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Antifascismo sotto controllo, fascismo sotto tutela

I fascisti marciano in centro a Milano in formazione paramilitare. In duemila, con saluti romani e simbologie vietate. Nessuno li ferma. Nessuno li identifica. Nessuno li denuncia.

Pochi giorni dopo, a Roma, la polizia si presenta invece davanti a un banchetto della Cgil che distribuisce volantini sui referendum contro il Jobs Act. Gli attivisti vengono identificati uno a uno. A Udine, l’università nega un’aula per un incontro con Landini: evento “troppo politico”. Parlare di lavoro, oggi, è un’attività da sorvegliare.

L’Anpi lo scrive chiaramente: non si tratta più di provocazioni, ma di una “gravissima condotta apologetica”, in violazione delle leggi Scelba e Mancino. E quindi della Costituzione, che nella sua XII disposizione vieta la ricostituzione, anche indiretta, del partito fascista.

Ma più della violazione colpisce l’impunità. Più dell’impunità, colpisce la protezione. Perché qui non c’è vuoto normativo. C’è una scelta politica.

Un antifascismo sotto osservazione, un fascismo sotto tutela. Chi difende la Repubblica viene fermato, chi la insulta viene accompagnato.

C’è una linea netta che divide chi può manifestare e chi deve giustificarsi. Chi inneggia a un regime può contare sull’indifferenza istituzionale. Chi distribuisce volantini deve mostrare i documenti.

Non è solo un doppio standard. È un test di resistenza della democrazia. E lo stiamo fallendo, giorno dopo giorno, corteo dopo corteo, silenzio dopo silenzio.

Buon lunedì. 

 

Foto AS

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Turismo dell’orrore: morofilia al confine con Gaza

C’è una parola che descrive esattamente questo scempio: morofilia. È l’attrazione morbosa per la morte e la sofferenza altrui. Non è una categoria psicologica, è una pulsione sociale, è uno dei molti mostri che la guerra a Gaza ha risvegliato. Il “tour del 7 ottobre” documentato da Pablo Trincia promette ai visitatori un’escursione nei luoghi dell’attacco di Hamas, con una comoda sosta su una collina da cui “ammirare” i bombardamenti israeliani sulla Striscia. È tutto vero: 162,87 euro a persona, caffè, pasticcini, aria condizionata, acqua in bottiglia e magari qualche piantina da un vivaio “vicino a Gaza”, per sentirsi anche buoni. Tutto prenotabile su TripAdvisor.

Le recensioni sono entusiaste, il tono è da agenzia turistica, ma il contesto è quello di un genocidio in corso. Non una parola sulle migliaia di civili palestinesi uccisi, sulle famiglie cancellate dalle mappe, sulle case rase al suolo, sugli ospedali assediati. Tutto si riduce a un’esperienza immersiva da raccontare agli amici, tra selfie e souvenir.

La morofilia non nasce nei campi di battaglia, ma negli occhi di chi guarda. E oggi trova forma nei pacchetti turistici confezionati come un safari etico, condita da un folklore militare che trasforma l’orrore in una narrazione di eroismo. È il trionfo della disumanizzazione: la guerra vista come spettacolo, le vittime ridotte a sfondo.

Si può davvero assistere a tutto questo sorseggiando caffè? Evidentemente sì. Si può sorseggiare un caffè guardando un bambino morire sotto le macerie, se è incluso nel prezzo. Il genocidio, dopotutto, è più digeribile con un pasticcino.

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Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive – Lettera43

L’ospedale di Prevalle, nel Bresciano, dal 15 luglio all’8 settembre sospenderà la Rsa aperta, chiuderà il day hospital Alzheimer e ridurrà i posti letto per le cure palliative. Non è una eccezione, ma solo l’ultimo caso emerso. Per garantire un periodo di riposo a medici e operatori si è costretti a interrompere il servizio. Sintomo di un sistema nazionale al collasso che non riesce più ad assicurare il principio di equità.

Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive

Dal 15 luglio all’8 settembre l’ospedale di Prevalle, in provincia di Brescia, sospenderà la Rsa aperta, chiuderà il day hospital Alzheimer e ridurrà i posti letto per le cure palliative. Due mesi di vuoto, giustificati dalla necessità di garantire le ferie estive al personale sanitario. Il problema non sono le ferie. Il problema è che per garantirle si ferma tutto. E quando si ferma tutto, a rimanere senza assistenza sono i malati neurodegenerativi, i pazienti terminali, gli anziani non autosufficienti. La notizia, pubblicata dal Quotidiano Nazionale e ripresa dai sindacati, è più di un caso locale. È una radiografia del Servizio sanitario nazionale: organici ridotti all’osso, pianificazione assente, reparti che saltano appena si sposta un turno.

Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive
Un degente anziano (Imagoeconomica).

Per i sindacati dietro le motivazioni dell’Asst del Garda c’è una struttura «al collasso»

L’Azienda Socio Sanitaria Territoriale (Asst) del Garda ha spiegato la decisione con una motivazione formale: ferie contrattualmente dovute. Ma i sindacati Cgil e Uil hanno parlato apertamente di una struttura «al collasso», dove la chiusura è solo il sintomo finale. Se per garantire le ferie bisogna sospendere i servizi essenziali, allora le ferie sono solo la copertura di un deficit strutturale. Le assenze sono prevedibili, le ferie sono note da mesi. Se il sistema va in tilt, è perché non regge nemmeno l’ordinaria amministrazione. Il personale è insufficiente, il ricorso ai gettonisti è ormai la norma, i turni sono insostenibili e le dimissioni aumentano. Si tappano i buchi con contratti esterni pagati a caro prezzo, si rinviano le assunzioni, si ignorano i concorsi. Poi arriva luglio, e l’unica soluzione è chiudere.

A determinare la chiusura dei reparti non è l’evento imprevedibile, ma il minimo imprevisto

Prevalle non è un’eccezione. È solo il caso emerso. A Calcinato, sempre in provincia di Brescia, un ambulatorio medico è rimasto chiuso per mesi per la mancata sostituzione di un medico andato in pensione. In una località del Sud Italia un’intera Radiologia è stata sospesa perché l’unica radiologa è entrata in maternità. Nessuna sostituzione. Ad Asiago è stato chiuso un punto nascita per mancanza di anestesisti. In Sicilia, d’estate, molti reparti pediatrici e cardiologici riducono l’attività per carenza di personale. Nei pronto soccorso delle aree remote si chiude a rotazione nei weekend. Non sono emergenze. Sono la norma. A determinare l’interruzione non è l’evento imprevedibile, ma il minimo imprevisto: una malattia, un congedo, una pensione. O, nel caso di un macchinario rotto, l’impossibilità di sostituire un pezzo di ricambio in tempi utili. L’intero sistema si regge sull’equilibrio instabile tra sotto organico, inerzia burocratica e silenzi.

Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive
Immagine realizzata con l’Ia (Imagoeconomica).

I bisogni sanitari restano e si scaricano sui pronto soccorsi, sui medici rimasti e sulle famiglie

La sospensione dei servizi non cancella i bisogni sanitari. Li scarica su altri. Su strutture già sovraccariche. Sui pronto soccorso. Sui medici rimasti. E soprattutto sulle famiglie. I sindacati lo denunciano: in assenza del day hospital Alzheimer e della Rsa aperta, i pazienti restano a casa. E chi li assiste, spesso, è un familiare impreparato, esausto e lasciato solo. Per i malati cronici e terminali, la continuità della cura è una necessità. Ogni interruzione è un rischio. Non solo per la salute, ma per la tenuta emotiva e logistica di chi si occupa di loro. Un centro chiuso non è un disagio. È una condanna al peggioramento. Un passaggio forzato verso l’ospedalizzazione d’urgenza, quando l’urgenza poteva essere evitata.

Chi se lo può permettere ricorre al privato, gli altri aspettano o rinunciano

A determinare se un cittadino riceverà cure adeguate non è la sua condizione clinica, ma il luogo in cui abita. Le zone periferiche, montane o economicamente deboli sono quelle più colpite. Dove mancano attrattive o opportunità, mancano anche medici. E dove il pubblico si ritira, avanzano disuguaglianze. I cittadini che possono permetterselo si rivolgono al privato. Gli altri aspettano o rinunciano. L’Asst del Garda non ha indicato alcuna soluzione alternativa per i pazienti che perderanno l’accesso ai servizi estivi. Nessun trasferimento garantito, nessuna rete di supporto. Il vuoto è annunciato, ma non colmato. Chi ha bisogno, si arrangi. La sanità pubblica, pensata come sistema universale, sta diventando un insieme di offerte intermittenti. Non esiste più un diritto alla cura continuativa, ma una prestazione se e quando c’è personale. Se c’è personale, si apre. Se il personale va in ferie, si chiude. Il razionamento sanitario oggi non viene dichiarato. Avviene per assenza. Non si dice «a te non toccherà la cura», si dice «il servizio non è disponibile». Non si decide chi curare: si elimina la possibilità. È una forma di razionamento silenzioso, subdolo. Una selezione indiretta fondata su disponibilità casuale, posizione geografica e capacità individuale di insistere.

