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Settecento militari italiani nel Golfo da quattro mesi all’insaputa del Paese. Ecco la norma (del 2024) che lo ha reso possibile

Sul sito della Difesa è comparsa la scheda di un’operazione partita quattro mesi fa. Dice che “dalla seconda metà di marzo 2026“, su richiesta dei Paesi partner, l’Italia ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Si chiama Task Force Air-Arabia, la comanda il colonnello Michele Schiavi, conta 400 militari e quattro Eurofighter.

Accanto opera la Task Force Land-Arabia dell’Esercito, circa 300 uomini con una batteria Samp/T, metà in Arabia Saudita. Settecento militari italiani in un Paese che dal 28 febbraio incassa missili e droni iraniani, e che il 29 luglio si è unito ai raid americani in Iraq. L’operazione l’ha rivelata Fausto Biloslavo sul Giornale, poi Repubblica. La pagina è arrivata dopo.

Il 13 marzo, al Quirinale, il Consiglio supremo di difesa metteva a verbale che “l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra”, e che il sostegno al Golfo restava “in base a missioni in atto e già autorizzate dal Parlamento“. Solo che la delibera missioni 2026, scheda 4, autorizza l’impiego in Emirati, Kuwait, Bahrein e Qatar. L’Arabia Saudita in quell’elenco manca.

La clausola che sposta i confini

La legge 168 del 2024 ha ritoccato la legge quadro sulle missioni, la 145 del 2016, infilandoci le parole “anche in modalità interoperabile con altre missioni nella medesima area geografica“. Da lì il perimetro autorizzato smette di essere un Paese e diventa un quadrante, dentro cui gli assetti si spostano senza ripassare dalle Camere.

I capigruppo del Pd hanno depositato ieri un’interrogazione proprio su quella clausola. Dal ministero replicano citando una risoluzione che autorizza “il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea”. È una formula che copre tutto proprio perché evita i nomi.

Il 3 marzo Guido Crosetto spiegava che aiutare il Golfo «significa difendere le nostre economie», e due giorni dopo, alla Camera, ripeteva che «l’Italia non è in guerra». Il 27 marzo Roma negava a Sigonella l’atterraggio a bombardieri americani diretti in Medio Oriente, e Donald Trump lo rinfaccia da mesi a Giorgia Meloni. Il 24 giugno il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha raccontato a Fox News di 500 aerei statunitensi partiti dalle basi italiane; la Difesa ha bollato il racconto come “totalmente fallace”, attività solo tecniche e logistiche.

Il conto è a bilancio: a luglio, al vertice Nato di Ankara, il governo ha confermato il 5% del Pil entro il 2035, dal 2,8%di oggi. L’Osservatorio Mil€x stima in quasi 500 miliardi la spesa aggiuntiva rispetto alla soglia del 2%.

Il criterio, non il nome

A fine luglio il portavoce dei pasdaran, il generale Hossein Mohebbi, ha avvertito che qualunque Paese schierato con gli Stati Uniti «diventerà un nostro obiettivo legittimo». Ha citato Gran Bretagna e monarchie del Golfo, e in quella lista l’Italia manca. Il criterio, però, lo soddisfa per intero.

Il nome, del resto, Teheran l’ha già fatto. Il 21 febbraio gli Esteri iraniani hanno designato le “forze navali e aeree” dei Paesi Ue come organizzazioni terroristiche. Il 25 giugno il portavoce Esmaeil Baqei ha scritto su X che Italia e Romania erano state “esplicitamente nominate” da Rutte fra i partecipanti all’aggressione. Antonio Tajani ha telefonato all’omologo Abbas Araghchi: l’Italia “non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare”, dice. Quei settecento militari, a quel punto, stavano nel Golfo da tre mesi.

Qui da noi il Viminale tiene in vigilanza rafforzata oltre 28mila obiettivi sensibili. I sistemi contraerei migliori stanno fuori: uno in Arabia Saudita, un altro a Konya, in Turchia, dal 3 luglio. Difendiamo i giacimenti di Riyad e i summit dell’Alleanza, a casa restano le pattuglie. La scheda è comparsa quattro mesi dopo il primo volo. Le Camere l’hanno letta sul sito, come tutti.

