Vai al contenuto

Scampagnate atlantiche

Da due giorni c’è un nutrito mazzo di politici e giornalisti che si spremono per trovare risultati politici nella sequela di scampagnate del triangolo Meloni-Trump-Vance sull’asse Roma-Washington. La scena, osservata con la giusta distanza, è piuttosto messinscena, un melodramma fatto di pranzi, buffet, visite guidate, sorrisi larghissimi, messe in posa, complimenti da sit-com e nazionalpopulismo che sembra uscito dagli anni Ottanta.

Ieri Trump ha descritto Meloni come fantastica, Vance s’è detto emozionato di essere a Roma nei giorni di Pasqua perché ci tiene ai cristiani (americani, ha aggiunto). Sappiamo che Meloni, al contrario di Renzi, parla bene l’inglese. Abbiamo scoperto che l’accoglienza, sia a Roma che a Washington, è stata “a 5 stelle”. Abbiamo tutti i particolari dell’amichettismo rigoglioso tra la presidente italiana e presidente e vicepresidente Usa.

Se invece dovessimo incaponirci per sapere dei risultati politici concreti, quelli reali che incidono sulle vite dei cittadini e delle aziende azzoppate dalla psichedelia geopolitica e commerciale di Trump, possiamo fare affidamento su due sole fonti. La prima è la risposta di Trump a una giornalista che gli chiedeva se Meloni l’avesse spinto a rivedere la sua politica dei dazi: “No”, ha detto il presidente americano. E questo è tutto quello che c’è da dire sull’autorevolezza nella mediazione della nostra premier.

La seconda fonte è uno scarno comunicato congiunto diffuso dalla Casa Bianca. Lì si legge che, sulla Difesa, Meloni e Trump sono d’accordo nel negare un progetto europeo, preferendo spingere il riarmo sparso per comprarsi armi americane. Sulla tecnologia, Meloni è d’accordo con Trump nel boicottare la possibilità che l’Ue tassi le big tech americane per reagire ai dazi. Sull’energia, Meloni è d’accordo con Trump nell’aumentare la dipendenza europea nei confronti degli Stati Uniti. Sono d’accordo anche su un’Europa che dipenda, per la tecnologia dello spazio, da Musk.

Non ha torto Donald: Meloni con lui è stata fantastica. Sovranista in patria e vassalla in trasferta. Lui, i leader europei, li vorrebbe tutti così.

L’articolo Scampagnate atlantiche sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il governo arruola pure le pensioni, la trovata per centrare il 2% del Pil

Si ripete da mesi, come se fosse già legge, come se fosse scontato. Il 2% del Pil da destinare alle spese militari è diventato il feticcio della politica italiana, il metro di misura della fedeltà atlantica, il lasciapassare per sedersi ai tavoli che contano. Eppure, dietro la formula, non c’è alcun vincolo giuridico, nessuna ratifica parlamentare, nessuna necessità strategica dimostrata. Solo una promessa non vincolante, trasformata in comandamento contabile da chi ha scelto di blindare le armi e lasciare il resto scoperto.

Secondo l’Osservatorio Mil€x, la spesa militare “diretta” prevista per il 2025 ammonta a poco più di 32 miliardi di euro, pari all’1,42% del Pil stimato. Una cifra inferiore a quella dichiarata dal governo, che la colloca all’1,57% includendo voci esterne al perimetro della difesa pura: fondi del Mimit per gli armamenti, spese del Mef per le missioni all’estero, pensioni Inps ai militari in congedo e una parte dei Carabinieri. Così il totale sale a 35,4 miliardi. Ma per raggiungere davvero il fatidico 2% servirebbero almeno 45,1 miliardi. Mancano quasi dieci miliardi, e il problema non è solo contabile.

