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Elezioni per cacciare Zelensky, Trump cerca la resa dei conti

Gli alleati di Donald Trump non stanno solo osservando la guerra in Ucraina: stanno lavorando attivamente per ridisegnarne la leadership. Secondo quanto rivelato da Politico, quattro membri senior dell’entourage dell’ex presidente hanno tenuto incontri segreti con gli oppositori politici di Volodymyr Zelenskyy, nel tentativo di forzare un’elezione anticipata che potrebbe rimuoverlo dal potere. Un’operazione diplomatica parallela, mentre da Washington si esercita pressione sul leader ucraino perché “collabori” con i piani di Trump per una rapida fine del conflitto.

Al centro delle trattative ci sono due figure ben note nella politica ucraina: Yulia Tymoshenko, l’ex prima ministra dalla carriera tanto longeva quanto opportunistica, e Petro Poroshenko, predecessore di Zelenskyy e magnate dell’industria dolciaria. Entrambi, ufficialmente, si dicono contrari a elezioni durante la guerra, ma dietro le quinte aprono canali con il team di Trump, cercando di accreditarsi come interlocutori più accomodanti rispetto a un presidente che rifiuta di piegarsi.

Il piano delle elezioni-lampo

L’idea è semplice: forzare un’elezione presidenziale anticipata in Ucraina, nonostante la legge marziale in vigore, con la promessa di un cessate il fuoco temporaneo. A spingere per questa soluzione non è solo Trump, ma anche Mosca, che da anni sogna di eliminare Zelenskyy dalla scena politica. Il pretesto fornito dagli emissari trumpiani è che “senza elezioni, l’Ucraina non è una democrazia”, un mantra ripetuto fino alla nausea da figure come Tulsi Gabbard, ora a capo della National Intelligence. Una narrazione che fa comodo al Cremlino, che considera il voto anticipato una ghiotta occasione per destabilizzare l’Ucraina dall’interno.

C’è però un problema: Zelenskyy è ancora nettamente il favorito nelle intenzioni di voto. Secondo un recente sondaggio della società britannica Survation, il presidente in carica è al 44% delle preferenze, con il principale rivale, l’ex comandante dell’esercito Valery Zaluzhny, staccato di oltre venti punti. Tymoshenko e Poroshenko, nonostante le loro ambizioni, navigano rispettivamente intorno al 5% e al 10%, numeri che non li rendono candidati credibili.

Trump, però, non si preoccupa tanto delle percentuali quanto della possibilità di logorare Zelenskyy e di creare una nuova leadership più malleabile. Per riuscirci, sta facendo leva su due strumenti: la minaccia di congelare gli aiuti militari e l’isolamento diplomatico dell’Ucraina, che senza il sostegno di Washington rischia di trovarsi senza munizioni, senza copertura aerea e senza protezione internazionale.

Una guerra per procura politica

L’operazione va oltre le elezioni. Trump e i suoi stanno premendo su Zelenskyy affinché accetti una trattativa di pace immediata, anche a costo di cedere territori all’invasore russo. Una strategia che sta mandando in confusione la politica ucraina: molti parlamentari e leader di partito, anche all’interno del blocco di governo, stanno cominciando a prendere contatti informali con la squadra di Trump per non restare esclusi dal nuovo equilibrio di potere che potrebbe emergere.

“L’élite politica ucraina è sotto shock”, ha dichiarato Ruslan Bortnik, direttore dell’Ukrainian Institute of Politics. “Capiscono chiaramente che senza il sostegno degli Stati Uniti, l’Ucraina rischia di essere sconfitta”. Ed è proprio questo il punto: con la minaccia di ritirare il supporto, Trump sta cercando di plasmare il futuro del Paese a suo piacimento.

Non è un caso che, a pochi giorni dallo scontro tra Trump e Zelenskyy alla Casa Bianca, senatori repubblicani abbiano cominciato a suggerire che l’Ucraina “ha bisogno di un nuovo leader”. Trump stesso, in una delle sue dichiarazioni sprezzanti, ha affermato che Zelenskyy “non durerà a lungo” se non si piegherà al piano di pace americano.

