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Meloni tace su Gaza e in Italia si pensa ai gelati

Israele ha completato l’accerchiamento di Rafah, dopo averla desertificata svuotandola dei suoi abitanti. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che la città del sud della Striscia è diventata parte di una «zona di sicurezza israeliana». Le 200mila persone che abitavano a Rafah vagano per la Striscia, sperando che non gli cada in testa una bomba e di non imbattersi in qualche cecchino dell’esercito di Netanyahu.
Nella notte tra sabato e domenica, l’ultimo ospedale di Gaza è stato colpito da due missili che hanno distrutto il pronto soccorso, l’area del ricevimento dei pazienti, le ambulanze, la farmacia e il laboratorio. Era l’ultimo ospedale interamente operativo a nord della Striscia. “A Gaza 38 ospedali sono stati resi da Israele completamente fuori servizio, questo era l’ultimo ospedale interamente funzionante”, racconta Mohammed Abu Sabla, perfusionista dell’ospedale European di Gaza.
Il ricercato dalla Cpi per crimini di guerra Benjamin Netanyahu è contestato anche in patria, ritenuto il mandante di un eccidio che è la vergogna dell’Occidente. Di Gaza non parla quasi mai la presidente Giorgia Meloni, impegnata nella corsa al bacio sul deretano di Trump. Ma che fa l’Italia
In occasione della Giornata della ricerca italiana nel mondo 2025, l’Istituto Italiano di Cultura e l’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv presentano La scienza del gelato, conferenza e degustazione di gelato, martedì 22 aprile alle 18. La conferenza, tenuta dall’addetto scientifico presso l’Ambasciata d’Italia in Israele, esplorerà la scienza alla base della struttura e della consistenza del gelato.

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Dietro Messina Denaro, una rete di donne: l’arresto di un’insegnante vicina al boss

Un foulard rosso, un cappello a tesa larga e un’Alfa Romeo lungo la statale da Petrosino a Mazara del Vallo. Così Matteo Messina Denaro girava indisturbato mentre era l’uomo più ricercato d’Italia. Accanto a lui, spesso, c’era una donna: Floriana Calcagno, insegnante, nipote del boss Francesco Luppino, moglie di un altro condannato per mafia, Paolo De Santo. Una donna che oggi è in carcere, accusata di avere sostenuto la latitanza del padrino fino agli ultimi mesi della sua fuga.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Calcagno non è stata una semplice amante. La sua figura emerge come centrale nella rete di protezione del boss: appunti ritrovati nei covi, lettere inviate da Laura Bonafede — altra donna legata sentimentalmente e criminalmente a Messina Denaro — e ore di videosorveglianza raccontano un copione già scritto, dove la fedeltà personale si mescola con quella mafiosa, e i sentimenti si intrecciano alle staffette per eludere le forze dell’ordine.

Una vita normale, sotto copertura

Calcagno, scrivono i magistrati, forniva “sostegno logistico, aiuto e supporto morale e materiale”. Tradotto: accompagnava il boss, lo ospitava, ne garantiva la riservatezza. Con la sua auto organizzava scorte e spostamenti protetti tra Campobello di Mazara, Mazara del Vallo e Tre Fontane. Un meccanismo sofisticato che ha permesso al latitante non solo di sfuggire alle ricerche, ma anche di condurre quella che i pm definiscono una “vita normale”: cene al ristorante, passeggiate al mare, lunghe permanenze a casa di lei durante l’estate del 2022.

La versione fornita da Calcagno — secondo cui avrebbe scoperto l’identità dell’uomo solo dopo il suo arresto — non ha mai convinto la Procura. A smentirla sono i filmati, i tabulati telefonici, ma soprattutto le lettere gelose scritte da Bonafede, in cui la maestra rivale le attribuisce nomi in codice: “Handicap”, “Sbrighisi”, “Acchina”. In uno di questi scritti, datato 30 dicembre 2022, Bonafede racconta di aver visto “Handicap” uscire dal covo con una borsa Louis Vuitton, segno — per lei — di un’intimità ormai inaccettabile: “Le bastonate gliele darei eccome”.

