la posta in gioco

Il ricorso alla Cedu punta a forzare questo blocco istituzionale. I giuristi denunciano la violazione dell’articolo 14 della Convenzione – il principio di non discriminazione – e parlano apertamente di peggioramento della qualità della vita causato dall’aumento delle tariffe idriche. L’accusa, se accolta, potrebbe aprire un precedente: il riconoscimento che anche l’inerzia nell’attuazione di un referendum può costituire una lesione dei diritti fondamentali.

Non sarà semplice. La Corte di Strasburgo ha una giurisdizione limitata in materia economica. Ma la forza del ricorso sta nel suo impianto: non si contesta solo una tariffa, ma un tradimento. Un tradimento che ha valore politico prima ancora che giuridico, perché mina il principio su cui si regge ogni democrazia: la sovranità popolare.

Il costo dell’impunità istituzionale

In fondo, la questione dell’acqua non riguarda solo l’acqua. Riguarda la possibilità per i cittadini di decidere. Riguarda la tenuta dello Stato di diritto quando le istituzioni si muovono al di fuori o contro il mandato ricevuto. Se i referendum possono essere svuotati da regolamenti e “oneri finanziari”, allora la partecipazione diventa un orpello e il voto un simulacro.

Il ricorso alla Cedu rappresenta l’estremo tentativo di ottenere giustizia su un diritto basilare: quello di non vedere la propria volontà calpestata. Se anche Strasburgo dovesse archiviare il caso, resterà intatta la domanda politica: chi risponde del tradimento di 26 milioni di elettori?

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Scolasticidio in Palestina, la punizione è culturale

Non è un effetto collaterale. È il bersaglio. Lo dice Ehab Abo Khair, portavoce dell’ultima università rimasta in piedi a Gaza, prima che fosse occupata per 70 giorni e poi rasa al suolo dall’esercito israeliano. È il 17 gennaio 2025. Due giorni prima del cessate il fuoco.

La distruzione sistematica delle scuole e delle università palestinesi non è un eccesso: è una dottrina. Secondo le Nazioni Unite, l’80% delle scuole di Gaza è stato distrutto. Tutte le undici università non esistono più. Hanno bruciato anche i libri. E la replica israeliana Qualche condanna di facciata, la solita inchiesta-fantasma.

Kenneth Roth, ex direttore di Human Rights Watch, ha parlato di violazioni gravi del diritto internazionale umanitario. Perché anche se in quelle aule ci fossero state armi – ipotesi mai dimostrata – la distruzione metodica di interi campus non ha alcuna proporzionalità militare. È una punizione culturale.

Lo chiamano “scolasticidio”, un termine coniato nel 2009 dalla docente Karma Nabulsi per descrivere la cancellazione intenzionale dei sistemi educativi. Myriam Benraad parla di “epistemicidio”: l’assassinio della conoscenza come atto di guerra.

Non si colpiscono solo i muri. Si spezza la possibilità stessa di ricostruire, di ricordare, di esistere come popolo. Cinquemila studenti, novantacinque docenti universitari e duecentosessantuno insegnanti uccisi. Oltre seicentomila studenti senza scuola da oltre un anno e mezzo.

Mentre le bombe cancellano le aule, Trump arresta studenti solidali nelle università americane e taglia fondi. La guerra alla Palestina passa per l’annientamento del pensiero. Serve chiamarlo con il suo nome. Serve farlo ora.

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Fine vita, la Consulta torna a sollecitare l’Italia del rinvio: i giudici chiamano, ma il Parlamento fugge

È dal 2019 che la Corte Costituzionale chiede al Parlamento di legiferare sul fine vita. Eppure, a cinque anni dalla storica sentenza 242 sul caso Cappato-Dj Fabo, l’Italia è ancora priva di una legge. L’ennesimo appello è arrivato oggi, con la sentenza n. 66, che ha rigettato le eccezioni di incostituzionalità sollevate dal gip di Milano sull’articolo 580 del Codice penale, ma ha nuovamente sollecitato il legislatore ad agire. “È un preciso dovere della Repubblica”, affermano i giudici, “garantire forme di assistenza sociosanitaria continuativa”, perché l’assenza di cure può essere “lo spartiacque tra la scelta di vita e la richiesta di morte”.

