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Occupazione permanente: come a Falluja, ma a Gaza

C’è qualcosa di déjà vu nel nuovo piano israeliano per Gaza. E non è un’impressione: come documenta Amir Tibon su Haaretz, il progetto di Benjamin Netanyahu e Ron Dermer riprende passo dopo passo il manuale dell’Iraq post-invasione. Con la stessa arroganza coloniale, con le stesse promesse di “aiuti umanitari” blindati, con lo stesso vuoto politico riempito solo da filo spinato.

L’idea è semplice e devastante: creare una “zona umanitaria” nel sud della Striscia, gestita da aziende americane sotto il controllo dell’esercito israeliano, per concentrare lì due milioni di persone palestinesi. In cambio di cibo e assistenza, Israele punta a usarle come leva per rovesciare Hamas. Ma non ha uno straccio di piano per il dopo: né un’amministrazione palestinese alternativa, né un coinvolgimento arabo, né un ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese. Solo un “no” sistematico a ogni ipotesi che non sia l’occupazione permanente.

Chi ricorda l’Iraq del 2003 riconosce lo schema: contractor stranieri, controllo militare travestito da ricostruzione, separazione della popolazione dai “terroristi”. E come in Iraq, l’orizzonte è quello della guerra senza fine. Dermer e Netanyahu erano già allora tra i più entusiasti promotori dell’invasione americana: vent’anni dopo, sono ancora lì, a imporre esperimenti distruttivi su corpi altrui, con la benedizione di chi finge di non vedere.

L’umanitario diventa dispositivo militare, la ricostruzione si fa punizione. E chi dissente, chi denuncia, viene liquidato come nostalgico dei “neocon”. Ma è proprio da quel cimitero di ideologie che Netanyahu scava per rilanciare la sua guerra.

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L’oblio europeo

Ieri l’Unione europea si è messa in posa davanti alla propria storia, ha intonato l’inno alla gioia e si è autoproclamata erede della Resistenza. Ma mentre celebrava la liberazione dal nazifascismo, tradiva le sue radici più profonde. Il progetto europeo nacque come argine alla barbarie: mai più campi, mai più persecuzioni, mai più guerre. Ma oggi finanzia l’Egitto di al-Sisi con 7,4 miliardi in cambio del controllo migratorio, firma memorandum con la Tunisia mentre le sue forze di sicurezza espellono migranti nel deserto senza acqua né cibo, delega alla guardia costiera libica – sostenuta con almeno 465 milioni – il respingimento verso centri di detenzione dove si tortura, si stupra, si uccide. L’autocrazia è diventata partner, la democrazia una clausola facoltativa.

In nome della stabilità, l’Europa si arma. La spesa militare nel continente ha raggiunto i 693 miliardi di dollari nel 2024, con la Germania al 2% del PIL e la Polonia al 4,2. Il Fondo europeo per la difesa muove 8 miliardi per finanziare l’industria bellica, mentre il “ReArm Europe Plan” prevede prestiti fino a 150 miliardi per investimenti militari. Nata per superare la logica dei blocchi, l’Ue oggi si pensa come potenza. E la pace diventa propaganda.

All’interno, mentre la Polonia abolisce i diritti delle persone Lgbt e l’Ungheria vieta la “promozione dell’omosessualità”, Bruxelles balbetta. Le procedure d’infrazione non bastano, l’Articolo 7 è paralizzato da anni. Frontex resta attiva anche dopo il naufragio dell’Adriana, mentre il Patto su migrazione e asilo legalizza i respingimenti e normalizza la detenzione dei richiedenti asilo, compresi minori. Intanto, alle frontiere esterne, la violenza è sistematica: dai pushback greci ai muri polacchi, dal Mar Egeo ai deserti nordafricani, l’Europa si chiude mentre finge di proteggere.

Lo chiamano realismo. Ma è un lento suicidio morale. Perché un’Unione che scambia i diritti per accordi e la dignità per quote di gas non è più la risposta ai totalitarismi: è parte del problema.
E allora sì, ha celebrato il 9 maggio. Solo con la memoria viva di ciò che abbiamo promesso di non diventare mai più.