Se anche la Sanità pubblica chiude per le ferie estive
Pazienti in ambulatorio (Imagoeconomica).

Il sistema sanitario non muore per una riforma ostile. Muore per abbandono

Il principio di equità viene abbandonato senza proclami. Si smantella per logoramento. A ogni chiusura, un pezzo del servizio pubblico sparisce senza fare rumore. Fino al giorno in cui anche chi poteva contare su un presidio sotto casa scopre che non c’è più. Ogni interruzione alimenta la sfiducia. Chi ha bisogno di cure comincia a dubitare. Chi lavora nella sanità comincia a cedere. E chi gestisce il sistema, spesso, si rifugia dietro comunicati neutri e responsabilità diffuse. Ma la neutralità delle parole non basta a coprire il senso di tradimento. L’idea di una sanità garantita a tutti è ancora scritta nella legge, ma viene disattesa nei fatti. Il sistema sanitario non muore per una riforma ostile. Muore per abbandono.

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Mediterraneo, il confine della vergogna: l’Ue paga chi calpesta i diritti umani

Nessun diritto nasce sull’acqua. I confini dell’Unione europea, nel Mediterraneo centrale, sono diventati un campo di battaglia contro i principi stessi del diritto internazionale. Lo racconta con precisione chirurgica il nuovo rapporto Borders of (In)humanity, basato sulle testimonianze di 64 sopravvissuti salvati da Humanity 1 tra ottobre 2022 e agosto 2024. Le rotte di fuga da Libia e Tunisia sono percorse da uomini, donne e bambini provenienti da 15 paesi, spesso vittime della stessa strategia: esternalizzare la responsabilità, pagare altri per violare la legge in nome della “sicurezza”.

La catena della complicità nel Mediterraneo

Il documento di SOS Humanity smonta il cuore delle politiche europee sull’esternalizzazione. Addestrare, finanziare e dotare di mezzi le cosiddette guardie costiere libiche e tunisine significa alimentare un sistema in cui la detenzione arbitraria, la tortura, lo stupro e la schiavitù sono strumenti ordinari. Dal 2017 al 2024, oltre 166 mila persone sono state intercettate e riportate con la forza in Libia, un paese che, secondo le Nazioni Unite, commette crimini contro l’umanità nei confronti dei migranti. Il tutto in violazione del diritto del mare, che vieta il respingimento verso luoghi non sicuri.

Tunisia e Libia: inferni sovvenzionati

Le testimonianze raccolte rivelano che in Tunisia, sotto il regime sempre più autoritario di Kais Saied, le persone nere subiscono violenze sistematiche. Sono ridotte in schiavitù, minacciate dalla polizia, stuprate nelle zone desertiche dove vengono deportate. Alcuni dei testimoni parlano di “pogrom” contro i migranti. Intanto, Bruxelles versa milioni nelle casse delle stesse forze che li perseguitano. In Libia, le prigioni informali sono vere e proprie camere di tortura. I sopravvissuti raccontano stupri sistematici, vendita di esseri umani da parte di milizie finanziate dall’Unione europea e condizioni detentive paragonabili a campi di concentramento.

Nel tratto di mare che separa l’Africa dalla costa italiana, la complicità europea prende la forma dell’omissione. Navi commerciali ignorano i soccorsi, Frontex segnala i barconi non per salvare ma per facilitare i respingimenti. Le testimonianze parlano di motovedette libiche che speronano le imbarcazioni, sparano sui migranti e li costringono a gettarsi in mare. In alcuni casi le donne incinte partoriscono durante la traversata, senza alcuna assistenza. Nel 2024, 1.719 persone sono morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Una questione morale

Dal 2015 al 2027, l’Unione europea spenderà oltre 290 milioni di euro per rafforzare il sistema di frontiera in Libia e Tunisia. Una cifra sei volte superiore al costo della nave Humanity 1 nello stesso periodo. Più che salvare vite, l’obiettivo dichiarato è impedire l’arrivo. È qui il vero confine dell’Europa: non geografico ma etico. Mentre a Bruxelles si discute di vincoli di bilancio, si continua a finanziare l’orrore. Nessuna delle persone a bordo di Humanity 1 ha trovato rifugio grazie all’Europa. L’Europa, piuttosto, è stata la ragione per cui sono state abbandonate.