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Prestiti Ue per il riarmo, quanto costa davvero l’accesso ai Fondi Safe per le spese militari

La data cade nel 2075. Secondo i conti dell’osservatorio Mil€x: su quell’anno cade l’ultima rata dei prestiti Ue per il riarmo che il governo italiano racconta come una partita di tesoreria. L’osservatorio ha modellato il rimborso dei 14,9 miliardi del programma Safe, lo Strumento di azione per la sicurezza dell’Europa. Prima erogazione nel 2027, ultima entro il 2030, e per ogni tranche quarantacinque anni di ammortamento a partire da lì.

Martedì, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato riunite sugli esiti del vertice Nato di Ankara, Antonio Tajani ha messo agli atti una frase netta: «Abbiamo deciso di utilizzare Safe chiedendo un intervento di 14,9 miliardi». Mezz’ora dopo, uscendo da Palazzo Madama, la cifra era tornata una prenotazione, e in serata il vicepremier derubricava il caso a «tempesta in un bicchier d’acqua». Guido Crosetto, intanto, aveva già riportato tutto in ragioneria: Safe «è un’alternativa al Bot», «una scelta totalmente tecnica». La richiesta, del resto, sta a Bruxelles dall’estate del 2025.

Il conto che si cristallizza

Il Regolamento UE 2025/1106 fissa i paletti e ignora il tasso. Durata massima quarantacinque anni, prefinanziamento fino al 15%, richieste di pagamento due volte l’anno, periodo di disponibilità chiuso al 31 dicembre 2030, dieci anni di grazia sul capitale. Il prezzo lo fa il mercato: la Commissione emette titoli comuni e gira agli Stati le stesse condizioni, tranche per tranche. Così il costo dei quasi quindici miliardi si forma pezzo per pezzo, e oggi resta ignoto. Una cosa è fissata dal primo giorno: quei soldi finanziano appalti di prodotti per la difesa, e solo quelli. Su questo punto, in audizione, è caduto il silenzio.

Mil€x lo ha stimato ancorando i tassi alla curva dei titoli europei a lunga scadenza, intorno al 3,25% sul tratto trentennale a inizio 2026. Su tre scenari fra il 3 e il 4%, l’osservatorio coordinato da Francesco Vignarca calcola per Mil€x una restituzione nominale fra 27 e 32 miliardi, con i soli interessi fra 12,5 e 16,7 miliardi. Circa il doppio del capitale incassato.

C’è poi la variabile che decide davvero, e in audizione è rimasta fuori. A parità di tasso mediano, calcola sempre Mil€x, lo stesso prestito costa 29,5 miliardi con quarantacinque anni di durata e preammortamento pieno, oppure 19 miliardi con un rimborso più corto. Oltre dieci miliardi di scarto, quasi un anno intero di acquisti italiani di armamenti. Ancora Mil€x: il solo preammortamento vale 2,6 miliardi di interessi in più, e scendere da quarantacinque a 15 anni taglia gli interessi da quasi quindici a circa 4 miliardi. Ed è esattamente la configurazione più cara quella che alleggerisce il bilancio di chi governa adesso.

La firma che manca

Il Documento di finanza pubblica 2026 mette a verbale il resto. A pagina 80, in nota, il Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti scrive che il piano trasmesso alla Commissione contempla “tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio”, e che quattro voci fuori perimetro saranno coperte tagliando altri capitoli della Difesa. Lo stesso documento registra che di prefinanziamento l’Italia ne ha chiesto zero, e ricorda l’impegno preso all’Aia: il 5% del Pil entro il 2035, di cui 3,5 di difesa in senso stretto.

Intanto nove Stati hanno firmato l’accordo esecutivo, l’ultima la Lettonia con una tranche da 3,5 miliardi. La Polonia ha incassato il 29 maggio il primo esborso da 6,6 miliardi, il 15% della sua assegnazione da 43,7 miliardi. Roma sta prima di quella soglia, e il portavoce della Commissione Thomas Regnier ripete che serve chiarezza subito.

Il Parlamento voterà su una cifra. Il costo lo decide un’altra riga, quella su durata e preammortamento, e su quella riga il governo tace da mesi. Vale dieci miliardi, e li salderà chi oggi va all’asilo.