Le voci camuffate della guerra

Per colmare il divario si stanno allargando i confini di cosa viene definito “spesa militare”. Il governo tenta di far rientrare nel calcolo corpi che per la Nato non rispondono ai criteri minimi di definizione: Guardia di Finanza (quasi un miliardo), Guardia Costiera (oltre tre miliardi), Carabinieri (oltre sette miliardi). Tutti costi che, se sommati, aiuterebbero a raggiungere l’obiettivo, ma che difficilmente passeranno al vaglio dell’Alleanza. Le linee guida Nato parlano chiaro: solo le forze addestrate secondo criteri militari, sotto comando diretto e impiegabili in operazioni fuori dai confini nazionali possono essere incluse.

Attualmente l’Italia riesce a conteggiare una parte dei Carabinieri, pari a 8.600 unità “deployable”, che valgono 543 milioni. Per Guardia Costiera e Guardia di Finanza, ogni tentativo di inclusione è stato finora respinto. Eppure si insiste. Il trucco somiglia a quello dei carri armati spostati da una parte all’altra nei piazzali per gonfiare l’inventario. Si sposta la spesa da una colonna all’altra del bilancio, la si moltiplica con una riga di Excel, la si presenta in sede internazionale come prova di allineamento. Ma resta un’illusione.

Quando la fedeltà costa più della verità

Nel 2024 la differenza tra i dati Mil€x e quelli “in chiave Nato” dichiarati dal ministero della Difesa era di 3,8 miliardi. I ricalcoli OCSE e SIPRI mostrano scostamenti costanti: rispettivamente 200 e 600 milioni in più rispetto alle stime dell’osservatorio. Il trend è chiaro: i numeri vengono forzati verso l’alto, anche a costo di forzare la realtà. La spesa militare diventa l’unica voce blindata in un bilancio pubblico fatto di tagli, rinunce, revisioni al ribasso.

Il riarmo è già in corso: 73 miliardi impegnati in programmi attivi. E intanto si alzano le soglie. Gli Stati Uniti chiedono il 3,5%, qualcuno ipotizza il 5%. Il 2% serve più a placare Washington che a rispondere a un bisogno reale del Paese. Nessuna analisi tecnica ha mai giustificato quella cifra. Il parametro lega la spesa pubblica a un dato instabile come il Pil, fluttuante, indefinito, gonfiato dalla ricchezza privata. Un esercizio ideologico travestito da necessità contabile.

Ogni euro arruolato nella difesa senza confronto pubblico è un euro sottratto alla politica. Ogni cifra manipolata per esibire lealtà è un passo più vicino alla sottomissione. In un contesto in cui la spesa militare si impone senza dibattito, la sola cosa da difendere è il diritto a fare domande. E il primo bersaglio, ancora una volta, è la trasparenza.

L’articolo Il governo arruola pure le pensioni, la trovata per centrare il 2% del Pil sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il paradosso italiano sui redditi, si dichiara di più e si guadagna meno

In Italia si dichiara di più, ma si guadagna di meno. È il paradosso che emerge dall’analisi di Lorenzo Ruffino pubblicata da Pagella Politica basata sui nuovi dati del Ministero dell’Economia e delle Finanze, diffusi 16 aprile e relativi ai guadagni del 2023. In termini nominali, i redditi medi lordi sono cresciuti del 5% rispetto all’anno precedente, arrivando a 23.950 euro. Ma se si tiene conto dell’inflazione, il reddito reale scende: 90 euro in meno rispetto al 2022. La fotografia è nitida: da quindici anni il reddito medio italiano è inchiodato, schiacciato dall’aumento dei prezzi e da una crescita economica che non riesce a scalfire le disuguaglianze strutturali.

l dato più brutale è che il 64% dei contribuenti vive con meno di 900 euro al mese netti. Non è una minoranza marginale: è la maggioranza. E mentre la base si allarga verso il basso, l’1,7% più ricco continua a sostenere quasi un quarto dell’intera IRPEF. Il sistema è progressivo, ma la progressività ha un tetto: chi guadagna poco paga comunque, ma non riceve servizi all’altezza di quel sacrificio. La redistribuzione promessa si scontra con un welfare logoro, frammentato, troppo spesso progettato per non funzionare.

