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L’appello all’astensione, questione politica

Si può invitare all’astensione senza violare la legge. Ma è un’altra storia se a farlo è chi siede al governo. Quando il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani consiglia di disertare i referendum su cittadinanza e lavoro dell’8 e 9 giugno, non infrange il codice penale. Lo spiega bene Vitalba Azzollini su Pagella Politica. Il diritto di parola tutela anche chi promuove il “non-voto”. Purché non usi il proprio potere per forzare o manipolare.

Il punto, però, è un altro. È politico, non penale. Quando i ministri usano la loro voce per depotenziare il referendum – l’unico strumento di democrazia diretta riconosciuto dalla Costituzione – stanno ammettendo che la partecipazione popolare è un inciampo. Non abusano delle loro attribuzioni, ma se ne servono per svuotare un diritto. Perché un referendum che fallisce per astensione non è una decisione collettiva: è un’occasione abortita.

La Costituzione considera il voto un dovere civico. Se oggi non è più un obbligo, non è perché abbia perso valore, ma perché si presume che una Repubblica sana sappia stimolare il consenso, non sopirlo. Ogni appello istituzionale all’astensione è un invito alla resa. È la maggioranza che, temendo il giudizio popolare, preferisce l’afonia alla parola.

Come ricordava vent’anni fa il costituzionalista Gaetano Silvestri, «l’appello all’indifferenza è una contraddizione in termini». Anche quando è lecito, resta una scorrettezza. Perché la democrazia funziona solo se qualcuno si prende la responsabilità di farla funzionare. La legge consente di non votare, ma il potere dovrebbe incentivare il confronto, non spegnerlo. In democrazia, il silenzio non è mai neutro.

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Manovre nel Pd, un nuovo circolo della minoranza: otto nomi e l’obiettivo di logorare Schlein

Il 15 maggio, a Milano, sarà inaugurato il circolo “Giacomo Matteotti”. Non è un evento marginale, né una semplice iniziativa di militanza. A fondarlo sono alcune delle figure più visibili e coordinate della minoranza interna al Partito Democratico e dell’area riformista post-renziana: Pina Picierno, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Simona Malpezzi, con l’aggiunta di nomi esterni al Pd ma tutt’altro che estranei a quell’impianto ideologico, come Elena Bonetti, Lisa Noja, Benedetto Della Vedova e Marco Taradash. È un segnale chiaro: la guerra di posizione contro Elly Schlein ha trovato un suo perimetro fisico e simbolico. E da lì rilancia.

In un partito che da un anno si muove sotto l’effetto di una tensione permanente tra la segreteria e i suoi oppositori interni, questo nuovo presidio segna un salto di qualità. Perché raccoglie, in un unico spazio, tutto ciò che resiste alla linea Schlein: l’atlantismo radicale, la difesa del Jobs Act, l’eredità Minniti in tema di migrazioni, la diffidenza verso ogni ipotesi di alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle. È una contro-narrazione organizzata. E ora anche territorializzata.

Milano come baricentro del dissenso Pd

Il nuovo circolo è stato pensato a Milano non per caso. È la capitale simbolica dell’area riformista, dove si concentrano esponenti storici del partito e un tessuto di amministratori, tecnici e quadri intermedi non allineati con la nuova linea. Lo stesso Guerini è stato a lungo segretario provinciale; Malpezzi ha costruito qui parte della sua rete politica; Quartapelle rappresenta il collegio di Milano in Parlamento; Bonetti e Noja vi hanno il loro radicamento elettorale. La sede sarà in zona Porta Romana, con un calendario già in fase di programmazione: dibattiti, seminari, incontri pubblici. Il progetto è quello di un laboratorio politico “aperto al centrosinistra riformista”, ma nella sostanza è un luogo alternativo alla narrazione della segreteria.

