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Referendum sul lavoro: nel Pd c’è chi imita La Russa e lo fa perfino in peggio

C’è chi almeno ha la coerenza del proprio ruolo istituzionale e chi, invece, la smarrisce dietro il calcolo elettorale. L’astensione è diventata la nuova lingua franca di una parte politica: l’ha lanciata Ignazio La Russa con la solita irruenza da tribuno, l’hanno fatta propria alcuni dirigenti del Partito democratico con la compostezza dei sabotatori silenziosi. E non è un caso che l’eco delle loro parole sia indistinguibile da quelle di Matteo Renzi, perfino nella retorica del “paleolitico”.

La linea ufficiale del Pd, sotto la guida di Elly Schlein, è per il sì ai referendum del prossimo 8 e 9 giugno. È una scelta netta, magari anche divisiva, ma almeno chiara. Ma alcuni riformisti, tra cui Lorenzo Guerini, Giorgio Gori, Marianna Madia, Lia Quartapelle, Filippo Sensi e Pina Picierno, hanno firmato una lettera a Repubblica per comunicare che voteranno solo su due quesiti (cittadinanza e responsabilità delle imprese appaltanti) e si asterranno sugli altri tre. Perfino Renzi ha dato indicazione per il voto. Perfino Carlo Calenda. Loro? Astenersi. Neanche un no. Neanche la responsabilità di metterci la faccia con un’opinione diversa. Semplicemente: non votare. Proprio come Fratelli d’Italia, proprio come La Russa.

La grammatica dell’ambiguità del Pd

Il Jobs Act, scrivono, è stato l’ultimo “provvedimento organico sul lavoro”, ispirato alle “migliori esperienze giuslavoristiche delle socialdemocrazie europee”. Il Jobs Act, replicano con le stesse parole Renzi e Calenda, è un’eredità da difendere, e quindi non si tocca. Ma qui non si discute solo di merito: la questione è politica, anzi etica. Un gruppo dirigente che in pubblico si professa democratico e progressista, ma nei fatti rifiuta il confronto popolare su uno dei provvedimenti più contestati degli ultimi dieci anni, sceglie deliberatamente di depotenziare lo strumento referendario. E lo fa proprio quando la segretaria del partito cerca di usare il referendum per segnare un’identità.

Non si tratta di ingenuità. I firmatari della lettera parlano di “simulacro fuori tempo”, definiscono il referendum uno strumento inadeguato e rivendicano che “la condizione del lavoro in Italia passa dal futuro, non da una sterile resa dei conti col passato”. È la stessa narrazione di Renzi, che a Bruxelles ha definito il quesito sul Jobs Act un “passo indietro al paleolitico”, sostenendo che il vero tema dovrebbe essere “stipendi e bollette”. Peccato che a disintegrare stipendi e bollette abbiano contribuito quelle politiche che ora si difendono come conquiste.

Un dissenso organizzato

Lo strappo non è un inciampo ma una frattura consapevole. E arriva dopo settimane di preparazione, come dimostrano le manovre interne al partito con l’organizzazione di un nuovo circolo e l’obiettivo dichiarato di logorare Schlein dall’interno. Perché l’astensione, oggi, è un’arma. E come ogni arma, ha un bersaglio. Il bersaglio è Schlein e la sua linea, colpevole di essersi allineata alla Cgil di Maurizio Landini e di voler riportare il Pd su una traiettoria più vicina alla sinistra sociale.

È uno schema che si ripete. Anche nel 2003, nel referendum sull’articolo 18, una parte del centrosinistra si sfilò con la stessa scusa dell’inutilità del voto. Anche allora si scelse l’astensione come scorciatoia, con lo stesso effetto: smobilitare l’elettorato. L’unica vera conseguenza fu rendere più fragile il fronte del lavoro. E oggi, vent’anni dopo, si ripete lo stesso copione con gli stessi attori.

Chi oggi si rifiuta di votare, chi invita all’astensione per calcoli interni, non sta sfidando Schlein: sta disarmando la democrazia. La differenza, rispetto a La Russa, è solo nei toni. Ma almeno La Russa non finge di essere altro da sé.