Il paradosso è che i responsabili degli abusi, come il comandante libico Osama Elmasry Njeem, ricercato dalla Corte penale internazionale, possono viaggiare in Italia con passaporti diplomatici e tornare indisturbati in Libia dopo aver assistito a una partita di calcio a Torino. Lo stesso vale per Ahmad al–Dabbashi, noto trafficante di esseri umani, che avrebbe ricevuto fondi per sorvegliare impianti petroliferi italiani. La lotta contro i trafficanti, sbandierata dall’Ue, si rivela dunque solo un’operazione di facciata. Il vero obiettivo è tenere i migranti lontani, a qualsiasi costo.

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Occupazione permanente: come a Falluja, ma a Gaza

C’è qualcosa di déjà vu nel nuovo piano israeliano per Gaza. E non è un’impressione: come documenta Amir Tibon su Haaretz, il progetto di Benjamin Netanyahu e Ron Dermer riprende passo dopo passo il manuale dell’Iraq post-invasione. Con la stessa arroganza coloniale, con le stesse promesse di “aiuti umanitari” blindati, con lo stesso vuoto politico riempito solo da filo spinato.

L’idea è semplice e devastante: creare una “zona umanitaria” nel sud della Striscia, gestita da aziende americane sotto il controllo dell’esercito israeliano, per concentrare lì due milioni di persone palestinesi. In cambio di cibo e assistenza, Israele punta a usarle come leva per rovesciare Hamas. Ma non ha uno straccio di piano per il dopo: né un’amministrazione palestinese alternativa, né un coinvolgimento arabo, né un ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Solo un “no” sistematico a ogni ipotesi che non sia l’occupazione permanente.

Chi ricorda l’Iraq del 2003 riconosce lo schema: contractor stranieri, controllo militare travestito da ricostruzione, separazione della popolazione dai “terroristi”. E come in Iraq, l’orizzonte è quello della guerra senza fine. Dermer e Netanyahu erano già allora tra i più entusiasti promotori dell’invasione americana: vent’anni dopo, sono ancora lì, a imporre esperimenti distruttivi su corpi altrui, con la benedizione di chi finge di non vedere.

L’umanitario diventa dispositivo militare, la ricostruzione si fa punizione. E chi dissente, chi denuncia, viene liquidato come nostalgico dei “neocon”. Ma è proprio da quel cimitero di ideologie che Netanyahu scava per rilanciare la sua guerra.

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L’oblio europeo

Ieri l’Unione europea si è messa in posa davanti alla propria storia, ha intonato l’inno alla gioia e si è autoproclamata erede della Resistenza. Ma mentre celebrava la liberazione dal nazifascismo, tradiva le sue radici più profonde. Il progetto europeo nacque come argine alla barbarie: mai più campi, mai più persecuzioni, mai più guerre. Ma oggi finanzia l’Egitto di al-Sisi con 7,4 miliardi in cambio del controllo migratorio, firma memorandum con la Tunisia mentre le sue forze di sicurezza espellono migranti nel deserto senza acqua né cibo, delega alla guardia costiera libica – sostenuta con almeno 465 milioni – il respingimento verso centri di detenzione dove si tortura, si stupra, si uccide. L’autocrazia è diventata partner, la democrazia una clausola facoltativa.

In nome della stabilità, l’Europa si arma. La spesa militare nel continente ha raggiunto i 693 miliardi di dollari nel 2024, con la Germania al 2% del PIL e la Polonia al 4,2. Il Fondo europeo per la difesa muove 8 miliardi per finanziare l’industria bellica, mentre il “ReArm Europe Plan” prevede prestiti fino a 150 miliardi per investimenti militari. Nata per superare la logica dei blocchi, l’Ue oggi si pensa come potenza. E la pace diventa propaganda.