La posta in gioco è la legittimità del mandato riformatore di Schlein, ottenuto alle primarie con un voto ribaltato rispetto a quello degli iscritti. Quell’anomalia originaria – la segretaria votata fuori ma non dentro il partito – è rimasta sospesa. Il circolo Matteotti si inserisce in questa frattura: è un tentativo di riportare il centro di gravità all’interno dell’apparato, laddove la minoranza conserva posizioni, contatti e influenza. Non c’è bisogno di una scissione. Basta un logoramento quotidiano: una critica pubblica, un’intervista sferzante, una votazione difforme. E ora anche una sede.

Una mossa da logoramento strutturato

I temi su cui si gioca il conflitto restano gli stessi. In politica estera, la minoranza accusa Schlein di ambiguità sull’Ucraina e sul riarmo. In tema di lavoro, considera il referendum sul Jobs Act un attacco ideologico. Sull’immigrazione, rifiuta l’approccio tutto diritti e niente gestione. Ma il punto non è il merito. È il metodo. A Schlein viene imputata una leadership “solitaria”, inefficace, incapace di unire. La parola chiave è: “congresso”. In attesa che torni, si occupa il campo.

Il circolo Matteotti si aggiunge a una rete già attiva: Energie Popolari di Bonaccini, Base Riformista di Guerini, i gruppi parlamentari trasversali alle linee ufficiali. L’obiettivo comune è costringere Schlein a moderarsi o fallire. L’unità del partito è invocata a parole, ma svuotata nei fatti. La fondazione del circolo è il passaggio dal dissenso a bassa intensità alla strutturazione organizzata di un’alternativa interna.

Schlein ha detto: “Mettetevi comodi, sono qui per restare”. Lo fanno. Si mettono comodi. Ma intanto costruiscono i muri.

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Meloni vive su Marte, ma governa l’Italia

Giorgia Meloni è tornata in Senato come Alice nel Paese delle meraviglie. Ma il suo racconto al premier time sembra scritto dai fratelli Grimm sotto psicofarmaci: l’Italia cresce, i salari migliorano, il Pil è solido e la giustizia sociale è dietro l’angolo. I dati Istat dicono tutt’altro, ma lei tira dritta: la produzione industriale cala Colpa dell’ambientalismo. I salari sono fermi? Merito suo se non vanno peggio. Le liste d’attesa in sanità? Colpa delle Regioni, ovviamente.

Meloni annuncia anche che porterà la spesa militare al 2% del Pil. Dieci miliardi da trovare, senza dire dove. Il pane costa troppo? Pazienza, ma le armi non devono mancare. Per i poveri l’ottimismo è una forma di sussidio: basta ascoltare la premier e la fame passa.

Alle opposizioni che le ricordano la realtà, risponde con arroganza: chi non applaude è nemico della patria. Elly Schlein parla di bugie al Parlamento, Giuseppe Conte la paragona a un alieno. Lei, nel dubbio, si vanta persino del gas liquido comprato da Biden, ma rassicura: se torna Trump, non ci torneremo dalla Russia, giura.

Alla fine, la favola si conclude con un pizzico di propaganda sul premierato, un tocco di repressione sui migranti e una carezza al proprio ego. Si vanta del “25% di migranti rimpatriati” con l’accordo Albania, ma sono appena nove persone. E racconta che “quasi tutti” sono autori di reati gravi, senza uno straccio di verifica. Nella fiaba di Meloni l’Italia è un successo, ma fuori dal Senato si fa la fila alla Caritas. E quando finisce l’incantesimo restano solo i dati, la povertà, le code negli ospedali e un Paese che non si riconosce nel suo specchio deformante.

Buon giovedì.

Foto NASA/JPL-Caltech/MSSS

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Riforme Made in Meloni, ecco la strategia per disinnescare il Colle

Nel gioco lungo della politica italiana, ci sono ambizioni che non si dicono. E poi ci sono ossessioni che, per quanto smentite, si leggono in controluce in ogni mossa. Giorgia Meloni guarda al Quirinale. Non per salirvi, ma per occuparne lo spazio simbolico. Per garantirsi che, alla prossima scadenza presidenziale, nessuno possa frapporsi tra lei e il consolidamento di un potere già centrale.