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L’Italia bollita nella pentola del melonismo

Il melonismo si è ormai trasformato in corrente politica, corrente di pensiero e in un rullo compressore sui diritti. Ogni giorno accadono fatti gravissimi che si accumulano senza nemmeno lasciare lo spazio per essere smontati. Ieri, in Commissione antimafia, il generale Mori si è fatto portatore dell’ennesimo rovesciamento della realtà, con i magistrati antimafia finiti alla sbarra e con un nuovo tentativo di riscrivere gli anni delle stragi. Corre veloce il melonismo, sempre intento a riscrivere la storia.

Le bugie si ingrossano, finché non sono abbastanza forti da sfilare come se fossero realtà. Le narrazioni vengono rivendute come fatti, i numeri sbrindellati alla bisogna, le leggi piegate, la Costituzione fantasiosamente interpretata. Ovvio che in questo gioco i giornalisti vadano puniti, intimiditi, silenziati, perfino spiati.

L’autoritarismo non è più roba da Ungheria. L’autoritarismo sta qui, e confida nella sempre efficace sindrome della rana bollita di chi lo subisce.

Di fronte a quest’onda nera servirebbe una cosa sola: l’autorevolezza dell’opposizione. Un’opposizione ferma, compatta, facilmente leggibile, con le spalle larghe, con lo sguardo lungo. E invece forse è arrivato il momento di riconoscere che – per ora – non c’è. Se c’è, non funziona. Del Partito democratico si notano gli spifferi che di giorno in giorno diventano crepe, in attesa che la segretaria Schlein batta un colpo. Il M5s si annacqua sul referendum di cittadinanza, come se fosse un vezzo da hobbisti dei diritti. Tra le macerie del Terzo polo si sbanda tra maggioranza e opposizione, sperando di raccattare un sorso di percolato.

E dell’autorevolezza, chi si fa portatore?

Buon mercoledì.

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Foto NASA/JPL-Caltech

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Un decreto dopo l’altro e la libertà vacilla

Quando Giovanni Giolitti definiva il fascismo “roba che deve sfogarsi”, non stava solo sbagliando previsione. Stava costruendo un alibi. L’illusione di poter normalizzare l’eccezione, di usarla per i propri fini e poi ricondurla alla legalità, è stata la trappola dell’Italia liberale. Oggi quella stessa trappola si presenta in abiti nuovi, ma con la stessa logica: minimizzare, giustificare, normalizzare.

Come allora, anche oggi c’è chi sminuisce le intimidazioni neofasciste, chi liquida le critiche sulla libertà di stampa come “strumentali”, chi derubrica l’erosione dei diritti a misura necessaria per la “sicurezza”. Il saluto romano diventa un “gesto funebre”, l’antifascismo è ridotto a una questione di retorica, i decreti sicurezza si presentano come strumenti di ordine pubblico e non come dispositivi punitivi.

C’è una continuità nel linguaggio e nella strategia: il ricorso all’“emergenza”, l’uso della legge per legittimare l’arbitrio, la delegittimazione dei critici. Allora come oggi, la stampa che denuncia viene attaccata. I giornalisti sono “portatori di interesse”, i dissidenti sono “faziosi”, le ONG sono “politicizzate”. La storia non si ripete mai uguale, ma si lascia scivolare nei dettagli: nel calcolo di chi tace, nell’ambiguità di chi strizza l’occhio, nella disattenzione di chi liquida tutto come nostalgia. I liberali degli anni ’20 si convinsero che il fascismo fosse un male passeggero. Anche oggi, chi minimizza crede di poter controllare ciò che non è mai stato addomesticabile: il potere che si nutre del disprezzo per la libertà.

La democrazia non si difende da sola. Sta a chi la vive riconoscere i segnali che la storia ci ha lasciato.

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Maysoon Majidi, scafista per lo Stato italiano: assolta dopo 300 giorni

Il 31 dicembre 2023 Maysoon Majidi sbarca a Gabella, frazione di Crotone, su un’imbarcazione con 75 migranti. È una regista e attivista curdo-iraniana di 29 anni, in fuga dalle carceri iraniane e dal regime che l’ha già perseguitata. Quel giorno viene arrestata dalla Guardia di Finanza con l’accusa di essere la scafista. Resterà in carcere 300 giorni, tra Castrovillari e Reggio Calabria. Il 5 febbraio 2025 sarà assolta con formula piena: “per non aver commesso il fatto”.