All’interno, mentre la Polonia abolisce i diritti delle persone Lgbt e l’Ungheria vieta la “promozione dell’omosessualità”, Bruxelles balbetta. Le procedure d’infrazione non bastano, l’Articolo 7 è paralizzato da anni. Frontex resta attiva anche dopo il naufragio dell’Adriana, mentre il Patto su migrazione e asilo legalizza i respingimenti e normalizza la detenzione dei richiedenti asilo, compresi minori. Intanto, alle frontiere esterne, la violenza è sistematica: dai pushback greci ai muri polacchi, dal Mar Egeo ai deserti nordafricani, l’Europa si chiude mentre finge di proteggere.

Lo chiamano realismo. Ma è un lento suicidio morale. Perché un’Unione che scambia i diritti per accordi e la dignità per quote di gas non è più la risposta ai totalitarismi: è parte del problema.
E allora sì, ha celebrato il 9 maggio. Solo con la memoria viva di ciò che abbiamo promesso di non diventare mai più.

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Peppino Impastato, 47 anni dopo: la lezione tradita sulla mafia

Il 9 maggio 1978 Peppino Impastato fu assassinato dalla mafia. Il suo corpo fu dilaniato da una carica di tritolo sui binari della ferrovia a Cinisi. Quel giorno a Roma veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro. L’emergenza terrorismo oscurò l’omicidio di Impastato e aprì la strada a un depistaggio che durò decenni.

Peppino non fu solo una vittima. Fu un militante, un giornalista, un intellettuale politico. Aveva rotto con una famiglia mafiosa – il padre legato a Cosa Nostra, lo zio capomafia ucciso in un attentato – per combattere la mafia da sinistra, con la parola, la satira, l’inchiesta. Aveva fondato Radio Aut, attaccava Gaetano Badalamenti, che ribattezzò “Tano Seduto”, e aveva denunciato il sistema criminale che si muoveva attorno all’aeroporto di Punta Raisi.

Depistaggi, archiviazioni e promozioni

L’omicidio avvenne durante la campagna elettorale, a pochi giorni dal voto in cui fu simbolicamente eletto con 199 preferenze. La versione iniziale delle forze dell’ordine fu quella del suicidio o dell’attentato fallito. Le prove ignorate, la scena manipolata, la pietra insanguinata bollata come “sangue mestruale”. Le responsabilità di questo depistaggio sono documentate.

La Commissione parlamentare antimafia, nella relazione approvata nel dicembre 2000, aveva già accertato le responsabilità istituzionali nel depistaggio. Ma nessuno ha pagato. Le uniche condanne definitive sono arrivate a distanza di oltre vent’anni: 30 anni per Vito Palazzolo nel 2001, ergastolo per Badalamenti nel 2002, grazie alla testimonianza del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo.

Una memoria utile solo quando tace

Oggi la figura di Peppino Impastato continua a disturbare. Giovanni Russo Spena ha denunciato il tentativo di trasformarlo in un’icona innocua. Salvatore Borsellino ha criticato l’uso retorico dell’antimafia a fronte di una mafia sempre più silente, finanziaria e infiltrata nelle istituzioni.

Il suo messaggio – verità, giustizia sociale, cultura come resistenza – è ancora attuale. Ma disatteso. La libertà di informazione, che per Impastato fu arma e bersaglio, è oggi oggetto di preoccupazione. Le critiche alle ingerenze governative sulla Rai, le proposte di legge che limitano il diritto di cronaca, il silenzio istituzionale sulla criminalità organizzata, sono segnali che vanno letti.

L’antimafia sociale di Peppino si opponeva alla diseguaglianza. Difendeva gli espropriati, gli edili, i disoccupati. Era una lotta contro un sistema.

Riforme discutibili

Politiche come l’autonomia differenziata, che rischiano di aggravare il divario Nord-Sud, vanno in direzione contraria. Non basta dichiararsi contro la mafia: bisogna rimuoverne le condizioni materiali.

Peppino chiamava la mafia “una montagna di merda”. Intuiva che prima ancora delle armi era la cultura mafiosa a dover essere smontata. Oggi quella mentalità – clientelare, familistica, opaca – resta intatta. Un governo tradisce la memoria di Impastato non se non celebra, ma se non educa. Non se non reprime, ma se non previene. Non se non parla, ma se non agisce.

La memoria è una responsabilità. L’antimafia, un lavoro. Peppino non è una figura da commemorare. È una voce da ascoltare, ancora.