Dietro la riforma del premierato, la riscrittura della legge elettorale, la retorica della stabilità e della “democrazia decidente”, si intravede un disegno a medio termine: disinnescare il Quirinale come organo di bilanciamento e assicurarsi un Presidente della Repubblica non ostile. Non serve che sia fedele, basta che sia innocuo. E magari utile.

Un premier forte e un presidente indebolito

La proposta di premierato elettivo – che nel 2022 era ancora un presidenzialismo dichiarato – oggi si è trasformata in una riforma istituzionale costruita con chirurgica pazienza. Ufficialmente per rafforzare il potere esecutivo, in realtà per ridimensionare chirurgicamente quello presidenziale: la nomina del premier, lo scioglimento delle Camere, la gestione delle crisi di governo, la nomina dei senatori a vita. Tutto verrebbe riportato sotto l’orbita di un esecutivo legittimato direttamente dal popolo e di fatto insindacabile.

Una presidenza della Repubblica formalmente intatta ma sostanzialmente svuotata: ecco la forma gentile di un’egemonia istituzionale. Non è più l’elezione diretta del capo dello Stato, è il suo accerchiamento. E così il Quirinale, nella narrazione meloniana, passa da garante a spettatore.

Coalizione in ordine sparso, ma con un obiettivo comune

Perché tutto questo funzioni, però, serve un parlamento obbediente. La legge elettorale, mai dichiarata apertamente, è il secondo pilastro del progetto. Abbandonare il Rosatellum, fonte di insidie nei collegi meridionali e arma potenziale dell’unità delle opposizioni, e approdare a un sistema che garantisca una maggioranza coesa. Magari premiando chi supera il 40%. Un obiettivo che Meloni può ancora coltivare, soprattutto se riesce a tenere unita la coalizione.

Forza Italia gioca su due tavoli: europeismo rassicurante e ambizioni quirinalizie. Tajani, nome che gira da mesi per il Colle, potrebbe essere la pedina sacrificabile per ottenere in cambio la blindatura del premierato. Alla Lega, invece, interessa tornare protagonista sul piano interno: Salvini al Viminale, magari. Il Quirinale può diventare merce di scambio o pretesto per rompere. Ma a oggi Meloni regge la trama, consapevole che ogni concessione agli alleati serve solo se utile a mantenere il controllo del disegno.

Una strategia che passa per le riforme (e per l’inerzia)

Niente è lasciato al caso. La riforma del premierato, pur rallentata, non è archiviata: il governo la tiene in caldo, pronto a rilanciarla quando i tempi saranno maturi, magari dopo la legge di bilancio. L’autonomia differenziata e la riforma della giustizia completano il quadro: indebolire il Capo dello Stato significa anche limitarne i poteri in seno al Consiglio superiore della magistratura, o influenzare i delegati regionali che compongono l’assemblea chiamata a eleggere il successore di Mattarella. Ogni casella è parte dello stesso scacchiere.

In questo contesto, Meloni non ha bisogno di forzare il futuro: le basta organizzarlo. La riforma elettorale, il premierato e una gestione sapiente degli equilibri interni possono bastare per ritrovarsi nel 2029 con un parlamento plasmato a sua immagine e una maggioranza pronta a indicare un Presidente della Repubblica “non proveniente dalla sinistra”. Come disse lei stessa nel 2022, con un rimpianto che ora suona come promessa.

Un progetto che preoccupa (ma non frena)

Costituzionalisti, politologi, giuristi e associazioni come l’Anpi parlano apertamente di un rischio per la democrazia. Denunciano lo svuotamento del ruolo presidenziale, l’indebolimento del Parlamento, la deriva di un modello che non ha paragoni nelle democrazie occidentali. Il “premierato all’italiana”, senza contrappesi e senza precedenti, è visto come un salto nel buio istituzionale.

