Vai al contenuto

Ora il Rating piace a destra, contrordine sulle agenzie

Per anni, le agenzie di rating erano “inutili”, “anonimi asserragliati nei grattacieli”, speculatori da contrastare con interrogazioni parlamentari. Per anni, Meloni le ha descritte come pericolose, capaci di mettere a rischio la sicurezza economica del Paese, strumenti opachi in mano a interessi privati. Nel 2018 giudicava i loro pronostici “attendibili come quelli di una cartomante”. Nel 2012 chiedeva addirittura che ne venissero resi noti i veri proprietari.

Poi Standard & Poor’s alza il rating dell’Italia da BBB a BBB+ e tutto cambia. I “pagliacci” diventano autorevoli. I loro giudizi – ieri considerati minacce alla patria – oggi diventano certificati di buona condotta economica. È bastata una lettera in più per riscrivere tredici anni di accuse, complotti, invettive. Ora i post ufficiali di Fratelli d’Italia celebrano la “stabilità del governo Meloni”, accusano la sinistra di “propaganda anti italiana” e parlano di un’economia “in ottima salute”.

È la consueta parabola della propaganda: quando i numeri vanno storti, si denuncia il complotto; quando sorridono, diventano verità di Stato. L’arte di sopravvivere alla realtà senza mai ammettere d’aver sbagliato. La coerenza, come la responsabilità, è un fastidio da riservare agli avversari.

Non è un cambio di rotta: è una mutazione genetica. L’ennesima. Nel 2017, quando Fitch abbassò il rating, Meloni accusò le agenzie di aver scelto i governi italiani. Nel 2018 si indignò perché il presidente Mattarella aveva tenuto conto del giudizio delle agenzie. Oggi, quelle stesse agenzie diventano totem da sventolare.

Ma in questa abiura continua, c’è un messaggio pericoloso: a essere declassata è la coerenza. Da tempo.

L’articolo Ora il Rating piace a destra, contrordine sulle agenzie sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sulle carceri Nordio latita

Ogni quattro giorni una persona si suicida in un carcere italiano. I numeri sono inchiostro freddo, ma raccontano l’urlo strozzato di un sistema che implode: 62.165 detenuti stipati in spazi pensati per meno di 47mila. Il sovraffollamento ha superato il 132%. In alcune celle si dorme in tre per terra, con un solo bagno e senza assistenza. E il ministro Carlo Nordio, che pure aveva promesso una riforma epocale, ha deciso che la colpa non è sua. È dei giudici. Dei magistrati. Delle leggi che non riesce a cambiare, o che scrive con l’intento di peggiorare.

Mentre i tribunali internazionali condannano l’Italia, Nordio si assenta. L’ultima bacchettata è arrivata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il caso di Simone Niort: 27 anni, 9 dei quali passati in carcere nonostante una grave patologia psichiatrica. Venti tentativi di suicidio, atti di autolesionismo, nessuna struttura adeguata. La Cedu ha riconosciuto la violazione dell’articolo 3 della Convenzione: trattamenti inumani e degradanti. Eppure, nulla. Nessuna risposta strutturale, nessuna assunzione di responsabilità.

Il decreto che punisce la povertà

I numeri parlano anche di 89 suicidi nel 2024. Di celle pensate per quattro persone che ne ospitano otto. Di rivolte, come quella nel carcere di Cassino, o fughe, come quella dal Malaspina di Palermo, che non sono solo cronaca nera, ma sintomi di una malattia istituzionale. Di una giustizia penale che si è trasformata in discarica sociale.

Il decreto Sicurezza, tanto sbandierato dal governo Meloni, non solo non affronta il problema, ma lo aggrava. Introduce reati che criminalizzano la marginalità: resistenza passiva nei Cpr e nelle carceri, occupazioni abusive punite come omicidi colposi. La Giunta esecutiva centrale dell’Anm ha segnalato evidenti profili di incostituzionalità, sottolineando che “si introducono nuovi reati per sanzionare in modo sproporzionato condotte che sono spesso frutto di marginalità sociale e non di scelte di vita”. “Basti pensare – ha aggiunto l’Anm – che la pena per l’occupazione abusiva di immobili coincide con quella prevista per l’omicidio colposo con violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Inoltre, incriminare la resistenza passiva nelle carceri e nei Cpr, e dunque la resistenza non violenta e la semplice manifestazione del dissenso, produce effetti criminogeni”. È un diritto penale costruito per punire l’esclusione, non per prevenire il crimine.