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Referendum, il grande blackout sulla consultazione popolare dell’8 e 9 giugno

Cinque quesiti referendari, otto e nove giugno. Si vota su tutele contro i licenziamenti, su contratti a termine, su sicurezza negli appalti, su cittadinanza. Una chiamata popolare per riscrivere diritti. Ma il Paese non lo sa. Non lo sa perché nessuno glielo ha detto. E questo, più che una dimenticanza, è un progetto.

La Rai, finanziata con soldi pubblici, ha taciuto. Fino a maggio – denunciano CGIL, Articolo21 e una lunga lista di studiosi – zero minuti di approfondimento. Nessun confronto. Nessun servizio nei telegiornali. Nessuna informazione utile. Solo silenzio. Un silenzio che coincide perfettamente con l’interesse della maggioranza: affondare i referendum senza nemmeno doverli discutere.

Referendum, il quorum come cortina fumogena

Basta un dato: per essere validi, i referendum devono raggiungere il quorum, il 50% più uno degli elettori. È sufficiente che la metà del Paese non si presenti alle urne, e le proposte saranno automaticamente affossate. Nessun “No” necessario. Solo silenzio e diserzione. E infatti, la strategia è esplicita: Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega hanno invitato apertamente all’astensione. Con note ufficiali, dichiarazioni pubbliche, circolari interne. Si chiama “astensionismo politico”, ma è un altro nome per dire sabotaggio.

Lo scenario è collaudato. Nessuna argomentazione nel merito, nessun confronto tra visioni diverse. Solo l’obiettivo: non far arrivare le persone al seggio. E quando il silenzio mediatico fa da amplificatore, il risultato è servito. L’elettore medio ignora il contenuto dei quesiti, il dibattito è assente, la partecipazione si spegne. Anche il quesito sulla cittadinanza – che propone di ridurre da dieci a cinque anni il requisito di residenza per le persone straniere – viene trattato come se fosse marginale, nonostante coinvolga centinaia di migliaia di vite.

L’inerzia del servizio pubblico sui referendum

La stessa Commissione di vigilanza sulla Rai ha dovuto intervenire con una delibera prescrittiva: obbligo di spot, confronto fra posizioni contrapposte, accessibilità per tutti, perfino l’uso della LIS. Ma siamo a maggio. Troppo tardi. I promotori parlano ancora di “assenza totale di copertura” nei principali canali. Persino Usigrai, il sindacato dei giornalisti RAI, ha denunciato la contraddizione: il referendum è discusso nelle redazioni, ma assente nei palinsesti.

Nel frattempo Mediaset si limita a schede tecniche. Sky TG24 e La7 mostrano qualche spiraglio: interviste, servizi sui partiti, informazioni per i fuorisede. Ma la portata è limitata. Nessun dibattito nazionale. Nessun confronto articolato. Nessuna mobilitazione. Un’informazione “di servizio”, che non costruisce consapevolezza.

Astensione e diserzione

È un’astensione che somiglia a una censura. Non è il popolo che rifiuta il referendum, è il referendum che viene fatto scomparire dal discorso pubblico. E il governo lo rivendica. Giorgia Meloni afferma che non partecipare è legittimo dissenso. Tajani lo definisce “una scelta politica”. Salvini lo chiama “il massimo dell’impegno”. È una linea comune. Organizzata. Istituzionalizzata. Perfino il presidente della Repubblica, che pure ha più volte richiamato alla partecipazione democratica, è stato ignorato.

Nel frattempo CGIL, promotrice di quattro dei cinque quesiti, organizza presidi davanti alle sedi Rai. Lancia appelli. Chiede un minimo di decenza democratica. Articolo21 raccoglie decine di migliaia di firme in poche ore. Accademici e intellettuali pubblicano lettere aperte: “Vivere da cittadini, lavorare con dignità”. Ma il silenzio resiste. È diventato una struttura.

Se la democrazia ha bisogno di parola, allora l’astensionismo organizzato è una forma di repressione. Non chiude i seggi, li svuota. E lo fa con l’arma più subdola: l’invisibilità. Così, mentre si discute di premierato e di “volontà popolare”, si cancella l’unico spazio in cui la volontà popolare può agire direttamente. E chi invita a disertare il referendum è lo stesso che vorrebbe un capo del governo scelto dal popolo. Ma solo quando conviene.