Una geografia della disuguaglianza

I divari sono ovunque. I lavoratori autonomi dichiarano in media 75.710 euro, ma è una stima che non tiene conto dell’evasione: è lo stesso ministero a dirlo. I dipendenti restano fermi a 25.110 euro, con una perdita reale del potere d’acquisto. È il dato più eloquente di un mercato del lavoro che scarica l’instabilità sulle spalle di chi ha meno strumenti per difendersi. I pensionati, invece, dichiarano 23.730 euro e sono tra i pochi ad aver registrato un aumento del reddito reale. Segno che l’unico scudo contro l’inflazione, oggi, è la rendita, non il lavoro.

La frattura generazionale è profonda: i giovani tra i 15 e i 24 anni dichiarano 7.980 euro, una soglia che somiglia più a una paghetta che a un reddito. Anche qui, non c’è solo precarietà, ma la normalizzazione della precarietà. Il picco si raggiunge tra i 45 e i 64 anni, oltre i 28.000 euro, per poi ridiscendere. È un ciclo che non si rinnova, una curva che non si sposta. La retorica del talento si frantuma contro una realtà dove si entra tardi nel mercato del lavoro, si guadagna poco e si invecchia poveri.

Il divario di genere resta imbarazzante: quasi 9.000 euro in meno per le donne, ferme a 19.410 euro medi contro i 28.080 degli uomini. A nulla servono i discorsi sulle pari opportunità se la realtà retributiva resta questa: le donne lavorano di più, guadagnano meno e reggono ancora il peso delle fragilità sociali, spesso invisibili. In un Paese dove il part-time femminile è spesso imposto più che scelto, la diseguaglianza salariale è solo la punta del problema.

Nord e Sud, due mondi separati

Poi c’è l’Italia a due velocità, anzi a due geografie. Nel Nord-Ovest si dichiarano 26.950 euro, nel Mezzogiorno appena 19.570. Milano è l’unica provincia sopra i 30.000 euro, con Portofino che gioca in un campionato a parte (94.500 euro per 277 contribuenti), mentre Crotone si ferma a 17.040. Non sono differenze: sono dislivelli strutturali, scelte politiche sedimentate, investimenti mai fatti, infrastrutture mai arrivate. Sono la mappa precisa della diseguaglianza spaziale, quella che non si può correggere con qualche bonus una tantum.

La radiografia dei redditi non racconta solo quanto guadagniamo. Racconta come siamo stati governati. Racconta chi è stato lasciato indietro e chi è stato protetto. Racconta perché certe zone non riescono a ripartire e perché in alcune famiglie il reddito è diventato un concetto teorico. Racconta l’illusione del merito in un Paese dove la mobilità sociale si è fermata e l’ascensore è rotto da anni.

L’articolo Il paradosso italiano sui redditi, si dichiara di più e si guadagna meno sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cimitero Mediterraneo: dieci anni dopo quel barcone è ancora qui

A dieci anni dal peggior naufragio nel Mediterraneo, l’Italia si ricorda delle sue vittime come si onorano i morti di una guerra dimenticata: senza conoscerne i nomi, senza sapere dove siano finiti i corpi, senza assumersi fino in fondo la responsabilità delle circostanze che hanno reso possibile la tragedia. Il 18 aprile 2015, un peschereccio con a bordo almeno 900 persone si è capovolto al largo della Libia mentre tentava di avvicinarsi a un mercantile, il King Jacob. Ventotto superstiti. Un numero incalcolabile di dispersi. Una bara comune senza croce, sotto forma di mare.

Dopo la fine dell’operazione Mare Nostrum, sostituita con Triton, l’Europa aveva scelto di investire meno nella ricerca e soccorso e più nel controllo delle frontiere. La distanza tra la costa libica e la prima nave in grado di salvare fu allungata per decreto. Quella notte, il soccorso arrivò tardi, male e con una dinamica ancora oggi oggetto di sospetti e omissioni.