Ma il punto è che non si tratta solo di una riforma. È una strategia. E le strategie non si valutano solo per ciò che dicono, ma per ciò che permettono. L’idea di Meloni non è semplicemente riscrivere la Costituzione: è riscrivere il rapporto di forza tra gli organi dello Stato. E garantirsi, nel tempo, il controllo degli snodi decisionali, a partire da quello più alto.

Perché in fondo, dietro ogni grande ambizione, c’è sempre una grande paura: che il potere possa scivolare via quando meno te l’aspetti. E al Quirinale, quella paura prende il nome di un Presidente che non obbedisce. E che, per sette lunghi anni, può ricordarti ogni giorno che la democrazia, quando funziona, non ha padroni.

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Se Turetta diventa modello, il sistema è complice

A Montecchio Precalcino, provincia di Vicenza, un diciannovenne si fa chiamare “Zeus”. Ha tatuaggi, profili social e una lista. Una lista “come quella di Turetta”: forbici, sacchi dell’immondizia, scotch, contanti. In calce, la dedica: «Turetta esempio modello». Lo scrive online pochi giorni prima di attirare la sua ex con una scusa: «sono scappato di casa per vederti». Lei ha diciannove anni, si era rifugiata da una parente a Mirano per non essere trovata. Ma lui la trova. La colpisce, la minaccia con un paio di forbici, le prende il telefono e la costringe a cancellare i contatti maschili. Poi scompare. Poi riappare. Minaccia anche la madre di lei: «Zeus viene ad ammazzarvi». Si filma sotto casa della ragazza. Viene arrestato. Dopo una notte in cella è già fuori. Obbligo di firma quattro volte a settimana. Per lui. Per lei: vigilanza attiva. Non può bastare per il divieto di avvicinamento. Serve un secondo episodio. È scritto così.

Ci si chiede a cosa servano le lacrime, i fiori, i proclami se il codice rosso funziona solo a sangue versato. Se un ragazzo che pubblica un’imitazione puntuale di un femminicidio può ancora essere considerato solo un “ragazzino disturbato”. Se le parole sono sempre “scherzi”, le botte “una scivolata”, le forbici “un oggetto potenzialmente pericoloso”.

Ma il punto è che non è pazzo, non è solo. È il risultato di una cultura che ha già archiviato Giulia, che usa Turetta come un meme, che allena ragazzi a considerare la violenza una prova d’amore. Un gioco da uomini.

E finché il primo episodio sarà solo un preallarme, ci sarà sempre qualcuno pronto a testare il secondo.

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Pnrr, siamo alla quinta revisione in due anni senza dibattito parlamentare

Il 21 marzo 2025 il governo Meloni ha inviato alla Commissione europea la quinta richiesta di modifica del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Cinque revisioni in meno di due anni. Nessun altro paese dell’Unione ha fatto tanto: Belgio, Cipro, Irlanda e Spagna si fermano a quattro; dieci paesi, tra cui Germania e Francia, a tre. Il confronto europeo è impietoso. La narrazione di un’Italia virtuosa e pragmatica inciampa su una realtà fatta di incertezze strutturali, ostacoli amministrativi e criticità decisionali.

A Bruxelles non è arrivata una spiegazione, né a Roma una riga nei verbali ufficiali della cabina di regia o nei comunicati del Consiglio dei ministri. Nulla nemmeno nella sesta relazione sullo stato di attuazione del Pnrr, approvata il 27 marzo. Un documento che, incredibilmente, ignora l’invio della richiesta di revisione avvenuto sei giorni prima. Non solo il Parlamento non ha discusso la proposta: ne è stato formalmente escluso. Un passaggio tanto rilevante è stato affidato a un silenzio istituzionale che disegna un processo sempre meno trasparente.

Pnrr: cinque revisioni, zero confronti

Eppure la legge è chiara. I piani nazionali possono essere modificati solo in presenza di “condizioni oggettive documentabili” che rendano irrealizzabili gli obiettivi originari. Ma il governo si limita a far filtrare, per bocca del ministro Tommaso Foti, l’ipotesi di dirottare 14 miliardi di euro verso incentivi per la competitività del sistema produttivo. Lo ha detto in Aula il 23 aprile, senza mai menzionare la revisione in corso. Né il giorno 13, quando aveva risposto a un’interrogazione sulla riallocazione delle risorse.

