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Corteo per la pace, 100mila in piazza con il 5 Stelle contro il riarmo. Conte: “Finita la luna di miele di Meloni”

Cinque anni dopo l’inizio della legislatura, il Movimento 5 Stelle è tornato a riempire le piazze. Roma, sabato 5 aprile, Fori Imperiali: in centomila – secondo gli organizzatori – hanno risposto all’appello lanciato da Giuseppe Conte per dire no al riarmo europeo, no al progetto ReArm dell’Unione europea e al nuovo patto di stabilità che impone tagli mentre si spendono 800 miliardi in armi. Una manifestazione politica, sociale e simbolica, che ha messo insieme opposizioni, associazioni, attivisti e persino esponenti del mondo accademico e scientifico come il Nobel Giorgio Parisi, con un videomessaggio dello storico Alessandro Barbero che ha evocato “un clima simile a quello che precedette il 1914”.

La piazza dei 5 Stelle

Il corteo è partito da piazza Vittorio e ha sfilato fino ai Fori Imperiali. Bandiere del M5S, dell’Alleanza Verdi e Sinistra, del Partito democratico. Presente anche una nutrita rappresentanza della società civile: associazioni pacifiste, comitati per la scuola e la sanità, rappresentanti del mondo ambientalista. Più di 20 mila persone collegate in streaming. Dalle transenne e sul palco si sono succeduti slogan, cori, interventi. “Siamo 100mila – ha detto Giuseppe Conte chiudendo la giornata – e questa è la piazza della pace, della sanità pubblica, della scuola, del lavoro. Da qui parte l’alternativa a Giorgia Meloni”.

Conte all’attacco

Il presidente del M5S ha parlato più volte dal palco. Ha definito “folle” il piano europeo di riarmo e ha accusato Meloni di averlo sottoscritto “senza un mandato, senza un voto parlamentare, di nascosto e senza un confronto con i cittadini”. Il progetto, secondo Conte, giova solo alla Germania che vuole diventare una potenza militare. “Hanno utilizzato la verità dell’aggressione russa – che noi abbiamo condannato – come alibi per abbandonare ogni via diplomatica” ha aggiunto, accusando il governo di aver “spezzato la speranza europea” e di “svendere il paese ai dazi e alla logica del blocco militare”.

Il messaggio politico

Oltre all’opposizione al riarmo, la manifestazione è stata il primo vero banco di prova per la costruzione di un’alleanza politica alternativa al centrodestra. “Questa è una piazza che abbiamo messo a disposizione di tutti – ha detto Conte – anche di chi non ha la nostra tessera, anche di chi non condivide tutte le nostre idee”. Presenti in piazza anche Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli di AVS, che hanno parlato di “passaggio obbligato” e “occasione per costruire convergenze tra le opposizioni”.

Il Partito democratico, invece, si è presentato con una delegazione guidata dal capogruppo al Senato Francesco Boccia, da Sandro Ruotolo, Marco Furfaro, Susanna Camusso e altri esponenti della segreteria. La segretaria Elly Schlein non c’era, scelta che ha sollevato qualche malumore ma che Boccia ha difeso: “La segretaria è sempre in piazza, oggi c’è una delegazione importante. Alcune cose ci dividono dai 5 Stelle, ma sulla critica alla corsa al riarmo siamo d’accordo. E insieme vogliamo mandare a casa Giorgia Meloni”.

Selfie, strette di mano e qualche fischio

L’inserimento della delegazione Pd nel corteo è stato silenzioso ma non è passato inosservato. Alcuni manifestanti hanno applaudito, altri invece hanno gridato “ambigui”, rinfacciando il voto favorevole dei dem alla risoluzione sulla difesa europea a Strasburgo. Alcuni esponenti dem si sono fermati per selfie e strette di mano, altri si sono dileguati prima del palco. “Giusto esserci, ma fino a un certo punto” ha commentato un deputato in forma anonima.

Barbero e Travaglio, le voci dalla piazza

Due degli interventi più attesi sono arrivati in video. Lo storico Alessandro Barbero ha messo in guardia: “A noi storici chiedono spesso a cosa somigli la nostra epoca. E io dico: somiglia al 1914, quando nessuno voleva la guerra, ma tutti si preparavano a farla”. Marco Travaglio ha invece elencato le “balle” del governo Meloni e della Commissione europea, criticando il trasformismo bellico di chi “usa la guerra per ridefinire l’Europa secondo gli interessi industriali”.