Un’identificazione lasciata al volontariato

Nel 2015 ci dissero che nulla sarebbe stato più come prima. L’allora governo Renzi decise almeno di recuperare il relitto, portarlo a galla, dare un segno. Il barcone fu sistemato a Melilli, in un ex pontile Nato, e affidato agli antropologi forensi del Labanof di Milano. Cristina Cattaneo e il suo team iniziarono a raccogliere indizi, analizzare corpi, estrarre profili genetici. A oggi, hanno restituito un nome a 33 persone. Gli altri restano numeri, accompagnati da etichette: KR70M6, “etnia africana, deceduto causa fenomeno migratorio”, “collana con due cuori”, “banconota da 100 dollari”, “pagella cucita nella tasca”.

Il lavoro è proseguito pro bono. Nessun fondo stanziato, nessuna procedura sistematica. Solo una solidarietà spontanea e clandestina, fatta di ricercatori che si danno il cambio, università che raschiano i fondi di bilancio, e madri che dall’altra parte del mare aspettano ancora una telefonata che non arriverà.

L’Europa che non ha voluto sapere

Nel frattempo, altre migliaia di persone sono affogate nello stesso tratto di mare. Dal 2015 al 2021, più di 18.000 vite spezzate nel Mediterraneo centrale, la rotta più letale al mondo secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni. Il 2016 fu l’anno nero, con oltre 5.000 morti. L’anno in cui, invece di rafforzare il soccorso, si decise di colpire le Ong che lo praticavano.

Il relitto che doveva diventare un monumento è oggi un relitto e basta. Ruggine, silenzio, abbandono. Nessuna lapide, nessuna memoria ufficiale. La nostra civiltà non ha trovato il modo di dare un nome ai morti, e neppure un posto nei libri. Sono scomparsi nel mare e poi anche nel linguaggio, nella narrazione. Nessuno ha chiesto loro chi fossero prima di affondare. Nessuno ha provato davvero a restituirli ai vivi.

Nel 2025, il Comitato 3 ottobre, Labanof e Asgi hanno presentato a Bruxelles una proposta per istituire un database europeo delle persone migranti scomparse. Chiedono regole comuni, supporto alle famiglie, sepolture tracciabili. È una proposta minima, che riconosce il diritto all’identificazione. Un diritto elementare, che da noi ancora manca. È il certificato di morte che serve a chi resta. È il filo che tiene insieme le storie, anche quando finiscono nel fango.

Dicono che non possiamo fare di più. È falso. Sappiamo come si fa. Lo abbiamo fatto per pochi, a fatica. Possiamo farlo per tutti. Basterebbe scegliere. Come si sceglie di voltarsi dall’altra parte, si può anche scegliere di guardare.

Perché quel barcone, a dieci anni di distanza, è ancora qui. Non nel ferro contorto lasciato ad arrugginire, ma in quello che non siamo riusciti a cambiare. E che ci somiglia.

L’articolo Cimitero Mediterraneo: dieci anni dopo quel barcone è ancora qui sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La bugia del riarmo utile, smontata in due righe. Dall’Ufficio parlamentare di bilancio

Accade spesso così. Mentre dalla cucina arriva il profumo delle armi, in salotto si avvicendano esperti veri e presunti che decantano il riarmo come portata principale della salute pubblica. A sentire le voci degli appassionati bellicisti, pare che le bombe siano un toccasana per chi le compra e per chi le produce. Peccato solo per quei fastidiosi effetti collaterali di chi le riceve sulla testa.

Da mesi, chi si permette di contestare che le armi siano le proteine del rilancio economico italiano viene immediatamente rinchiuso nell’armadio dei pacifinti, stirpe di traditori della Patria che anelano di essere invasi ancora.