Di fronte a questa emergenza, il ministro propone moduli prefabbricati antisismici. Celle in lamiera come soluzione al disagio. Affidarsi alle baracche per nascondere l’assenza di una visione. La riduzione della carcerazione preventiva è rimasta un annuncio. Il trasferimento dei detenuti stranieri nei Paesi d’origine è un miraggio. L’edilizia penitenziaria è ferma a promesse e slide.

Mattarella parla. Nordio scompare.

Il 25 marzo 2025, nel messaggio per il 208° anniversario della fondazione del Corpo di polizia penitenziaria, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito “assai critiche” le condizioni del sistema carcerario e ha denunciato il “grave fenomeno di sovraffollamento in atto”. Un richiamo netto all’articolo 27 della Costituzione, che impone alla pena una funzione rieducativa. Ma Nordio, ancora una volta, ha fatto finta di nulla. Non ha nemmeno partecipato alla seduta straordinaria della Camera dedicata al tema. Il ministro della Giustizia assente quando si parla di giustizia.

Eppure, qualcosa si muove. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha finalmente emanato linee guida per garantire il diritto alla sessualità e agli affetti in carcere. Un segnale. Ma isolato. Non basta garantire un colloquio privato se nel frattempo si nega una terapia, se si muore nel silenzio, se si aggrava una malattia dietro le sbarre.

Il carcere, oggi, è luogo di abbandono, di espiazione cieca, di violenza burocratica. Non serve un piano emergenziale, serve una riforma etica. Nel frattempo, chi può, scappa. Chi non può, si toglie la vita. E lo Stato, invece di rispondere, volta lo sguardo.

L’articolo Sulle carceri Nordio latita sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ricerca, libertà, dissenso: vietati fino a nuovo ordine

Negli Usa Harvard ha detto no. Un no che pesa più di tutti i sì silenziosi raccolti negli ultimi mesi nei campus statunitensi. Un no che suona come un avvertimento: il pensiero critico non si baratta per un assegno, nemmeno da 2,2 miliardi di dollari.

Il rifiuto di piegarsi ai diktat di un’amministrazione che, nel nome di una presunta “lotta all’antisemitismo”, chiede l’eliminazione di politiche per l’equità e l’espulsione di studenti dissenzienti, non è solo un atto accademico. È un gesto politico. Un gesto che arriva dopo mesi di purghe nelle università, con centinaia di visti revocati e studenti stranieri arrestati come nemici interni, colpevoli di avere opinioni. L’università di Columbia ha chinato la testa, cancellando corsi e carriere. Harvard no.

Non si tratta solo di difendere i campus. La battaglia in corso tocca le fondamenta stesse della democrazia americana. Il piano MAGA non nasconde più nulla: decostruire l’università, spogliarla di ogni capacità critica, trasformarla in un’agenzia governativa del pensiero unico. Usare la leva dei fondi per installare il terrore tra presidi e rettori. Altro che “woke”: è vendetta, razzismo, repressione.

Il silenzio di molti rende il coraggio dei pochi ancora più evidente. Come ricorda Obama, “l’indagine intellettuale, il mutuo rispetto e il dibattito rigoroso” non sono un lusso, ma il minimo sindacale in un paese che voglia ancora definirsi libero.

Harvard non ha salvato l’America ma ha rispettato se stessa. Chissà se nel loro piccolo qui da noi vi saranno scuole che faranno argine.

Buona mercoledì. 

 

Foto AS

L’articolo proviene da Left.it qui

TeleMeloni unisce le opposizioni: “Ora la riforma di Viale Mazzini”

Per un giorno le opposizioni si sono sedute dalla stessa parte del tavolo, non per un accordo elettorale ma per denunciare una deriva democratica. Il servizio pubblico è diventato espressione diretta del governo. L’informazione televisiva si restringe sotto il peso delle nomine, delle epurazioni, delle intimidazioni. E la riforma della Rai diventa l’occasione per reagire.