L’ombra del Cremlino

Nonostante il tentativo di Trump di presentarsi come un mediatore, il suo piano ricalca quello che Putin persegue da anni: eliminare Zelenskyy e indebolire l’Ucraina con il pretesto di un processo democratico. Lo stesso Oleksandr Merezhko, presidente della Commissione Affari Esteri del parlamento ucraino, ha dichiarato che la pressione per un voto anticipato “è un progetto russo, e Trump ne è il veicolo”.

Zelenskyy ha risposto spiegando ai giornalisti a Londra che l’unico modo per impedirgli di candidarsi sarebbe vietargli di partecipare. Ma la realtà è più complessa: mentre la politica americana si ridisegna intorno alla figura di Trump, l’Ucraina rischia di diventare la prima vittima di una nuova fase del trumpismo, dove la guerra si gioca non solo con i missili, ma con le elezioni pilotate.

Se Trump riuscirà a imporre il suo piano, per l’Ucraina si aprirà un nuovo fronte: quello della guerra politica, dove la minaccia non viene solo da Mosca, ma anche da Washington.

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La guerra scambiata per pace

In principio fu la pace giusta. Senza pace giusta si deve continuare a combattere, dicevano dalle parti di Bruxelles. C’era un piccolo particolare, però: gli Stati dell’Unione non riescono a mettersi d’accordo nemmeno su quale combustibile usare per far marciare le proprie auto, figurarsi quanto fosse impossibile decidere cos’è giusto. La giustezza, come la giustizia, appartiene agli idealisti, ai probi, agli integri e ai virtuosi. Niente a che vedere con il pollaio europeo.

Poi, dalla pace giusta siamo passati alla pace duratura, una pace con garanzie di sicurezza. La pace duratura, ad oggi – come scritto nel piano di Trump che Zelensky si era detto pronto ad accettare – consiste nella cessione di territori militarmente conquistati dal satrapo Putin e nella cessione di territori prepotentemente rivendicati dal vessatore Trump.

Ursula von der Leyen, in uno scatto di indecente franchezza, ha quindi sostituito la parola “pace” con il sottotesto soffiato fino ad oggi: riarmo. Scritto chiaro e tondo, a prova di stolti. E non è un caso che Giorgia Meloni, a quanto dicono le cronache, si sia turbata per la schiettezza della sigla RiarmEurope. Dire ciò che si fa ormai è un’abitudine superata, soprattutto in tempi di guerra.

Ovviamente, è resuscitata anche la parola “sicurezza”: dopo aver fatto la guerra per ottenere la pace – missione fallita – ora ci armiamo per fare la pace. La pace costruita con il riarmo di 27 Paesi in ordine sparso. La polveriera europea è pronta.

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La nuova strategia di Bruxelles disarma il Pd

Il patto di non belligeranza siglato al Nazareno tra la segreteria di Elly Schlein e la minoranza interna non c’è più. Il Partito democratico esplode sotto il peso del piano “ReArm Europe”. Un detonatore da 800 miliardi di euro che Ursula von der Leyen ha posizionato nel cuore della politica europea e che ora deflagra nel corpo già stanco del centrosinistra italiano. I prodromi hanno la forma del caos imminente. L’opposizione interna rialza la testa. Gli equilibri si spezzano. Le crepe si allargano.

Pd, un partito spaccato sul riarmo europeo

Elly Schlein prova a imporre una linea: “Questa non è la strada giusta per l’Europa”. Ma la segretaria cammina su un terreno friabile. Da una parte i riformisti, guidati da Lorenzo Guerini e Pina Picierno, che vedono nel piano una necessità storica, la conferma che senza una difesa comune l’Europa resterà un gigante economico con i piedi d’argilla. Dall’altra, l’ala più radicale, quella che si allinea a Giuseppe Conte e alla sua narrazione della “furia bellicista” di Bruxelles.