Una piazza che divide

La manifestazione ha segnato un punto di svolta nel dibattito politico nazionale. Se da un lato ha evidenziato la possibilità di un’unità tra opposizioni su alcuni temi, dall’altro ha mostrato le fratture non sanate. Il Pd resta diviso tra un’anima europeista e una più critica, AVS cerca uno spazio autonomo e il M5S tenta di porsi come perno di una futura coalizione. Intanto, Giuseppe Conte incassa il successo di piazza e rilancia: “Li fermeremo. Da qui parte una grande onda. Viva l’Italia, viva l’Europa della pace”.

Leggi anche: Gubitosa: “Una piazza per dire No al riarmo”

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Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato – Lettera43

Parlando di stranieri che «non hanno la nostra sensibilità verso le donne», il ministro della Giustizia ignora i dati: nel 74 per cento dei casi l’assassino è italiano. Ma questa copertura ideologica, oltre ad alimentare la xenofobia, auto-assolve il governo che continua a tagliare i fondi ai centri antiviolenza e non introduce l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole.

Ci vuole una certa determinazione per prendere un tema come i femminicidi e distorcerlo con tale sicurezza, trasformando un dramma strutturale e trasversale in un’accusa generica alle «altre etnie». Ma Carlo Nordio ci è riuscito. Il ministro della Giustizia, parlando il 3 aprile a margine di un incontro della Camera penale, ha dichiarato che questi omicidi «si radicano probabilmente nell’assoluta mancanza non solo di educazione civica, ma anche di rispetto verso le persone, soprattutto per quanto riguarda giovani e adulti di etnie che magari non hanno la nostra sensibilità verso le donne».

Lo schema è noto: suggerire che la violenza maschile sulle donne sia soprattutto colpa di chi non appartiene al tessuto italiano, avanzando un sospetto razzista non apertamente rivendicato ma insinuato con la retorica del “forse”, del “magari”, del “probabilmente”. Funziona sempre, soprattutto se ci si affida all’ignoranza diffusa e si lasciano fuori i numeri.

Nel 94,3 per cento dei casi le italiane vengono uccise da un connazionale

Nel 2023, secondo l’Istat, in Italia sono state uccise 120 donne. Di queste, 100 sono state ammazzate in ambito familiare o affettivo. Nel 55,8 per cento dei casi, ad agire è stato il partner attuale o l’ex compagno. Il dato che smonta l’insinuazione del Guardasigilli è che nel 74 per cento dei femminicidi l’autore è italiano. La percentuale sale al 94,3 per cento quando si considerano solo le vittime italiane: in quasi tutti i casi, a ucciderle è un connazionale. Nelle situazioni in cui la vittima è straniera, solo il 43,8 per cento degli assassini è della stessa nazionalità. Il resto? Italiani.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Femministe in corteo (foto Getty).

Gli stranieri sono un’eccezione statistica, non la regola

Non bastasse, l’ultima analisi del Servizio analisi criminale del ministero dell’Interno (dati aggiornati a novembre 2023) mostra che le donne uccise da stranieri sono una netta minoranza. È un’eccezione statistica, non la regola. Ma evocare lo straniero serve da esca emotiva, da copertura ideologica, da diversivo comodo. Soprattutto se si ha interesse a non mettere in discussione la cultura di un Paese in cui le donne muoiono spesso per aver detto “basta”.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Getty).

Le carenze dell’intero sistema scolastico italiano

Nordio parla di «mancanza di educazione civica», ma si guarda bene dal dire che questa carenza riguarda l’intero sistema scolastico italiano, non solo «le etnie». Perché l’Italia, che ama rivendicare la sua “civiltà”, non ha mai reso obbligatoria un’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. Eppure, secondo un sondaggio Ipsos del 2023 per WeWorld, l’86 per cento delle ragazze tra i 14 e i 26 anni ritiene che la scuola non le prepari ad affrontare le relazioni affettive. Se serve educazione civica, dovremmo cominciare da noi stessi, non dai fantasmi del razzismo istituzionale.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Striscioni per chiedere l’educazione sessuale nelle scuole (foto Getty).

