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Caldo, l’Italia insegue: Piano nazionale in ritardo di due anni. Mentre Atene, Parigi e Barcellona hanno già un modello che salva le vite

Quindici milioni e duecentomila euro. Tanto stanzia il decreto-legge 107 del 26 giugno 2026 per sostenere il reddito di chi in Italia lavora sotto il sole, dal 1° luglio al 31 dicembre: 4,9 milioni per edilizia e cave, 10,3 milioni per gli operai agricoli. In fondo al comma c’è la riga che decide tutto, e l’Inps deve applicarla alla lettera, “non accogliendo le domande eccedenti il predetto limite di spesa“.

Esauriti i fondi, la tutela si spegne a metà agosto come una lampadina. L’articolo, non a caso, si intitola “Tutele per la realizzazione di opere infrastrutturali in contesti di emergenza climatica”: il soggetto da proteggere è il cantiere, il corpo di chi ci lavora dentro viene dopo.

Atene ha un algoritmo anti-caldo

Altrove il caldo ha smesso di essere una condizione meteorologica ed è diventato una competenza amministrativa, con un nome, una scrivania e un capitolo di bilancio. Atene ha nominato Eleni Myrivili prima responsabile comunale per il calore nel 2021, e da lì l’hanno chiamata a fare lo stesso mestiere su scala globale per UN-Habitat e la Adrienne Arsht-Rockefeller Foundation. La città ha costruito un algoritmo che incrocia previsioni meteo e mortalità storica e classifica le ondate su tre livelli di pericolo, come si fa con gli uragani: un fenomeno che ha un nome entra nei telegiornali, e ciò che entra nei telegiornali cambia i comportamenti di chi ascolta.

Barcellona conta 400 rifugi anti-caldo

Barcellona ha aperto la sua rete di rifugi climatici nel 2020, con 70 spazi e senza un euro aggiuntivo, riconvertendo quello che già aveva: biblioteche, musei, mercati, piscine. Oggi il Comune ne conta circa 400, tutti ad accesso libero, con una regola scritta sulla temperatura interna – 26 gradi d’estate – e poi sono arrivati i micro-rifugi: farmacie, librerie, negozi di quartiere che offrono una sedia, un bicchiere d’acqua, l’indicazione del rifugio più vicino. L’obiettivo è che entro il 2030 nessun residente stia a più di cinque minuti a piedi da un posto fresco. Cinque minuti, misurati: l’ombra come servizio pubblico, esattamente come l’acqua corrente.

Parigi ha depavimentato i cortili di scuole e asili

Parigi ha scelto i cortili delle scuole, l’unico suolo pubblico disponibile in ogni quartiere di una capitale densa. Dal 2017 ne ha trasformati 203, più cinque asili nido: asfalto rimosso, alberi, punti d’acqua, superfici che assorbono la pioggia invece di respingerla, con il traguardo di 360 cortili entro il 2030.

L’Italia Ha un piano in ritardo di anni…

Un piano nazionale, sulla carta, l’Italia ce l’ha, e non è nemmeno povero di ambizioni. Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici è stato approvato con il decreto 434 del 21 dicembre 2023, dopo sei anni di gestazione: oltre 300 misure su 18 settori, ondate di calore comprese. Il testo fissava 90 giorni per insediare l’Osservatorio nazionale incaricato di attuarlo.

Il decreto istitutivo è stato firmato il 16 dicembre 2025, pubblicato in Gazzetta il 15 gennaio 2026: 726 giorni per un termine di 90. L’Osservatorio si è riunito la prima volta il 24 febbraio 2026, e appena ieri il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente ha comunicato i nomi degli esperti nei cinque gruppi di lavoro, uno dei quali dovrà individuare le fonti di finanziamento. Perché il Piano, dal primo giorno, i soldi propri non li ha mai avuti. Tre estati, dentro quel vuoto.

Il ritardo dello Stato scarica tutto sui sindaci, e i numeri lo dicono con precisione. Secondo l’ultimo rapporto CittàClima di Legambiente, fra il 2015 e il settembre 2025 si sono contati 811 eventi meteorologici estremi in 136 comuni sopra i 50 mila abitanti, dove vive il 31,5% degli italiani. Di quei comuni, solo il 39,7% si è dotato di un piano o di una strategia di adattamento. Sui rifugi climatici il confronto è impietoso proprio dove le amministrazioni hanno fatto meglio: Milano ha censito 116 spazi freschi, Bologna è passata da sedici a 24. A Barcellona sono quattrocento. Ogni città italiana si arrangia con la propria mappa, il proprio nome, il proprio criterio.