In Transatlantico le parole si fanno pesanti. Arturo Scotto sbotta: “Siamo in mano a dei pazzi!”. Andrea Orlando attacca: “Questo piano è un abominio, non è l’Europa che vogliamo”. Ma la tensione più alta corre tra Picierno e Orlando. Lei chiede un’Europa “libera e forte”, lui parla di “un’isteria da corsa agli armamenti”. Un partito, due anime inconciliabili.

L’attrito è esploso con la presentazione del piano, che prevede 800 miliardi di investimenti: 650 miliardi finanziati fuori dai parametri del Patto di stabilità e 150 miliardi di prestiti agli Stati. Un salto di qualità nella politica di difesa europea o un’ipoteca sulle finanze pubbliche? Il Pd non sa rispondere e, ancora una volta, si divide.

Il problema è che nel piano von der Leyen non c’è una visione strategica chiara: si parla di facilitazioni alla spesa militare nazionale senza garanzie su progetti comuni, senza una cornice politica unitaria. Per Schlein è inaccettabile: “Abbiamo bisogno di una difesa comune, non di un riarmo nazionale mascherato”. Ma la minoranza riformista non la segue. Guerini ribadisce: “L’Europa o si dota di una forza militare vera, o resta irrilevante”. Picierno raccoglie adesioni attorno alla sua idea di “un’Europa che sappia difendersi”, mentre Orlando e Scotto bollano tutto come “pericoloso e folle”.

Le piazze si moltiplicano. Il 15 marzo si scenderà in strada per l’Europa, ma senza il M5s. Il 5 aprile sarà la volta della manifestazione pentastellata contro il governo, con un focus proprio sugli 800 miliardi per il riarmo. Il Pd si trova nel mezzo, indeciso, incerto, incapace di trovare una posizione unitaria. Schlein promette battaglia al prossimo vertice dei socialisti europei, ma la sua leadership ora è sotto attacco.

Le crepe del Nazareno

Le differenze tra la linea politica della segretaria e i cosiddetti riformisti del partito (Guerini, Gori, Picierno, Alfieri, per citarne alcuni) non riguardano solo la guerra. Le divisioni – percettibili seppure non strumentalizzate – in questi ultimi mesi hanno toccato l’approccio alla guerra in Medio Oriente e al governo israeliano, il referendum sul Jobs Act e l’immancabile veto della minoranza interna su un possibile fronte largo con il M5s.

Finora aveva funzionato il gentlemen’s agreement voluto da Schlein: sì alla pluralità delle opinioni, ma senza l’atavica caccia al piccione nei confronti della segretaria dem. L’intervista del presidente del Copasir ed ex ministro Lorenzo Guerini, per molti, suona come l’invito alla carica. O forse, più semplicemente, il Pd affonda nelle sue contraddizioni. Perché quando il nodo della politica diventa esistenziale, la storia insegna: i dem sanno perdersi per molto meno di 800 miliardi.

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Assalto al Piano per il riarmo Ue, c’è già chi prova a farlo saltare

A Bruxelles, la tensione è palpabile. L’Europa si prepara a uno di quei vertici che possono finire con un nulla di fatto o con un accordo che segna la storia. Il piano “ReArm Europe”, voluto da Ursula von der Leyen per rilanciare la difesa europea dopo il disimpegno degli Usa, è già il campo di battaglia prima ancora che i leader si siedano al tavolo. Ottocento miliardi di euro in gioco, l’ombra di un’Ue che si scopre fragile senza la protezione americana e una coalizione di Stati pronta a opporsi.

L’opposizione ungherese: Orbán alla prova di forza

C’è un nome su cui tutti puntano quando si parla di veti: Viktor Orbán. L’Ungheria ha già bloccato aiuti all’Ucraina, ritardato pacchetti di sanzioni e ora minaccia di essere la mina vagante che affonda il piano di riarmo. Fonti diplomatiche raccontano di un Orbán che sta facendo muro su tutto: non vuole nuovi fondi per Kiev, non vuole che l’Ue prenda iniziative militari indipendenti e non vuole contribuire economicamente a uno sforzo che considera “non prioritario” per l’Ungheria. E potrebbe non essere solo.