Nel mezzo, un processo fondato su dichiarazioni rivelatesi inattendibili, video amatoriali interpretati come prove e una traduzione sbagliata usata come indizio. Le accuse della Procura di Crotone – inizialmente pesantissime – si sgretolano a ogni udienza. Il capitano turco dell’imbarcazione nega di averla mai conosciuta prima del viaggio. Gli altri passeggeri, sentiti in aula, la descrivono come una semplice passeggera. Il tribunale osserva che la donna non ha mai avuto un vantaggio economico, né ha pagato per la traversata: era una rifugiata, non una trafficante.

Una legge utile solo alla propaganda

La vicenda di Majidi, ricostruita nelle motivazioni della sentenza depositate il 6 maggio 2025, non è un incidente isolato. È l’effetto diretto di una strategia politica che trasforma i migranti in nemici e le persone vulnerabili in capri espiatori. Dal 2023, con il cosiddetto Decreto Cutro (legge 50/2023), il governo ha inasprito le pene per il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, introdotto l’articolo 12-bis TUI (morte o lesioni come conseguenza), ridotto la protezione speciale e limitato l’accesso ai servizi nei centri di accoglienza.

Nel solo 2023 la Polizia di Stato ha registrato 248 arresti per favoreggiamento. Nel 2024, fino a dicembre, sono stati 161. Ma non esistono dati ufficiali consolidati su quante siano le condanne, su quanti tra gli arrestati siano stati costretti a condurre le imbarcazioni, né su quanti siano stati poi assolti. È il buco statistico che regge l’impalcatura della retorica. L’assenza di numeri sui processi – lo dicono Arci Porco Rosso, Alarm Phone e l’analisi del giurista Mattia Pinto – impedisce una valutazione reale dell’efficacia della “guerra agli scafisti”.

Il prezzo della finzione

Nel maggio 2024, Majidi intraprende uno sciopero della fame. Pesa 40 chili. Non ha mai avuto un interprete, non parla con suo fratello – sbarcato con lei – per due mesi. Viene liberata il 22 ottobre, dopo la caduta dei gravi indizi di colpevolezza. Amnesty International, Hana Human Rights, parlamentari italiani ed europei avevano chiesto la sua liberazione. Ma il danno era già fatto.

Il caso Majidi è il paradigma di un impianto repressivo che colpisce figure marginali mentre i vertici delle reti criminali restano intatti. La figura dello “scafista”, utile alla comunicazione istituzionale, è spesso un migrante qualsiasi, accusato per avere tenuto un timone o distribuito acqua. Il rapporto “Dal mare al carcere” lo chiama “diritto penale del nemico”: non conta il reato, ma chi sei.

Il 18 luglio 2024, in una conferenza alla Camera dei Deputati, si parla anche di Marjan Jamali, un’altra donna iraniana arrestata in circostanze analoghe. L’elenco cresce: libici, afghani, palestinesi. Tutti incarcerati come “scafisti”, tutti poi derubricati, scarcerati, assolti. Tutti usati come pedine.

La giustizia, quando arriva, non scalfisce la propaganda. Le assoluzioni non fanno rumore. Ma restano a verbale. E il verbale, prima o poi, presenta il conto.

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Polveriera Libia: la morte di Al-Kikli e le sabbie mobili dei nostri accordi con il regime di Tripoli

La sera del 12 maggio, Tripoli è tornata a bruciare. Sparatorie, esplosioni, allarmi, civili in fuga: l’annuncio della morte di Abdul-Ghani al-Kikli, detto Gnewa, ha fatto deflagrare in poche ore la fragile parvenza di ordine nella capitale libica. Il capo della Stability Support Authority (SSA), tra i più potenti signori della guerra in Libia, sarebbe stato ucciso all’interno della caserma della Brigata 444. Il governo non ha chiarito. Le immagini che lo ritraggono a terra, morto, con una pistola accanto, hanno fatto il giro dei social molto prima che le autorità battessero un colpo.

Chi era Gnewa e cosa rappresentava

Gnewa non era solo il capo di una milizia. Era un’istituzione parallela, fondata con decreto statale nel 2021 e rispondente direttamente al Primo ministro Dbeibah. Aveva il controllo del quartiere di Abu Salim a Tripoli, si era allargato a Zawiya e Misurata, incassava fondi pubblici e deteneva uno status istituzionale nonostante una storia carica di crimini documentati da Amnesty International: torture, esecuzioni extragiudiziali, lavoro forzato, abusi sessuali, sparizioni. Il paradosso è proprio qui: lo stato libico, riconosciuto dall’Onu, si è aggrappato per anni a milizie come la sua per garantire ordine. E l’Italia ci ha fatto accordi.