Ieri, l’Ufficio parlamentare di bilancio – che di mestiere guarda dentro i numeri – ha spiegato che “un aumento delle spese per la difesa e relativo scostamento […] causerebbero un aumento del debito di 0,7 punti percentuali fino al 137,3% nel 2028 […] con un peggioramento della dinamica negli anni successivi e debito/Pil in salita dopo il 2031”. Non solo. “L’attivazione della clausola di salvaguardia concessa dall’Ue per il rafforzamento del settore della difesa potrebbe determinare un ritardo nell’uscita dell’Italia dalla procedura per deficit eccessivi”.

Insomma, la spesa militare è regressiva, giova solo alle tasche degli armaioli e alla libido dei prepotenti.

Anche il moltiplicatore delle spese per la difesa è basso. Per il ministro Crosetto i benefici si moltiplicherebbero per 3; per l’Ufficio parlamentare di bilancio non si raggiunge nemmeno l’1, ovvero si perde. Riarmarsi quindi non è solo il viatico dell’ammazzamento più comodo, ma è anche un pessimo affare. Con buona pace – pace – degli esperti da salotto, quelli che in guerra ci mandano sempre i figli degli altri.

Buon venerdì.

FotoGov

L’articolo proviene da Left.it qui

Dal Pd alla corsa a destra, via Renzi e Calenda

Le biografie politiche non mentono. A volte basta leggerle al contrario per capire dove si voleva arrivare fin dall’inizio. Giuseppe Luigi Cucca, oggi candidato sindaco del centrodestra a Nuoro, ha solo completato il giro. È stato Pd, poi Italia Viva, ora Azione. Infine, il posto che sembrava già scritto: la candidatura unitaria del centrodestra sardo, benedetta da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Psd’Az e Riformatori. Il salto è rivelatore.

Cucca è l’esempio ambulante di una transumanza che ha cambiato pelle senza cambiare direzione. Quando da segretario regionale del Pd passò a Renzi, fu salutato come “riformista pragmatico”. Poi in Italia Viva, con il consueto trucco dell’“oltre la destra e la sinistra”, trovò parcheggio e visibilità. Infine approdò in Azione, dove è oggi segretario regionale, e dove l’equivoco è finito da tempo: Azione è ormai, nei territori come nei palazzi romani, l’ala educata della destra. Quella che si vergogna di dirlo, ma poi s’innamora ogni volta.

Azione e Calenda quando arrivano le elezioni, mostrano i loro amorevoli sensi al centrodestra con zelo e disciplina. Con Azione e Italia Viva il centrodestra ha una riserva naturale di candidati pronti, senza doverli neanche formare.

La parabola di Cucca dice molto più del suo destino personale: racconta l’identità (o l’assenza di identità) di chi è passato e passa ancora dal Pd. Non si diventa candidati della destra per caso, ci si arriva dopo una lunga coerenza. E ogni volta che qualcuno invoca un “campo largo” allargato anche a questi personaggi, farebbe bene a ricordare dove hanno scelto di stare quando le carte si scoprono. In fondo Cucca non è un’eccezione: è il paradigma.

L’articolo Dal Pd alla corsa a destra, via Renzi e Calenda sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Cronaca di un viaggio a vuoto

C’è una foto ufficiale dell’incontro tra Giorgia Meloni e Donald Trump in cui la presidente del Consiglio sembra appesa alla spalla del presidente Usa con uno sguardo sognante. Trump guarda dritto, pensoso.

Ripensando alle sue prime settimane di mandato, si potrebbe ipotizzare che stia valutando quale paese invadere alla prossima conferenza stampa. Quella foto è il lascito più concreto – il concetto più politico – del picnic a Washington di Meloni. Mentre qui in Italia la gita fuori porta della presidente del Consiglio è stata accompagnata dalla fanfara del governo, della maggioranza e dei giornalisti più amichevoli, nello Studio Ovale la colonna sonora dell’autorevole Giorgia è stata lo spiffero triste di un palloncino che si sgonfia. Ci ha provato, Giorgia, le va riconosciuto.