Olanda e Germania: le riserve sui fondi comuni

Anche nei palazzi di Amsterdam e Berlino ci sono dubbi. Il nodo è sempre lo stesso: il finanziamento. L’Olanda si oppone fermamente all’idea di nuovo debito comune per la difesa, mentre la Germania è divisa al suo interno. Se il cancelliere designato Friedrich Merz ha parlato di “un’Europa a cinque minuti dalla mezzanotte”, evocando la necessità di un’accelerazione, altri dentro il governo tedesco temono che un impegno finanziario di questa portata sia difficile da far digerire agli elettori.

Italia: il paradosso tra governo e opposizione

L’Italia si muove su una linea ambigua. Fratelli d’Italia sostiene il piano, la Lega è contraria e Forza Italia si tiene nel mezzo. Ma è nel campo dell’opposizione che si registra la reazione più dura. Il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza Verdi-Sinistra hanno definito il progetto una “follia bellicista” e annunciano battaglia in Parlamento. Elly Schlein, segretaria del Pd, boccia il piano parlando di “riarmo nazionale invece di una vera difesa comune”, mentre Carlo Calenda si distingue per un netto appoggio alla strategia di von der Leyen.

Il nodo dei fondi strutturali: la rivolta delle regioni

L’altro punto critico è il tentativo di finanziare parte del piano usando i fondi della coesione europea. L’idea è semplice: permettere agli Stati di destinare alle spese militari fondi che oggi servono per lo sviluppo regionale. Una prospettiva che ha scatenato la protesta di diverse regioni, soprattutto nell’Europa orientale, e che ha portato la presidente del Comitato delle Regioni, l’ungherese Kata Tütto, a definirla “un errore catastrofico”.

L’industria della difesa spinge per l’accordo

Dietro le quinte, i grandi produttori di armamenti fanno pressing su Bruxelles. Airbus, Leonardo, Thales e Rheinmetall hanno incrementato il budget per il lobbying di oltre il 40% in un anno. Gli investitori vogliono garanzie, le aziende cercano commesse e l’industria della difesa vede nel piano una svolta epocale per trasformare l’Ue in un attore strategico indipendente. Ma tutto passa dal vertice. E se un singolo veto basterebbe a far saltare il banco, le spaccature all’interno dei governi potrebbero rendere tutto ancora più imprevedibile. L’Europa è davvero a cinque minuti dalla mezzanotte. Il problema è capire se i leader si renderanno conto di essere loro a dover spegnere la luce o riaccendere il motore.

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Per Trentini 77mila firme ma il caso resta nell’ombra

Alberto Trentini è ostaggio in Venezuela da oltre cento giorni. Chi ne parla Qualche testata, qualche giornalista, una comunità che si è messa a digiunare per lui. Troppo poco. Trentini non è un avventuriero né un criminale. È un cooperante di Humanity & Inclusion, un’organizzazione umanitaria che assiste persone con disabilità. Il 15 novembre scorso, mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito per portare aiuti, è stato arrestato a un posto di blocco e consegnato direttamente al controspionaggio militare di Maduro. Da allora è in carcere senza accuse formali. Non può comunicare con la sua famiglia, non riceve cure mediche. Neanche l’ambasciata italiana è riuscita a vederlo. Eppure, nel silenzio istituzionale, qualcosa si muove. 77.500 firme raccolte per chiedere la sua liberazione. Un digiuno a staffetta avviato dalla sua famiglia e dai suoi amici, con l’adesione della Chiesa veneziana.