Un viaggio che dice molto

Secondo quanto emerge da fonti diplomatiche riservate, Al-Kikli avrebbe compiuto almeno un viaggio in Italia, avvenuto tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022, in un momento in cui la cooperazione bilaterale tra Roma e Tripoli era particolarmente attiva. Non esistono riscontri pubblici del suo incontro con rappresentanti governativi italiani, ma la sua visita – organizzata attraverso i canali del Consiglio Presidenziale – testimonia come fosse considerato un interlocutore “istituzionale”, nonostante le pesanti accuse internazionali a suo carico. La discrezione con cui il viaggio è stato gestito dimostra quanto fosse stretto, e opaco, il rapporto tra il nostro Paese e i vertici del potere miliziano libico.

Un’escalation che dice molto

La notizia della sua morte ha aperto il vaso di Pandora. Le strade di Tripoli sono diventate immediatamente teatro di scontri tra la SSA e una coalizione di forze rivali, tra cui la Brigata 444 e la Forza Congiunta di Misurata. Il governo ha imposto coprifuoco, chiuso le scuole, sospeso i voli all’aeroporto di Mitiga. I convogli militari in arrivo da Zawiya e Zintan suggeriscono che non si sia trattato di un episodio isolato, ma dell’inizio di una guerra di successione. Non c’è stato bisogno di attendere l’autopsia: il vuoto lasciato da Gnewa si è riempito di violenza.

Una morte che svela i nostri silenzi

Mentre a Tripoli i miliziani combattono per il controllo del territorio, a Roma il silenzio è assordante. Perché l’Italia non può permettersi di guardare altrove. I nostri accordi con la Libia – dal Memorandum del 2017 rinnovato nel 2023 fino all’addestramento della Guardia costiera – si reggono su equilibri che la morte di Al-Kikli fa a pezzi. L’Italia ha scelto da anni di esternalizzare la gestione dei flussi migratori, appaltandola a milizie che intercettano migranti nel Mediterraneo per rinchiuderli in centri inumani. Le prove di complicità con questi abusi non sono un’opinione, ma una lunga lista di rapporti e sentenze.

L’affare libico e le sue crepe

La crisi aperta dalla morte di Gnewa non è solo un problema di sicurezza per la Libia. È una crisi diplomatica per l’Italia. I nostri partner – o quantomeno quelli con cui firmiamo protocolli – si rivelano ancora una volta leader con responsabilità gravi in violazioni dei diritti umani. E mentre le cancellerie europee tacciono, le inchieste internazionali documentano l’interesse strategico dell’Italia nel mantenere aperti i canali energetici e nel chiudere quelli migratori. A ogni costo.

Quale legittimità per gli accordi con chi bombarda civili?

I governi italiani, da destra a sinistra, hanno difeso quegli accordi come necessità. Ma la morte di Al-Kikli espone un’evidenza imbarazzante: a chi li stiamo delegando, quei compiti? A chi paghiamo centri di detenzione e forniamo motovedette? La Stability Support Authority, che controllava parte dei confini e dei porti libici, è stata guidata da un uomo accusato di violenze sistematiche su migranti e civili. Che il sistema libico sia in mano alle milizie è noto. Che noi continuiamo a trattare con esse senza pretendere nulla in cambio, se non respingimenti, è una scelta.

Un errore strategico e morale

L’instabilità libica è strutturale. Ma trattare con attori come Gnewa ha significato alimentare quel caos con denaro, legittimazione e silenzi. Ora che è caduto, l’Italia si trova senza un interlocutore e con un dossier migranti più esplosivo che mai. Continuare a ignorare la natura criminale dei nostri partner in nome dell’emergenza significa legittimare un modello che perpetua violenze. E compromette irrimediabilmente la nostra credibilità.

La morte di Gnewa è l’ennesimo segnale che il tempo delle scorciatoie è finito. Se l’Italia vuole davvero contribuire alla stabilità libica, dovrà iniziare col cambiare approccio: niente più accordi con chi bombarda civili, niente più denaro a milizie accusate di torture, niente più silenzi complici. Perché ogni volta che il caos esplode a Tripoli, ci esplode anche in faccia.