Gli alberi sono un capitolo a parte

Sugli alberi la vicenda merita un capitolo a parte. Il Pnrr stanziava 330 milioni per mettere a dimora 6,6 milioni di alberi nelle 14 città metropolitane. Nella revisione approvata dall’Ecofin l’8 dicembre 2023 la dotazione è scesa a 210 milioni, e il traguardo è diventato 4,5 milioni di “materiali forestali di moltiplicazione”: un seme, contabilmente, vale un albero. Ad aprile 2026 il ministero dell’Ambiente ha annunciato oltre 4,6 milioni di unità messe a dimora, “superando con margine la soglia prevista”. Un obiettivo abbassato di un terzo e riscritto nella definizione: si vince facile, quando si sposta la porta.

Il ministero della Salute ha aggiornato a luglio le linee di indirizzo sulle ondate di calore, ferme al 2019, recependo le indicazioni dell’Oms. È un buon documento, e vale per le 34 città incluse nel progetto. Gli altri settemilaottocentosessanta comuni leggono i bollettini e sperano.

La verità è che adattarsi costa poco e rende invisibile chi lo fa: nessun taglio del nastro, nessuna prima pietra, solo gente che d’estate non muore. Mentre Atene classifica le ondate come uragani, Barcellona misura la distanza dall’ombra in minuti e Parigi conta i cortili scolastici trasformati, in Italia la copertura per chi lavora sotto il sole vale 15,2 milioni fino a dicembre. E quando saranno finiti, l’Inps ha l’ordine scritto di dire di no.

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Ora nel mirino ci sono gli sfollati

Gli abitanti del campo profughi di Qalandiya, fra Gerusalemme est e Ramallah, hanno saputo dell’operazione da un sms e da un volantino. Prima dell’alba del 5 agosto sono arrivati i blindati, entrati anche, riferisce il Governatorato di Gerusalemme, da varchi aperti nel muro di separazione, e poi la preghiera impedita in tutte le moschee del campo, la sede del Comitato popolare perquisita, un cronista aggredito, un uomo investito da un veicolo militare. Otto feriti in ospedale, dice la Mezzaluna Rossa palestinese. Almeno venti arresti, riferisce all’Afp Mohammad Aslan, portavoce del comitato del campo.

Il Cogat, l’organismo militare israeliano che governa i territori occupati, ha annunciato in arabo su Facebook “un’operazione su larga scala” contro “elementi terroristici, infrastrutture terroristiche”. Il campo, si legge, non diventerà “un rifugio sicuro per terroristi e criminali, come non lo permettiamo negli altri campi della Giudea e Samaria”, cioè in Cisgiordania.

Una settimana prima, il 28 luglio, il ministro della Difesa Israel Katz aveva ordinato all’esercito di prepararsi a prendere un campo profughi e a espellerne i residenti, sul modello di Jenin, Tulkarem e Nur Shams. Da quei tre campi, riferisce l’Unrwa, oltre 33.000 persone sono fuori casa dal gennaio 2025. Ocha la chiama la più lunga e vasta crisi di sfollamento in Cisgiordania dal 1967.

A ridosso di Qalandiya c’è l’ex aeroporto di Atarot, dove dal 2023 avanza un piano israeliano per novemila alloggi di colonia. Gli abitanti temono uno sgombero che prepari il cantiere, e da parte israeliana non è arrivata parola ufficiale. A Roma, intanto, la relazione annuale del Copasir trasmessa al Parlamento il 5 agosto archivia la questione palestinese come “un potente catalizzatore dell’attivismo antagonista”.

L’ordine di prendere un campo e di svuotarlo è scritto dal 28 luglio. Il nome del campo ancora manca.