I carnefici sono padri di famiglia, vicini di casa, colleghi

L’identità culturale evocata da Nordio per distinguere “noi” da “loro” è la stessa che nel 2022 ha visto aumentare le richieste di aiuto al 1522 – il numero antiviolenza – del 10,6 per cento. È quella di una società che, secondo il Rapporto Eures, continua a contare più di 100 femminicidi l’anno, con un costante aumento delle aggressioni precedute da maltrattamenti noti e denunciati. E chi erano gli autori in quei casi? Italiani, padri di famiglia, vicini di casa, colleghi.

La nostra cultura giustifica il femminicidio come gesto disperato d’amore

Il patriarcato non arriva in barca. Vive nelle famiglie, nelle scuole, nei tribunali che derubricano la violenza a “raptus”. È lo stesso che ha ispirato la Corte d’Assise di Roma a concedere attenuanti a chi uccide una donna se «accecato dalla gelosia». È il sistema che giustifica l’omicidio come gesto disperato d’amore, che nelle cronache definisce «lite finita male» ciò che è, a tutti gli effetti, un’esecuzione.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Uno striscione a Venezia contro la violenza sulle donne (foto Getty).

I dati della relazione annuale del ministero dell’Interno confermano che nella maggior parte dei casi di femminicidio il movente è la volontà di controllo, il rifiuto della separazione, la gelosia: dinamiche tutte interne alla nostra cultura relazionale, non certo importate. Siamo il Paese dove il 37 per cento degli uomini, secondo l’Eurobarometro del 2016, crede che le donne esagerino nel denunciare. Siamo lo Stato in cui le sentenze per violenza sessuale si chiudono, troppo spesso, con pene sospese.

Il governo continua a tagliare i fondi ai centri antiviolenza

L’affermazione di Nordio non è un semplice svarione. È un posizionamento politico. Serve a criminalizzare alcune comunità e a deresponsabilizzare lo Stato italiano dalla sua inefficacia nella prevenzione e nella protezione. Dire che il problema è “altrove” significa poter evitare riforme strutturali, continuare a tagliare i fondi ai centri antiviolenza, a ignorare la formazione obbligatoria per le forze dell’ordine, a lasciare le scuole senza strumenti.

Le parole di Nordio su etnie e femminicidi sono un atto di complicità dello Stato
Un centro antiviolenza sulle donne (foto Getty).

Nordio cerca un capro espiatorio e rafforza così la xenofobia

Le parole del ministro sono gravi perché istituzionalizzano lo scaricabarile. Mentre le donne muoiono, non per cultura “altra” ma per cultura dominante, lo Stato cerca un capro espiatorio. Lo fa distorcendo i numeri, rafforzando la xenofobia e abbandonando la complessità. In un Paese in cui la stragrande maggioranza dei femminicidi è commessa da uomini italiani contro donne italiane, parlare di etnie è semplicemente un modo per non dover parlare di sé. Ed è, da parte di un Guardasigilli, un atto di complicità.

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Film già visto nel solito Pd

Complicare la realtà è il gioco di chi è avvezzo al retroscena politico come forma di sopravvivenza. La presunta complessità del Partito democratico, addirittura rivendicata, è l’arma con cui i cosiddetti riformisti del partito – da Picierno a Guerini, passando per Gori e così via – hanno ricominciato a tenere sotto scacco la segretaria Elly Schlein. Prima erano molto più banalmente le correnti – in questo caso di minoranze, sconfitte al congresso quando Schlein superò Bonaccini – ora le chiamano ricchezze. Forse per tornare alla realtà vale la pena ripassare chi ha votato la segretaria dei dem: l’hanno votata coloro che erano depressi dal renzismo e dalle sue scorie, l’hanno votata coloro che si sono disamorati del Pd amante dei governi tecnici ad ampio spettro, l’hanno votata coloro che non ne potevano più di un partito ostaggio del conservatorismo più arcigno.