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Il Parlamento ha scoperto i suoi soldati in edicola

«Certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale.» Guido Crosetto, Camera, 5 marzo, sull’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran. Da lì il governo si è battuto su un fronte solo: dimostrare che dalle basi americane partivano soltanto voli tecnici. Quando a giugno il segretario della Nato Mark Rutte ha detto che cinquecento aerei erano decollati da qui…

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Dall’Ucraina all’Iran, si continua a parlare la lingua delle armi. E i colossi della Difesa e del petrolio fanno affari d’oro

Meno di due giorni separano la stretta di mano di Washington dal cielo pieno di missili. Martedì Volodymyr Zelensky è uscito dallo Studio Ovale scrivendo che serve “intensificare il processo diplomatico”. Fra mercoledì e giovedì la Russia ha lanciato sull’Ucraina 74 missili e 284 droni, secondo l’aeronautica di Kiev. A Radushne, vicino a Kryvyi Rih, un missile ha centrato la casa di una famiglia numerosa: sei morti, fra cui due bambine di 5 e 12 anni; in tutto il Paese almeno otto morti. La diplomazia, quest’estate, dura quanto il comunicato che la annuncia.

Il raid ha sconfinato. Alle 3:40 i radar polacchi hanno agganciato un oggetto diretto a ovest, sparito sei minuti dopo. Vicino a Tarnawa-Kolonia, provincia di Lublino, in un campo è rimasto un cratere largo dieci metri. I frammenti indicano «un missile Kh-101 russo», ha detto sul posto il premier Donald Tusk. Un missile con ogni probabilità russo è esploso dentro il perimetro dell’Alleanza atlantica e la risposta, per ora, sta nelle condanne di rito.

Dall’Ucraina all’Iran: sei mesi di fuoco, due tavoli fermi

La guerra all’Iran, aperta da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio, è entrata nel sesto mese. Nella stessa notte il Comando centrale americano ha annunciato attacchi “pesanti” su decine di obiettivi dei Guardiani della rivoluzione, risposta ai balistici lanciati martedì contro una base in Giordania. I media iraniani hanno riferito di tre morti sull’isola di Qeshm, fra cui un bambino di due anni. L’Arabia Saudita si è intanto unita ai raid in Iraq. E l’ammiraglio Brad Cooper ha portato a Donald Trump l’ipotesi di dieci-quattordici giorni di bombardamenti intensivi, ricostruisce il Wall Street Journal.

Il Pakistan, mediatore, ha assicurato intanto che i contatti proseguono per riportare le parti al memorandum di Islamabad. Sull’altro tavolo Sergej Lavrov ha bollato come «ultimatum» la sequenza chiesta dall’Occidente, tregua prima e trattativa dopo. Due negoziati aperti, quindi, e nessuna ora di silenzio. Il fuoco è l’unica lingua rimasta in servizio.

I numeri li tiene la missione Onu per i diritti umani in Ucraina: 1.396 civili uccisi e 7.978 feriti nel primo semestre, il 37% in più dell’anno scorso. Anche Kiev ha allungato il tiro: secondo Reuters i droni ucraini hanno danneggiato sette magazzini di Wildberries, circa il 10% della capacità; nei depositi colpiti le autorità russe hanno contato otto morti. La guerra è arrivata nei magazzini dell’e-commerce, addosso agli operai del turno di notte.

Chi incassa, e con che calendario

Mercoledì l’esercito americano ha assegnato a Lockheed Martin fino a 58,6 miliardi di dollari per gli intercettori Patriot, da 600 a 2.000 pezzi l’anno entro il 2030, riferisce Reuters. Il Csis stima che negli arsenali statunitensi restino meno di mille intercettori Patriot. Zelensky ne ha chiesti 300 per l’inverno e le licenze di produzione, dice, gli sono state promesse. Per la fabbricazione su larga scala, scrive Axios, possono servire da uno a cinque anni. Il mercato corre proprio lì dove la protezione arriva tardi.