Nel vuoto costruito intorno a questo voto, l’unico gesto che ancora pesa è quello più semplice: andare alle urne. Farlo diventa un atto di resistenza civile. Un gesto contro l’oblio programmato.

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Gaza, India, Trump: e noi guardiamo un comignolo

Giovedì sera, ospite di Corrado Formigli, il giornalista – ormai quasi vate – Paolo Mieli ha auspicato una “milizia” coordinata dal papa e dal quasi papa Pizzaballa per “scortare gli aiuti umanitari dentro Gaza”. Qualcuno in studio, da Tomaso Montanari al direttore di Domani Emiliano Fittipaldi, faceva notare come non sia compito dei papi disinnescare il genocidio in atto per mano del governo israeliano. Il governo israeliano, del resto, è grande amico dell’Occidente, non è certo l’ostico Putin. Entrambi i governi – Israele e Russia – sono criminali, ma molta della forza di Benjamin Netanyahu deriva proprio dall’amicizia, ai limiti della collusione morale, con Usa ed Europa. C’è ovviamente anche l’Italia, con tutti i partiti di maggioranza che balbettano vigliacchi, quasi impauriti, inzerbinati ai piedi degli assassini del governo israeliano.

Mieli ha il grande pregio di aver sintetizzato il momento attuale, con la politica sospesa in attesa di un Papa, sperando che il Papa possa fare ciò che la politica non vuole e non sa fare. Poi accadrà, come accade da secoli, che il Papa faccia il Papa – niente più di quello – e la politica al massimo si ritroverà a strapazzarlo per usarlo come clava contro questo o quell’avversario.

Passata la sbronza del conclave che ha farcito il giornalismo da reality – con telecamere fisse per ore su un comignolo e un gabbiano (e un pulcino rivenduto come auspicio) – ci si renderà conto che le persone a Gaza hanno continuato a morire, che tra India e Pakistan si è accesa l’ennesima guerra, che Putin bombarda la tregua, che Orbán sta cacciando gli omosessuali, che Trump concima fame e odio. E a quel punto, sfumata la cerimonia clericale, ci si accorgerà che tocca affidarsi alla politica, questa politica, così pavida e deludente, senza invocare cardinali o papi.

Buon venerdì.

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L’americano indigesto ai trumpiani

La prima parola è stata “pace”. Tre volte, nello spazio di pochi secondi. “La pace sia con tutti voi”. Non lo slogan vuoto di un protocollo liturgico, ma un programma. Così si è presentato al mondo Leone XIV, primo pontefice americano della storia, eletto nel cuore di un’epoca assetata di guerra, proclamando l’unico verbo che oggi è sistematicamente censurato: quello della pace. È andata male per i guerrafondai, per chi sogna chiese in mimetica e crociate camuffate da esportazione di valori. È andata male per l’America di Donald Trump, per quella destra che odia Papa Francesco perché ricorda che il Vangelo non è un’arma da brandire ma una strada da percorrere. Leone XIV viene da Chicago, ma il suo accento spirituale parla la lingua degli oppressi del Perù, dove ha fatto il vescovo.

È un Papa americano, ma l’America di Trump non potrà reclamarlo come uno dei suoi. Nel primo discorso ha evocato Francesco con rispetto e riconoscenza, ha parlato di un “Dio che ci ama tutti incondizionatamente”, ha chiesto una Chiesa “che cammina, che cerca la pace e la carità, vicina a chi soffre”. Non ha concesso nulla alla retorica dell’identità, né al culto del potere. E ha detto con chiarezza che “il male non prevarrà”. Un messaggio che suona stonato nella Roma sovranista di Giorgia Meloni, dove la solidarietà è un reato e il ponte è solo quello da far saltare quando si tratta di migranti, poveri, ultimi. Leone XIV ha chiesto ponti.

Ha chiesto dialogo. Ha chiesto sinodalità. Parole che per qualcuno suonano come bestemmie. Ha citato Maria di Pompei, la Chiesa missionaria, il bisogno di camminare “mano nella mano con Dio e tra di noi”. In fondo, Leone XIV è la prosecuzione di Francesco con altri mezzi: l’eredità non sta nel gesto, ma nel respiro. E in un’epoca che ci vuole murati, lui si ostina a invocare ponti. Sarà un problema per molti. Per questo è una speranza per tutti. Un Papa che benedice invece di giudicare, che accoglie invece di blindare. Un’eresia per i tempi che corrono.

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