La realtà è semplice. Il Partito democratico si è risollevato dai suoi minimi termini perché Schlein ha promesso di osare là dove il partito ha sempre tentennato: osare nel chiamare guerre le guerre, osare nel rivendicare il diritto di esistere di due popoli e due Stati in Medio Oriente, osare per smettere di guardare al centro come lasciapassare per carezze anche più a destra. Il bombardamento mediatico contro chiunque osi parlare di pace, negli ultimi anni, ha tenuto insieme pezzi di establishment e di media che fingono di non essere amici. Chiunque osi mettere in discussione la fallimentare strategia sull’Ucraina diventa automaticamente amico di Putin.

Chiunque chieda un po’ di decenza e rispetto per il genocidio in corso a Gaza è subito amico di Hamas. La pace, in qualsiasi sua declinazione, è raccontata come populismo. La guerra è progressista, le bombe sono diventate le figlie naturali e ineluttabili del Manifesto di Ventotene. Che il Pd abbia un differente vocabolario dal M5S è semplice, naturale: non sarebbero due partiti diversi. Accade anche con Alleanza Verdi e Sinistra, anche se in quel caso non lucra nessuno. Che non stia dalla parte di chi stringe le mani insanguinate di Netanyahu è un punto da ribadire, in modo chiaro e semplice. Per questo oggi dovrebbe essere in piazza.

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Contro l’oscurantismo a stelle e strisce, l’Europa spalanca i laboratori agli scienziati

Mentre Donald Trump promette di “ripulire” le istituzioni scientifiche statunitensi dai ricercatori che si occupano di cambiamento climatico, vaccini, genere e migrazioni, l’Unione europea ha scelto un’altra strada: accoglierli. E mentre Trump smantella il principio stesso di ricerca libera e indipendente, Bruxelles risponde con fondi, visti agevolati e una dichiarazione politica chiara: la scienza qui è ancora un bene pubblico.

Il paradosso è evidente. Da un lato, una superpotenza tecnologica che rinnega i suoi stessi cervelli in nome di una crociata ideologica. Dall’altro, un continente che cerca di invertire decenni di “fuga dei cervelli”, tendendo la mano a chi oggi si trova marginalizzato nel proprio paese. I numeri sono eloquenti: solo l’università di Aix-Marseille ha ricevuto 150 candidature da studiosi statunitensi, provenienti da istituzioni come Yale, Stanford e Columbia. Non solo scienziati del clima o immunologi, ma anche storici, sociologi, ricercatori dell’NIH e della NASA. Gente che Trump definisce “radicale”. In Europa, invece, sono accolti come risorsa strategica.

Ricerca libera, fondi veri

La commissaria Ue per la Ricerca, Ekaterina Zaharieva, ha detto chiaramente che Bruxelles intende rendere la libertà di ricerca un principio giuridicamente vincolante dell’Unione. E ha annunciato il raddoppio dei fondi disponibili per gli studiosi americani che scelgono di trasferirsi: fino a 4,5 milioni di euro a progetto. “Europa può e deve essere il miglior luogo al mondo per fare scienza”, ha dichiarato davanti al Parlamento europeo. Un linguaggio raro, in tempi in cui anche da noi non mancano gli attacchi all’autonomia dell’università e ai temi ritenuti scomodi.

Nel frattempo, fioccano le iniziative locali: dal programma Atrae in Spagna a “Brains for Brussels” in Belgio, passando per fondi speciali a Berlino e un ponte del talento catalano da 30 milioni di euro. In Svezia, il Karolinska Institute rafforza le sue attività di supporto agli studiosi in fuga, mentre la VUB di Bruxelles apre un centro dedicato. Gli atenei, insomma, si stanno muovendo più in fretta della politica nazionale.

I cervelli non hanno dazi: l’Europa apre agli scienziati

Non è solo un’opportunità economica. C’è una responsabilità storica che aleggia su questo movimento: Zaharieva ha evocato la persecuzione degli intellettuali sotto i regimi nazifascisti. E l’editoriale firmato da otto scienziati tedeschi su Der Spiegel parla senza giri di parole di una possibilità unica per “invertire il brain drain” che ha svuotato l’Europa nel Novecento. Allora erano i nazisti a cacciare Einstein e Lise Meitner. Oggi è l’America di Trump a licenziare chi osa parlare di immunologia o di razzismo sistemico.