A Bruxelles la contabilità è svelta. Ieri la Commissione europea ha erogato altri 3,47 miliardi per droni, missili e caccia: 8,5 miliardi sui 90 del prestito a Kiev, obiettivo 28 miliardi entro fine anno. Sul Safe il portavoce ha ripetuto che la firma italiana sui 14,9 miliardi serve subito, dicembre è tardi. Sulle armi il calendario europeo è al giorno; sulla tregua manca la casella.

Il conto poi arriva alla pompa. Il Mimit ha rilevato ieri 2,066 euro al litro per il gasolio self sulla rete ordinaria, con il Brent di nuovo sopra i 90 dollari: lo sconto di 17 centesimi varato lunedì se lo sono già mangiato le quotazioni. Il rialzo lo pagano le famiglie in viaggio, e i governi chiamano sicurezza tutto questo. Restano due guerre senza data di chiusura e un solo calendario davvero scritto, i dieci-quattordici giorni proposti a Trump. Il resto sta nei comunicati.

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Il diritto di giocare sulla vita altrui

«Ci sono soldati ora che si trovano a Gaza e in Libano affinché noi possiamo giocare qui. Ci sono persone che sono morte affinché noi potessimo giocare qui». Lo ha detto Nadav Zilberstein, allenatore della nazionale israeliana under 18, ai suoi giocatori minorenni, prima dell’esordio all’Europeo di categoria in corso fra Trento e Rovereto. Il video lo ha diffuso la Federazione cestistica israeliana. Nessuno gliel’ha rubato.

Il conto dell’altra metà del campo il Comitato olimpico palestinese lo ha depositato alla Camera dei deputati il 13 febbraio 2026: 684 sportivi uccisi dall’ottobre 2023, di cui 178 fra i sei e i vent’anni, circa 290 impianti distrutti fra Gaza e Cisgiordania.

Il primo marzo 2022 la Fiba ha escluso squadre e dirigenti russi da ogni competizione per la violazione della tregua olimpica. La stessa Fiba, il 29 giugno 2025 ai Mondiali under 19 di Losanna, ha assegnato a Israele la vittoria a tavolino sulla Giordania, che si era rifiutata di giocare. Nel rapporto del 16 settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha qualificato come genocidio la condotta israeliana nella Striscia.

Prima del torneo i sindaci di Trento e Rovereto, Franco Ianeselli e Giulia Robol, avevano scritto alla federazione israeliana che “il campo da gioco non è un mondo a parte e non è mai neutrale”. Il 29 luglio Alleanza verdi e sinistra del Trentino ha chiamato quelle parole “un atto ignobile” che legittima il genocidio di un popolo. Quel giorno il ministero della Salute di Gaza contava 73.335 uccisi dall’ottobre 2023.

La finale si gioca domenica 2 agosto. Fino ad allora resta agli atti la frase con cui una federazione europea ha spiegato a dei diciassettenni che il loro diritto di giocare in Italia si regge su chi muore a Gaza.

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Pensioni, i dati Inps smontano le promesse del governo: il tavolo (e gli impegni) del 2023 è rimasto vuoto

L’ultimo tavolo tra governo e sindacati sulla riforma previdenziale si è chiuso il 18 settembre 2023 sulla previdenza complementare. Da allora sono passati 1.045 giorni senza un confronto di merito. Il sistema intanto è cambiato eccome, anzi si è riscritto per sottrazione. L’Osservatorio dell’Inps sui flussi di pensionamento, uscito il 22 luglio 2026 su rilevazione al 2 luglio, ne consegna la contabilità.

Nel primo semestre di quest’anno l’Istituto ha liquidato 132.039 pensioni di vecchiaia e 100.356 anticipate. Tre anni fa il rapporto era capovolto: nel primo semestre 2023 l’Inps contava le anticipate al 16% in più delle vecchiaie, oggi le conta al 24% in meno. Il focus di Collettiva firmato da Daniela Zero il 28 luglio ha allineato quattro Osservatori con l’ufficio previdenza della Cgil di Ezio Cigna. Il conto è questo: oltre ottomila uscite anticipate in meno, -7,5%, e oltre 38 mila pensioni di vecchiaia in più, con una crescita sopra il 40%. Si esce quando scatta l’età, e basta.