Fine vita, un Parlamento che ha smarrito il coraggio

In Senato, la maggioranza ha preferito non presentare alcun testo base. I relatori (di Forza Italia e Fratelli d’Italia) si sono presentati “a mani vuote”, secondo le opposizioni, facendo naufragare l’ennesima seduta del comitato ristretto. Alfredo Bazoli (Pd) e Ilaria Cucchi (Avs) hanno abbandonato i lavori: “Una destra disumana boicotta una legge di civiltà”, ha accusato Cucchi. Riccardo Magi (+Europa) ha parlato di “cortocircuito dell’ipocrisia”, denunciando che gli stessi che bloccano il Parlamento impugnano le leggi regionali e attaccano lo strumento referendario.

La voce del M5S: “Schiaffo a chi soffre”

Anche il Movimento 5 Stelle è intervenuto con toni duri. Alessandra Maiorino, vicepresidente del gruppo al Senato, ha parlato di “ennesimo colpo basso” e di “destra sorda alle sollecitazioni della Consulta”, che continua ad aggrapparsi a “un’ideologia retrograda per non dare risposte”. Elisa Pirro, prima firmataria del ddl M5S, ha definito la situazione “una palude parlamentare fatta di calcoli interni, mentre chi soffre non può aspettare”. Il testo pentastellato, insieme a quelli di Pd, Avs, FI e Noi Moderati, giace inutilizzato. “Se davvero si volesse legiferare, le basi ci sarebbero. Ma manca la volontà” .

La Consulta: il sostegno vitale è requisito, ma non scusa

Sul piano giuridico, la Corte ha confermato che subordinare la non punibilità all’esistenza di un trattamento di sostegno vitale non è incostituzionale. Ma ha anche chiarito che il requisito va interpretato in modo ampio: non servono macchinari complessi, basta una procedura sanitaria da cui dipenda la vita del paziente, anche se gestita da familiari. E non è necessario che il paziente inizi un trattamento solo per poter essere “ammesso” a morire. L’autodeterminazione resta centrale, ma deve essere accompagnata da un sistema pubblico che non costringa alla sofferenza per mancanza di alternative.

Sul fine vita una destra che agita il Parlamento e impugna le Regioni

Mentre il governo impugna la legge toscana sul suicidio medicalmente assistito, in Sardegna si apre l’iter per una norma simile, sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni. Le Regioni si muovono dove lo Stato resta immobile. E la Consulta denuncia apertamente ciò che la politica non vuole vedere: in Italia l’accesso alle cure palliative non è equo, le liste d’attesa sono lunghe, il personale carente, la distribuzione territoriale disomogenea. È un quadro incompatibile con qualsiasi idea di dignità.

L’assenza che diventa colpa

L’inerzia legislativa non è neutra: produce conseguenze quotidiane, scaricate sui malati, sulle famiglie e sul personale sanitario costretto a operare nell’incertezza. “Non stiamo parlando di un’astrazione giuridica – ha ricordato la Consulta – ma del diritto costituzionale al libero sviluppo della persona”. E quando il Parlamento rinuncia a esercitare la propria funzione, quel diritto resta sospeso. È qui che il ritardo si trasforma in colpa politica.

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Dal Trentino al Friuli alla Campania, il Centrodestra è una polveriera

Nel centrodestra non esistono più alleanze, ma trincee. Le tensioni tra Lega e Fratelli d’Italia, formalmente unite nella coalizione di governo, sono ormai la colonna sonora di ogni campagna elettorale locale. Le Regioni non sono più roccaforti, ma campi di battaglia in cui si consuma la sfida per la leadership della destra italiana. La miccia è la questione del terzo mandato per i governatori, ma l’esplosione è politica, territoriale, identitaria.

Il terzo mandato come leva di potere

La Lega difende la possibilità di un terzo mandato per i propri presidenti regionali con l’argomento dell’autonomia e della legittimazione popolare. Salvini parla di “buon senso”. Calderoli, ministro per gli Affari Regionali, liquida come “politica” l’eventuale impugnazione della legge trentina voluta per permettere la ricandidatura di Fugatti.