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Due licenziamenti, due sentenze: l’8 e 9 giugno si vota anche per loro

Due lavoratori, stessi turni, stesso mare, stessa fatica. Diversi solo nella data di assunzione: uno prima del Jobs Act, l’altro dopo. Entrambi licenziati per aver osato iscriversi al sindacato e aver chiesto diritti. Il primo reintegrato, o meglio: risarcito con 61mila euro dopo cinque anni di processo. Il secondo liquidato con 13mila euro. A far la differenza non è la giustizia, ma la legge che ha svenduto la dignità a colpi di riforme.

Il Jobs Act è stato il grimaldello: ha smontato l’articolo 18 e aperto la strada alla libertà di licenziare. Chi è entrato dopo il 7 marzo 2015 è diventato lavoratore di serie B. Anche quando il sopruso è identico, anche quando la sentenza è unanime. È la giurisprudenza diseguale che inchioda lo Stato alla sua ipocrisia.

Il caso di Rimini, raccontato da Collettiva (13 maggio 2025), è una scheggia di verità: tre pescatori tunisini licenziati perché avevano alzato la testa. Due a tempo indeterminato, uno a termine. Il messaggio dell’azienda era chiaro: chi reclama i diritti, perde il posto. Uno ha dovuto accontentarsi del minimo sindacale, l’altro ha lottato per anni per vedersi riconosciuto il torto. Il terzo, sparito dai radar, resta il fantasma delle tutele evaporate.

L’8 e 9 giugno si voterà anche su questo. Non è una battaglia simbolica: è la possibilità di restituire a tutti lo stesso grado di tutela. Perché il diritto al lavoro, per essere tale, non può dipendere dalla data in cui firmi un contratto. E perché la giustizia, se selettiva, diventa complice del sopruso che dovrebbe correggere.

Buon martedì.

 

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Leone XIV parla ai cronisti: “Beati gli operatori di pace”. Ma in Italia la parola dei media resta ancora un’arma

“Beati gli operatori di pace”. Nel primo discorso da Papa ai giornalisti, Leone XIV ha scelto la Beatitudine più trascurata. Ha chiesto di disarmare la comunicazione, di rifiutare il modello della competizione, di dire no al paradigma della guerra. Ha parlato della libertà di stampa come bene prezioso e della verità come forma di giustizia. Ha ringraziato chi racconta i conflitti a costo della vita. E ha chiesto la liberazione dei cronisti imprigionati per aver osato informare.

Un discorso alto, necessario, che chiama in causa un’intera categoria. Ma che in Italia suona come una condanna. Perché qui gli operatori dell’informazione hanno smesso da tempo di operare per la pace. Hanno dimenticato la verità, l’ascolto e la complessità. Hanno sposato il sensazionalismo, la semplificazione, l’aggressività. E spesso, l’odio.

La fabbrica dell’odio, giorno dopo giorno

Lo raccontano i fatti che fotografano lo stato della stampa italiana nel tempo della guerra e della propaganda. Il quadro è netto: i media italiani non si limitano a raccontare l’odio, lo moltiplicano. Spesso lo creano. Il lessico violento si riversa sulle persone migranti, sulle donne, sulle persone disabili, sugli ebrei, sulle persone omosessuali. È un odio “distribuito”, ben segmentato, che segue la mappa dell’intolleranza e la amplifica, cavalcando i clic.

In Italia si continua a usare “clandestino” nei titoli. Si parla di “assedi” quando si descrivono gli sbarchi. Si tratta l’immigrazione come un’invasione da respingere. Il dolore come uno spettacolo. I sospetti come colpevoli. I bambini come accessori narrativi. La guerra, come un videogioco.

La pace è un’altra cosa

Non c’è solo odio. C’è anche la retorica bellica, l’informazione a senso unico, la dipendenza dalla propaganda. Lo dimostra la copertura del conflitto in Ucraina: entusiasmo per i “fantasmi” di Kyiev, silenzio sulle manipolazioni. Due pesi e due misure nella narrazione dei morti: quelli ucraini sono vittime, quelli palestinesi numeri. E ancora: rifugiati europei raccontati con empatia, migranti africani trattati come minaccia. L’etica del giornalismo, qui, ha i confini di Schengen.