Nel corso di un incontro alla Stampa Estera dedicato al Media Freedom Act, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Riccardo Magi e Angelo Bonelli hanno chiamato il governo alle sue responsabilità, invocato una riforma condivisa e rivendicato l’urgenza di difendere la libertà di stampa. Non si tratta di un fronte unitario, ma qualcosa si muove. E la posta in gioco, stavolta, riguarda le regole del gioco.

Il Media Freedom Act è legge, e l’Italia è già in ritardo. L’8 agosto scade il termine per il recepimento. “Bisogna che Meloni capisca che la festa è finita”, ha detto la segretaria del Partito democratico. “Questa maggioranza è ubriaca di occupazione militare e scientifica della Rai. Non si era mai arrivati a questi livelli”. E mentre il Parlamento tace, la Commissione di Vigilanza è paralizzata: “Un vero scandalo”, ha denunciato Conte, ricordando che i presidenti di Camera e Senato non hanno neppure risposto alla richiesta della presidente Floridia di sbloccare i lavori.

Non è solo una riforma

L’unità non è nelle formule, ma nel metodo: costruire un percorso che coinvolga le forze politiche e la società civile per liberare la Rai dall’occupazione sistematica. “Dobbiamo entrare nel vivo della riforma, fare sintesi, coinvolgere la maggioranza”, ha insistito Conte. Fratoianni ha parlato della necessità di “una lunga marcia” per affermare l’informazione come bene comune. Bonelli ha aggiunto che la riforma del premierato è “strettamente collegata al tentativo di assoggettare l’informazione ai voleri del governo”.

La trasformazione della Rai in un’emittente governativa è una delle tante facce del disegno politico di chi comanda. Si chiama Telemeloni, ed è il contrario di un servizio pubblico. La denuncia arriva anche dall’esterno: secondo il rapporto 2024 di Reporters sans frontières, l’Italia scivola al 46º posto mondiale per libertà di stampa. Una situazione definita “problematica”, con un netto peggioramento rispetto al passato. In calo la pluralità, in aumento la pressione politica, le querele temerarie, la censura strisciante. Le leggi approvate negli ultimi mesi — dal cosiddetto “ddl bavaglio” al pacchetto sicurezza che mette in discussione la tutela delle fonti — hanno segnato una deriva visibile.

Sigfrido Ranucci, presente all’incontro, ha parlato di “desertificazione dell’informazione pubblica”. In Rai da 35 anni, dice di non aver mai vissuto un clima così difficile. “Sono arrivato a 196 querele, ma non è vero che paga la Rai. L’azienda anticipa la tutela legale, ma si rivale sui giornalisti. Siamo obbligati a vincere sempre”. È un sistema pensato per isolare chi fa inchieste e per premiare il silenzio.

Le parole non bastano più

Tutti, più o meno esplicitamente, hanno riconosciuto di aver accumulato ritardi. “Si poteva fare prima, ma questo non deve essere un alibi per non farla ora”, ha ammesso Schlein. L’obiettivo è approvare una nuova governance Rai che garantisca indipendenza e pluralismo, fuori dalla lottizzazione parlamentare e dal controllo del governo.

Non sarà semplice, ma non è neppure più rinviabile. Perché senza un’informazione libera non esiste controllo del potere. E senza controllo, la democrazia è solo un rituale. L’8 agosto non è solo una scadenza burocratica. È il bivio tra lo stato di diritto e lo stato d’eccezione.

L’articolo TeleMeloni unisce le opposizioni: “Ora la riforma di Viale Mazzini” sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Neppure Silvio arrivò a tanto, parola di Nicola Gratteri

“Nemmeno Berlusconi se le sognava, certe riforme”. Nicola Gratteri non usa giri di parole. Ospite della trasmissione In Altre Parole su La7, guarda il video in cui Carlo Nordio accusa i magistrati per l’aumento dei detenuti e chiede: “Ma è vero, o è un montaggio?”. Il ministro sostiene che se le carceri sono piene è colpa di chi manda in prigione le persone che commettono reati. Una logica rovesciata, che Gratteri smonta punto per punto.