L’altra metà della latitanza

Non è un dettaglio da poco. La gelosia in questo caso non è solo un fattore umano, ma diventa strumento probatorio. Per i magistrati, quel disprezzo racconta molto più di quanto la diretta interessata abbia mai confessato. Anche perché, dicono, è impensabile che una donna cresciuta in una famiglia mafiosa, sposata con un uomo condannato per favoreggiamento e imparentata con uno dei capi di Campobello di Mazara, non sapesse chi si celasse dietro il nome “Francesco Salsi”.

L’arresto di Calcagno, avvenuto oggi è solo l’ultima tappa di un’indagine che sta svelando la fitta trama di connivenze che hanno protetto Messina Denaro. Dopo la cattura e la morte del boss nel settembre 2023, l’antimafia ha ricostruito la rete che gli ha permesso per anni di vivere nella provincia di Trapani, sotto gli occhi di tutti. Una rete fatta di uomini ma anche, e forse soprattutto, di donne: amanti, postine, complici, tutte insospettabili. Maestre, professoresse, mogli.

Non è un caso. Se in Cosa nostra i ruoli ufficiali sono spesso occupati da uomini, l’infrastruttura affettiva e logistica della latitanza si regge su relazioni che sfuggono ai radar della repressione penale. Relazioni intime, fondate sulla fiducia e sul silenzio. Come nel caso di Floriana Calcagno, dove il confine tra l’amore e la complicità diventa così sottile da rendere l’uno indistinguibile dall’altra.

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La resa dei conti (e delle coscienze) nel ministero di Nordio

Nel ministero della Giustizia volano le sedie. Luigi Birritteri, il magistrato con delega agli Affari di giustizia e alle relazioni internazionali, se ne va sbattendo la porta. Ufficialmente chiede il rientro in ruolo, nei fatti prende le distanze da un governo che nella gestione del caso Almasri ha fatto tutto fuorché rispettare le regole.

Il torturatore libico arrestato a Torino e riconsegnato al suo Paese con un volo di Stato è oggi libero a Tripoli, mentre i suoi torturati chiedono giustizia nei tribunali italiani. In mezzo, una Corte penale internazionale ignorata, una figuraccia diplomatica, due inchieste in corso e un ministro – Nordio – che non risponde agli atti.

Birritteri non è l’ultimo, ma l’ennesimo a mollare via Arenula sotto la reggenza silenziosa ma inflessibile di Giusi Bartolozzi, la vera ministra. Il Viminale zittisce, Palazzo Chigi tace, e intanto il dipartimento incaricato della cooperazione internazionale viene escluso da una vicenda che riguarda la giustizia internazionale.

Non è solo una questione di procedure, ma di credibilità. E forse anche di complicità. Perché chi sceglie il silenzio, chi evita di firmare, chi aggira le competenze, non sbaglia per distrazione. Semplicemente, decide. Decide di non disturbare il manovratore libico. Decide di non disturbare l’alleato utile. Decide che la legge, a volte, è un ostacolo.

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Il grande circo dei rimpatri

Le fascette ai polsi valgono più delle sentenze. Sono il manifesto da campagna elettorale permanente, il trofeo agitato contro le telecamere per dimostrare che “la pacchia è finita”. I migranti trasferiti in Albania legati come pacchi, esibiti come criminali, sono il prezzo pagato per un racconto che ha bisogno di cattivi da punire più che di soluzioni da costruire. Piantedosi rivendica. Salvini sghignazza. E nel frattempo, come ha denunciato Cecilia Strada, quei trasferimenti sono avvenuti senza alcuna informativa, con le fascette strette anche durante i pasti e per andare in bagno.

Dietro lo show, il fallimento: un protocollo da un miliardo di euro, che moltiplica i costi per ogni trasferimento e obbliga al ritorno in Italia prima di ogni rimpatrio. Una macchina assurda che somiglia più a un baraccone itinerante che a una politica migratoria. Ma funziona, perché mette in scena la cattiveria come virtù e la forza come propaganda.