C’è poi la pornografia della sofferenza, la “TV del dolore” che si alimenta di tragedie private. I minori vengono spiati e spiattellati, le persone accusate sono giudicate prima dei tribunali, le famiglie delle vittime usate come arredi da studio. Il rispetto della dignità è diventato una variabile accessoria. Le regole – Carta di Treviso, Testo unico dei doveri del giornalista – esistono, ma non abitano le redazioni.

E intanto i giornalisti si scoprono poveri, ricattabili, sostituibili. Il lavoro precario diventa precario anche nel pensiero. Chi lavora in una redazione sa che vale di più un titolo urlato che una verifica. Chi lavora da freelance sa che non ci sarà tempo per controllare, ascoltare, raccontare davvero. I “tempi difficili da percorrere e da raccontare” evocati oggi dal Papa in Italia sono già una resa.

Leone XIV ha parlato di comunicazione come creazione di una rete di amicizia. Di uno sguardo diverso sul mondo. Ha chiesto che la tecnologia – intelligenza artificiale compresa – serva l’umanità. Ha detto ai giornalisti che la Chiesa li considera testimoni. Ha detto che solo i popoli informati possono fare scelte libere.

Ha parlato ai giornalisti. Ma in Italia, chi gli ha risposto? Chi ha fatto silenzio per ascoltare davvero? Chi ha rinunciato alla competizione per cercare la verità? Chi ha disarmato la linguaForse nessuno. Perché qui la parola è ancora un’arma. Ma non serve a difendere la giustizia. Serve a costruire nemici.

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Università sul piede di guerra: sciopero contro i tagli, la guerra e la precarietà

Oggi l’università italiana si è fermata. Con uno sciopero che non nasce da vertici né da proclamazioni centralizzate, ma da una rete diffusa di assemblee di lavoratrici e lavoratori precari che negli ultimi mesi ha ricostruito parola, corpo e presenza dentro gli atenei. Il cuore della protesta è chi insegna, ricerca, amministra, pulisce, trasporta e supporta senza alcun riconoscimento formale. Figure spesso invisibili, ma centrali.

A Bologna, Roma, Napoli, Torino, Firenze, Bari, Milano, Padova, Palermo e in decine di altri poli universitari, la giornata si articola in cortei, presìdi, lezioni pubbliche, giochi simbolici e assemblee sindacali. A partecipare non sono soltanto i ricercatori precari, ma anche studenti, tecnici, bibliotecari, personale esternalizzato. Una mobilitazione ampia che ha raccolto l’adesione di Flc Cgil, Usb, Adl Cobas, Clap, Cub, Confederazione Cobas, Usi e altre sigle.

Un sistema costruito sulla precarietà

I numeri spiegano bene la crisi strutturale. Su circa 53 mila docenti di ruolo, si contano 40 mila figure a tempo determinato, tra assegnisti, borsisti, collaboratori. Solo tra il 2023 e il 2024, gli assegni di ricerca sono cresciuti del 51%, raggiungendo quota 24 mila. Un incremento sostenuto dai fondi del Pnrr, che sarebbero dovuti servire a stabilizzare il personale e garantire contratti veri. Sono stati invece impiegati per estendere il precariato.

L’introduzione del contratto di ricerca, prevista dalla riforma del 2022, resta sulla carta. I decreti attuativi sono bloccati, e il governo – prima con Draghi e ora con Meloni – ha scelto di aggirare le tutele riproponendo le vecchie formule di sfruttamento con nuovi nomi. Il ddl Bernini, fermato da un esposto alla Commissione europea, mirava proprio a reintrodurre assegni e contratti senza diritti. Gli ultimi emendamenti al decreto Valditara vanno nella stessa direzione.

Tagli e propaganda

Nel 2024 il Fondo di finanziamento ordinario è stato decurtato di 500 milioni. Il taglio previsto per il prossimo triennio supera il miliardo. Alcuni atenei hanno già ridotto i corsi di laurea, tagliato le borse di dottorato, aumentato le tasse, licenziato lavoratori e lavoratrici dei servizi esternalizzati. Le risorse vengono drenate verso fondi competitivi e progetti premiali, che finanziano una percentuale minima delle proposte presentate. Intanto la ministra Bernini parla di rilancio, rivendica 50 milioni per il “rientro dei cervelli” e 37 milioni per i contratti di ricerca. Bastano a coprire tre contratti per ateneo.