Nessuna nuova struttura penitenziaria, nessun progetto, solo annunci. Le carceri sono diventate “contenitori” per migliaia di persone dipendenti da sostanze stupefacenti. “Appena escono tornano a rapinare per procurarsi una dose”, dice. Eppure basterebbe un accordo con le Asl per inviarli in comunità terapeutiche. Costerebbe meno – 60 euro al giorno contro i 170 del carcere – e restituirebbe dignità alle famiglie e alla funzione rieducativa della pena.

Gratteri propone anche di riconvertire beni confiscati alle mafie per accogliere persone con patologie psichiatriche, spesso incompatibili con la permanenza in carcere. Ma non se ne parla. Come non si parla dei cellulari che circolano nelle celle. “Propongo da anni i jammer, ma dicono che fanno male. Eppure io ne porto uno sulla schiena da due anni. E non ho commesso reati”.

Poi c’è il processo telematico, il fiore all’occhiello del ministro. “Ha paralizzato le procure. Hanno speso milioni, e sono riusciti perfino a sbagliare gli articoli del codice penale”. L’unica norma utile? Quella del luglio 2024, che consente indagini nel dark web e sul cybercrime.

“Tutto il resto è dannoso”, dice Gratteri. È un atto d’accusa documentato. Serve altro?

L’articolo Neppure Silvio arrivò a tanto, parola di Nicola Gratteri sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Musk punta alle frequenze italiane, il governo arretra sulla rete strategica

C’è un’ombra lunga, e questa volta non viene da Est. L’ombra è quella di Elon Musk che, mentre il governo rilancia le privatizzazioni nel Documento di economia e finanza, affina l’incursione nei gangli strategici della rete nazionale, a partire dallo spazio. Lo ha denunciato la senatrice Dolores Bevilacqua (M5S), ma la questione non è ancora entrata davvero nel dibattito pubblico. Forse perché è scritta tra le righe di un provvedimento tecnico, il ddl Spazio.

L’articolo che apre le porte a Starlink

Nel testo, attualmente in discussione al Senato, l’articolo 26 apre alla sperimentazione su frequenze radio essenziali per le telecomunicazioni satellitari. Sono le stesse che fanno gola a Starlink, la costellazione di satelliti di proprietà di Musk, già al centro di accordi con Open Fiber ed Eolo per l’utilizzo della banda a 28 GHz. Il nodo è che l’Italia, nel suo consueto balletto della deregulation, non ha ancora imposto una regolamentazione chiara, né a livello nazionale né europeo, su alcune bande ad alto potenziale, come la cosiddetta “banda E” (71-76 GHz e 81-86 GHz). Proprio qui si gioca la partita grossa. Perché la banda, oggi praticamente libera, potrebbe diventare una pista d’atterraggio per i satelliti di Musk, senza che lo Stato batta ciglio.

Secondo fonti di settore citate da Reuters, Starlink avrebbe già inoltrato una richiesta formale per ottenere accesso a questa fetta di spettro, mentre in Lombardia è in corso – sotto silenzio – una gara per la sperimentazione di comunicazioni satellitari 5G non terrestri (non-terrestrial networks, NTN), promossa da Infratel e finanziata dal Ministero delle imprese e del made in Italy. Si tratta di un bando pubblico, lanciato lo scorso febbraio, per testare tecnologie di connessione che integrano satelliti e reti mobili terrestri, con lo scopo dichiarato di estendere la copertura in aree remote. Una gara tecnica, con ricadute tutt’altro che tecniche. Tutto in sordina. Tutto in un silenzio complice.

L’articolo 25 del ddl richiama genericamente la “capacità trasmissiva nazionale”, ma non dice come questa vada tutelata. Intanto, FiberCop – controllata da Tim – solleva problemi di compatibilità tecnica con Starlink, mentre i fondi esteri che guidano la partita sulla rete unica continuano indisturbati a riorientare gli asset strategici italiani secondo logiche di profitto. Non è difficile capire dove si vuole arrivare: uno Stato che arretra, mentre soggetti privati e multinazionali avanzano su infrastrutture decisive per la sicurezza nazionale e l’autonomia tecnologica. Un copione già visto, ora aggiornato alla geopolitica dell’orbita bassa.