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Camere in ferie, dopo aver sbrigato le priorità della maggioranza: da Delmastro al riarmo. Quelle del Paese invece possono attendere

Si capisce che cosa conta davvero per una maggioranza guardando l’ultimo giorno prima delle ferie. Che per inciso, per le Camere, iniziano domani (e si protrarranno fino al 9 settembre): si porta a casa quello che premeva, e tutto il resto si lascia sul tavolo fino alla ripresa dei lavori.

Le priorità prima delle ferie

Ma che cosa premeva Mercoledì 5 agosto, aula della Camera. Prima il diniego alla Procura di Roma sulle chat tra Andrea Delmastro Delle Vedove, deputato di Fratelli d’Italia, e Mauro Caroccia, il ristoratore romano condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni perché ritenuto prestanome del clan Senese: 206 sì e 133 no, a scrutinio segreto.

Poi la fiducia sul decreto giustizia e immigrazione, 191 sì. Quindi la risoluzione sulla clausola di salvaguardia (per riarmo ed energia), 181 sì. Tre voti in un pomeriggio: uno per coprire un deputato, uno per blindare un decreto, uno per chiedere all’Europa di spendere di più fuori sforando i parametri Ue.

Al Senato, il presidente Ignazio La Russa ha congedato l’aula così: «Credo che vi meritiate tutti indistintamente un po’ di vacanza perché nel bene e nel male abbiamo faticato».

Legge elettorale

Intanto lo Stabilicum riposa in commissione Affari costituzionali del Senato. Approvato alla Camera il 16 luglio con 217 sì, promette settanta seggi in più a Montecitorio e trentacinque a Palazzo Madama a chi supera il 42 per cento, con le liste bloccate.

L’emendamento sulle preferenze è caduto per un voto solo, ma c’è un’intesa almeno sulla carta per riproporlo in altra formulazione. Si riprende a settembre, e il tempo lo troveranno.

Poi c’è il Paese. Il ministero della Salute ha messo il livello 3 su tutte e ventisette le città che sorveglia, e quest’anno non era mai successo. Livello 3 vuol dire emergenza anche per le persone sane e attive, non soltanto per gli anziani e i bambini. Eppure per chi lavora sotto la canicola una soglia nazionale non esiste: ci sono le ordinanze delle Regioni e i messaggi dell’Inps sulla cassa integrazione. Insomma, lo Stato ha appaltato il termometro ai governatori. Anzi, ai governatori e a un modulo.

Benzina… sul fuoco

Nelle carceri il termometro lo conosciamo bene. Antigone ha diffuso il rapporto di metà anno proprio il 5 agosto, mentre i banchi si svuotavano: 64.741 persone detenute per 46.343 posti davvero disponibili, affollamento reale al 139,7 per cento, 38 suicidi nei primi sette mesi dell’anno, e celle che secondo Antigone superano i 40 gradi. E la benzina La benzina si paga e basta.

Il taglio di 17 centesimi vale solo sul gasolio, è costato ben 125 milioni per dieci giorni, e il 4 agosto il Consiglio dei ministri l’ha prorogato fino al 25 con l’ennesimo decreto. Quel giorno il gasolio stava a 2,100 euro al litro e la benzina a 1,999. Il giorno dopo, in aula, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti spiegava che dalla flessibilità europea sull’energia restano fuori proprio le accise e i sussidi, mentre per la difesa si farà uno scostamento di bilancio allo 0,9 per cento (circa 20 miliardi, senza contre i 14,9 che ballano dal fondo Safe).

Per le armi una percentuale del Pil, per il pieno una proroga di venti giorni. E i salari, già che ci siamo: secondo l’Ocse a inizio 2026 le retribuzioni reali italiane stavano ancora sotto del 6,1 per cento rispetto al 2021.

A Camere spente

Del resto le Camere servono sempre meno. In questa legislatura sono stati emanati 137 decreti legge, quasi tre al mese, e delle 354 leggi approvate 264 le ha scritte il governo: il 74,58 per cento. Sei decreti restano in conversione con le aule chiuse, e quello sui prezzi petroliferi, nato il 4 agosto, un disegno di legge di conversione non ce l’ha ancora. Il conto dei sessanta giorni corre lo stesso.