Fratelli d’Italia, al contrario, trasforma il principio del ricambio in bandiera ideologica. Galeazzo Bignami sostiene che “il limite deve valere ovunque”, anche nelle Regioni a statuto speciale. Il governo Meloni, già nel 2024, ha impugnato la legge campana sul terzo mandato per De Luca. Ora si prepara a contestare anche quella trentina, estendendo un principio valido per le Regioni ordinarie anche a quelle autonome. La giurisprudenza come strumento di erosione del potere altrui.

Il caso Trentino: l’autonomia contro il centralismo di partito

La Provincia autonoma di Trento ha approvato una norma (ddl 52) per consentire a Maurizio Fugatti (Lega) un terzo mandato. FdI si è opposta con fermezza, ma due suoi consiglieri hanno votato a favore e poi lasciato il partito. “Abbiamo votato per l’interesse del Trentino”, hanno spiegato. Calderoli e Fugatti rivendicano l’autonomia della provincia. L’Avvocatura dello Stato, su pressione politica, ha predisposto un ricorso. Il governo doveva decidere entro il 19 maggio.

Qui la frattura è verticale: tra Roma e i territori, tra il diritto delle autonomie e la strategia nazionale di accentramento. FdI vuole imporre un principio nazionale per espellere un alleato-rivale da una delle sue roccaforti. La Lega difende l’eccezione locale solo quando le conviene. Il risultato è una guerra a colpi di norme, statuti e interpretazioni giuridiche strumentali.

Friuli-Venezia Giulia: una crisi cercata

Luca Ciriani, ministro FdI, ha accusato la giunta Fedriga di inefficienze sanitarie. Gli assessori della Lega e di Forza Italia hanno rimesso le deleghe. Marco Dreosto (Lega) ha denunciato “ambizioni personali”. Fedriga ha chiesto un incontro con Giorgia Meloni.

Il vero nodo è il futuro del governatore: Fedriga, popolare, potrebbe ambire a un terzo mandato. FdI lo sa e alza la tensione. La crisi, dunque, non nasce da un ospedale in ritardo ma da una regia nazionale che punta a delegittimare il potere leghista in vista del rinnovo. È la logica dell’assedio politico, travestita da dibattito amministrativo.

Veneto: la partita simbolica della successione a Zaia

Luca Zaia è a fine corsa. Per la Lega perdere il Veneto significherebbe perdere il suo ultimo bastione simbolico. Marcato ha detto: “Il prossimo candidato deve essere della Lega”. Fratelli d’Italia non ci sta. Il senatore meloniano Luca De Carlo ha rivendicato la forza del partito in Veneto e chiesto “di scegliere il nome migliore, non la casacca”.

FdI mira al bottino più grosso. La successione a Zaia è la prova del nove. Non è solo questione di poltrone, ma di geografia politica. Se Meloni conquista il Veneto, la Lega smette di essere forza territoriale e diventa una minoranza di governo. Se lo perde, FdI perde il suo slancio espansivo. Il compromesso sembra impossibile.

Campania: coalizione senza guida

In Campania nessuno riesce a imporsi. Il centrodestra litiga sui candidati. Il nome più quotato è quello di Edmondo Cirielli (FdI), ma Forza Italia reclama un ruolo attivo. Il voto disgiunto complica tutto. Ogni ambizione rischia di diventare un boomerang.

Il caos campano è il paradigma dell’alleanza a tre: nessuno vuole cedere, nessuno ha la forza per imporre una linea, e la litigiosità interna diventa il principale elemento di campagna elettorale.

Una coalizione implosa

Dietro la retorica dell’unità, il centrodestra è un’agenda di competizione interna. Fratelli d’Italia impone la sua linea da partito dominante. La Lega cerca di difendere il suo spazio e i suoi uomini. Forza Italia prova a capitalizzare i litigi. Le Regioni sono diventate un’estensione della guerra di logoramento tra Meloni e Salvini.