Privatizzazioni, dazi e diplomazia satellitare

Il Partito democratico ha proposto emendamenti al ddl per rendere più costoso l’utilizzo delle frequenze da parte di soggetti extra-Ue. Ma è troppo poco e troppo tardi. La finestra è già aperta, Musk è già dentro. In ballo non c’è solo l’accesso allo spettro radio: ci sono i gateway terrestri – come quelli detenuti da Rai Way – che rappresentano un tassello essenziale per completare il dominio satellitare. Sono stazioni a terra che collegano i satelliti alla rete Internet nazionale. Se finiscono in mano a soggetti privati stranieri, lo spazio diventerebbe un altro comparto strategico regalato in outsourcing.

A rendere ancora più inquietante lo scenario è il fatto che tutto questo si intreccia con la diplomazia parallela tra Meloni e Trump. Secondo Bevilacqua, la premier sarebbe pronta a concedere aperture a Musk e Starlink per guadagnare benevolenza oltreoceano, nella speranza di mitigare i dazi annunciati dal tycoon. Uno scambio diseguale che rischia di barattare un’infrastruttura nazionale con una promessa elettorale americana.

Il risultato è un Paese esposto, che invece di programmare il futuro delle sue telecomunicazioni, rincorre gli investitori più potenti sperando di attirarne le briciole. Il governo parla di “ambizioni sulle privatizzazioni”, ma quello che si vede è solo una ritirata dallo spazio strategico. Silenziosa, rapida e pericolosamente irreversibile.

L’articolo Musk punta alle frequenze italiane, il governo arretra sulla rete strategica sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Il pianeta brucia mella fredda indifferenza dei media

Nel 2024 l’Europa ha conosciuto il suo anno più caldo da quando esistono le rilevazioni. Un continente in pieno squilibrio climatico ha contato almeno 335 vittime a causa delle inondazioni e oltre 400.000 persone colpite dagli eventi estremi. I ghiacciai europei si sono liquefatti con una velocità record, la Scandinavia e le Svalbard hanno segnato i peggiori tassi di perdita di massa glaciale mai registrati, il Mar Mediterraneo ha toccato temperature 1,2 gradi sopra la media. Sono dati ufficiali, certificati dal Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus, raccolti nel rapporto European State of the Climate 2024. Ma in Italia — dove più della metà del territorio è a rischio desertificazione — la crisi climatica ha perso spazio nei giornali e nei telegiornali. Letteralmente.

Secondo l’Osservatorio di Pavia, che ogni anno analizza l’attenzione mediatica sul tema per conto di Greenpeace, nel 2024 le notizie dedicate al clima sono crollate del 47% sui quotidiani e del 45% nei telegiornali rispetto all’anno precedente. Il risultato: un articolo ogni due giorni nei giornali, un servizio ogni dieci giorni in tv. Di fronte alla peggior crisi ambientale della nostra epoca, l’informazione italiana ha scelto il silenzio. E quando ne parla, il clima entra dalla porta di servizio: diventa un problema economico, un ostacolo burocratico, un fastidio regolatorio.

L’ossessione per i costi e il tabù dei responsabili

L’Italia è uno dei Paesi più esposti alla crisi climatica, ma nel racconto mediatico a prevalere sono state le preoccupazioni per i costi della transizione. Le narrazioni dominanti — spesso figlie del governo in carica — hanno insistito sui “sacrifici economici”, sulla “pressione delle direttive europee”, sulla necessità di “rivedere i tempi del Green Deal”. Una su tutte: la battaglia contro la direttiva Case Green, rappresentata come una vessazione ai danni dei proprietari, invece che un investimento per ridurre emissioni e bollette. In questo contesto, il 64% delle dichiarazioni dei leader politici rilevate nel 2024 non ha mai nemmeno nominato la crisi climatica.

Ma la vera fotografia di un sistema informativo inquinato arriva dai numeri della pubblicità. Mentre il tema climatico spariva dalle pagine e dai palinsesti, le pubblicità delle aziende inquinanti aumentavano: 1.284 nel 2024, più dell’anno precedente. Più spazio agli spot di gas, petrolio e automotive, meno spazio alle notizie sulle cause e gli effetti del riscaldamento globale. È un conflitto d’interessi strutturale che inquina non solo l’aria, ma anche il dibattito pubblico.