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Peppino Impastato, 47 anni dopo: la lezione tradita sulla mafia

Il 9 maggio 1978 Peppino Impastato fu assassinato dalla mafia. Il suo corpo fu dilaniato da una carica di tritolo sui binari della ferrovia a Cinisi. Quel giorno a Roma veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro. L’emergenza terrorismo oscurò l’omicidio di Impastato e aprì la strada a un depistaggio che durò decenni.

Peppino non fu solo una vittima. Fu un militante, un giornalista, un intellettuale politico. Aveva rotto con una famiglia mafiosa – il padre legato a Cosa Nostra, lo zio capomafia ucciso in un attentato – per combattere la mafia da sinistra, con la parola, la satira, l’inchiesta. Aveva fondato Radio Aut, attaccava Gaetano Badalamenti, che ribattezzò “Tano Seduto”, e aveva denunciato il sistema criminale che si muoveva attorno all’aeroporto di Punta Raisi.

Depistaggi, archiviazioni e promozioni

L’omicidio avvenne durante la campagna elettorale, a pochi giorni dal voto in cui fu simbolicamente eletto con 199 preferenze. La versione iniziale delle forze dell’ordine fu quella del suicidio o dell’attentato fallito. Le prove ignorate, la scena manipolata, la pietra insanguinata bollata come “sangue mestruale”. Le responsabilità di questo depistaggio sono documentate.

La Commissione parlamentare antimafia, nella relazione approvata nel dicembre 2000, aveva già accertato le responsabilità istituzionali nel depistaggio. Ma nessuno ha pagato. Le uniche condanne definitive sono arrivate a distanza di oltre vent’anni: 30 anni per Vito Palazzolo nel 2001, ergastolo per Badalamenti nel 2002, grazie alla testimonianza del collaboratore di giustizia Salvatore Palazzolo.

Una memoria utile solo quando tace

Oggi la figura di Peppino Impastato continua a disturbare. Giovanni Russo Spena ha denunciato il tentativo di trasformarlo in un’icona innocua. Salvatore Borsellino ha criticato l’uso retorico dell’antimafia a fronte di una mafia sempre più silente, finanziaria e infiltrata nelle istituzioni.

Il suo messaggio – verità, giustizia sociale, cultura come resistenza – è ancora attuale. Ma disatteso. La libertà di informazione, che per Impastato fu arma e bersaglio, è oggi oggetto di preoccupazione. Le critiche alle ingerenze governative sulla Rai, le proposte di legge che limitano il diritto di cronaca, il silenzio istituzionale sulla criminalità organizzata, sono segnali che vanno letti.

L’antimafia sociale di Peppino si opponeva alla diseguaglianza. Difendeva gli espropriati, gli edili, i disoccupati. Era una lotta contro un sistema.

Riforme discutibili

Politiche come l’autonomia differenziata, che rischiano di aggravare il divario Nord-Sud, vanno in direzione contraria. Non basta dichiararsi contro la mafia: bisogna rimuoverne le condizioni materiali.

Peppino chiamava la mafia “una montagna di merda”. Intuiva che prima ancora delle armi era la cultura mafiosa a dover essere smontata. Oggi quella mentalità – clientelare, familistica, opaca – resta intatta. Un governo tradisce la memoria di Impastato non se non celebra, ma se non educa. Non se non reprime, ma se non previene. Non se non parla, ma se non agisce.

La memoria è una responsabilità. L’antimafia, un lavoro. Peppino non è una figura da commemorare. È una voce da ascoltare, ancora.

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Referendum, il grande blackout sulla consultazione popolare dell’8 e 9 giugno

Cinque quesiti referendari, otto e nove giugno. Si vota su tutele contro i licenziamenti, su contratti a termine, su sicurezza negli appalti, su cittadinanza. Una chiamata popolare per riscrivere diritti. Ma il Paese non lo sa. Non lo sa perché nessuno glielo ha detto. E questo, più che una dimenticanza, è un progetto.

La Rai, finanziata con soldi pubblici, ha taciuto. Fino a maggio – denunciano CGIL, Articolo21 e una lunga lista di studiosi – zero minuti di approfondimento. Nessun confronto. Nessun servizio nei telegiornali. Nessuna informazione utile. Solo silenzio. Un silenzio che coincide perfettamente con l’interesse della maggioranza: affondare i referendum senza nemmeno doverli discutere.