Di fronte a tutto questo, l’Europa ha un vantaggio: sui cervelli non si possono imporre dazi. Né si possono blindare con i muri. Quando un continente diventa rifugio per la conoscenza, si arricchisce senza togliere nulla a nessuno. E i laboratori riempiti da chi è stato espulso per aver detto la verità sono i migliori anticorpi contro il virus della censura.

Certo, non è una fiaba a lieto fine. I tagli alla ricerca colpiscono anche in Europa. La retorica anti-scientifica circola ovunque. Ma questo sforzo collettivo per attrarre studiosi americani è un segnale. Che dice chi siamo, e chi non vogliamo diventare. Se Trump chiude le porte, noi apriamo i laboratori. Se la Casa Bianca caccia chi studia l’inclusione, le università europee preparano visti e borse. Non per spirito missionario, ma perché la conoscenza, come la libertà, è una questione di sopravvivenza. E anche questa, sì, è politica.

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L’Italia non lo nomina, il Venezuela non lo libera

Da 140 giorni Alberto Trentini non ha più volto, più voce, più nome. È un italiano incensurato, prigioniero in Venezuela senza accuse, senza processo, senza diritti. Lo hanno preso all’aeroporto di Caracas mentre lavorava per una Ong premiata con il Nobel, e da allora nessuno sa nemmeno dove sia. Non una visita consolare, non una telefonata, nessuna comunicazione ufficiale. Solo silenzio.

Alberto non ha doppia cittadinanza, non ha scheletri da negoziare, non ha altro che la sua fedina penale pulita e il suo passaporto italiano. Ed è questo il punto: è italiano. Solo italiano. E lo è anche nel momento in cui il suo Paese lo dimentica. O meglio, lo seppellisce sotto le scartoffie diplomatiche. Due lettere della madre alla presidente del Consiglio, nessuna risposta. Neanche una parola in pubblico. È stato rapito da uno Stato, non da una banda. È merce di scambio per un governo che vuole legittimazione, mentre l’Italia tace. E se fosse il figlio di qualcun altro? Di un ministro, di un sottosegretario? Sarebbe ancora lì?

Non servono più digiuni a staffetta o petizioni da firmare con la speranza tra le dita. Serve un gesto politico. Serve che Giorgia Meloni pronunci il suo nome. Che dica: Alberto Trentini è un cittadino italiano e vogliamo riportarlo a casa. Serve adesso. Perché ogni giorno in più è una complicità. Perché salvare Alberto non è solo una prova di forza diplomatica, ma un dovere umano. Perché chi è partito per aiutare i più fragili non può essere abbandonato dai forti. E perché, se il governo non lo fa, allora non è l’Italia che difende i suoi. È l’Italia che li dimentica.

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Dipendente dell’ex Ilva deceduto, l’Italia condannata per l’indagine flop

G.L. lavorava nell’acciaieria Ilva di Taranto. Dal 1980 al 2004 ha respirato amianto, benzene, idrocarburi e diossine, secondo quanto accertato da un perito medico. Nel 2010 è morto per un tumore polmonare. Sua moglie e suo figlio hanno denunciato per omicidio colposo, chiedendo che si facesse luce sull’origine professionale della malattia. Quattordici anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia: l’indagine sulla sua morte non è stata efficace. Il diritto alla vita, garantito dall’articolo 2 della Convenzione, è stato violato.

La sentenza è un colpo assestato a un sistema che preferisce non guardare. Il tribunale italiano ha archiviato il caso senza nemmeno provare a ricostruire con precisione le mansioni di G.L., perché la società datrice di lavoro — Fintecna, ex Ilva — non ha collaborato, non ha fornito i documenti richiesti, non ha chiarito nemmeno se i lavoratori fossero stati dotati di dispositivi di protezione individuale. E così, nel dubbio, lo Stato si è voltato dall’altra parte.