Intanto, i numeri smentiscono l’allarme: il Viminale certifica il 28% in meno di sbarchi rispetto all’anno scorso. Eppure l’emergenza resta, perché serve. Serve a coprire i tagli, a distrarre dai fallimenti, a fare l’ammuina. Si cambia la destinazione, non la logica. Il Cpr albanese è solo il remake fuori confine dei lager amministrativi italiani.

In questa rappresentazione, la disumanizzazione diventa linguaggio di governo. Chi arriva in Italia viene trattato come rifiuto speciale, chi contesta viene accusato di debolezza. E intanto un’intera democrazia si abitua al filo spinato come ornamento istituzionale. Fino alla prossima foto. Fino alla prossima umiliazione da sbandierare come vittoria.

Buon lunedì.

Foto WMC

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Lo sfruttamento del lavoro minorile è la nuova frontiera degli Usa di Trump – Lettera43

In un Paese in cui ancora oggi migliaia di adolescenti vengono impiegati illegalmente, la Florida di DeSantis sta pensando di legalizzare questo fenomeno. L’obiettivo è chiaro: reperire manodopera a basso costo e senza alcuna tutela per colmare il vuoto lasciato dai migranti irregolari. L’America da una parte racconta a se stessa di proteggere i bambini, dall’altra scrive leggi per farli sgobbare anche di notte.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è la nuova frontiera degli Usa di Trump

Negli Stati Uniti il lavoro minorile non è un residuo del passato, ma una strategia del presente. Nonostante la retorica ufficiale lo consideri un fenomeno estinto, i numeri raccontano altro. Dal 2018, le violazioni delle leggi federali sul lavoro minorile sono aumentate del 69 per cento. Nel solo 2023, il Dipartimento del lavoro ha individuato oltre 5.800 casi di minori impiegati illegalmente. Non si tratta di eccezioni: ragazzini e ragazzine che puliscono macchinari industriali, lavorano nei magazzini Amazon, raccolgono frutta sotto il sole cocente o fanno i turni notturni nei fast food. Senza tutele, senza sindacati, senza alternative.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è la nuova frontiera degli Usa di Trump
Nel 2023, il Dipartimento del lavoro Usa ha individuato oltre 5.800 casi di minori impiegati illegalmente (Getty Images).

La Florida pensa di usare i lavoratori adolescenti al posto dei migranti irregolari

La Florida ha deciso di renderli una risorsa stabile. Due disegni di legge in discussione propongono di abbassare le soglie di età e di eliminare le già fragili protezioni previste dalla legge. L’obiettivo è dichiarato: colmare il vuoto lasciato dai migranti irregolari, espulsi o fuggiti in massa dopo l’introduzione del sistema E-Verify, che obbliga le imprese con più di 25 dipendenti a verificare lo status migratorio dei lavoratori. Per chi non si adegua, sono previste sanzioni fino a 1000 dollari al giorno.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è la nuova frontiera degli Usa di Trump
Un picchetto contro la deportazione dei migranti in Florida (Getty Images).

Per il trumpiano DeSantis il lavoro minorile di 13 e 14enni è uno strumento educativo