Referendum, il quorum come cortina fumogena

Basta un dato: per essere validi, i referendum devono raggiungere il quorum, il 50% più uno degli elettori. È sufficiente che la metà del Paese non si presenti alle urne, e le proposte saranno automaticamente affossate. Nessun “No” necessario. Solo silenzio e diserzione. E infatti, la strategia è esplicita: Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega hanno invitato apertamente all’astensione. Con note ufficiali, dichiarazioni pubbliche, circolari interne. Si chiama “astensionismo politico”, ma è un altro nome per dire sabotaggio.

Lo scenario è collaudato. Nessuna argomentazione nel merito, nessun confronto tra visioni diverse. Solo l’obiettivo: non far arrivare le persone al seggio. E quando il silenzio mediatico fa da amplificatore, il risultato è servito. L’elettore medio ignora il contenuto dei quesiti, il dibattito è assente, la partecipazione si spegne. Anche il quesito sulla cittadinanza – che propone di ridurre da dieci a cinque anni il requisito di residenza per le persone straniere – viene trattato come se fosse marginale, nonostante coinvolga centinaia di migliaia di vite.

L’inerzia del servizio pubblico sui referendum

La stessa Commissione di vigilanza sulla Rai ha dovuto intervenire con una delibera prescrittiva: obbligo di spot, confronto fra posizioni contrapposte, accessibilità per tutti, perfino l’uso della LIS. Ma siamo a maggio. Troppo tardi. I promotori parlano ancora di “assenza totale di copertura” nei principali canali. Persino Usigrai, il sindacato dei giornalisti RAI, ha denunciato la contraddizione: il referendum è discusso nelle redazioni, ma assente nei palinsesti.

Nel frattempo Mediaset si limita a schede tecniche. Sky TG24 e La7 mostrano qualche spiraglio: interviste, servizi sui partiti, informazioni per i fuorisede. Ma la portata è limitata. Nessun dibattito nazionale. Nessun confronto articolato. Nessuna mobilitazione. Un’informazione “di servizio”, che non costruisce consapevolezza.

Astensione e diserzione

È un’astensione che somiglia a una censura. Non è il popolo che rifiuta il referendum, è il referendum che viene fatto scomparire dal discorso pubblico. E il governo lo rivendica. Giorgia Meloni afferma che non partecipare è legittimo dissenso. Tajani lo definisce “una scelta politica”. Salvini lo chiama “il massimo dell’impegno”. È una linea comune. Organizzata. Istituzionalizzata. Perfino il presidente della Repubblica, che pure ha più volte richiamato alla partecipazione democratica, è stato ignorato.

Nel frattempo CGIL, promotrice di quattro dei cinque quesiti, organizza presidi davanti alle sedi Rai. Lancia appelli. Chiede un minimo di decenza democratica. Articolo21 raccoglie decine di migliaia di firme in poche ore. Accademici e intellettuali pubblicano lettere aperte: “Vivere da cittadini, lavorare con dignità”. Ma il silenzio resiste. È diventato una struttura.

Se la democrazia ha bisogno di parola, allora l’astensionismo organizzato è una forma di repressione. Non chiude i seggi, li svuota. E lo fa con l’arma più subdola: l’invisibilità. Così, mentre si discute di premierato e di “volontà popolare”, si cancella l’unico spazio in cui la volontà popolare può agire direttamente. E chi invita a disertare il referendum è lo stesso che vorrebbe un capo del governo scelto dal popolo. Ma solo quando conviene.

Nel vuoto costruito intorno a questo voto, l’unico gesto che ancora pesa è quello più semplice: andare alle urne. Farlo diventa un atto di resistenza civile. Un gesto contro l’oblio programmato.