Sul tavolo ci sono armi, gas liquido e tutto l’eventuale shopping possibile per accendere un sorriso sul volto di Trump. Solo che Trump fa il Trump, sa fare solo quello, e quindi, appena sciolti gli indugi dei convenevoli, si è sbizzarrito nella sua sbilenca visione del mondo. L’amica Meloni – sottolinea il presidente Usa – è l’ennesimo leader che si presenta alla sua porta per trattare, e lui ne è contento. La premier lo annuncia come se fosse un capolavoro diplomatico: “Penso che con gli Usa si possa trattare, lo inviteremo da noi, lo inviteremo a parlare con l’Ue, troveremo una soluzione”.

Lui, sornione, ride. Ovvio che tratta: i dazi li ha messi solo per quello, per vedere sfilare contriti i leader europei pronti a baciargli la pantofola (siamo buoni, usiamo una metafora). Non serviva attraversare l’oceano per scoprirlo. Tant’è che Trump alla fine lo ripete chiaro e tondo: “I dazi ci rendono ricchi, ci stiamo guadagnando”. La leader di Fratelli d’Italia si fa piccola piccola, seduta sulla poltrona.

Forse è in quel momento che si è accorta di essere stata l’ennesima utile comparsa allo show di Trump. Anche la “pace giusta” in Ucraina di Meloni, per Trump, è solo l’accordo sulle terre rare. Un aspetto positivo c’è: parlando di uova americane, il presidente Usa non ha fatto battute sul suo abbigliamento. Come con quell’altro.

L’articolo Cronaca di un viaggio a vuoto sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

I giovani chiedono di agire per il clima ma il governo tace

Nel silenzio sempre più compatto della politica di governo sul cambiamento climatico, i giovani italiani continuano a considerarlo una priorità assoluta. Lo conferma il nuovo report di Openpolis: il 46% delle persone tra i 16 e i 30 anni nel nostro Paese ritiene che il contrasto alla crisi climatica debba essere una delle tre principali priorità dell’Unione europea nei prossimi cinque anni. Una percentuale che stacca di 13 punti la media europea e che posiziona l’Italia, insieme alla Danimarca, in cima alla classifica continentale.

A livello europeo, il cambiamento climatico è indicato come priorità dal 33% dei giovani. Seguono la creazione di posti di lavoro (31%) e l’aumento dei prezzi (40%). In Italia, il dato è invertito: l’ambiente è la prima urgenza (46%), poi il lavoro (38%) e solo dopo il costo della vita (34%). Nessun altro Paese mostra un simile sbilanciamento verso la questione ecologica.

Questo nonostante il tema sia progressivamente scomparso dal discorso pubblico. Travolto da un’agenda costruita sulla sicurezza, sulle urgenze geopolitiche e sulle parole d’ordine del conservatorismo reazionario che, come nel caso Trump, ha fatto del negazionismo climatico uno strumento elettorale. In Italia, la transizione ecologica è stata ridotta a formula tecnica. Il cambiamento climatico non è più nemmeno citato.

Le scuole come barometro ambientale

Il report di Openpolis analizza l’ambiente scolastico come indicatore chiave. Le scuole sono i luoghi dove si forma la percezione del presente. In Italia, il 2,4% degli edifici scolastici statali si trova vicino a fonti di inquinamento atmosferico. Le criticità più forti si concentrano nelle grandi città: Roma, Napoli, Milano, Bari, Reggio Calabria, Livorno, Rimini, Forlì. Nei capoluoghi di provincia la probabilità di frequentare scuole esposte a inquinamento o difficili da raggiungere con mezzi pubblici è sette volte superiore rispetto ai piccoli comuni.

Degli oltre seimila comuni con almeno un edificio scolastico attivo, 65 presentano entrambe le criticità: inquinamento atmosferico e scarsa accessibilità con mezzi alternativi all’auto. In questi territori si concentra il paradosso: si parla di mobilità sostenibile, ma le scuole sono irraggiungibili senza auto; si dichiara attenzione alla salute, ma si lasciano le scuole vicino alle fonti più inquinanti.