Ron DeSantis, governatore della Florida e beniamino dell’estrema destra trumpiana, ha espresso senza giri di parole il suo pensiero: «Perché dobbiamo importare stranieri, anche illegalmente, quando abbiamo adolescenti e studenti universitari che potrebbero svolgere quei lavori?». Durante un forum con Tom Homan, ex capo dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) e regista del programma di deportazioni, DeSantis ha lodato il lavoro minorile come strumento educativo. «Non c’è nulla di sbagliato nell’aspettarsi che i nostri giovani lavorino part-time», ha detto. Peccato che nei testi di legge la formula “part-time” non compaia. Le proposte prevedono invece la possibilità, per i minori dai 14 anni in su, di lavorare su turni notturni, oltre le otto ore, anche durante l’anno scolastico, anche senza pause pranzo. I 13enni potranno essere assunti se hanno finito le medie e compiono gli anni entro dicembre. I ragazzi iscritti alla scuola online o istruiti in casa potranno lavorare senza limiti. È una regolamentazione scritta per aggirare la scuola e accorciare l’infanzia. Nello Stato in cui l’abbandono scolastico raggiunge il 20 per cento – con punte del 40 in alcune contee – si decide di aumentare il carico di lavoro invece di rafforzare l’istruzione. Oggi in Florida ci sono oltre 80 mila minorenni che già lavorano. Legalizzarne lo sfruttamento è solo il passo successivo.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è la nuova frontiera degli Usa di Trump
Ron DeSantis (Getty Images).

La benedizione delle ultraconservatrici Moms for Liberty 

La repubblicana Monique Miller ha dichiarato che la proposta di includere i 13enni è nata da una telefonata della moglie di Randy Fine, suo collega di partito. «Nostro figlio vuole lavorare durante l’estate ma compie gli anni a dicembre: non possiamo farlo lavorare lo stesso?». Questa è la genesi della norma. Una richiesta privata diventa legge. Ma dietro la facciata familiare si cela un progetto politico: sostituire i migranti con manodopera giovanile non sindacalizzata e priva di diritti. I repubblicani della Florida parlano di libertà. Ma nel loro lessico, libertà significa far lavorare un 13enne di notte in un fast food, per compensare l’assenza di migranti nei campi. Il contesto ideologico è chiaro. Miller è membro attivo di Moms for Liberty, organizzazione ultraconservatrice definita dal Southern Poverty Law Center come «movimento di estrema destra». Moms for Liberty è nota per le sue campagne contro i diritti delle persone Lgbtq+, contro i vaccini, contro i libri scolastici “non conformi”, contro l’istruzione pubblica inclusiva. Nel dicembre 2022 ha organizzato un evento insieme ai Proud Boys e ai neonazisti della Goyim Defense League.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è la nuova frontiera degli Usa di Trump
Monique Miller.

Sindacati e opposizioni contro l’ulteriore marginalizzazione dei più deboli

L’idea che il lavoro minorile sia uno strumento educativo è funzionale a un disegno politico regressivo: marginalizzare i più deboli e creare cittadini disciplinati fin dall’adolescenza. Contro questa ondata reazionaria si sono espressi con forza i sindacati e le opposizioni. Rich Templin, dell’Afl-Cio della Florida, ha parlato senza mezzi termini di «sfruttamento sistemico». «Invece di riformare il mercato del lavoro e offrire salari dignitosi», ha dichiarato, «si cerca nuova manodopera sottopagata. E ora la si trova tra i nostri figli». Anche Alexis Tsoukalas, analista del Florida Policy Institute, ha lanciato l’allarme: «È come trattare adolescenti con corpi e menti in sviluppo come se fossero adulti. Ma se questa legge passa, non ci sarà più alcuna protezione».

Gli Usa fanno scattare i dazi alla Cina del 104 per cento
Donald Trump (Getty Images).

L’America che racconta a se stessa di proteggere i bambini scrive leggi per sfruttarli 

Il caso della Florida è emblematico. È un laboratorio per il trumpismo di ritorno, che trasforma la repressione dei migranti in occasione per allargare i confini dello sfruttamento. Le leggi non si propongono di impedire l’illegalità, ma di riscrivere la legalità a favore delle imprese. La frontiera non è più quella tra cittadini e stranieri, ma tra chi è utile al sistema e chi può essere sostituito. Prima con gli immigrati. Ora con i bambini. Secondo le stime riportate da The Guardian e New York Times, nel 2022 sono stati almeno 130 mila i minori non accompagnati entrati negli Stati Uniti. Molti di loro sono finiti nei magazzini della logistica, nei campi di mais, nelle fabbriche di confezionamento. Il sistema li ha accolti con un contratto e un orario notturno. Altri, come in Florida, sono nati sul posto. Ma l’approccio è lo stesso: funzionali finché servono, silenziosi per necessità. Questa è l’America che racconta a se stessa di proteggere i bambini, mentre scrive leggi per farli lavorare di notte. Questa è la cultura politica che si appella alla famiglia per giustificare lo sfruttamento. E questa è l’occasione – storica, brutale, documentata – per dire che no, non è normale far lavorare un 13enne. Non lo era ai tempi del nonno. E non lo è nemmeno oggi.