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Gaza, India, Trump: e noi guardiamo un comignolo

Giovedì sera, ospite di Corrado Formigli, il giornalista – ormai quasi vate – Paolo Mieli ha auspicato una “milizia” coordinata dal papa e dal quasi papa Pizzaballa per “scortare gli aiuti umanitari dentro Gaza”. Qualcuno in studio, da Tomaso Montanari al direttore di Domani Emiliano Fittipaldi, faceva notare come non sia compito dei papi disinnescare il genocidio in atto per mano del governo israeliano. Il governo israeliano, del resto, è grande amico dell’Occidente, non è certo l’ostico Putin. Entrambi i governi – Israele e Russia – sono criminali, ma molta della forza di Benjamin Netanyahu deriva proprio dall’amicizia, ai limiti della collusione morale, con Usa ed Europa. C’è ovviamente anche l’Italia, con tutti i partiti di maggioranza che balbettano vigliacchi, quasi impauriti, inzerbinati ai piedi degli assassini del governo israeliano.

Mieli ha il grande pregio di aver sintetizzato il momento attuale, con la politica sospesa in attesa di un Papa, sperando che il Papa possa fare ciò che la politica non vuole e non sa fare. Poi accadrà, come accade da secoli, che il Papa faccia il Papa – niente più di quello – e la politica al massimo si ritroverà a strapazzarlo per usarlo come clava contro questo o quell’avversario.

Passata la sbronza del conclave che ha farcito il giornalismo da reality – con telecamere fisse per ore su un comignolo e un gabbiano (e un pulcino rivenduto come auspicio) – ci si renderà conto che le persone a Gaza hanno continuato a morire, che tra India e Pakistan si è accesa l’ennesima guerra, che Putin bombarda la tregua, che Orbán sta cacciando gli omosessuali, che Trump concima fame e odio. E a quel punto, sfumata la cerimonia clericale, ci si accorgerà che tocca affidarsi alla politica, questa politica, così pavida e deludente, senza invocare cardinali o papi.

Buon venerdì.

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L’americano indigesto ai trumpiani

La prima parola è stata “pace”. Tre volte, nello spazio di pochi secondi. “La pace sia con tutti voi”. Non lo slogan vuoto di un protocollo liturgico, ma un programma. Così si è presentato al mondo Leone XIV, primo pontefice americano della storia, eletto nel cuore di un’epoca assetata di guerra, proclamando l’unico verbo che oggi è sistematicamente censurato: quello della pace. È andata male per i guerrafondai, per chi sogna chiese in mimetica e crociate camuffate da esportazione di valori. È andata male per l’America di Donald Trump, per quella destra che odia Papa Francesco perché ricorda che il Vangelo non è un’arma da brandire ma una strada da percorrere. Leone XIV viene da Chicago, ma il suo accento spirituale parla la lingua degli oppressi del Perù, dove ha fatto il vescovo.

È un Papa americano, ma l’America di Trump non potrà reclamarlo come uno dei suoi. Nel primo discorso ha evocato Francesco con rispetto e riconoscenza, ha parlato di un “Dio che ci ama tutti incondizionatamente”, ha chiesto una Chiesa “che cammina, che cerca la pace e la carità, vicina a chi soffre”. Non ha concesso nulla alla retorica dell’identità, né al culto del potere. E ha detto con chiarezza che “il male non prevarrà”. Un messaggio che suona stonato nella Roma sovranista di Giorgia Meloni, dove la solidarietà è un reato e il ponte è solo quello da far saltare quando si tratta di migranti, poveri, ultimi. Leone XIV ha chiesto ponti.

Ha chiesto dialogo. Ha chiesto sinodalità. Parole che per qualcuno suonano come bestemmie. Ha citato Maria di Pompei, la Chiesa missionaria, il bisogno di camminare “mano nella mano con Dio e tra di noi”. In fondo, Leone XIV è la prosecuzione di Francesco con altri mezzi: l’eredità non sta nel gesto, ma nel respiro. E in un’epoca che ci vuole murati, lui si ostina a invocare ponti. Sarà un problema per molti. Per questo è una speranza per tutti. Un Papa che benedice invece di giudicare, che accoglie invece di blindare. Un’eresia per i tempi che corrono.