Nel frattempo, si spende per il riarmo. La protesta ha scelto di saldare la questione della precarietà con quella dell’economia di guerra. La piattaforma del 12 maggio denuncia l’aumento della spesa militare al 2% del Pil, il progetto RearmEU, la penetrazione delle agenzie di intelligence nei centri di ricerca, il finanziamento crescente delle tecnologie dual use e della ricerca bellica.

Una proposta politica, non solo sindacale

Le richieste avanzate vanno ben oltre l’aumento salariale o la stabilizzazione individuale. Si chiede un piano straordinario di assunzioni: 25 mila ricercatori in tenure track, 5 mila tecnologi, 10 mila tecnici e amministrativi per la reinternalizzazione dei servizi. Si propone di finanziare 5 mila contratti di ricerca all’anno con fondi pubblici, e di estendere la legge Madia al sistema universitario per regolarizzare chi ha già lavorato tramite concorso. Si chiede anche un abbattimento radicale delle tasse universitarie.

L’Italia spende lo 0,70% del Pil per l’università, contro l’1% o più degli altri Paesi europei. Il precariato non è un effetto collaterale, è una scelta precisa. Oggi, chi sciopera lo dice chiaramente: il problema non è tecnico, è politico.

Verso uno sciopero generale

L’obiettivo è costruire uno sciopero generale dell’università pubblica. La giornata del 12 maggio è stata una tappa, ma anche una prova di forza e di visione. La precarietà strutturale degli atenei riguarda tutti: chi insegna e chi studia, chi lavora nei laboratori e chi tiene aperte le biblioteche, chi resiste da anni e chi è appena entrato.

La battaglia in corso non è per salvare l’università dal futuro. È per restituirle un presente degno del suo nome.

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La guerra non è solo bombe, si fa pure con le parole

La guerra non si combatte solo con le bombe. Si prepara con le parole. “Spopolamento”, “kill zone”, “Nakba 2023”, “fame”, “migrazione volontaria”, “Amaleciti”. È il lessico con cui, secondo il libro Lessico della brutalità di Adam Raz e Assaf Bondy, Israele racconta la distruzione di Gaza. Il vocabolario militare non descrive: legittima. Svuota di umanità. Così il massacro diventa strategia. La fame, una leva. I morti civili, “nessuno è innocente”. Le parole preparano il crimine, lo giustificano, lo ripetono. E cancellano la storia.

Le espressioni usate da ministri, analisti e generali raccontano una brutalità che non ha più bisogno di travestimenti. Il ministro dell’Agricoltura Avi Dichter ha dichiarato in tv: “È la Nakba di Gaza”. Il ministro delle Finanze e leader del Partito Sionista Religioso, Bezalel Smotrich, parla apertamente di “spopolamento” come obiettivo bellico. Benjamin Netanyahu definisce l’offensiva “la seconda guerra di indipendenza”. E poi c’è la parola più agghiacciante: “Amaleciti”. Nella Bibbia ebraica, gli Amalek erano un popolo nemico d’Israele che Dio ordinò di sterminare completamente, uomini, donne, bambini e animali compresi. Usarla oggi per indicare i palestinesi significa sacralizzare il genocidio.

Raz e Bondy non si limitano a denunciare. Decostruiscono. Perché ogni parola è una prova. Ogni formula ripetuta nei documenti ufficiali è un passo verso l’abisso. L’orrore è iniziato prima delle bombe. È cominciato quando un popolo intero è stato riscritto come bersaglio. Quando i confini morali sono crollati, e il linguaggio ha smesso di nascondere l’orrore e ha cominciato a compiacerlo.

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Remigrazione, l’ideologia dell’espulsione di massa dietro una parola

Non è solo un summit andato a monte. Il raduno internazionale sulla “remigrazione” previsto il 17 maggio 2025 nei pressi di Milano, cancellato dopo l’ennesimo rifiuto di ospitalità da parte di un hotel, rappresenta molto più di un fallimento logistico. È il segnale di un linguaggio che avanza, una strategia che si diffonde, una battaglia culturale che ha trovato terreno anche in Italia. Ed è un segnale allarmante.

Dietro la parola “remigrazione” – apparentemente tecnica, dal suono neutro – si nasconde un’ideologia precisa: l’espulsione di massa su base etnica o culturale. È questo il vero contenuto che l’estrema destra europea cerca di legittimare, attraverso raduni internazionali, influencer identitari e l’occupazione progressiva dello spazio linguistico. L’Italia, ancora una volta, è stata scelta come palcoscenico.