I telegiornali hanno citato le compagnie dei combustibili fossili come responsabili della crisi climatica una sola volta in tutto l’anno. Una. Volta. E nei giornali le fonti principali delle notizie sul clima sono state per il 40% rappresentanti del mondo economico. Quasi nessuno spazio agli scienziati, agli attivisti, ai cittadini che vivono sulla propria pelle le conseguenze del collasso climatico.

Un’informazione ostaggio dell’inazione

Il risultato è una narrazione sgonfiata, distorta e spesso manipolata. La resistenza alla transizione ecologica ha trovato casa nel linguaggio dell’equilibrio: il “pragmatismo”, la “neutralità tecnologica”, la “transizione realistica”. Un eufemismo dietro l’altro per giustificare l’immobilismo. Secondo il rapporto di Greenpeace, il 17% degli articoli dei quotidiani e il 19% dei servizi dei telegiornali conteneva esplicite narrative contrarie alla transizione ecologica o a singole azioni climatiche. È un dato in crescita rispetto al 2023. E non è un caso: coincide con l’ascesa di un governo che ha trasformato l’ambiente in un terreno di scontro ideologico, mentre autorizza trivelle e rallenta le rinnovabili.

Lo spazio per il clima si restringe anche nei palinsesti e nei bilanci editoriali. Nessuna delle cinque principali testate italiane ha raggiunto la sufficienza nella classifica di Greenpeace sul trattamento della crisi climatica. Solo Avvenire si salva parzialmente (5,4 su 10), seguono Corriere della Sera (3,2), Il Sole 24 Ore (3), la Repubblica e La Stampa fanalini di coda (2,6). I criteri sono semplici: frequenza della copertura, citazione delle cause (i combustibili fossili), spazio dato alle pubblicità inquinanti, trasparenza sui finanziamenti, varietà delle fonti.

In questo scenario, l’appello degli scienziati resta inascoltato. Il 2024 è stato l’anno delle inondazioni più diffuse dal 2013, del secondo più alto numero di giorni con stress da caldo, della maggiore perdita di ghiaccio nei ghiacciai europei, di oltre 100.000 ettari bruciati solo in Portogallo a settembre. L’Europa è la regione del mondo che si riscalda più rapidamente, e secondo l’IPCC — se non cambierà la traiettoria — un riscaldamento globale di 1,5ºC potrebbe causare 30.000 morti ogni anno nel continente.

Ma in Italia, tutto questo si può ignorare. Basta che non rovini la campagna pubblicitaria di un nuovo SUV. Basta che non ostacoli il racconto di una transizione lenta, gestita dai padroni dell’energia, diluita nel tempo e svuotata di senso.

Il clima cambia. La stampa italiana, no.

L’articolo Il pianeta brucia mella fredda indifferenza dei media sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ursula come Trump. Anche l’Europa fa la guerra alle ong

Chi grida all’eccezione europea dovrebbe dare un’occhiata alle carte del prossimo bilancio settennale. Mentre le destre si galvanizzano immaginando di prosciugare i fondi destinati alla società civile, la Commissione tace o asseconda. Il risultato è una versione made in Brussels della dottrina Trump: meno soldi alle Ong, più potere a chi può permettersi il lusso di farsi ascoltare.

La scusa, come sempre, è la trasparenza. Il Parlamento europeo ha approvato una serie di emendamenti per chiedere maggiore controllo sull’uso dei fondi europei da parte delle Ong. Peccato che, come ha scritto Politico, il tutto avvenga dopo mesi di attacchi sistematici da parte dei gruppi conservatori e dell’estrema destra. A farne le spese sono organizzazioni che spesso dipendono dai finanziamenti Ue per sopravvivere: nel caso di alcune Ong ambientali, fino al 70-80% del bilancio.

L’ispirazione viene da oltre oceano. Lo dice esplicitamente Nicholas Aiossa di Transparency International: “la destra europea si sente rinvigorita da Trump e Musk, e vuole replicare lo stesso schema per tagliare i fondi alle Ong”. Uno schema già sperimentato negli Stati Uniti con lo smantellamento di USAID, il principale canale di finanziamento per le organizzazioni non governative. Ora lo si esporta, con la solita retorica soft, nei corridoi ben pettinati della Commissione.