La percezione ambientale nasce qui. Non nei convegni istituzionali, ma nel tragitto casa-scuola. La qualità dell’aria, l’affollamento dei mezzi, l’assenza di alternative: è in questi dettagli che la generazione più giovane riconosce le priorità. E in questo contesto matura una consapevolezza che il governo continua a non ascoltare.

Una frattura che cresce

Openpolis collega questa distanza tra giovani e politica a un’esposizione diretta al degrado ambientale. I dati dicono che dove l’ambiente è più compromesso, la sensibilità climatica cresce. E cresce anche l’idea che la risposta debba arrivare dalle istituzioni. Il dato del 46% non è un’impressione: è una costante che attraversa regioni, città, territori periferici. È l’effetto di una generazione che ha interiorizzato l’insicurezza climatica come dato strutturale.

Nel frattempo il clima sparisce dai programmi di governo, dai titoli di bilancio, dalle dichiarazioni ufficiali. La crisi ambientale viene declassata a costo collaterale, mentre si moltiplicano i richiami a modelli produttivi fossili, retoriche del progresso, crescita svincolata da ogni vincolo ecologico.

Lo scollamento è misurabile. Da una parte, una generazione che ha collocato il cambiamento climatico in cima alla lista delle emergenze. Dall’altra, una classe dirigente che ne ha smesso perfino di pronunciare il nome.

L’articolo I giovani chiedono di agire per il clima ma il governo tace sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Lollobrigida lo decanta, ma l’alcol è un’epidemia

Anche l’acqua, dice il ministro Francesco Lollobrigida, può uccidere. Lo ha detto per difendere il vino, per respingere le etichette sanitarie, per smontare la narrazione di chi insiste che l’alcol – sì, anche quello nei calici “di qualità” – sia una sostanza tossica. Una sostanza cancerogena. Il ministro ha scelto di fare della retorica contadina una politica pubblica: “Il vino fa bene se non si esagera”. Peccato che i dati dicano altro. E che i morti non siano opinione.

Secondo il rapporto dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto superiore di sanità, presentato in occasione dell’Alcohol Prevention Day 2025, in Italia ci sono 8 milioni e 600mila consumatori a rischio. Il 22,2% degli uomini e il 9,3% delle donne. In termini assoluti: più di una persona su sei. Tra questi, oltre 780mila hanno già sviluppato danni sanitari gravi – epatopatie, sindromi neurodegenerative, dipendenza – ma solo il 7% è assistito dai servizi. Il resto è silenzio. Il resto è stigma, solitudine, diagnosi mancate.

Giovani, donne, anziani: chi paga il conto

Crescono i consumatori fuori pasto, quelli che bevono per abitudine o per compensazione. Il 36,6% degli uomini. Il 23,9% delle donne. Una tendenza che si accompagna all’aumento del binge drinking: la pratica di bere grandi quantità in poco tempo, per ubriacarsi. Lo fanno 3 milioni e 900mila italiani, soprattutto nella fascia tra i 18 e i 24 anni, dove si contano 645mila consumatori a rischio. Ma l’allarme riguarda anche i minori: sono 615mila i ragazzi tra i 14 e i 17 anni che consumano alcol nonostante i divieti. Non lo fanno “per errore”, lo fanno perché nessuno li informa. Perché l’alcol è normalizzato, pubblicizzato, servito in ogni contesto, sdoganato da adulti che parlano di “identità” e di “tradizione”.

Intanto, nella stessa Italia che si vanta della sua cultura enologica, si contano ogni anno 10mila morti attribuibili all’alcol. Uno ogni 52 minuti. Tra le donne, nel solo 2023, l’Iss ha stimato 3.200 nuovi casi di tumore al seno causati dall’alcol. Il 45% di questi avviene con consumi inferiori ai due bicchieri al giorno. Non è abuso. È la soglia che molti definirebbero “moderata”. Non lo è. Non più.