Una parola, una strategia

Il lessico è l’arma. “Remigrazione” non significa “rimpatrio volontario” né “rimpatrio dei clandestini”. Indica invece, nella grammatica ideologica della nuova destra radicale, la cacciata – fisica, politica, culturale – di persone straniere o percepite come tali, anche se nate, cresciute e integrate nei Paesi europei. È il cuore della teoria della “Grande Sostituzione”, elaborata da Renaud Camus e assunta come dogma da movimenti come Génération Identitaire e dai promotori del summit milanese. Un piano costruito per normalizzare il razzismo sotto il travestimento dell’ordine.

A dare forma a questo progetto in Italia è stato Martin Sellner, ideologo austriaco già noto per aver presentato nel 2023 a Potsdam un “masterplan” che prevedeva l’espulsione di milioni di persone – anche cittadini – verso un ipotetico “stato-modello” in Nord Africa. Proprio Sellner doveva essere la figura di punta del summit di Milano, insieme a una galleria di estremisti europei. Ma nessun hotel ha voluto ospitare l’evento. A Somma Lombardo, l’hotel Dolce ha annullato la prenotazione. Il sindaco Bellaria ha parlato chiaro: “Chi propugna idee xenofobe non può ricevere né spazi fisici né ribalte mediatiche”.

La reazione della società civile

La risposta è arrivata prima e più forte delle istituzioni: associazioni antifasciste, sindacati, ong, partiti, cittadini. Una rete trasversale e compatta ha bloccato l’evento con telefonate, mail, pressione mediatica e una manifestazione pubblica che il 17 maggio scenderà in piazza. La contromanifestazione promossa da Arci, Anpi e Cgil è stata spostata da piazza Duomo a San Babila, e si affiancherà al corteo più radicale degli “antifa” che partirà da largo Cairoli. Milano, medaglia d’oro della Resistenza, ha reagito prima ancora che si potessero contare i danni.

Remigrazione: genealogia di un eufemismo

Non è la prima volta che una parola viene manipolata per dissimulare l’odio. Negli anni ’90, in Francia, “remigrazione” entrò nel vocabolario della Nouvelle Droite come termine tecnico per “ripulire” l’Europa da chi non ne incarnava l’identità culturale. Il pensiero di Alain de Benoist e Guillaume Faye forniva le basi ideologiche: etnopluralismo, rifiuto del multiculturalismo, difesa dell’“identità” attraverso la separazione etnica. Non razzismo, dicevano, ma “diversità nella distanza”. È su queste basi che movimenti come CasaPound in Italia e AfD in Germania hanno iniziato a usare la parola come vessillo. Una parola apparentemente rispettabile, per un progetto radicalmente inaccettabile.

In Italia, l’uso pubblico della parola è recente. Nel 2025, la Lega Giovani ha iniziato a usarla in modo esplicito, seguita da parlamentari nazionali ed europei. Ma è stato dopo i fatti di Capodanno 2024 a Milano – quando gruppi di giovani aggredirono alcune ragazze in piazza Duomo – che il termine ha trovato spazio nel dibattito politico, cavalcato da esponenti della Lega per invocare “remigrazione per chi non si integra”.

Una parola pericolosa

“Remigrazione” è pericolosa non solo per il progetto che veicola, ma per il modo in cui si insinua nel discorso pubblico. Come ha scritto Tetyana Bezruchenko su Il Foglio, questa strategia rientra in un più ampio disegno culturale promosso anche dal Cremlino: sfruttare l’ansia identitaria dell’Europa per inoculare un’ideologia illiberale e autoritaria, mascherata da difesa delle tradizioni. È lo stesso schema già visto con la “difesa della famiglia”, la “guerra al gender”, il “patriottismo contro l’élite”. Dietro ogni parola si nasconde una rete: fondazioni, media, editoria, eventi come questo summit.

Un fronte che avanza

L’estrema destra europea non ha bisogno di vincere le elezioni per vincere la battaglia delle idee. Le basta entrare nel vocabolario, spostare il senso comune, ridurre le resistenze. È così che si apre la strada al disumano: chiamandolo ordine, identità, ritorno. Il Remigration Summit è stato (forse) annullato, ma la sua parola d’ordine continua a circolare. Non come slogan: come minaccia.

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