L’alibi della complessità

L’autorità giudiziaria, scrive la Corte, avrebbe potuto ordinare ulteriori accertamenti per verificare l’eventuale legame causale tra l’esposizione alle sostanze tossiche e la malattia. Avrebbe potuto tentare di identificare i responsabili delle eventuali violazioni delle misure di sicurezza. Non lo ha fatto. Ha ritenuto impossibile stabilire il momento iniziale della catena causale. Ha considerato inutile raccogliere altre prove. Ha concluso che, essendo state più persone a dirigere G.L. durante gli anni di lavoro, non fosse possibile accertare chi avesse eventualmente colpa. Un ragionamento circolare: non si cerca la verità perché non si può sapere chi sia il colpevole, ma non si può sapere chi sia il colpevole perché non si è cercata la verità.

La Corte europea ha smontato questo meccanismo difensivo con una formula che pesa come una pietra: «i tribunali nazionali non hanno fatto sforzi sufficienti per stabilire i fatti». Il mancato approfondimento — osservano i giudici — non è stato giustificato da alcuna spiegazione scientifica, né da elementi concreti che rendessero impossibile risalire all’esposizione. L’archiviazione si è basata su una lacuna che avrebbe dovuto essere colmata, non accettata come inevitabile.

La giustizia che non disturba

Nel diritto alla vita, dice la Convenzione, è compreso anche il diritto dei familiari delle vittime ad avere una risposta. Non solo una verità giudiziaria, ma anche la garanzia che lo Stato abbia fatto tutto ciò che poteva per cercarla. Quando questo non accade, non è solo un processo che si chiude: è una porta che si chiude in faccia a chi ha perso un padre, un marito, un lavoratore.

Il caso Laterza e D’Errico è una sentenza, ma è anche una diagnosi. Racconta una giustizia che, davanti al lavoro che uccide, non indaga abbastanza. Una memoria che evapora negli archivi aziendali. Una responsabilità che si dissolve nella confusione burocratica. E soprattutto racconta uno Stato che — ancora una volta — ha scelto di non sapere.

Perché sapere avrebbe significato interrogare gli atti, scomodare i dirigenti, scontrarsi con l’opacità di una storia industriale che ha prodotto malattie, silenzi e archiviazioni. Avrebbe significato assumersi un peso politico e culturale: riconoscere che la sicurezza sul lavoro non è una variabile negoziabile, e che la salute dei lavoratori è una responsabilità collettiva. Invece si è scelto il comodo rifugio della complessità. Troppi anni. Troppi dirigenti. Troppi buchi nei fascicoli. Troppa fatica nel fare giustizia.

La Corte non chiede miracoli. Chiede tentativi onesti. Chiede che i tribunali non si arrendano prima di cominciare. E ricorda che quando uno Stato rinuncia a cercare la verità, rinuncia a una parte della sua dignità.

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‘A casa loro’ alla rassegna “Dialoghi in Piazza”

GARBAGNATE MILANESE – Si è chiusa con un bilancio positivo la 13ª edizione della rassegna “Dialoghi in Piazza”, organizzata dal Gruppo Culturale La Piazza. Tradizionalmente l’evento è un contenitore di conferenze e spettacoli dislocati in città che puntano in modo particolare al dibattito e alla riflessione su temi di richiamo. I temi dell’edizione 2025 sono stati “cammino della speranza, la pace e la giustizia”. Vari i momenti che hanno fatto riflettere profondamente il pubblico.

Primo appuntamento domenica 23 marzo nella basilica centrale: 200 persone hanno assistito al concerto dell’Orchestra Filarmonica Giovanile Europea, diretta dal maestro Marcello Pennuto con le voci bianche e i cori del Collegio dei Padri Oblati Missionari e del Nazzareno di Caronno Pertusella. Venerdì 27 marzo, il monologo di Giulio Cavalli dal titolo “A casa loro” ha toccato corde profondissime nella sala convegni di Corte Valenti. Cavalli, accompagnato da un sottofondo musicale, ha spiegato con dovizia di particolari agghiaccianti le vicende degli sbarchi dei migranti dalla Libia all’Italia dando lettura di diari e testimonianze degli uomini di colore che li ha assistiti: “C’è una scena lineare, ammassati come bestie gli uomini, per lo più giovani, e minorenni addestrati che volevano restare in nord Europa ma sono costretti a rimanere in accoglienza in un centro di detenzione. Per un tratto dei 700 morti trovati dentro la stiva di un barcone, l’Italia non ha risposto in sede civile alla politica europea”.