Cancellare le parole per salvare i bilanci

Il colpo di grazia è arrivato con un rapporto della Corte dei conti europea che ha definito “opaco” il sistema con cui Bruxelles distribuisce i fondi alle Ong. È bastato questo per scatenare una raffica di emendamenti e dichiarazioni pubbliche: secondo i deputati del Ppe, troppe Ong fanno lobbying con soldi pubblici. Eppure, dietro la retorica dei “controlli necessari”, il messaggio è chiaro: chi fa pressione per difendere l’ambiente o i diritti sociali non è più gradito.

Il paradosso è che le Ong sono la seconda categoria più numerosa nel registro della trasparenza dell’Unione europea, appena dietro le aziende. Sono 3.821, contro le 3.864 del settore privato. Ma solo le prime finiscono nel mirino. E solo le prime rischiano di essere zittite.

Faustine Bas-Defossez, direttrice del Bureau ambientale europeo, parla apertamente di una “campagna politica costruita ad arte”. Le fa eco Carlotta Besozzi, direttrice di Civil Society Europe: “ci stanno preparando a un attacco massiccio nella prossima programmazione finanziaria”. Il bersaglio sono le Ong che svolgono attività di advocacy, spesso le uniche a contestare con competenza e dati le scelte politiche più opache. In una parola: fastidiose.

Non bastasse, ci sono segnali concreti. Ventotto Ong sanitarie hanno scritto a Ursula von der Leyen per chiedere chiarimenti dopo che è trapelata l’intenzione della Commissione di non erogare più fondi operativi dal direttorato per la salute. Alcune Ong ambientali, pur di non perdere i finanziamenti, hanno rimosso dai progetti ogni riferimento ad attività di pressione. Cancellare le parole per salvare i bilanci: è così che muore lentamente la voce della società civile.

Una democrazia solo per chi se la può permettere

Intanto si affilano le lame del prossimo quadro finanziario pluriennale. I fondi destinati a ricerca e clima sono già nel mirino per essere spostati verso difesa e crescita industriale. La solita Europa che dice una cosa e ne fa un’altra.

Il Ppe giura che non si vuole tagliare nulla, ma che “servono controlli su 20-25 Ong”. È lo stesso linguaggio con cui si inizia ogni censura: non è un attacco, è una verifica. Non è una punizione, è una riforma. Non è repressione, è trasparenza.

Ma la verità è che se passa questa linea, resteranno solo le voci di chi ha soldi propri per influenzare le decisioni. Tutto il resto — il clima, la salute, la giustizia sociale — sarà silenziato.

E sarà difficile distinguerci da chi abbiamo sempre detto di voler contrastare.

L’articolo Ursula come Trump. Anche l’Europa fa la guerra alle ong sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Salvini parla da ministro degli Esteri ma confonde la Serbia e il Kosovo

Se fosse per lui, il Kosovo sarebbe ancora un pezzo di Serbia, la Crimea legittimamente russa, la geopolitica un reality show da congresso leghista. Matteo Salvini, che sulla carta è ministro delle Infrastrutture, continua a sognare i palazzi della diplomazia e a improvvisarsi statista d’altri tempi. Peccato che nel frattempo il sistema ferroviario italiano arranchi, i treni si fermino per guasti elettrici, e il Pnrr, quello vero, quello che dovrebbe modernizzare le infrastrutture, resti incagliato tra conferenze stampa e proclami vuoti.

La geopolitica da bar di un ministro fuori binario

Durante il congresso della Lega a Firenze, il vicepremier ha dichiarato che “una minoranza cristiana sta resistendo e combattendo in Serbia”. Non era una svista. Era propaganda. Il genere che ricalca fedelmente le narrazioni di Vladimir Putin e dell’estrema destra europea: l’Occidente brutale, i cristiani perseguitati, le bombe cattive della Nato. Tutto già sentito. Tutto già smentito dai fatti. Ma evidentemente utile per provare a guadagnare due titoli sui giornali e qualche applauso nei convegni con bandiere balcaniche.