Nel frattempo, la piattaforma “Italia Domani” ha aggiornato i dati di monitoraggio. Un passo avanti necessario ma tardivo, che Openpolis sollecitava da mesi. La trasparenza non si misura con qualche riga di codice aperto o un dataset aggiornato. Soprattutto se nel frattempo si cambia la traiettoria del principale programma pubblico del dopoguerra senza condividerne le ragioni.

Una riscrittura costante, fuori scena

Il percorso delle modifiche è diventato sempre più oscuro. La prima revisione – luglio 2023 – ha riguardato dieci scadenze tecniche. La seconda, inviata nell’agosto dello stesso anno, è stata l’unica sistematica, discussa in Parlamento e articolata su molte misure. Poi, a marzo 2024, il governo ha presentato una terza richiesta per modificare 24 interventi. A ottobre è arrivata una quarta revisione, definita “tecnica”, senza dettagli pubblici. Infine, la quinta del marzo 2025: la più opaca, la più preoccupante.

La revisione di marzo 2024, almeno, fu citata da Isabella De Monte in Aula ed emersa nella relazione della Corte dei conti. Quella di ottobre è menzionata di sfuggita nella sesta relazione sul Pnrr. Ma la quinta Ufficialmente non esiste. Non se ne trova traccia nei documenti parlamentari, nei resoconti delle sedute, nei siti del governo.

A questo si aggiunge un sospetto: i 14 miliardi di fondi non spesi potrebbero essere usati per misure slegate dal cuore del Pnrr. Il ministro ha escluso che vadano alla difesa, ma non ha fornito criteri chiari sulla nuova destinazione. Intanto, il piano viene continuamente riadattato, modellato su priorità contingenti, svuotato del suo impianto strategico. Un Pnrr a pezzi, riscritto fuori scena, con una regia che ignora il copione e lo riscrive ogni volta che l’orologio si sposta.

Serve un dibattito parlamentare, serve una spiegazione, serve un’assunzione pubblica di responsabilità. Perché il Pnrr non è un fondo privato del governo, ma un patto nazionale ed europeo. Scritto con risorse comuni, approvato con garanzie politiche e destinato, almeno sulla carta, a riformare l’Italia. Ogni revisione è un segnale. Alla quinta, il segnale è uno solo: non sanno che fare, o non vogliono dircelo.

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Un Porcellum firmato Giorgia

Le regole del gioco, per Meloni, sono solo un altro strumento di comando. Ora tocca alla legge elettorale. Non bastano i pieni poteri del premierato: serve anche sterilizzare gli alleati, blindare la vittoria, riscrivere le urne per riscrivere il Parlamento. Il modello? Un proporzionale con premio di maggioranza al 55% per chi supera il 40% dei voti. Una soglia comoda per chi parte da un 47,4% virtuale e può così svuotare di senso la concorrenza. Altro che governabilità: qui si tratta di egemonia matematica.

Dentro c’è tutto: il nome del premier sulla scheda, i capilista bloccati, le preferenze solo dove non disturbano. Una riedizione del Porcellum, con lo stesso odore di incostituzionalità, cucito su misura per due Camere diverse, in una Repubblica che resiste a essere trasformata in monarchia elettiva. Il Senato, ricorda la Costituzione, si elegge su base regionale. Ma nella bozza non c’è traccia di premi regionali. Rischio: due maggioranze diverse e caos garantito.

Le opposizioni si compattano. Pd e M5S alzano le barricate, evocano le preferenze, persino le primarie. Conte fiuta l’occasione, Schlein il rischio. Ma la vera sfida non è solo opporsi a una legge. È opporsi all’idea che la democrazia si pieghi a chi comanda. Che il consenso autorizzi l’abuso. Che la riforma sia un’arma. Il Rosatellum era una trappola: ma questo, se passa, sarà un colpo di Stato a norma di legge. E a volto scoperto.