Pensioni, il canale ordinario resta l’unico

La sequenza normativa si legge riga per riga. La legge di bilancio 2024, la 213/2023, aggancia Quota 103 al ricalcolo contributivo integrale e restringe Opzione donna. Ai commi da 157 a 163 riscrive pure le aliquote di rendimento degli iscritti a Cpdel, Cps, Cpi e Cpug, le casse dei dipendenti pubblici. Quanto costa uscire prima, a chi ci prova, lo spiega la circolare Inps 78 del 3 luglio 2024. La legge di bilancio 2026 chiude il cerchio e cancella entrambe le misure. Nessuna sostituzione. In piedi rimane l’Ape sociale, prorogata al 31 dicembre 2026.

Il Rendiconto sociale dell’Inps di giugno misura il vuoto. 3.860 lavoratrici uscite con Opzione donna nel 2025, contro le 26.427 del 2022. E 5.643 pensioni liquidate con le quote, dopo le 112.982 del 2021. L’età media di uscita delle donne è salita da 64,4 a 65,4 anni, quella degli uomini da 63,7 a 64,1. A pagare di più sono le lavoratrici, proprio perché avevano di più da perdere. Carriere spezzate e lavoro di cura pesavano già sull’assegno, e adesso è sparito dal testo anche l’unico canale che di quelle carriere teneva conto.

Le promesse e il calendario

Il programma “PER L’ITALIA”, sottoscritto l’11 agosto 2022 da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, contiene il “superamento della legge Fornero con Quota 41”. Due settimane dopo, a Capitello, Salvini si è impegnato ad «azzerare la legge Fornero e avviare Quota 41» e ha autorizzato gli elettori a spernacchiarlo. A dicembre 2025 il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha annunciato su La Stampa la cancellazione integrale dello scatto sull’aspettativa di vita entro il 2026. Siamo a fine luglio.

Il testo votato dice esattamente l’opposto. Dal 1° gennaio 2027 la vecchiaia sale a 67 anni e 1 mese, dal 2028 a 67 anni e 3 mesi, e l’anticipata pretende 43 anni e 1 mese di contributi. Fuori dall’aumento resta la platea dei gravosi e degli usuranti, attorno al 2% dei nuovi pensionati. Poi, il 29 gennaio 2026, la maggioranza ha votato alla Camera una mozione che impegna il proprio governo a “interventi correttivi in riduzione o di congelamento” degli scatti approvati sei settimane prima. Un esecutivo che chiede a se stesso di rimediare a se stesso.

Il vincolo di finanza pubblica esiste ed è serio: la Ragioneria generale dello Stato proietta la spesa pensionistica dal 15% del Pil verso un picco vicino al 17% intorno al 2040. Solo che il conto lo regge chi entra oggi nel contributivo puro, con salari bassi e contratti a singhiozzo, e una riforma seria comincerebbe da lì, dal lavoro. Chi ha firmato quel programma nel 2022 dovrebbe spiegare perché in quattro leggi di bilancio non ci si è mai avvicinato, e perché l’unica flessibilità sopravvissuta resta quella scritta nel 2011. Il tavolo del 18 settembre 2023 è rimasto dove l’hanno lasciato. La porta d’uscita, invece, si è chiusa da sola, un comma alla volta.

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Mondiali in vendita, ecco chi può ancora sfidare Infantino alla Fifa e contrastare i suoi piani

Mercoledì sera un portavoce di Nasser al-Khelaifi ha chiuso con tre negazioni in fila, “nessuna ambizione, nessuna intenzione, nessun interesse” per la presidenza della Fifa. Secondo Politico i vertici del calcio europeo ragionavano da settimane sul presidente del Paris Saint-Germain come sull’unico profilo capace di sfidare Gianni Infantino a Rabat, il 18 marzo 2027. La caccia allo sfidante era ripartita il 28 luglio.

Quel giorno la Fifa ha annunciato Fifa Forward Enterprise, la società che assorbirà i diritti commerciali del Mondiale. Valutazione 20 miliardi di dollari, fino al 20% sul mercato per 4,2 miliardi, advisor JP Morgan, investitore di riferimento il fondo di Joshua Kushner, fratello del genero di Donald Trump. Il giorno dopo Infantino ha scritto alle 211 federazioni: adesione entro il 19 settembre, in cambio i primi 20 milioni di dollari di un pacchetto da 40. Chi rifiuta perde l’una tantum.