Un flash mob organizzato da Articolo 21. La comunità si mobilita, le istituzioni assicurano che “tutti i canali sono attivati”. Ma nel frattempo Alberto resta prigioniero. A Roma, il governo dice di star facendo il possibile. Il sottosegretario Mantovano parla di una “situazione difficile”, di “equilibri delicati”. C’è da credere che le pressioni diplomatiche non siano facili. Ma viene da chiedersi perché ci siano prigionieri che diventano simboli nazionali e altri che restano fantasmi. Cecilia Sala, Chico Forti, Ilaria Salis: tutti hanno scatenato ondate di mobilitazione e polemiche. Per Alberto Trentini, invece, si va avanti a piccoli passi, nell’indifferenza generale. Forse non ha il volto “instagrammabile” giusto. Forse la sua storia non è abbastanza “spettacolare” per entrare nei talk show. Ma una cosa è certa: più la sua vicenda resta nell’ombra, più sarà difficile tirarlo fuori.

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Ustica non è un mistero, è una resa

Ci sono storie che il potere preferisce seppellire sotto il peso del tempo. La strage di Ustica è una di queste. La richiesta di archiviazione non cancella i fatti, ma certifica l’impotenza di uno Stato che ha scelto il silenzio come strategia politica.

Quarantacinque anni di menzogne, insabbiamenti, complicità internazionali. E oggi, ancora una volta, si chiude un fascicolo con la formula più vigliacca: non si può andare oltre per “mancanza di collaborazione”. Come se la verità fosse un bene di lusso concesso solo su gentile richiesta degli Stati alleati.

Le indagini hanno confermato quello che ormai è chiaro da decenni: la notte del 27 giugno 1980 nei cieli sopra Ustica si combatteva una guerra mai dichiarata. Il DC9 dell’Itavia non è esploso per un guasto o per una bomba interna, ma è stato abbattuto in un’operazione militare di cui l’Italia è stata vittima. I radar militari hanno registrato la presenza di caccia stranieri, le testimonianze si sono accumulate, le prove distrutte o sparite nel nulla. Eppure, nessun governo ha mai preteso risposte.

Cosa significa oggi archiviare Ustica Significa inchinarsi, ancora una volta, al ricatto della “ragion di Stato”. Significa accettare che 81 persone siano morte in nome di un equilibrio geopolitico che ancora oggi non può essere scosso. Significa dire ai familiari delle vittime che la loro battaglia per la verità è stata vana.

Servirebbe un sussulto. Un governo che non lotta per la verità è un governo che accetta di essere irrilevante. E l’Italia ha già subito abbastanza umiliazioni.

Buon giovedì.

 

Il relitto dell’areo al Museo della memoria di Bologna, fonte della foto wikipedia

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Sanità territoriale a rischio: i medici di famiglia destinati all’estinzione

Un sistema sanitario che si sfalda lentamente, senza clamore, mentre la politica osserva e temporeggia. La Fondazione Gimbe lo certifica nero su bianco: mancano oltre 5.500 medici di famiglia, il 52% è sovraccarico di assistiti e in meno di tre anni 7.300 andranno in pensione. Nel frattempo, le nuove leve scarseggiano: il 15% delle borse di studio per la formazione in Medicina Generale è rimasto vacante nel 2024, con punte oltre il 40% in sei regioni. Il mestiere non attrae più, i giovani fuggono e il territorio si svuota.

Medici di famiglia, numeri impietosi

L’Italia invecchia. Gli over 65 sono più di 14 milioni, gli ultraottantenni sono triplicati negli ultimi quarant’anni e la popolazione continua a contrarsi. Nonostante questo, il numero dei medici di famiglia è in costante diminuzione: negli ultimi quattro anni ne sono spariti quasi 5.000, con un crollo del 39% in Sardegna e un calo generalizzato ovunque, tranne che nella provincia di Bolzano. Il problema non è solo numerico, ma anche organizzativo: oggi un medico di famiglia può avere fino a 1.800 pazienti, e in alcuni casi anche oltre 2.000.

Non è un dettaglio: significa che in intere regioni diventa impossibile trovare un medico di riferimento. In Lombardia, dove la situazione è più critica, il 74% dei medici ha superato il massimale di 1.500 pazienti, in Veneto siamo al 68%, in Emilia-Romagna al 57%. La regola di un medico ogni 1.200 abitanti non viene rispettata, e la politica ha trovato la solita soluzione burocratica: alzare il rapporto per mascherare il problema.