Meloni, incapace di vincere col premierato, tenta il colpo con l’urna truccata. Ma la storia insegna: chi gioca con la legge elettorale per fregare gli altri finisce fregato.

Buon mercoledì. 

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Lo sciopero dei treni ferma l’Italia, altro flop del ministro Salvini

Ancora uno sciopero. Ancora pendolari fermi, treni cancellati, ore perse in stazioni senza voce. Questa volta l’astensione riguarda l’intero comparto ferroviario nazionale, indetta da Filt Cgil, Fit-Cisl e Uilt per otto ore. Le motivazioni sono puntuali come un treno che non arriva: il mancato rinnovo del contratto collettivo, l’assenza di un piano sul dumping contrattuale, l’aumento delle aggressioni al personale. Ma sullo sfondo si staglia una domanda più grande: cosa ha fatto il ministro dei Trasporti per evitarlo?

Matteo Salvini guida il dicastero da oltre due anni. Un arco temporale sufficiente per tracciare un bilancio, e i numeri parlano chiaro. La puntualità dei treni AV nel 2024 ha toccato il fondo con un 67,4%, mentre la lunga percorrenza ha visto oltre il 70% dei Freccia accumulare ritardi. La tratta Bari-Roma ha sfiorato il grottesco: 95% di treni in ritardo. Sul Milano-Pescara, 43 giorni su 45 hanno registrato disservizi. Eppure a febbraio 2025 Trenitalia ha rivendicato un miglioramento: 80,9% per l’AV. Basta Se i dati vengono registrati ammettendo ritardi fino a 60 minuti come “accettabili”…

Cantieri, rincari e nessun piano

Nel frattempo, i passeggeri pagano di più. Aumenti del 4,26% in Toscana, del 4,5% in Liguria, +51% a Pasqua secondo Federconsumatori. E mentre si moltiplicano le proteste per l’inaffidabilità quotidiana, lo stesso Salvini invoca sabotaggi e “azioni dolose” come cause sistemiche. L’11 gennaio 2025 il nodo di Milano va in tilt: ritardi fino a 4 ore. Tre mesi prima, blackout a Roma: oltre 100 treni cancellati. Il ministro si affretta ad attribuire responsabilità a una ditta che avrebbe piantato un “chiodo su un cavo”. Nessuna analisi sullo stato della rete, nessun piano credibile per prevenirlo.

La gestione delle crisi si ripete: giustificazioni esterne, dichiarazioni d’allarme, assenza di responsabilità politica. L’Art ha segnalato la congestione strutturale della rete e l’inadeguatezza dei nodi urbani. Legambiente denuncia che al Sud circolano treni con un’età media doppia rispetto al Nord. Il 91% dei convogli non parte all’orario previsto. Il quadro è costante, il ministro no: troppe inaugurazioni, troppe dirette social, poca governance.

Precettazioni e isolamento

Non sorprende che in un clima del genere la conflittualità sindacale sia esplosa. Tra il 2023 e il 2024, oltre 500 scioperi hanno colpito il settore, il 42% del totale nazionale. Salvini ha risposto con precettazioni sistematiche, anche contro scioperi generali come quello di novembre scorso. In un caso, il Tar ha bocciato la sua ordinanza, riaprendo alla piena legittimità della protesta. La sua linea resta: silenziare la protesta, accusare chi sciopera di sabotare i cittadini.

Nel frattempo, i fondi del Pnrr vengono gestiti in modo da generare 1.200 cantieri al giorno, secondo il Mit. Ma l’effetto immediato è l’aumento dei disagi: blocchi, soppressioni, congestione. Il grande progetto del Ponte sullo Stretto assorbe energie, attenzione e miliardi: almeno 12, forse 14,5. I pendolari continuano a salire su treni vetusti. Ma Salvini parla di “visione strategica”.