La Uefa ha risposto che l’anima e la governance del calcio “non sono beni da scambiare”. Concacaf e Afc, 88 federazioni, hanno scritto di aver appreso il piano dai giornali. Oggi le 55 europee si riuniscono d’emergenza, sul tavolo anche il boicottaggio: nel 2021 la stessa minaccia costrinse Zurigo a ritirare il Mondiale biennale. Gabriele Gravina, primo vicepresidente Uefa, all’Ansa: «il calcio non può essere ridotto a un affare privato».

Il curriculum di Infantino

Il decennio alle spalle è coerente. Il 5 dicembre 2025, al Kennedy Center, Infantino ha consegnato a Trump il primo Fifa Peace Prize, premio inventato per l’occasione. La Fifa ha aperto un ufficio nella Trump Tower. Il 19 febbraio 2026ha firmato per il Board of Peace di Trump un accordo fino a 75 milioni di dollari per Gaza. Il 5 luglio, dopo una telefonata di Trump, la commissione disciplinare ha sospeso la squalifica automatica di Folarin Balogun: primo caso dal 1962.

Poi c’è Gaza. Il 19 marzo 2026 la Fifa ha archiviato le richieste della federazione palestinese contro quella israeliana, sospensione compresa, e si è fermata a una multa per violazioni antidiscriminazione. Due anni di perizie legali e comitati ad hoc, anzi di rinvii travestiti da procedura, mentre il genocidio andava avanti.

Come si sfida un presidente

Guarire la Fifa passa da un’aritmetica e da due date. Ogni federazione vale un voto, i voti sono 211, e per correre servono le firme di cinque federazioni entro il 18 novembre. Caf, Afc e Conmebol hanno già annunciato il sostegno a Infantino. Secondo il Guardian oltre 200 federazioni hanno firmato la lettera di appoggio, e proprio lì sta la sola leva rimasta: fino a novembre quelle firme si possono ritirare o girare a un altro nome.

Il campo intanto si è ridotto a un nome. Aleksander Ceferin resta alla Uefa, al-Khelaifi si è sfilato, e regge Dariusz Mioduski, proprietario del Legia Varsavia, sondato secondo talkSport da dirigenti tedeschi, spagnoli, norvegesi, svedesi e bosniaci, senza l’appoggio della sua federazione. La federazione tedesca di Bernd Neuendorf ha rifiutato di firmare per Infantino, il rifiuto più pesante arrivato finora.

Secondo fonti europee citate dal Guardian, 30 o 40 voti basterebbero ad aprire un dibattito sulla governance. Il presidente della Liga, Javier Tebas, ha chiesto le dimissioni di Infantino e alla Gazzetta dello Sport ha spiegato perché resti solo: nessuno vuole candidarsi per perdere. Il Cio a fine luglio ha respinto per difetto di giurisdizione il ricorso di FairSquare sulla neutralità politica.

Restano due date. Il 19 settembre, quando le federazioni diranno sì o no ai 40 milioni. Il 18 novembre, quando si contano le firme. In mezzo c’è l’unica terapia per un’istituzione consegnata a un presidente americano e al fratello di suo genero: qualcuno che si candidi sapendo di perdere, e che perdendo obblighi 211 federazioni a votare in chiaro. A Zurigo l’attesa la sanno amministrare da sempre.

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Riconoscimento facciale, cosa prevede il decreto (contestato) del governo: l’iter, le criticità e il confronto con gli altri Paesi

Chi attraversa una piazza il giorno di un corteo entra in una banca dati biometrica per sette giorni, senza aver commesso alcunché. Lo stabilisce l’articolo 10 dello schema di decreto legislativo che adegua l’Italia all’AI Act, il regolamento Ue 2024/1689. Dove si registrano esigenze di ordine pubblico, i tratti del volto di chi accede finiscono in un archivio locale. I registri delle operazioni restano cinque anni. Il testo esce dal Consiglio dei ministri del 10 giugno 2026, per delega della legge 132/2025.