A settembre arriveranno tutti insieme, impacchettati con la fiducia, e i deputati alzeranno la mano su testi che non hanno scritto: alla Camera le assenze viaggiano già al 33,5 per cento. Il Senato riaprirà per qualche minuto, alle tredici, il tempo di annunciare che è arrivato un altro decreto del governo, e poi spegnerà le luci fino al 9 settembre. Trentaquattro giorni, secondo i calcoli di Pagella Politica.

Il caldo non ne fa nemmeno uno, le prigioni sovraffollate neppure, il serbatoio si svuota anche a Ferragosto: chiude soltanto il posto in cui di tutto questo si sarebbe potuto discutere, e chi ci lavora se l’è pure meritato, dice. Punto e a capo.

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Le chat in cassaforte e Borsellino nei comizi

206 sì e 133 no, a scrutinio segreto: la Camera ha negato ai pm di Roma le chat fra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, per gli inquirenti il prestanome del clan Senese in un’indagine per riciclaggio e intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa. E le hanno negate senza leggerle, perché il cd spedito dai magistrati stava sotto chiave e la giunta, 7 a 6, aveva deciso il giorno prima che nessuno…

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La bozza di pace stracciata in 24 ore

«Ci hanno inviato una bozza, non eravamo d’accordo. Non era la nostra bozza.» Benjamin Netanyahu lo ha detto in un video del 4 agosto, e il testo che disconosce è quello statunitense sul disarmo di Hamas, annunciato da Donald Trump come sblocco della tregua di ottobre. Le forze israeliane resteranno sulle linee attuali finché il disarmo non sarà completo, ha aggiunto. Quelle linee coprono circa il 60 per cento della Striscia, secondo l’Associated Press.

Il giorno prima Nikolay Mladenov, alto rappresentante per Gaza del Board of Peace, gli aveva chiesto di fermare i raid, secondo due persone informate citate dall’agenzia. La risposta è arrivata in ventiquattro ore, ed è una condizione sospensiva: prima le armi, poi il ritiro. Dal cessate il fuoco di ottobre l’agenzia conta 1.252 palestinesi uccisi, dato del ministero della Salute di Gaza, e cinque soldati israeliani caduti.

Il 19 luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che Israele deve porre fine alla propria presenza illegale nei Territori palestinesi occupati “il più rapidamente possibile”. Nel parere quell’obbligo arriva senza condizioni. Nel video del 4 agosto ne ha una, e la deve soddisfare qualcun altro.

Nelle stesse ore la Farnesina diffondeva la nota del colloquio fra Antonio Tajani e Hakan Fidan. Il ministro italiano “ha sottolineato come sia ora essenziale che entrambe le parti approvino formalmente il percorso concordato”, compreso il dispiegamento della forza internazionale di stabilizzazione “a seguito del ritiro israeliano”. La nota indica poi il ruolo di Ankara “nell’incoraggiare Hamas a rispettare gli impegni”.

Entrambe le parti, scrive la Farnesina. Poi il documento ne incoraggia una sola, e non è quella che ha appena disconosciuto la bozza.

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Europa in fiamme, nel 2025 un incendio su tre è divampato in Italia: nel nostro paese 94mila ettari di territorio in fumo

Un incendio europeo su tre, nel 2025, è divampato in Italia. Nel continente i roghi censiti sono stati 4.730 per 904.900 ettari percorsi. Quelli italiani ne hanno bruciati 94.456, il 10,4% della superficie europea andata in fumo. Il conto è di Openpolis, sui dati Effis-Miir per la rete Edjnet, uscito martedì. Il 99,2% degli incendi italiani è rimasto sotto i mille ettari, fuochi piccoli e ripetuti, e la Coldiretti stima fino al 60% la quota di origine dolosa.

In Italia un incendio Ue su tre

La mappa è precisa: il 53,5% della superficie percorsa dal fuoco in Italia nel 2025 ricadeva in Sicilia, con Agrigento a 18.610 ettari e Caltanissetta a 11.392. Il 39,3% dell’area bruciata, 37.082 ettari, era terreno agricolo, e il 28% stava dentro un sito Natura2000. Sull’intero decennio 2015-2025 l’Italia guida la classifica continentale con oltre 259mila ettari, un primato che qui nessuno rivendica e nessuno discute.