Una professione sempre meno attrattiva

Non è solo una questione di pensionamenti. Sempre meno giovani scelgono di diventare medici di famiglia. Nel 2024, il numero di candidati al concorso è stato inferiore ai posti disponibili, con un gap di 383 borse di studio non assegnate. Un crollo verticale che ha colpito soprattutto Marche (-68%), Molise (-67%), Lombardia (-45%) e Veneto (-41%).

Le ragioni sono evidenti: carichi di lavoro ingestibili, prospettive di carriera assenti, compensi inadeguati. La politica ha risposto come sempre all’italiana: innalzando l’età pensionabile a 72 anni, aumentando il massimale di assistiti e autorizzando i medici in formazione a prendere pazienti prima ancora di concludere il percorso di studi. Soluzioni d’emergenza che non risolvono il problema, ma lo spostano avanti di qualche anno.

Una riforma controversa

L’ultima idea del governo è trasformare i medici di famiglia in dipendenti del Servizio sanitario nazionale, inserendoli stabilmente nelle Case di comunità. Una rivoluzione, sulla carta. Peccato che nessuno abbia calcolato l’impatto economico, organizzativo e contributivo di una simile riforma. I diretti interessati, i medici, hanno appreso il tutto dai giornali, senza alcun confronto o studio preliminare. E senza un piano chiaro, si rischia di trasformare una professione già in crisi in una struttura ancora più ingessata e burocratizzata.

La Fondazione Gimbe non ha dubbi: manca una strategia strutturale. Non basta cambiare il contratto ai medici per risolvere il problema. Serve un ripensamento profondo del ruolo della medicina generale, che tenga conto delle nuove esigenze demografiche e sanitarie. L’attuale sistema non regge più, e la soluzione non può essere solo aumentare il carico di lavoro su chi è rimasto.

Il rischio: milioni di cittadini senza medici di famiglia

La medicina di famiglia è la prima barriera tra i cittadini e il Servizio sanitario nazionale. Se salta questo presidio, la pressione sugli ospedali diventa ingestibile. Non è un’ipotesi astratta: in molte aree del Paese trovare un medico è già un’impresa, mentre gli ospedali faticano a gestire patologie croniche e assistenza primaria.

Il problema è stato ignorato per anni e ora si manifesta in tutta la sua gravità. L’errore iniziale è stato sottovalutare il numero di pensionamenti, lasciando che il ricambio generazionale si spezzasse. Ma il fallimento più grande è stato rendere la professione di medico di famiglia così poco attrattiva da scoraggiare chiunque voglia intraprenderla.

Se non si interviene subito, il rischio concreto è quello di lasciare milioni di persone senza un medico di riferimento, con un crollo della qualità dell’assistenza. Il governo continua a parlare di riforma, ma senza una programmazione seria e senza coinvolgere chi lavora sul campo, ogni soluzione sarà solo un altro cerotto su una ferita che continua a sanguinare.

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Meno paletti ai produttori di auto, Ursula annacqua il Green Deal

L’Unione europea ci ripensa. Ancora una volta. La Commissione, che un tempo sbandierava il Green Deal come simbolo di una transizione ecologica irreversibile, ha deciso di ridimensionare gli obiettivi sulle emissioni automobilistiche. Con una mossa che sa di resa, il nuovo schema allenterà la presa sulle case automobilistiche, consentendo loro di calcolare le emissioni medie su un triennio invece di riferirsi ai dati annuali. Tradotto: obiettivi più facili da raggiungere e multe più difficili da incassare.

A parlare di “pragmatismo” e “neutralità tecnologica” è stata Ursula von der Leyen, dopo un nuovo incontro con i giganti dell’industria automobilistica. Il concetto è chiaro: servono regole più morbide per le aziende che faticano a stare al passo. Il problema L’industria europea arranca non per colpa dei limiti ambientali, ma perché non è mai riuscita a tenere il passo dell’elettrico, a differenza della Cina.

Un regalo da 15 miliardi

La normativa attuale impone una riduzione del 15% delle emissioni entro il 2025 rispetto ai livelli del 2021. Le case automobilistiche che sforano la soglia devono pagare 95 euro per ogni grammo di CO₂ in eccesso per chilometro e per ogni veicolo venduto. Una regola chiara, in vigore da anni. Eppure, adesso che la scadenza si avvicina, l’industria europea – capitanata dalle lobby dell’auto e ben rappresentata dal Partito popolare europeo – ha fatto pressioni per ottenere un alleggerimento delle regole. Il rischio? Fino a 15 miliardi di euro di multe.

Ed ecco il compromesso: non più un obiettivo da rispettare annualmente, ma una media triennale che diluisce l’impatto delle sanzioni. Il nuovo schema sarà proposto formalmente entro il mese, con procedura accelerata. Il Parlamento e il Consiglio europeo dovranno approvarlo, ma con la maggioranza popolare e con governi come l’Italia e la Repubblica Ceca in prima linea per ammorbidire le regole, l’esito sembra già scritto.

L’illusione della neutralità tecnologica

La Commissione insiste nel difendere la decisione con il mantra della “neutralità tecnologica”. Un concetto che, in teoria, significa non favorire una tecnologia a discapito di un’altra. Nella pratica, significa aprire la porta ai carburanti sintetici, come i biofuel e gli e-fuel, su cui paesi come l’Italia stanno spingendo per prolungare la vita dei motori a combustione.

L’industria dell’elettrico europea, già in difficoltà, si trova così a combattere su più fronti: contro le case automobilistiche che continuano a puntare sulla combustione interna, contro una politica europea sempre più esitante e contro la concorrenza cinese, che sta inondando il mercato con veicoli elettrici più economici e tecnologicamente avanzati.

L’Europa perde tempo, la Cina accelera

Mentre la Commissione studia nuovi modi per diluire i vincoli ambientali, la Cina avanza. I produttori cinesi di auto elettriche stanno conquistando fette di mercato grazie a modelli più accessibili e performanti. Per tentare di arginare l’invasione, l’Ue ha già imposto nuovi dazi sulle auto elettriche cinesi, ma nel frattempo le aziende europee arrancano, incapaci di competere sul prezzo e sulla tecnologia.

Il Green Deal, presentato come il pilastro della strategia europea per il clima, si sta trasformando in un esercizio di equilibrismo politico. Mentre la transizione energetica dovrebbe essere una corsa, Bruxelles sembra più impegnata a piazzare ostacoli lungo il percorso. E chi frena, alla fine, non è mai chi sta davanti.

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Meloni, il riarmo e il solito equilibrismo: dire e non dire, esserci e non esserci

Giorgia Meloni, di fronte al piano ReArm Europe, non prende posizione. O meglio, fa il possibile per non farlo. Sa che sfilarsi sarebbe impossibile, ma sposarlo apertamente significherebbe mettersi in rotta di collisione con Matteo Salvini, con la retorica sovranista americana e con un’opinione pubblica italiana che sul riarmo è tutt’altro che entusiasta. Così la presidente del Consiglio resta in bilico: evita di esprimere entusiasmo per il piano della Commissione, ma allo stesso tempo lo sostiene, pretendendo però ritocchi che diano l’illusione di una negoziazione.

La sua vera preoccupazione non è la difesa europea, ma la partita politica interna. Da un lato, vuole blindare l’alleanza con gli atlantisti di Forza Italia e garantire a Guido Crosetto il suo spazio sulla scena internazionale. Dall’altro, teme che la Lega possa cavalcare il tema del “debito per le armi” per rosicchiarle consensi. Così, tra un attacco a Salvini e una dichiarazione strategica sul rischio di avvantaggiare l’industria bellica francese, Meloni costruisce la sua solita narrativa: presente ma distante, ferma ma flessibile. In realtà, prigioniera di se stessa.

 

Buon mercoledì.

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Morbillo negli Stati Uniti, la scienza umilia Kennedy Jr.: ora spinge le vaccinazioni dopo l’epidemia in Texas

Robert F. Kennedy Jr. incarna la parabola del negazionista che, messo di fronte alla realtà, deve abiurare in fretta e furia. Per anni ha diffuso disinformazione sui vaccini, insinuando correlazioni inesistenti tra l’Mmr e l’autismo, predicando la diffidenza verso ogni obbligo sanitario. Poi, di fronte a un’epidemia di morbillo in Texas e alla morte di un bambino, il segretario alla Sanità degli Stati Uniti ha dovuto piegarsi all’evidenza: la vaccinazione è “fondamentale per evitare malattie potenzialmente mortali”, ha scritto. Una conversione tardiva, ma non innocente.

La disinformazione che ha alimentato l’epidemia

Prima di ottenere l’incarico sotto l’amministrazione Trump, Kennedy Jr. era il volto di una propaganda costruita sull’allarmismo e sulla manipolazione. Sosteneva che i vaccini fossero un pericolo, che le autorità sanitarie mentissero, che il morbillo fosse una malattia tutto sommato gestibile. Ma i numeri raccontano un’altra storia: tra gennaio e marzo 2025, il Texas ha registrato 146 casi di morbillo, con un bilancio che ha riportato indietro di decenni la sanità pubblica statunitense. L’ultimo decesso infantile dovuto al virus negli Stati Uniti risaliva a più di dieci anni fa.

Le cifre della storia parlano chiaro. Prima dell’introduzione del vaccino negli anni ’60, ogni anno si registravano negli Stati Uniti oltre 530.000 casi di morbillo e 440 decessi, con un tasso di mortalità di 1 su 1.205. Il virus, altamente contagioso, si trasmette per via aerea e può causare complicazioni gravi: polmonite, encefalite, cecità. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ripetutamente ribadito che solo una copertura vaccinale superiore al 95% può evitare il ritorno di focolai.

L’inevitabile resa ai fatti

Ora, dopo anni di sabotaggio scientifico, Kennedy Jr. si trova a dover dirigere le istituzioni sanitarie che aveva contribuito a screditare. Ha dato mandato al CDC e all’Administration for Strategic Preparedness and Response di supportare le autorità locali, assicurando assistenza tecnica e fornitura di vaccini. Ha persino incontrato il governatore del Texas, Greg Abbott, per coordinare gli interventi. Mosse che segnano una frattura netta con il suo passato, ma che non cancellano la scia di danni che ha lasciato.

L’American Medical Association ha attribuito il calo delle coperture vaccinali anche alla disinformazione diffusa da figure pubbliche come Kennedy Jr. Nel 2024, uno studio del CDC ha certificato che la percentuale di bambini statunitensi immunizzati con MMR era scesa all’89%, aprendo la strada a nuove epidemie. L’OMS ha avvertito che il morbillo resta una delle principali cause di mortalità infantile prevenibile con vaccino.

Non basta una dichiarazione riparatoria per annullare gli effetti di anni di mistificazioni. Tra il 2010 e il 2023, negli Stati Uniti si sono registrati oltre 2.500 casi di morbillo, con una ripresa della diffusione nelle aree dove la copertura vaccinale era più bassa. Il tardivo ravvedimento di Kennedy Jr. non sarà sufficiente a invertire la tendenza, ma può forse riaprire il dibattito sul costo umano della propaganda pseudoscientifica.

La gestione dell’epidemia in Texas dimostra, ancora una volta, che le politiche sanitarie non possono essere ostaggio di posizioni ideologiche. Kennedy Jr. ha passato anni a erodere la fiducia pubblica nei vaccini, e ora si trova a dover difendere quello stesso sistema immunitario collettivo che aveva contribuito a indebolire. La sua abiura arriva troppo tardi per chi ha pagato con la vita. Ma almeno ora non potrà più fingere di non sapere. Chissà che ne pensano i suoi seguaci in Italia. 

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