Il metodo pesa quanto il merito. I pareri delle commissioni sono l’unico passaggio parlamentare richiesto perché l’atto diventi valido, e Palazzo Chigi ha sollecitato Camera e Senato a esprimerli al più presto. Il 29 luglio la commissione Politiche Ue del Senato ha licenziato il suo. Sulla sorveglianza biometrica il Parlamento commenta e basta.

Riconoscimento facciale, il testo italiano e quello Ue

Il Garante per la protezione dei dati personali, nel parere del 14 luglio 2026, ha messo per iscritto il punto che il governo elude. Il trattamento automatizzato e generalizzato dei dati biometrici di chi accede a luoghi o eventi pubblici stride con l’AI Act, che ammette il riconoscimento a posteriori solo per ricerche mirate.

L’articolo 26 del regolamento lega quell’uso a un’indagine su una persona sospettata o condannata, e all’autorizzazione di un’autorità giudiziaria o amministrativa, con decisione vincolante. Nel decreto italiano quel passaggio resta dentro il perimetro del questore, che designa chi autorizza. Cioè proprio chi il controllo dovrebbe subirlo. Nei casi d’urgenza la polizia accende i sistemi in tempo reale con una comunicazione anche orale al pubblico ministero, e chiede il permesso dopo.

Il divieto generale negli spazi pubblici lo chiedevano il Comitato europeo per la protezione dei dati e il Garante europeo già nel 2021. Dispiegare quella tecnologia, scrissero Andrea Jelinek e Wojciech Wiewiórowski, significa “la fine dell’anonimato”. E poi l’accuratezza. Il Nist statunitense, nello studio del dicembre 2019 su 18,27 milioni di immagini, ha misurato falsi positivi da 10 a 100 volte più frequenti sui volti asiatici e afroamericani rispetto ai caucasici. Le donne afroamericane pagano il tasso peggiore nelle ricerche uno-a-molti, quelle che producono liste di sospetti.

Riconoscimento facciale: il metro degli altri

La Francia sperimenta la videosorveglianza algoritmica dai Giochi di Parigi 2024. Il decreto attuativo del 28 agosto 2023 vieta a quei sistemi di trattare dati biometrici e riconoscere volti. In Germania la Corte costituzionale ha bocciato il 16 febbraio 2023 le norme di Assia e Amburgo sull’analisi automatizzata dei dati di polizia. Il pacchetto sicurezza del ministro Alexander Dobrindt, nell’ottobre 2025, è stato contestato da AlgorithmWatch, Amnesty International e dall’ex garante federale Ulrich Kelber come incompatibile con l’AI Act.

In Ungheria, dal 15 aprile 2025, la polizia identifica con il riconoscimento facciale chi sfila a un Pride vietato. L’infrazione chiesta a Bruxelles da EDRi e dalle associazioni ungheresi a oggi manca.

Qui da noi la memoria è corta. Nel 2021 l’Italia fu il primo Stato dell’Unione a sospendere il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici, fino al 31 dicembre 2023, e il 25 marzo di quell’anno il Garante aveva bocciato Sari Real Time del Ministero dell’interno. Cinque anni più tardi, dopo gli scontri di Bologna e della Val di Susa, la stessa tecnologia rientra come dotazione ordinaria. Il ministro Matteo Piantedosi assicura che l’algoritmo resta uno strumento di supporto e «non un poliziotto automatizzato».

Il perimetro è già scritto: piazze, stazioni, stadi, il percorso di un corteo. Chi passa di lì resta agli atti per una settimana. La linea tra indagare su una persona e archiviare una folla sta nell’istante in cui la telecamera si accende. Il governo l’ha spostata indietro.

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Il primo arresto di un comunicato stampa

“Dalle parole ai fatti. Grazie Lega!”. Matteo Salvini ha postato martedì la prima pagina di Libero con l’arresto di un quattordicenne, venduto come il “primo arresto del decreto anti maranza” (termine razzista e come tale viola il Codice deontologico dei giornalisti, ndr). Quel decreto non esiste. Esiste un disegno di legge sull’imputabilità dei minori, approvato dal Consiglio dei ministri il 23…

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Trump e Zelensky, diciassette mesi dopo di nuovo nello Studio Ovale: Donald cambia atteggiamento, ora scommette su Kiev

Sulla bara di Lindsey Graham, avvolta nella bandiera dentro la Washington National Cathedral, Donald Trump martedì ha letto l’elogio funebre. Il senatore repubblicano è morto l’11 luglio a 71 anni per una dissezione aortica, poche ore dopo il rientro dal decimo viaggio a Kyjiv. Tra i banchi sedeva Volodymyr Zelensky. Diciassette mesi prima, nella stessa città, quello stesso presidente lo aveva liquidato con la frase sulle carte che gli mancavano, gli aveva cancellato il pranzo e lo aveva rispedito a casa davanti alle telecamere.