A Parigi è una legge, qui una raccomandazione

La Francia ha risposto con un testo di legge. La loi 2023-580 del 10 luglio 2023, otto titoli e 69 articoli, impone una strategia nazionale e irrigidisce gli obblighi di decespugliamento attorno alle case. Dal 2025 chi vende o affitta un immobile in zona esposta deve informarne acquirenti e inquilini. E il 7 febbraio 2024 l’Assemblée nationale ha aperto una missione parlamentare di controllo sull’attuazione.

Laggiù il sistema arranca lo stesso: il decreto di annullamento del 21 febbraio 2024 ha tolto 52,8 milioni alla sicurezza civile e ha fatto saltare l’ordine di due Canadair. Il Sénat, sul bilancio 2026, iscrive 994,9 milioni di impegni e 209 milioni per due velivoli attesi verso il 2033. Solo che quel fallimento ha un numero di pagina, un relatore e un voto. In Spagna il 23 luglio il ministero dell’Interno ha dichiarato l’emergenza di interesse nazionale per Madrid e la provincia di Ávila, e il patto di Stato sul clima proposto da Pedro Sánchez a settembre 2025 resta il terreno dello scontro con il Partito popolare. Materia parlamentare, insomma.

Il catasto che nessuno aggiorna

Lo strumento italiano esiste dal 2000. L’articolo 10 della legge 353 obbliga ogni Comune a censire le aree percorse dal fuoco e a inchiodarle per quindici anni alla destinazione precedente, dieci senza edificabilità. Il decreto legge 120/2021, convertito nella legge 155 dell’8 novembre 2021, ha ampliato le sanzioni per gli enti inadempienti. E ha consegnato alle Regioni il potere sostitutivo, fino al commissario ad acta: è la sola norma che toglie profitto a chi appicca.

Poi c’è l’applicazione. Il Piano regionale antincendi 2026 della Calabria, approvato il 22 aprile con delibera 185, lo scrive proprio lì, a pagina 117: “Ad oggi, solo 67 comuni suddivisi nelle 5 province possiede un catasto incendi aggiornato”. I comuni calabresi sono 404. Nella nota che presentava il piano l’assessore regionale all’Agricoltura garantiva che “gli incendi si combattono prima che inizino”. Tre mesi dopo il versante calabrese del Pollino ha perso circa 900 ettari, seicento nel solo comune di Morano Calabro.

Lo Stato, intanto, ha scelto il codice penale: l’articolo 423-bis punisce l’incendio boschivo doloso con la reclusione da sei a dieci anni, minimo alzato da quattro nel 2023. Sulla prevenzione, l’8 giugno il ministero per la Protezione civile ha diffuso alle Regioni un documento di raccomandazioni. Campagna dal 15 giugno al 15 ottobre, flotta di Stato a 15 Canadair e 4 elicotteri nel periodo di massima attenzione, fra il 1° luglio e il 5 settembre. Raccomandazioni, appunto.

Il calendario, del resto, ha smesso di reggere. Legambiente ha contato 469 roghi e 9.545 ettari fra il 1° gennaio e il 15 giugno 2026, il 36,3% in più dell’anno prima, prima ancora che la campagna aprisse. Sabato due Canadair italiani sono decollati da Ciampino verso la Spagna, dove il fuoco è ormai una voce di bilancio. È l’unica esportazione che ci riesce bene.

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Convoca l’Europa contro Sánchez, torna con le condoglianze

Chi apparecchia un processo europeo dovrebbe prima assicurarsi di non finirci lui, sul banco degli imputati. Giorgia Meloni aveva alzato la voce contro Pedro Sánchez: Schengen sospesa con la Spagna, lettera scritta con Mette Frederiksen e firmata da 22 capi di governo, “non arretreremo di un millimetro”. Martedì i ministri dell’Interno dei 27 si sono collegati e hanno prodotto una cosa sola…

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Scavare 136 ore a mani nude, con 40 bambini sotto le macerie

Centotrentasei ore di scavo, per lo più a mani nude, per centododici corpi. È il conto della Protezione civile di Gaza per l’operazione chiusa sabato 1° agosto a Sabra, quartiere a sud di Gaza City: quaranta bambini, sette persone con disabilità. Sotto le stesse macerie restano centocinquantasette persone che le squadre non hanno raggiunto, dice il colonnello Mohammed Abu Dan. Secondo l’Associated Press erano parte degli oltre trecento uccisi il 22 novembre 2023, quando l’aviazione israeliana rase al suolo l’isolato. Il funerale collettivo era fissato per martedì 4 agosto.

A mani nude è una descrizione tecnica. L’Ufficio Onu per gli affari umanitari ha registrato il 1 maggio il crollo della rimozione dei detriti, da venticinquemila a cinquemila tonnellate al giorno, per macchinari fermi e ricambi bloccati all’ingresso. Il Comitato internazionale della Croce Rossa ha detto al Guardian che le richieste di far entrare escavatori sono state respinte. Chi ha prodotto le macerie tiene la chiave dei mezzi che potrebbero sollevarle.

Martedì il Board of Peace ha messo per iscritto che “il ritiro delle Forze di difesa israeliane oltre la Linea gialla avverrà solo al termine del disarmo”, e le macerie di Sabra restano così dentro un’area sotto controllo militare per un tempo che nessuno ha fissato.

L’Italia ha un inviato speciale per la ricostruzione di Gaza, l’ambasciatore Bruno Archi, e un piano nazionale su sanità, istruzione e sicurezza alimentare. La prima operazione di ricostruzione possibile si fa con le mani.

«Per più di due anni e mezzo migliaia di famiglie a Gaza hanno vissuto nel dolore e nell’incertezza», dice Amani Al Naouq, portavoce della Croce Rossa nella Striscia. Nel gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha ordinato a Israele di prevenire atti di genocidio. Due anni dopo, restituire un corpo alla sua famiglia dipende da un permesso di transito per un escavatore.

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“Al di là della provenienza”, scrive il sindaco

Ventitré città su ventisette in bollino rosso, domenica. Livello 3, che il ministero della Salute dà come pericoloso anche per chi è sano e allenato. Nei campi di Stagno Lombardo, intanto, un ragazzo di 19 anni raccoglieva pomodori piegato in due, ed è morto in serata all’ospedale di Cremona. Assunto regolarmente, come i colleghi. A ventiquattro ore le cronache lo chiamano ancora così…

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Roma capitale di pace, con vista dal Board of Peace

Dietro il padiglione ambulatoriale dell’ospedale dei Martiri di Al Aqsa, a Deir al Balah, c’era il magazzino dei farmaci del reparto di nefrologia. Prima dell’alba del 1 agosto un attacco aereo israeliano lo ha raso al suolo. Munir al Bursh, direttore generale del ministero della Salute di Gaza, ha riferito ad Anadolu che il colpo è arrivato dopo preavviso. Due depositi su quattro distrutti del tutto, gli altri due danneggiati, le tende degli sfollati accanto in fiamme.

Al Bursh ha dato le proporzioni del resto: 51 per cento di carenza sui farmaci essenziali, 59 sui materiali di consumo, 22,5 per cento delle apparecchiature di laboratorio ferme. L’esercito israeliano ha detto ore dopo di aver colpito un nascondiglio di Hamas vicino all’ospedale. Già nell’ottobre 2024 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite parlava di una politica concertata di distruzione del sistema sanitario di Gaza e di crimine contro l’umanità di sterminio.

Il 2 agosto Nickolay Mladenov, inviato del Board of Peace, ha scritto su X che gli attacchi degli ultimi due giorni «hanno ucciso civili e distrutto forniture mediche da cui la popolazione dipende». È l’organismo nato dal piano di Donald Trump a mettere agli atti la violazione, tre giorni dopo l’annuncio dell’accordo sul disarmo. Nelle stesse ore Eli Cohen, ministro dell’Energia e membro del gabinetto di sicurezza, diceva a Radio Idf che nessun accordo per fermare gli attacchi esiste e che in gabinetto non se ne discute da 72 ore. Dal cessate il fuoco i morti sono 1.230, secondo fonti mediche citate da Wafa.

Oggi la Farnesina ospita il round negoziale fra Israele e Libano. Antonio Tajani ha chiamato Roma «capitale di pace» e ha precisato a Repubblica che nel Board of Peace l’Italia è «solo osservatore». Osserva un organismo il cui inviato deplora ciò che il governo italiano evita di nominare. A Deir al Balah il preavviso è arrivato puntuale. Dentro c’erano le medicine.

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