Lo sfruttamento del lavoro minorile è la nuova frontiera degli Usa di Trump
Uno sciopero di giovani lavoratori a Philadelphia (Getty Images).

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Dalla rottura al riavvicinamento: Italia Viva guarda al centrosinistra

“Noi vogliamo cooperare per costruire un’alleanza di un nuovo centrosinistra che sia la base dell’alternativa a questo governo di destra che, secondo noi, sta facendo male a questo Paese.” Parole e desideri di Enrico Borghi, senatore e vicepresidente di Italia Viva, che ieri, ospite della trasmissione In Dino veritas, ha suonato la tromba per proporre “alle altre forze che si oppongono al governo Meloni un accordo-pacchetto che, attraverso le altre regioni che andranno al voto, trovi un’omogeneità di tutte queste forze, partendo dal rispetto delle singole realtà territoriali e dell’esigenza di costruire una proposta che sia convincente per l’alternativa a questa destra.” In sostanza: Italia Viva desidera fortissimamente fare parte dell’ammucchiata antimeloniana.

L’alleanza del “tutti contro”

Secondo Borghi, i numeri “dicono che se tutte le opposizioni al governo Meloni si unissero tra loro, il governo Meloni andrebbe a casa.” La strategia, quindi, sarebbe semplice: sommare i voti fingendo che siano bancali inerti da spostare alla bisogna. Nessun dubbio sul fatto che gli elettori si accorpino come atomi. Tutto, ovviamente, per “mandare a casa Meloni”, senza un passo in più. Anche perché immaginare Borghi e i suoi compagni di Italia Viva al governo con Pd, M5s, Avs sarebbe un tuffo nella distopia.

“Il Pd di Schlein è la casa di una sinistra massimalista figlia della cancel culture americana, che non fa sintesi e non dialoga. Io credo in un progetto riformista alternativo alla destra e distinto da questo Pd.” Sono passati esattamente due anni dall’intervista a Repubblica in cui Borghi annunciava il passaggio dal Pd a Italia Viva con queste parole. Il giorno successivo, il 27 aprile 2023, a Sky Borghi spiegava che “il Pd si è arroccato su posizioni identitarie che non gli consentono di diventare maggioranza. Una sinistra massimalista non ha speranze contro la destra.” Il 2 maggio di quell’anno, il senatore spiegava in un’intervista a Linkiesta che “la mutazione genetica del Pd è evidente. La sua spinta sui diritti individuali, sganciata dai doveri, e l’accento pauperista non rispondono alla mia visione riformista.”

Italia Viva dalla rottura al riavvicinamento tattico

Poi il miracolo: qualcuno deve aver spiegato a Borghi che senza il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle un seggio alle prossime elezioni sarebbe utopia. Da lì in poi, fino a ieri, il senatore ha parlato di tutto (la sicurezza nazionale, la geopolitica e il Ddl sulle guerre cognitive), ma le alleanze sono sparite dall’agenda.