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L’appello all’astensione, questione politica

Si può invitare all’astensione senza violare la legge. Ma è un’altra storia se a farlo è chi siede al governo. Quando il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani consiglia di disertare i referendum su cittadinanza e lavoro dell’8 e 9 giugno, non infrange il codice penale. Lo spiega bene Vitalba Azzollini su Pagella Politica. Il diritto di parola tutela anche chi promuove il “non-voto”. Purché non usi il proprio potere per forzare o manipolare.

Il punto, però, è un altro. È politico, non penale. Quando i ministri usano la loro voce per depotenziare il referendum – l’unico strumento di democrazia diretta riconosciuto dalla Costituzione – stanno ammettendo che la partecipazione popolare è un inciampo. Non abusano delle loro attribuzioni, ma se ne servono per svuotare un diritto. Perché un referendum che fallisce per astensione non è una decisione collettiva: è un’occasione abortita.

La Costituzione considera il voto un dovere civico. Se oggi non è più un obbligo, non è perché abbia perso valore, ma perché si presume che una Repubblica sana sappia stimolare il consenso, non sopirlo. Ogni appello istituzionale all’astensione è un invito alla resa. È la maggioranza che, temendo il giudizio popolare, preferisce l’afonia alla parola.

Come ricordava vent’anni fa il costituzionalista Gaetano Silvestri, «l’appello all’indifferenza è una contraddizione in termini». Anche quando è lecito, resta una scorrettezza. Perché la democrazia funziona solo se qualcuno si prende la responsabilità di farla funzionare. La legge consente di non votare, ma il potere dovrebbe incentivare il confronto, non spegnerlo. In democrazia, il silenzio non è mai neutro.

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Manovre nel Pd, un nuovo circolo della minoranza: otto nomi e l’obiettivo di logorare Schlein

Il 15 maggio, a Milano, sarà inaugurato il circolo “Giacomo Matteotti”. Non è un evento marginale, né una semplice iniziativa di militanza. A fondarlo sono alcune delle figure più visibili e coordinate della minoranza interna al Partito Democratico e dell’area riformista post-renziana: Pina Picierno, Lorenzo Guerini, Lia Quartapelle, Simona Malpezzi, con l’aggiunta di nomi esterni al Pd ma tutt’altro che estranei a quell’impianto ideologico, come Elena Bonetti, Lisa Noja, Benedetto Della Vedova e Marco Taradash. È un segnale chiaro: la guerra di posizione contro Elly Schlein ha trovato un suo perimetro fisico e simbolico. E da lì rilancia.

In un partito che da un anno si muove sotto l’effetto di una tensione permanente tra la segreteria e i suoi oppositori interni, questo nuovo presidio segna un salto di qualità. Perché raccoglie, in un unico spazio, tutto ciò che resiste alla linea Schlein: l’atlantismo radicale, la difesa del Jobs Act, l’eredità Minniti in tema di migrazioni, la diffidenza verso ogni ipotesi di alleanza strutturale con il Movimento 5 Stelle. È una contro-narrazione organizzata. E ora anche territorializzata.

Milano come baricentro del dissenso Pd

Il nuovo circolo è stato pensato a Milano non per caso. È la capitale simbolica dell’area riformista, dove si concentrano esponenti storici del partito e un tessuto di amministratori, tecnici e quadri intermedi non allineati con la nuova linea. Lo stesso Guerini è stato a lungo segretario provinciale; Malpezzi ha costruito qui parte della sua rete politica; Quartapelle rappresenta il collegio di Milano in Parlamento; Bonetti e Noja vi hanno il loro radicamento elettorale. La sede sarà in zona Porta Romana, con un calendario già in fase di programmazione: dibattiti, seminari, incontri pubblici. Il progetto è quello di un laboratorio politico “aperto al centrosinistra riformista”, ma nella sostanza è un luogo alternativo alla narrazione della segreteria.

La posta in gioco è la legittimità del mandato riformatore di Schlein, ottenuto alle primarie con un voto ribaltato rispetto a quello degli iscritti. Quell’anomalia originaria – la segretaria votata fuori ma non dentro il partito – è rimasta sospesa. Il circolo Matteotti si inserisce in questa frattura: è un tentativo di riportare il centro di gravità all’interno dell’apparato, laddove la minoranza conserva posizioni, contatti e influenza. Non c’è bisogno di una scissione. Basta un logoramento quotidiano: una critica pubblica, un’intervista sferzante, una votazione difforme. E ora anche una sede.

Una mossa da logoramento strutturato

I temi su cui si gioca il conflitto restano gli stessi. In politica estera, la minoranza accusa Schlein di ambiguità sull’Ucraina e sul riarmo. In tema di lavoro, considera il referendum sul Jobs Act un attacco ideologico. Sull’immigrazione, rifiuta l’approccio tutto diritti e niente gestione. Ma il punto non è il merito. È il metodo. A Schlein viene imputata una leadership “solitaria”, inefficace, incapace di unire. La parola chiave è: “congresso”. In attesa che torni, si occupa il campo.

Il circolo Matteotti si aggiunge a una rete già attiva: Energie Popolari di Bonaccini, Base Riformista di Guerini, i gruppi parlamentari trasversali alle linee ufficiali. L’obiettivo comune è costringere Schlein a moderarsi o fallire. L’unità del partito è invocata a parole, ma svuotata nei fatti. La fondazione del circolo è il passaggio dal dissenso a bassa intensità alla strutturazione organizzata di un’alternativa interna.

Schlein ha detto: “Mettetevi comodi, sono qui per restare”. Lo fanno. Si mettono comodi. Ma intanto costruiscono i muri.

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Meloni vive su Marte, ma governa l’Italia

Giorgia Meloni è tornata in Senato come Alice nel Paese delle meraviglie. Ma il suo racconto al premier time sembra scritto dai fratelli Grimm sotto psicofarmaci: l’Italia cresce, i salari migliorano, il Pil è solido e la giustizia sociale è dietro l’angolo. I dati Istat dicono tutt’altro, ma lei tira dritta: la produzione industriale cala Colpa dell’ambientalismo. I salari sono fermi? Merito suo se non vanno peggio. Le liste d’attesa in sanità? Colpa delle Regioni, ovviamente.

Meloni annuncia anche che porterà la spesa militare al 2% del Pil. Dieci miliardi da trovare, senza dire dove. Il pane costa troppo? Pazienza, ma le armi non devono mancare. Per i poveri l’ottimismo è una forma di sussidio: basta ascoltare la premier e la fame passa.

Alle opposizioni che le ricordano la realtà, risponde con arroganza: chi non applaude è nemico della patria. Elly Schlein parla di bugie al Parlamento, Giuseppe Conte la paragona a un alieno. Lei, nel dubbio, si vanta persino del gas liquido comprato da Biden, ma rassicura: se torna Trump, non ci torneremo dalla Russia, giura.

Alla fine, la favola si conclude con un pizzico di propaganda sul premierato, un tocco di repressione sui migranti e una carezza al proprio ego. Si vanta del “25% di migranti rimpatriati” con l’accordo Albania, ma sono appena nove persone. E racconta che “quasi tutti” sono autori di reati gravi, senza uno straccio di verifica. Nella fiaba di Meloni l’Italia è un successo, ma fuori dal Senato si fa la fila alla Caritas. E quando finisce l’incantesimo restano solo i dati, la povertà, le code negli ospedali e un Paese che non si riconosce nel suo specchio deformante.

Buon giovedì.

Foto NASA/JPL-Caltech/MSSS

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Riforme Made in Meloni, ecco la strategia per disinnescare il Colle

Nel gioco lungo della politica italiana, ci sono ambizioni che non si dicono. E poi ci sono ossessioni che, per quanto smentite, si leggono in controluce in ogni mossa. Giorgia Meloni guarda al Quirinale. Non per salirvi, ma per occuparne lo spazio simbolico. Per garantirsi che, alla prossima scadenza presidenziale, nessuno possa frapporsi tra lei e il consolidamento di un potere già centrale.

Dietro la riforma del premierato, la riscrittura della legge elettorale, la retorica della stabilità e della “democrazia decidente”, si intravede un disegno a medio termine: disinnescare il Quirinale come organo di bilanciamento e assicurarsi un Presidente della Repubblica non ostile. Non serve che sia fedele, basta che sia innocuo. E magari utile.