Il suo isolamento politico è diventato strutturale. Nelle ultime crisi, né Fratelli d’Italia né Forza Italia lo hanno difeso. Tajani elogia Piantedosi come “il miglior ministro dell’Interno”, Barelli lo invita a restare dove sta, senza ambizioni di ritorno al Viminale. Il suo stesso dicastero – un tempo pensato come trampolino per il rilancio – rischia di diventare il suo confino. Le opposizioni chiedono le dimissioni. I cittadini si chiedono dove sia finito il ministro. E i treni continuano ad arrivare in ritardo.

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Israele distrugge, Abu Toha ricostruisce

Mosab Abu Toha ha vinto il Pulitzer mentre in troppi ancora si chiedono se le parole possano qualcosa contro la guerra. I suoi saggi pubblicati sul New Yorker non sono solo resistenza culturale: sono cronaca incisa nella carne, sono memoria che non chiede il permesso di esistere. Abu Toha scrive da poeta e sopravvissuto. Scrive per chi non può più parlare. Scrive con l’urgenza di chi ha perso tutto tranne la voce.

“La Gaza che ci lasciamo alle spalle” è un titolo che sembra una resa, ma contiene invece un intero atlante di ciò che si vuole far sparire: un forno d’argilla, il costume di Spider-Man del figlio, le partite di calcio tra amici, le melanzane coltivate ai bordi dei campi. È la geografia sentimentale della distruzione. Perché ogni casa bombardata, racconta, è “una sorta di album, pieno non di foto ma di persone reali, i morti pressati tra le sue pagine”.

Ha rischiato la deportazione dagli Stati Uniti, dove vive in esilio con la sua famiglia. Ha cancellato incontri pubblici per paura. Ha detto che è devastante essere al sicuro nel Paese che finanzia il genocidio della sua gente. Eppure continua a scrivere. Continua a raccontare la fatica di coltivare verdure in mezzo ai droni, la vergogna di chiedere a un fratello affamato di cercare un album fotografico sotto le macerie. La speranza che un aquilone visto da un bambino non sia solo un aquilone.

Abu Toha ha raccolto l’eredità di Refaat Alareer, ucciso da un raid nel dicembre 2023. A lui risponde con la stessa formula: “Let it bring hope. Let it be a tale”. Perché se devono morire, allora qualcuno deve raccontare. È questo, oggi, il compito del giornalismo. Il resto è contabilità del silenzio.

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Germania, Merz manca la fiducia: l’effetto Trump travolge il cancelliere designato

È la prima volta nella storia della Repubblica Federale che un cancelliere designato non ottiene la fiducia al primo giro. Friedrich Merz, leader della CDU e architetto della fragile coalizione con l’SPD e la CSU, si è fermato a sei voti dalla maggioranza assoluta. Un dato numerico che da solo non spiega la portata del terremoto. Perché quella fiducia negata racconta di una Germania spaccata, di una maggioranza già in bilico e, soprattutto, di una pressione esterna che ha contorni sempre più chiari: Donald Trump.

Nel pomeriggio, però, al secondo turno di votazione, Merz è stato eletto cancelliere con 325 voti favorevoli. La maggioranza assoluta non era più necessaria.
Un esito che garantisce l’insediamento ma non cancella la portata simbolica del primo voto fallito, né le fratture che lo hanno determinato.

Un’agenda americana per destabilizzare Berlino

Nelle ultime settimane, le tensioni tra Berlino e Washington sono passate da sottotraccia a dichiarazione aperta. Non solo sul piano economico, dove i dazi imposti dagli Stati Uniti hanno colpito con precisione chirurgica i settori più esposti dell’economia tedesca. Non solo nella NATO, dove Trump ha rispolverato il vecchio copione del “pagate o vi lasciamo soli”. Il punto più critico, quello che ha minato la tenuta interna del blocco Merz, è arrivato sul fronte più scivoloso: la politica interna tedesca.

Quando il Bundesamt für Verfassungsschutz ha classificato l’AfD come “organizzazione estremista di destra”, la reazione americana è stata immediata e velenosa. Marco Rubio, oggi Segretario di Stato, ha parlato di “tirannia mascherata”. JD Vance, vicepresidente, ha accusato il governo tedesco di voler “distruggere” il partito più votato dell’Est del paese. Elon Musk ha rilanciato. Steve Bannon ha benedetto l’AfD come il “MAGA della Germania”. Non si tratta solo di una simpatia ideologica: è una strategia.