E poi ci sono gli anziani. Invisibili. Silenziosi. Inascoltati. Due milioni di consumatori a rischio. Per loro l’alcol diventa spesso automedicazione. Tranquillante. Rifugio. Eppure nessuno parla mai di loro. Nessuna strategia. Nessun programma. Nessuna politica.

L’Italia senza un piano

L’Organizzazione mondiale della sanità chiede da anni di ridurre il consumo dannoso almeno del 10% entro il 2025. L’Italia ha fallito. Non ha un Piano nazionale aggiornato. Non ha una strategia per i giovani. Non ha una rete di presa in carico omogenea. Ha, però, un ministro che si esercita nel paradosso retorico: “Anche l’acqua può fare male”.

I dati dell’Istituto superiore di sanità, come quelli dell’Organizzazione mondiale della sanità, sono chiari: non esiste un livello sicuro di consumo. L’alcol è un cancerogeno di classe 1, come l’amianto e il benzene. Anche a dosi basse aumenta il rischio oncologico. Anche se è biologico. Anche se è prodotto in Italia. Anche se è pagato “il giusto”.

Nel 2022 ci sono stati 27mila incidenti stradali correlati all’alcol. 256 morti. 39mila feriti. Eppure il messaggio che arriva dal governo è quello del bicchiere “che fa bene al cuore”. Della bottiglia “che racconta un territorio”. Del vino che non va disturbato. Né etichettato. Né responsabilizzato. Si può ignorare la scienza, ma non le conseguenze.

Ogni parola pubblica che minimizza i rischi è un ostacolo alla prevenzione. Ogni slogan folkloristico è una coltellata a chi lavora sul campo. Ogni bicchiere celebrato come rito culturale è un segnale pericoloso per chi cresce, per chi si cura, per chi cerca di uscirne. Ogni dato rimosso è un invito alla malattia.

Il vino non è acqua. Ma non è nemmeno una favola. È alcol. E l’alcol uccide, anche se italiano, anche se invecchiato, anche se premiato.

L’articolo Lollobrigida lo decanta, ma l’alcol è un’epidemia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Chi comanda davvero, se nessuno risponde?

È strano come, in Italia, lo spionaggio politico sembri fare meno scandalo delle intercettazioni su un trafficante. Eppure in mezzo ci sono preti, attivisti, armatori e un direttore di testata. Le vittime non sono comparse ma coscienze scomode. E chi dovrebbe chiedere chiarezza, balbetta.

Il governo italiano, secondo Citizen Lab, ha gli strumenti per sapere chi ha spiato chi. E allora perché tace? Perché quando si pronuncia la parola Paragon – che è la nuova Echelon, ma con meno pudore – da Palazzo Chigi si distolgono gli occhi? L’Aise ha spiato Mediterranea, questo è certo. Cancellato no, almeno ufficialmente. Ma allora chi?

Intanto a Bruxelles, dove il Parlamento europeo avrebbe dovuto ascoltare Casarini e don Ferrari, le destre hanno fatto saltare tutto. “Troppo italiano”, hanno detto. Come se la democrazia avesse bisogno di passaporto. Il 23 aprile gli attivisti saranno comunque lì, fuori, in piazza. Dentro, invece, le istituzioni giocano a rimpiattino. Non per difendere la sicurezza nazionale ma per proteggere la propria opacità.

Se l’abuso non scandalizza più, è perché l’abuso è diventato regola. Chi governa deve dire se ha ordinato lo spionaggio. O se ha permesso che altri lo facessero. Il resto è omertà. E un Paese che accetta lo spionaggio politico come normalità ha già smesso di essere democratico.

A meno che il vero scandalo non sia proprio questo: considerare un sacerdote e un giornalista liberi come una minaccia. E non chi li ha messi sotto sorveglianza.

Buon giovedì.

L’articolo proviene da Left.it qui