Momento toccante e decisivo è stato Salvatore Attanasio, padre di Luca, il noto ambasciatore italiano assassinato in Congo: ha ricordato con emozione gli ultimi dialoghi avuti con il figlio. La videoinchiesta ha raccontato i momenti culminanti di Luca Attanasio e della difficile inchiesta giudiziaria per scoprire il colpevole dell’omicidio. Duecento i visitatori.

Sabato 29 marzo la rassegna si è proseguita in Corte Valenti con la storia del prete salesiano don Luigi Melesi, raccontata da Valerio Ricciardelli: “Melesi e Carlo Maria Martini determinarono la fine della lotta armata degli anni ’70 – ha raccontato Ricciardelli – Dopo l’esperienza nel Collegio dei Salesiani di Arese, l’Ispettorato Salesiano ha dato mandato a Melesi in qualità di cappellano nel carcere di San Vittore. Nel 1978 i detenuti politici non ne volevano sapere di essere recuperati e non volevano parlare con i preti. Lui andò e ci riuscì. Se è miracolosissima l’intercessione di don Bosco per ottenere una grazia, allora questa storia di giustizia riparativa è andata a buon fine nel 1984”.

(daf)

Come bestiame da rotazione

Il tribunale parla chiaro: «Operai come mere appendici delle macchine». Facili da addestrare, da sostituire, da controllare. È il sistema usato, secondo la procura di Milano, da una filiera di cooperative e società filtro per appaltare lavoro a basso costo, aggirare tasse e contributi, e occultare le responsabilità dello sfruttamento.

Non è solo evasione, è progettazione industriale della disumanità. Le inchieste parlano di algoritmi che dirigono i turni, programmi gestiti direttamente dalle aziende committenti, come già visto con una grande piattaforma internazionale di e-commerce. Il committente non assume, ma comanda. Il lavoratore non lavora, ma si piega al ritmo imposto da un codice informatico.

Gli operai sono trattati come energia da consumare: turni massacranti, attrezzature scadenti, infortuni ignorati. Perché i margini si costruiscono sull’invisibilità e sulla stanchezza altrui.

Le società si difendono, ma intanto lo Stato sequestra 33 milioni e indaga i vertici. E di nuovo, come in decine di inchieste precedenti, si scopre che in Italia lo sfruttamento non è un’eccezione. È la regola ben oliata della logistica, della grande distribuzione, del mercato.

Chi lavora non è un essere umano: è una variabile, un costo da tagliare, un corpo da sostituire. Finché non si rompe. Finché non serve più. Poi si butta.

Non è il lavoro. È un addestramento alla docilità.

Buon venerdì.

 

Foto AS

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Radioterapia anti-tumori, solo 3 su 10 la ricevono

Sette persone malate di tumore su dieci dovrebbero ricevere radioterapia. Solo tre ci riescono. Il motivo non è una rivoluzione scientifica che ha superato il trattamento. Il motivo è che in Italia mancano i medici. Manca la volontà politica. Manca un’organizzazione decente.

Nel 2024, a fronte di 170 posti disponibili nelle scuole di specializzazione, si sono iscritti solo in 23. I radioterapisti in attività sono poco più di mille, distribuiti male. La materia è relegata a una manciata di ore nei corsi di medicina. I reparti oncologici li coinvolgono tardi, spesso per niente. Nel frattempo, in molti ospedali si celebrano con orgoglio le “eccellenze”, ma si ignorano i vuoti che possono essere letali.

Eppure la radioterapia, grazie alla sua precisione millimetrica e alla personalizzazione, ha permesso di curare quasi metà dei tumori guariti. È indicata quando la chirurgia è troppo rischiosa. È efficace contro metastasi selezionate. È un’arma pulita che l’Italia continua a lasciare scarica.

Ora sono arrivati gli Stati Generali. Riunioni, relazioni, buone intenzioni. Ma se anche questa volta non seguiranno investimenti concreti nella formazione e nella governance, resterà solo l’ennesimo convegno sulle occasioni perdute.