Un premier forte e un presidente indebolito

La proposta di premierato elettivo – che nel 2022 era ancora un presidenzialismo dichiarato – oggi si è trasformata in una riforma istituzionale costruita con chirurgica pazienza. Ufficialmente per rafforzare il potere esecutivo, in realtà per ridimensionare chirurgicamente quello presidenziale: la nomina del premier, lo scioglimento delle Camere, la gestione delle crisi di governo, la nomina dei senatori a vita. Tutto verrebbe riportato sotto l’orbita di un esecutivo legittimato direttamente dal popolo e di fatto insindacabile.

Una presidenza della Repubblica formalmente intatta ma sostanzialmente svuotata: ecco la forma gentile di un’egemonia istituzionale. Non è più l’elezione diretta del capo dello Stato, è il suo accerchiamento. E così il Quirinale, nella narrazione meloniana, passa da garante a spettatore.

Coalizione in ordine sparso, ma con un obiettivo comune

Perché tutto questo funzioni, però, serve un parlamento obbediente. La legge elettorale, mai dichiarata apertamente, è il secondo pilastro del progetto. Abbandonare il Rosatellum, fonte di insidie nei collegi meridionali e arma potenziale dell’unità delle opposizioni, e approdare a un sistema che garantisca una maggioranza coesa. Magari premiando chi supera il 40%. Un obiettivo che Meloni può ancora coltivare, soprattutto se riesce a tenere unita la coalizione.

Forza Italia gioca su due tavoli: europeismo rassicurante e ambizioni quirinalizie. Tajani, nome che gira da mesi per il Colle, potrebbe essere la pedina sacrificabile per ottenere in cambio la blindatura del premierato. Alla Lega, invece, interessa tornare protagonista sul piano interno: Salvini al Viminale, magari. Il Quirinale può diventare merce di scambio o pretesto per rompere. Ma a oggi Meloni regge la trama, consapevole che ogni concessione agli alleati serve solo se utile a mantenere il controllo del disegno.

Una strategia che passa per le riforme (e per l’inerzia)

Niente è lasciato al caso. La riforma del premierato, pur rallentata, non è archiviata: il governo la tiene in caldo, pronto a rilanciarla quando i tempi saranno maturi, magari dopo la legge di bilancio. L’autonomia differenziata e la riforma della giustizia completano il quadro: indebolire il Capo dello Stato significa anche limitarne i poteri in seno al Consiglio superiore della magistratura, o influenzare i delegati regionali che compongono l’assemblea chiamata a eleggere il successore di Mattarella. Ogni casella è parte dello stesso scacchiere.

In questo contesto, Meloni non ha bisogno di forzare il futuro: le basta organizzarlo. La riforma elettorale, il premierato e una gestione sapiente degli equilibri interni possono bastare per ritrovarsi nel 2029 con un parlamento plasmato a sua immagine e una maggioranza pronta a indicare un Presidente della Repubblica “non proveniente dalla sinistra”. Come disse lei stessa nel 2022, con un rimpianto che ora suona come promessa.

Un progetto che preoccupa (ma non frena)

Costituzionalisti, politologi, giuristi e associazioni come l’Anpi parlano apertamente di un rischio per la democrazia. Denunciano lo svuotamento del ruolo presidenziale, l’indebolimento del Parlamento, la deriva di un modello che non ha paragoni nelle democrazie occidentali. Il “premierato all’italiana”, senza contrappesi e senza precedenti, è visto come un salto nel buio istituzionale.

Ma il punto è che non si tratta solo di una riforma. È una strategia. E le strategie non si valutano solo per ciò che dicono, ma per ciò che permettono. L’idea di Meloni non è semplicemente riscrivere la Costituzione: è riscrivere il rapporto di forza tra gli organi dello Stato. E garantirsi, nel tempo, il controllo degli snodi decisionali, a partire da quello più alto.

Perché in fondo, dietro ogni grande ambizione, c’è sempre una grande paura: che il potere possa scivolare via quando meno te l’aspetti. E al Quirinale, quella paura prende il nome di un Presidente che non obbedisce. E che, per sette lunghi anni, può ricordarti ogni giorno che la democrazia, quando funziona, non ha padroni.

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