A spingere contro il Pd dopo maggio 2023 ci ha pensato il suo capo, Matteo Renzi. “Non siamo qui per fare da stampella al Pd, ma per superarlo”, ha detto l’ex premier alla convention di Italia Viva nel settembre 2023. Poi, il mese dopo, anche Renzi ha parlato di Pd “pauperista e massimalista.” A febbraio del 2024, in un’intervista a Repubblica, il leader di Italia Viva ha dichiarato: “Noi di Italia Viva non possiamo stare con chi preferisce il populismo alla concretezza”, riferendosi al M5s che “è l’opposto di un progetto europeista e riformista.” A giugno 2024, Italia Viva prende una scoppola alle elezioni europee. Di chi è la colpa “Il Pd non ha capito che per battere la destra serve un progetto largo e riformista, non un’alleanza con i grillini. Noi non siamo contro il Pd, ma non possiamo essere complici di una sinistra che non sa vincere”, dice Renzi a Rainews.

E il M5s? Per Renzi: “Un’accozzaglia di incompetenti che ha distrutto il Paese” (aprile 2023), “saltimbanchi della politica” (settembre 2023), “hanno svenduto l’Italia per un like” (febbraio 2024), “un virus che ha infettato la politica italiana” (giugno 2024). Per Boschi sono “una barzelletta che non fa ridere nessuno”, per Rosato “dilettanti allo sbaraglio”, per Bellanova “camaleonti senza principi.”

Strano modo, quello di Borghi e compagni, di trovare “un’omogeneità di tutte queste forze partendo dal rispetto delle singole realtà”, davvero.

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Costituzione, ultimo argine alla deriva

Ogni volta che un politico accusa un giudice di “ostacolare la volontà popolare”, la Costituzione perde un pezzo. Lo ha ricordato il presidente della Consulta Giovanni Amoroso, riportando ordine dove la politica preferisce il caos: il limite del terzo mandato non è un dispetto a Vincenzo De Luca o a Massimiliano Fedriga, ma un principio generale. Vale per tutti. Fine. Ma la chiarezza oggi non basta. Perché serve coraggio per difendere le regole proprio quando diventano scomode a chi ha potere. Amoroso ha parlato di “attacchi inaccettabili” alla magistratura. Li chiama per nome: delegittimazione, personalizzazione, avvelenamento del dibattito pubblico.

La Corte costituzionale non chiede applausi, ma rispetto. È “l’ultima frontiera” tra il diritto e l’arbitrio. E quando un governo o un presidente di Regione provano a superarla, si rompe qualcosa. Non solo nei rapporti istituzionali, ma nella coscienza democratica del Paese. In tempi di revisionismi continui, ricordare che i giudici non sono eletti ma legittimati dalla legge, che il controllo di costituzionalità è un cardine delle democrazie mature, che la pena ha una funzione rieducativa e non vendicativa, non è un vezzo. È una necessità.

Non è la Consulta a essere invadente. È la politica a essere invasa da un narcisismo refrattario ai limiti. Ma la Costituzione non si piega per accontentare la vanità di un governatore.

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La ricetta Usa per i migranti? Gestiti come pacchi Amazon

Ci sono parole che svelano l’abisso più di qualunque confessione. Todd Lyons, capo ad interim dell’Agenzia federale Usa per l’immigrazione, ha trovato la sua: «Gestiremo i migranti come Amazon Prime». Lo ha detto davvero, in un discorso pubblico, davanti alla platea della Border Security Expo di Phoenix. Nessuno ha finto indignazione. Nessuno si è alzato. Perché la trasformazione delle persone migranti in oggetti da spedire — pacchi da smaltire con intelligenza artificiale, da “caricare sugli aerei” come merci in saldo — è già normalizzata.

Il linguaggio segue l’ideologia: se il migrante è un prodotto, allora l’espulsione è un algoritmo, non una violenza. Non c’è trauma, non c’è storia, non c’è vita. C’è solo il problema logistico di “riempire i posti liberi” con efficienza, come si fa in magazzino. Ma qui non si parla di scatole da etichettare. Qui si parla di esseri umani.

Il cinismo industriale con cui gli Stati Uniti parlano delle deportazioni è lo stesso che infetta l’Europa: l’idea che basti ottimizzare il sistema, automatizzare la frontiera, disumanizzare il processo. E così l’emergenza umanitaria diventa problema di performance. I diritti, una scocciatura da risolvere con l’IA. Chi parte, un errore da correggere con una logistica migliore.