Il Parlamento è diventato il riflesso delle tensioni regionali. Le Regioni, un terreno di scontro permanente. Le alleanze si sono trasformate in coabitazioni forzate. La Lega tenta resistenze simboliche sull’autonomia, ma l’egemonia è altrove. Fratelli d’Italia non si accontenta di vincere: vuole governare tutto. Anche dove governa qualcun altro.

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Verso i Referendum: salari da fame e lavoro povero, ecco i numeri che smentiscono la propaganda

Nel Paese in cui ogni conferenza stampa del governo inizia vantando un “record di occupati”, c’è un dato che viene sistematicamente nascosto sotto il tappeto: in Italia oggi lavora e resta povero oltre il 10% degli occupati. È la fotografia che emerge con chiarezza dall’articolo di Lorenzo Ruffino pubblicato da Pagella Politica. Una lettura che smentisce, con i numeri, l’autocelebrazione.

Secondo i dati Eurostat, nel 2024 il 10,2% dei lavoratori italiani era a rischio povertà, in aumento rispetto al 9,9% dell’anno precedente. Parliamo di persone che hanno lavorato almeno sette mesi in un anno ma che, anche dopo imposte e sussidi, hanno un reddito disponibile troppo basso per vivere dignitosamente. È un fenomeno che, nei termini tecnici, si chiama in-work poverty: povertà da lavoro.

La retorica del lavoro come emancipazione è una favola

Il 10,2% italiano è molto più alto della media europea (8,2%) e supera quella di Francia (8,3%) e Germania (6,5%). Solo Lussemburgo, Bulgaria e Spagna hanno dati peggiori. Ma la vera questione non è il confronto con altri Paesi: è la narrazione tossica e distorta che continua a spacciare l’occupazione come condizione automaticamente sufficiente per uscire dalla marginalità economica.

Secondo i dati riportati da Ruffino, gli uomini sono più colpiti (11,7%) rispetto alle donne (8,3%), anche se il divario si sta lentamente assottigliando. Il rischio cresce vertiginosamente per chi ha contratti part-time: in Italia il 15,7% di questi lavoratori è povero, contro il 12,8% della media Ue. Un dato che, peraltro, si è ridotto rispetto al 2013, quando toccava il 19,2%. Ma resta strutturalmente alto, in particolare al Sud.

Contratti fragili, salari miseri

L’Inps, nel suo ultimo rapporto, individua il cuore del problema nei contratti atipici: tempo determinato, part-time involontario, lavoro intermittente e apprendistato. Nel 2022, tra i lavoratori part-time a tempo determinato, il rischio povertà era del 19,3%, con un picco del 23,8% nel Mezzogiorno.

Ma c’è di più. L’Inps distingue tra chi è povero per ragioni contingenti (malattia, maternità, cassa integrazione) e chi lo è per ragioni strutturali. Esiste infatti una fetta crescente di lavoratori poveri nonostante un impiego pieno e continuativo. Persone che lavorano a tempo pieno, tutto l’anno, e non riescono comunque a guadagnare abbastanza. Il loro problema è semplice: il salario.

Ed è qui che la retorica governativa inciampa nella realtà: perché questo zoccolo duro di povertà non si annida nei lavori irregolari, ma in settori coperti da contratti collettivi firmati dalle principali sigle sindacali. Commercio, vigilanza privata, logistica, ristorazione, servizi alla persona: settori dove la contrattazione non basta a garantire un reddito dignitoso. La legge nemmeno.

La povertà come condizione normalizzata

A questa povertà calcolata si aggiunge un’area grigia che sfugge alle statistiche ufficiali ma che è parte integrante del mercato del lavoro: finte partite Iva, autonomi mascherati da dipendenti, lavoro nero e contratti pirata. Una zona franca dove il lavoro impoverisce, senza nemmeno la parvenza di tutele.