Nel frattempo, chi ha bisogno di cure aspetta. E l’attesa, in oncologia, non è mai neutra.

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Tra pratiche in ritardo e burocrazia, la riforma della Disabilità è un Calvario

La riforma sulla disabilità annunciata come svolta epocale si è rivelata, nei fatti, tutt’altro. Un paradosso amministrativo con un cuore crudele: promette inclusione, produce esclusione. Basta guardare i numeri, basta ascoltare chi vive questa riforma sulla propria pelle.

A Trieste, dove Basaglia una volta apriva le porte ai diritti, oggi le porte si richiudono. In una città che storicamente è stata modello di sanità territoriale, l’Inps riesce a lavorare solo 350 pratiche su oltre 5.000 richieste abituali. Il tempo medio per la conclusione di una pratica è di 113 giorni, contro i 30 previsti per i minori e i 15 per gli oncologici. È un tempo rubato a chi non ne ha, a chi ha un bisogno urgente, reale, documentato. È il tempo della burocrazia che si traveste da riforma.

La macchina burocratica che divora i diritti

A Firenze gli accessi mensili al patronato Cgil sono passati da 1.000 a 40. Il certificato medico introduttivo, che prima richiedeva 30 minuti, oggi ne richiede fino a 90. È diventato un onere aggiuntivo per medici già stremati dalla carenza di personale. A pagarne il costo – anche in senso letterale, visto che il prezzo del certificato è lasciato al libero mercato – sono le famiglie fragili, i malati, i minori con disabilità.

Il meccanismo è sempre lo stesso, provincia dopo provincia. A Frosinone il crollo delle domande è del 90%. Il segretario della Cgil Giuseppe Massafra parla di “paralisi”, di una riforma che stoppa i diritti prima ancora che vengano espressi. I medici non riescono a stare dietro al carico burocratico, le piattaforme informatiche sono inaffidabili, i costi aumentano. E nel silenzio, non vengono pubblicati nemmeno i dati ufficiali. Il risultato? Mille parole sull’inclusione e un deserto di fatti.

Una riforma senza gambe, né volontà

A Brescia, la riforma si è abbattuta come una diga sui diritti in piena. Le domande sono passate da 2.500 al mese a 400. Un collasso che coinvolge 2.100 persone fragili escluse dal sistema. La riforma è partita senza decreti attuativi, senza un piano per le assunzioni, senza un confronto vero. I patronati sono stati marginalizzati, i medici abbandonati, le Asl sostituite da tre soli centri Inps per tutta la provincia. È come costruire una scuola senza classi e poi lamentarsi che nessuno impara.

La ministra Locatelli promette “un nuovo sguardo” che valorizzi le persone. Ma la sensazione è che le persone non vengono nemmeno viste. Sono filtrate, ritardate, rimbalzate da un sistema che non ha le gambe per reggersi e ancor meno per camminare con chi ne ha più bisogno.

La riforma, così com’è, è una trappola: pretende digitalizzazione senza fornire strumenti, impone tempi senza fornire personale, invoca semplificazione mentre moltiplica gli ostacoli. Il risultato è un’Italia divisa tra chi riesce ad accedere ai diritti e chi no. Non per colpa, ma per residenza, per caso, per mancanza di un medico o di un clic funzionante. È la lotteria dell’invalidità, dove vincono solo i più fortunati. E perdere significa restare senza reddito, senza supporto, senza tutele. Significa vivere, o morire, con un diritto negato.

La domanda che resta è semplice: chi si prenderà la responsabilità di questo disastro? Chi ammetterà che l’urgenza non era un annuncio in conferenza stampa ma un piano serio, condiviso, umano? Chi dirà che sperimentare sulle persone fragili è un atto politico di violenza Si poteva ascoltare, si poteva correggere, si poteva fare meglio. Invece si è scelto di non farlo. Perché questa non è solo l’ennesima riforma maldestra. È un atto di selezione sociale mascherato da modernizzazione. È la dimostrazione che si può parlare di diritti senza volerli davvero garantire. E se questa è l’Italia che si prepara al 2026, allora conviene iniziare a usare le parole giuste: non riforma, ma fallimento. Non innovazione, ma esclusione. Non disabilità, ma disuguaglianza.

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