Trump e Zelensky di nuovo nello studio ovale

Poche ore prima i due si erano visti nello Studio Ovale per oltre un’ora, a porte chiuse e senza stampa. La portavoce Karoline Leavitt ha parlato di incontri “positivi e produttivi”. Sul tavolo c’erano le licenze per gli intercettori dei Patriote il rilancio del negoziato con Mosca. E il dettaglio politico sta proprio lì dove nessuno guarda: un presidente che trasforma ogni bilaterale in spettacolo stavolta ha spento le luci. Nel febbraio 2025 le telecamere erano l’arma. Adesso sono un rischio.

Come Washington ha cambiato idea

Il Wall Street Journal racconta che per oltre un anno Trump ha ripetuto ai consiglieri che l’Ucraina avrebbe perso. Poi sono arrivati i droni a lungo raggio sulle raffinerie e le incursioni oltre confine, con un’industria bellica che Zelensky conta in oltre 500 aziende. Un funzionario dell’amministrazione lo ha spiegato con una formula che vale un trattato: il presidente ama i vincitori, e Zelensky ha smesso di somigliare a un perdente.

Zelensky data la svolta all’aprile 2025, ai quindici o venti minuti in San Pietro durante i funerali di Francesco, e il resto lo ha fatto la pazienza. Secondo il Financial Times il compito di Zelensky era convincere Trump che sostenere Kyjiv conviene agli Stati Uniti ed è un successo suo. Michael Froman, presidente del Council on Foreign Relations, il 10 luglio l’ha messa nei termini più freddi possibili. Trump ama i vincenti, l’anno scorso pensava fosse Putin, oggi Zelensky è una buona copertura del rischio. Una scommessa, insomma, non una conversione.

Al vertice Nato di Ankara dell’8 luglio gli alleati hanno promesso 70 miliardi di euro a Kyjiv e Trump ha concesso le licenze sui Patriot, fino ad allora riservate a Giappone e Germania. Del resto una licenza si firma in un pomeriggio e i missili arrivano fra anni.

Che cosa portano a Mosca

Steve Witkoff e Jared Kushner, i due inviati del dossier, hanno frequentato il Cremlino per mesi senza mettere piede in Ucraina. Il Financial Times scrive che andranno a Kyjiv entro metà agosto, mentre l’agenzia Tass dà per possibile una missione in Russia nelle prossime settimane. Se l’ordine regge, a Mosca ci si arriva dopo aver visto Kyjiv, e con il Senato alle spalle.

Perché intanto, con 86 voti contro 12, l’aula ha sbloccato in voto procedurale il Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026: dazi secondari fino al 100 per cento ai cinque maggiori acquirenti di petrolio e gas russi e sanzioni sulla flotta ombra. Il testo partiva dal 500 per cento e ha perso quattro quinti per strada. Un solo repubblicano ha votato contro, undici democratici pure. Il vincolo vero sta in fondo: le sanzioni si tolgono soltanto dopo un accordo di pace che Kyjiv accetti. La Camera ci arriverà a settembre, tornata dalle ferie.

Putin, il 27 luglio davanti alla Duma, ha spiegato che le sanzioni hanno fallito, che il popolo russo regge e che gli obiettivi sul campo la Russia li raggiungerà comunque. A Fox News Zelensky ha replicato che «Putin perde 30.000 soldati al mese». Thomas Graham, del Council on Foreign Relations, segnala l’altra metà del problema: il Cremlino ha allargato le pretese e oltre al Donbas ora rivendica la Novorossiya, una fascia da Kharkiv alla Transnistria.

È cambiata la temperatura della stanza a Washington. La mappa sul tavolo di Mosca è quella di prima.

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