Di fronte a questo scenario, la risposta politica è il silenzio. Il salario minimo è diventato terreno di propaganda, e i referendum dell’8 e 9 giugno – che pure toccano il cuore di queste contraddizioni – vengono raccontati solo come scontro ideologico. Nessuno ha il coraggio di dire che nel 2025, in Italia, puoi lavorare onestamente e restare povero. Perché dirlo significherebbe ammettere che il mercato del lavoro non funziona. Che i numeri da campagna elettorale non bastano. Che serve una riforma profonda.

Ma la riforma, come il salario dignitoso, continua a restare un’eccezione. Mentre la povertà diventa, sempre di più, una regola.

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Anna, la cima, l’elica e l’Italia che lavora morendo

Anna Chiti aveva diciassette anni. Era al suo primo giorno di lavoro come hostess-traduttrice su un catamarano a Venezia. Era sola con lo skipper. Senza salvagente. È morta impigliata tra una cima e un’elica, in una manovra che “di solito fa uno con decenni di esperienza”, come ha detto suo padre. Ma per l’Italia del lavoro minorile mascherato e della flessibilità da sconto stagionale, bastava lei.

Chi l’ha assunta Con quale contratto? Chi doveva sorvegliarla L’inchiesta della Procura di Venezia dovrà accertarlo, ma intanto è troppo tardi. Troppo tardi per una studentessa brillante dell’Istituto nautico, che parlava russo e ucraino, e sognava di diventare comandante di navi da crociera. Troppo tardi per evitare che una festa privata per turisti diventasse una tragedia italiana.

Il padre l’ha saputo il giorno prima, “da un amico di un cantiere”. Anna voleva mettere da parte qualche soldo per il suo diciottesimo compleanno. Si è trovata a gestire una barca da 10-12 metri in un’operazione pericolosa, come se un’adolescente potesse essere considerata forza lavoro marinaresca a costo zero, perché tanto “parla l’inglese”.

Ci sono le responsabilità penali che verranno accertate. Ma c’è una responsabilità più grande, collettiva: quella di un Paese che tollera che i ragazzi lavorino senza tutela, senza formazione, senza affiancamento, e spesso senza nemmeno un contratto. È lo stesso Paese dove ogni estate si piangono ragazzi schiacciati dai trattori, folgorati sui tetti o caduti dai ponteggi. E dove si fa fatica persino a chiamare per nome questa strage: lavoro.

Questa volta si chiamava Anna.

Buon martedì. 

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Una pita per Gaza, il resto è distruzione

Bezalel Smotrich l’ha detto chiaramente: “una pita e un piatto di stufato, e questo è tutto”. È il limite razionato della pietà, la misura della vita concessa per continuare a distruggere. Dietro il linguaggio della sicurezza e della fermezza, si delinea una strategia che ha poco a che fare con Hamas e molto con la punizione collettiva.

Il ministro delle Finanze israeliano ha definito “il minimo dei minimi” gli aiuti umanitari concessi alla popolazione di Gaza. Il fine non è sfamare, ma mantenere in piedi, con precisione millimetrica, un popolo sotto assedio. Per non far morire la narrazione della guerra “giusta”, serve che i gazawi restino abbastanza vivi da non scandalizzare l’Occidente. È la fame programmata come strumento di legittimazione internazionale.

Netanyahu lo ha detto apertamente: “non dobbiamo arrivare alla fame”, non per umanità, ma per non perdere “l’ombrello diplomatico” che protegge Israele dalle sanzioni e dal Tribunale dell’Aja. Così l’assistenza diventa operazione cosmetica: il pane serve più a Gerusalemme che a Gaza. Intanto le immagini dei camion in fila mostrano un’illusione di aiuto, mentre le cucine pubbliche razionano zuppa e propaganda.

Smotrich rivendica che “stiamo distruggendo tutto ciò che resta della Striscia di Gaza”. E lo fa con metodo, con parole studiate per diventare bandiera. Ogni briciola distribuita serve a prolungare l’assedio, non ad alleviarlo. La distruzione è fatta di calcoli, non di bombe.

Non è una guerra contro Hamas, ma la normalizzazione della distruzione amministrata. Un popolo trattato come corpo da ridurre a caloria, da spostare, da logorare. Smotrich lo chiama “leadership”. La storia lo chiamerà assedio.

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