Il modello Amazon applicato alle vite umane non è una trovata infelice. È un manifesto. E ci riguarda più di quanto vogliano farci credere. Perché ogni volta che un migrante viene trattato come una consegna da evadere, si sta decidendo chi ha diritto a essere persona. E chi può essere ridotto a merce, silenziosamente, senza neanche più bisogno di odio, solo con efficienza.

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Se i detenuti aumentano, licenziamo i giudici. Nordio riscrive il Codice penale

In un Paese dove ventisei persone si sono già tolte la vita in carcere dall’inizio dell’anno, dove il personale penitenziario è allo stremo e i posti letto si moltiplicano solo nei comunicati, il ministro della Giustizia ha pensato bene di alleggerire l’atmosfera: “La colpa del sovraffollamento è dei magistrati che mandano in carcere le persone”. Un’affermazione che non meriterebbe nemmeno commento, se non fosse che a pronunciarla è il responsabile del sistema penale italiano.

Carlo Nordio è il Guardasigilli che ha firmato i decreti Caivano e Sicurezza, che ha inasprito pene, aumentato l’arresto in flagranza e gonfiato la detenzione preventiva. Ora scopre con candore che le carceri sono piene. E, invece di interrogarsi sulla qualità delle leggi o sull’assenza di una politica penitenziaria, punta il dito su chi quelle leggi le applica. I magistrati, colpevoli di fare il loro lavoro.

La logica si piega alla propaganda. Il Dap è acefalo da mesi, i percorsi alternativi alla detenzione sono sottofinanziati, la magistratura di sorveglianza è trattata da comparsa. Mancano interventi strutturali, mancano investimenti, manca soprattutto l’intenzione di riformare davvero. E mentre le celle scoppiano e i numeri parlano chiaro, il ministro si limita a lanciare battute, come se il suo ruolo fosse quello del commentatore, non del responsabile. Un uomo assente, che trasforma l’inerzia in accusa e il caos in colpa d’altri. Con buona pace di chi muore dietro le sbarre.

Buon venerdì.

Foto AS

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Mussolini grande statista, FdI vuole una via per il duce

Il fascismo non esiste, ci dicono. È finito nel 1945, lo ricordiamo il 25 aprile e lo mettiamo a dormire per il resto dell’anno. E se qualcuno lo vede ancora, è perché è troppo ideologico. Peccato che a San Donà, mentre il sindaco cerca di raffreddare il dibattito, un consigliere di Fratelli d’Italia proponga candidamente una via per Benito Mussolini. Perché, dice, “fu un grande statista”.

Siamo al paradosso: mentre il fascismo è liquidato come ossessione della sinistra, le strade italiane rischiano di diventare vetrine per la nostalgia nera. Non bastano Ramelli, Gentile, Almirante. Ora si alza l’asticella: Mussolini. E non si tratta di un rigurgito solitario. È il segnale di un’egemonia culturale che marcia sulle gambe della toponomastica, tra revisionismo e normalizzazione.

Il sindaco prende le distanze. Ma il danno è fatto. Perché la proposta c’è stata, ha trovato spazio, è entrata nel dibattito pubblico. E soprattutto conferma che questa destra non perde occasione per intonare panegirici sul “grande statista” della dittatura. Intanto Gabriele De Rosa, anche lui di Fratelli d’Italia, rivendica la linea: “Il fascismo va storicizzato”. Come se non fosse stato già giudicato dalla storia, dalla Costituzione, dai corpi dei partigiani uccisi, dai campi di prigionia, dalle leggi razziali, dai roghi dei libri, dai corpi appesi a Piazzale Loreto.

Il fascismo non esiste, ma torna in forma di statua, targa, via. A piccoli passi. Perché l’ideologia, quando la neghi troppo, finisce che prende forma nei nomi delle strade. E se ci abiti accanto, diventa normalità. Finché un giorno smetti perfino di chiederti se sia giusto.

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