La coincidenza temporale non lascia spazio a dubbi. Le dichiarazioni incendiarie di Washington sono arrivate mentre Merz tentava di formare un governo in grado di tenere fuori l’AfD e mantenere il cordone sanitario. Il messaggio, per chi guarda da Dresda o da Chemnitz, è chiaro: l’America di Trump legittima l’opposizione più radicale, la sdogana. E così l’AfD guadagna terreno, nei sondaggi e nei palazzi.

Dazi, NATO, Ucraina: l’assedio multilivello

Parallelamente, la leva economica ha fatto il resto. I dazi del 10% sulle importazioni generali, quelli del 25% su acciaio e auto, l’aumento delle barriere non tariffarie: tutto progettato per colpire le eccellenze tedesche. La reazione dell’economia non si è fatta attendere. Le esportazioni frenano, i margini si assottigliano, i timori per una recessione tornano a occupare le prime pagine. Ed è qui che la fragilità politica interna si fa crepa strutturale. Perché Merz, l’uomo che doveva rassicurare i mercati e blindare il centro, si ritrova accerchiato: a destra dall’AfD che lo accusa di “cripto-sinistrismo”, a sinistra da un SPD logorato, all’esterno da una potenza alleata che gioca contro.

La retorica trumpiana sulla NATO non fa che peggiorare il quadro. I richiami a un aumento della spesa militare fino al 3,5% del PIL, le minacce velate di abbandono, le frasi come “se non pagate, non vi proteggeremo” sono un attacco diretto a un paese che, nel 2024, ha appena raggiunto l’obiettivo del 2%. A Berlino lo sanno: ogni concessione in più rischia di esplodere politicamente, specie con una Schuldenbremse appena ritoccata e un’opinione pubblica sempre più ostile ai diktat americani.

Ma il punto più critico resta l’Ucraina. Mentre Merz prova a riaffermare la continuità con la linea Scholz – sostegno fermo a Kyiv, leadership europea nella difesa – Washington vira. I segnali di apertura a Mosca, i rallentamenti negli aiuti militari, la visione dell’Ucraina come stato-cuscinetto: tutto questo rischia di isolare la Germania proprio nel momento in cui dovrebbe guidare. E il vuoto lasciato dagli Stati Uniti non può essere riempito in pochi mesi.

Il voto mancato in Bundestag è solo il sintomo di questa pressione a più strati. Non è un inciampo tecnico, è un avvertimento geopolitico. Il secondo turno vinto da Merz non basta a dissipare i dubbi: è un via libera condizionato, fragile, e già gravato da crepe evidenti. Un governo che nasce sotto attacco, in un’alleanza precaria e con una strategia ostile che arriva da chi, fino a ieri, era partner fondamentale.Un governo che nasce sotto attacco, in un’alleanza precaria e con una strategia ostile che arriva da chi, fino a ieri, era partner fondamentale.

Trump non ha bisogno di sovvertire la Germania: gli basta indebolirla. Legittimare l’AfD, colpire l’export, alimentare il sospetto verso la NATO, ridurre Berlino a una pedina marginale nello scacchiere ucraino. In tutto questo, Merz è l’anello debole: troppo moderato per l’America trumpiana, troppo compromesso per l’AfD, troppo isolato per Bruxelles.

In fondo, è l’ennesimo laboratorio europeo: qui si gioca la sfida tra un centro logoro e un’estrema destra sdoganata, tra un atlantismo condizionato e un’autonomia strategica ancora incerta. Per ora, la fiducia non c’è. Né in parlamento, né – più gravemente – nei rapporti con l’alleato americano. Merz ha ottenuto la carica, ma non la fiducia piena. Né in parlamento, né – più gravemente – nei rapporti con l’alleato americano.

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