Il fatto che la “minoranza cristiana” a cui si riferisce Salvini viva in Kosovo, non in Serbia, è il dettaglio minore. Il problema vero, come ha notato Pagella Politica, è che il suo discorso ricalca parola per parola quello usato dai nostalgici della ex Jugoslavia, dai nazionalisti serbi, dai propagandisti del Cremlino. E non è una novità: già nel 2014, quando Mosca annetteva la Crimea, Salvini si chiedeva su Twitter perché l’Europa fosse tanto indignata. In fondo – sosteneva – anche Bosnia e Kosovo avevano avuto l’indipendenza grazie alle bombe. Un copia-incolla geopolitico che dimentica la storia e scavalca il presente.

Per convenienza. Perché la Lega, da Bossi in poi, ha sempre avuto una strana fascinazione per la Serbia. Era il 1999 quando il Senatùr volava a Belgrado per incontrare Milošević, il macellaio dei Balcani, dichiarando che i veri destabilizzatori erano gli albanesi, non i serbi. Anche allora, la favola era la stessa: i buoni cristiani contro i musulmani cattivi. Una semplificazione tossica, funzionale a un’idea d’Europa che assomiglia più a un fortino che a un progetto comune.

Salvini continua su quella linea. Oggi, con la disinvoltura del politico che non deve rendere conto a nessuno, rilancia teorie vecchie, ambigue e pericolose. Parla di religione dove c’è nazionalismo, di martiri dove ci sono tensioni etniche, di oppressione dove c’è – semmai – un processo delicato di costruzione statale, come quello del Kosovo. E intanto ignora – o finge di ignorare – che l’Italia riconosce il Kosovo come Stato sovrano dal 2008. Quindi? O il ministro ignora la politica estera del suo stesso governo, oppure finge di volerla riscrivere con la lingua della propaganda.

Mentre il Kosovo è in Europa, i treni no

Il tutto mentre il suo ministero arranca. Le infrastrutture italiane sono un campo minato. I treni regionali cadono a pezzi. Il ponte sullo Stretto è un progetto che resta sulla carta. Le opere del Pnrr vanno a rilento, e la transizione ecologica dei trasporti è una parola vuota nei documenti ufficiali. Ma Salvini è troppo impegnato a evocare guerre del secolo scorso per accorgersene. E mentre si lancia in difese grottesche dei serbi ortodossi “assediati” in una terra che chiama ancora Serbia, finge di dimenticare che il vero assedio, oggi, lo subisce la verità.

In un Paese normale, un ministro delle Infrastrutture si occuperebbe di far arrivare i treni in orario. Salvini, invece, preferisce fare il ministro degli Esteri in surrogato, il portavoce delle destre identitarie europee, il testimonial di un nazionalismo a buon mercato che odora di naftalina. Ma se vuole giocare alla geopolitica, almeno impari la geografia: il Kosovo non è la Serbia, la religione non è un’arma, la storia non è un meme da rilanciare nei comizi.

L’articolo Salvini parla da ministro degli Esteri ma confonde la Serbia e il Kosovo sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Punire tutto, risolvere niente

Un decreto che scavalca il Parlamento, ignora la Costituzione e criminalizza la marginalità sociale. Così si presenta il nuovo decreto Sicurezza, scritto con l’inchiostro dell’emergenza ma senza l’urgenza dei fatti. Bastano trentasei ore e una manciata di righe dell’Associazione nazionale magistrati per svelarne la natura: 14 nuovi reati, 9 aggravamenti di pena, e nessuna soluzione.

Nel nome dell’ordine pubblico si colpisce chi occupa case, chi resiste in modo non violento, chi lavora con la canapa legale. Si costruisce un diritto penale simbolico che inasprisce senza distinguere. L’occupazione abusiva di un alloggio viene trattata come un omicidio sul lavoro. Le carceri scoppiano, ma si aggiungono nuovi reati e si restringono i benefici penitenziari, persino per le donne incinte.

Mentre Piantedosi promette altre misure, chi lavora nella legalità – come i commercianti di cannabis light – viene abbandonato nel vuoto normativo. Pagano tasse su merce che da un giorno all’altro diventa illegale. E il dissenso? Equiparato alla devianza. La disobbedienza civile evocata da Franco Corleone è una risposta necessaria a uno Stato che preferisce reprimere piuttosto che governare.

Perché quando si governa con la paura, la legge diventa manganello.

Buon martedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui