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Similes cum similibus facillime congregantur

Dice qualsiasi vocabolario o enciclopedia che la diplomazia è quell’arte che si esercita attraverso la conduzione di negoziati, partendo dal principio del riconoscimento diplomatico di Stati, individui e gruppi. Non esiste diplomazia che non parta dal riconoscere la legittimità di chi si ha di fronte, dal riconoscerne la dignità, anche nelle sue colpe.

Il presidente Trump ha aperto un canale diplomatico con Vladimir Putin, riabilitandolo sulla scena internazionale, ma non sta conducendo alcun tipo di diplomazia con il presidente ucraino Zelensky. Molti osservatori definiscono quella con il presidente ucraino una trattativa, con ingiustificato ottimismo: non viene riconosciuto nella sua dignità politica, ma interpellato come portatore di merce.

Anche la trattativa, però, pretende uno scambio di proposte e controproposte che preludono alla conclusione di un accordo. In questo caso c’è solo una proposta sul tavolo: accettare un’invasione economica nordamericana delle proprie terre per fermare l’invasione militare russa. Vi sono, insomma, tutti i connotati di un’usura. Ci vuole molta fantasia per chiamare tutto questo pace.

Il Cremlino ha fatto sapere che “la politica estera degli Stati Uniti adesso coincide” con la loro. Anche qui c’è un evidente svarione: l’uso della forza non è politica, ma imperialismo. C’è chi lo fa con i carri armati e chi lo attua con lo strozzinaggio. Uno la chiama “operazione speciale”, l’altro la chiama “pace”. E non è un caso che si assista al riallineamento politico: chi segretamente amava l’uno, ora può pubblicamente dichiarare l’amore per l’altro.

Buon martedì.

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Gli Usa tagliano le spese militari ma chiedono all’Ue di aumentarle

Almeno non barare sui numeri. Almeno questo. Gli Stati Uniti chiedono all’Europa di spendere di più per la difesa mentre riducono il proprio budget militare. La narrazione ufficiale giustifica la richiesta con l’idea che l’Europa sia vulnerabile, ma i dati raccontano tutt’altro. Secondo l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, nel 2024 la spesa militare europea ha superato del 58% quella russa. Nonostante questo, Washington e la Nato premono per un aumento ulteriore, con richieste che porterebbero il budget militare europeo a livelli mai visti nemmeno negli anni della Guerra Fredda.

Gli aiuti all’Ucraina

Facciamo un po’ di ordine. Dal febbraio 2022 a oggi, l’Europa ha destinato 132 miliardi di euro all’Ucraina, di cui 62 miliardi in armamenti e 70 miliardi in assistenza finanziaria e umanitaria. Gli Stati Uniti hanno contribuito con 114 miliardi, di cui 64 miliardi destinati alle armi. Numeri distanti dai 350 miliardi citati da Donald Trump, che continua a sostenere che gli Usa stiano pagando il conto per tutti. Nel 2024, la Nato ha superato la soglia di 51 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina, con il 60% di queste forniture provenienti dall’Europa.

Se nel 2022 il 70% delle armi inviate all’Ucraina proveniva dagli arsenali nazionali, nel 2024 due terzi delle forniture derivano da nuovi contratti con l’industria bellica. La guerra è diventata un motore per il mercato degli armamenti, con iniziative come l’International Fund for Ukraine e la NATO Comprehensive Assistance Package che formalizzano un processo in cui l’industria militare occidentale è la prima beneficiaria.

La spesa militare europea

La Russia ha stanziato nel 2024 circa 146 miliardi di dollari per la difesa, mentre la spesa complessiva dei paesi europei ha raggiunto i 457 miliardi. Se si considera la parità di potere d’acquisto, la cifra sale a 730 miliardi. Un divario che contraddice la narrazione secondo cui Mosca avrebbe capacità militari superiori. La richiesta della Nato di portare la spesa al 3% del PIL farebbe crescere il bilancio militare europeo di altri 250 miliardi di dollari, mentre l’ipotesi di Trump di arrivare al 5% significherebbe un incremento di 800 miliardi.

Nel frattempo, gli Stati Uniti pianificano di ridurre il budget del Pentagono di 50 miliardi di dollari annui fino al 2029. La pressione esercitata sull’Europa per un riarmo massiccio coincide con un ridimensionamento della spesa americana, segnale di un disimpegno strategico che lascia all’Ue l’onere finanziario di una difesa sempre più autonoma.

Ribilanciamento strategico o mercato delle armi?

Uno studio dell’Università Cattolica evidenzia che la spesa militare europea supera quella russa di oltre il 50%. Tuttavia, il problema principale non è l’ammontare delle risorse, ma la loro frammentazione. I 27 Stati membri dell’Unione europea investono in difesa con logiche nazionali, spesso destinando una quota significativa ai costi del personale più che a nuovi sistemi d’arma o innovazione tecnologica.

Se l’obiettivo dichiarato è la sicurezza europea, l’aumento delle spese militari non sembra essere la soluzione più efficace. Se invece l’obiettivo reale è sostenere l’industria bellica e riequilibrare il peso della difesa nel rapporto transatlantico, allora la strategia appare chiara. L’Europa aumenta il proprio impegno, mentre gli Usa si alleggeriscono, lasciando alle aziende della difesa occidentali il ruolo di vero vincitore del conflitto. 

Come scrive Analisi Difesa “più che aumentare i fondi, la priorità dovrebbe essere un loro impiego più razionale ed efficace, con maggiore coordinamento tra gli Stati e una redistribuzione delle risorse verso armamenti e tecnologie avanzate. Inoltre, una maggiore integrazione tra i sistemi di difesa europei potrebbe garantire un utilizzo più efficiente delle risorse, riducendo sprechi e duplicazioni. Raccomandazioni quindi ben diverse da quelle espresse dai fautori di spese per la Difesa raddoppiate o triplicate in Europa”. Lo dicono gli analisti, non i pacifisti. 

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Il Pil e la crescita contano solo quando fa comodo

Quando a inizio febbraio uno studio della fondazione Gimbe ha certificato che la percentuale del Pil destinata alla spesa sanitaria totale è in calo dello 0,6%, si è scatenato un putiferio. Alcuni leader di partito della maggioranza hanno innescato attacchi diretti al presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta, e altri hanno contestato il metodo.
Le percentuali sul Pil non contano, hanno spiegato dalla maggioranza. La cosmesi dei numeri della maggioranza passa dalla semplificazione utile per la propaganda: se la spesa sanitaria cresce, nessuno deve permettersi di fiatare. Francesco Zaffini, senatore di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Affari Sociali del Senato, già lo scorso ottobre l’aveva detto chiaro e tondo, rispondendo a un attacco di Giuseppe Conte: «A Conte dico che la percentuale sul Pil non conta, il 2023 è stato in crescita», disse ospite di Coffee Break su La7.

L’anno prima anche il deputato di Forza Italia Ugo Cappellacci aveva parlato di una “stucchevole litania sulle cifre” perché “il problema non è la quantità di risorse”. Il ragionamento di Cappellacci era: “il 6,2 per cento della spesa sanitaria sul Pil è una misura esattamente pari a quella che era stata prevista dal governo precedente. È stata confermata con la differenza che il Pil è aumentato e quindi, in termini assoluti, anche la cifra destinata alla sanità”.

Insomma, la percentuale sul Pil è una gabbia brutta, sporca e cattiva che l’opposizione usa per sabotare il governo. Da mesi ci dicono di smetterla di usare il Pil per sentirci in dovere di fare qualcosa. Basta Pil, ripetono.

Fino a ieri. Da ieri le percentuali del Pil che servono per gli armamenti sono tornate a essere un argomento serissimo.

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Venticinque miliardi all’anno

Venticinque miliardi all’anno. Ogni anno. Per sempre. Per le armi. È il prezzo della promessa di Giorgia Meloni alla Nato: portare la spesa militare italiana al 2,5% del Pil. Un incremento che non è una tantum, ma una tassa occulta sulla collettività, pagata con il taglio al welfare, ai servizi, ai diritti.

Venticinque miliardi equivalgono a una volta e mezza il budget per la disoccupazione. Sono due terzi di quanto lo Stato destina alle persone con disabilità. Superano di poco l’intera spesa per l’inclusione sociale. Ma guai a dire che questi soldi potrebbero essere usati meglio: chi contesta è un pacifista da salotto, un ingenuo che non capisce le “esigenze strategiche”.

Ma quali esigenze? L’Italia non ha un piano chiaro su come impiegare questa montagna di denaro. Più armi? Più soldati? Il generale Carmine Masiello chiede un esercito da 138mila unità, 45mila in più rispetto agli attuali piani. Il governo risponde con stanziamenti ciechi, scollegati da qualsiasi reale necessità di difesa, utili solo a ingrassare l’industria bellica.

Standard & Poor’s avverte: l’impatto sul deficit sarà devastante. Il moltiplicatore economico è ridicolo: per ogni euro speso in armi, lo Stato ne recupererà solo 40-50 centesimi. Ma poco importa. Il riarmo è la nuova liturgia, il totem che nessuno osa contestare. E mentre le casse pubbliche si svuotano per finanziare un esercito sempre più grande, resta la domanda scomoda: se si riempiono gli arsenali, prima o poi non verrà voglia di usarli?

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Missione fallita

Dicevano che l’Ucraina avrebbe potuto sconfiggere l’esercito di Putin. Quando gli è stato fatto notare la follia del loro proposito, hanno risposto che una mancata difesa avrebbe piallato l’Ucraina – ed è vero – e che si trattava solo di guadagnare con le armi un’agevole posizione per trattare. Missione fallita.

Dicevano che gli Usa fossero stati e sarebbero stati il faro dell’Occidente, che l’Europa aveva come unico imperativo quello di stargli in scia, che ci avrebbero pensato loro. A chi faceva notare che la strategia dell’Unione europea cameriera dei desideri americani avrebbe portato all’irrilevanza, rispondevano che il patto atlantico (e la Nato) era inossidabile. Missione fallita.

Dicevano che la guerra in Ucraina avrebbe rafforzato l’Europa. Missione fallita. Dicevano che con Putin non bisognava trattare, al diavolo lui, le sue richieste e al diavolo tutti i russi del presente e del passato. Dicevano che bisognava combattere chiunque dialogasse con Putin. Missione fallita.

Dicevano che non era tempo di attivare la diplomazia con voce più alta delle armi perché sarebbe arrivato il momento buono, il momento giusto. Missione fallita. Dicevano che i sacrifici dei cittadini per le armi avrebbero garantito la solidità del multilateralismo e della democrazia occidentale. Missione fallita.

Molti di loro sono gli stessi che leccavano Putin, che sorridevano del suo lettone regalato a Silvio. Sono gli stessi che ora leccano Trump, perché riconoscono lo stesso odore. Hanno fallito su tutto, ora propongono di ripiegare sulle armi.

Buon lunedì.

In apertura, disegno di Marilena Nardi

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Libertà e condizionamenti, il mondo è meno democratico

I l mondo non è democratico. Lo sapevamo, ma ora lo misuriamo: meno della metà della popolazione vive in un paese che possa definirsi tale, e solo un risicato 8,5% si trova in una democrazia completa. Il Democracy Index 2024, riportato da Lorenzo Ruffino, lo conferma: i paesi che garantiscono libertà civili, istituzioni indipendenti e reale pluralismo sono un club ristretto, mentre il resto del pianeta naviga tra compromessi, frodi elettorali e regimi autoritari.

E l’Italia Fa parte delle democrazie imperfette, con un punteggio di 7,58, in costante calo rispetto agli altri grandi paesi europei. Perché? Il deterioramento non è un evento improvviso, ma il frutto di una cultura politica che accetta restrizioni alla libertà di stampa, l’indebolimento delle istituzioni e la riduzione dello spazio per il dissenso. Democrazia non è solo votare: è poterlo fare in un contesto di reale libertà, senza condizionamenti, senza il rischio che il potere si accaparri ciò che non gli spetta.

Il punto è che il declino democratico non fa rumore. Non si presenta con golpe e carri armati, ma con riforme silenziose, leggi che restringono diritti, la normalizzazione dell’autoritarismo quotidiano. Lorenzo Ruffino sottolinea che dal 2014 l’indice globale è in calo, passando da 5,1 a 4,5 nel 2024. La libertà si assottiglia un poco alla volta, fino a quando ci si accorge che non c’è più. Se l’Italia è imperfetta, il rischio è che continui a scivolare verso il basso senza neanche accorgersene. Intanto, le democrazie complete restano una minoranza, bastioni sempre più isolati in un mondo che sembra scivolare indietro. E chi perde terreno, spesso non lo recupera.

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Il grande affare del riarm, Big Army si frega le mani

Le industrie militari volano in Borsa. Leonardo ha registrato un incremento del 11,26%, Fincantieri del 7,14%, Iveco del 5,46%, Avio del 7,22%. Stesso trend nelle altre borse europee: Bae Systems +13,2%, Rheinmetall +11,35%, Thales +13,33%, Rolls Royce +5,65%, Airbus +2,72%, Safran +2,04%. A ogni tensione internazionale, i listini premiano chi produce armi, trasformando i conflitti in opportunità finanziarie.

Secondo Milano Finanza, la crescita è legata alle dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha affermato la necessità di riarmare l’Unione europea e aumentare il sostegno all’Ucraina. L’annuncio ha innescato un aumento delle quotazioni, alimentato anche dalla prospettiva di un fondo speciale per la difesa in Germania da 400 miliardi di euro, che porterebbe la spesa tedesca per il settore tra il 2,25% e il 2,75% del Pil. Un’economia che trova nel riarmo il suo motore, con miliardi di euro che scorrono senza troppe resistenze nei bilanci delle aziende belliche, mentre i fondi per il welfare vengono sempre giustificati con la scarsità di risorse. È una finanza che festeggia apertamente ogni passo verso la militarizzazione dell’Europa.

Nel prossimo vertice del Consiglio europeo del 6 marzo, i leader dell’Ue discuteranno strategie di finanziamento per l’aumento delle spese militari. Secondo Bloomberg, c’è un consenso crescente per un’accelerazione del riarmo europeo. Gli analisti prevedono che la tendenza possa consolidarsi con ulteriori fondi straordinari per la difesa. Il messaggio è chiaro: la guerra è diventata un business strutturale. E i mercati lo sanno bene.

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Corte europea dei diritti dell’uomo, la vergogna continua dell’Italia – Lettera43

Non è un’anomalia. È una tradizione. Il nostro Paese è tra i più condannati del Continente, con un’imbarazzante percentuale di violazioni del 92 per cento rispetto alle sentenze. Carceri sovraffollate, giustizia lenta, trattamenti inumani e degradanti, respingimenti illegali: così ogni anno si aggiornano le statistiche, non le soluzioni.

Corte europea dei diritti dell’uomo, la vergogna continua dell’Italia

Quando si parla di Corte europea dei diritti dell’uomo spesso lo si fa per raccontare gli altri, meglio ancora se sporchi, brutti e cattivi. La Cedu utilizzata come manganello contro i Paesi che secondo alcuni non meriterebbero di stare nell’Unione europea. La Cedu per gli altri. Ma l’Italia? Le aule della Corte hanno spesso ospitato il nostro Paese. Non per una presenza formale, ma per una costanza che somiglia a un’abitudine consolidata. Nel solo 2023, su 2.666 ricorsi esaminati 52 si sono tradotti in sentenze: in 48 casi il verdetto ha riscontrato almeno una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Non è un’anomalia. È una tradizione. Un dato che mette il nostro Paese tra i più condannati d’Europa, con una percentuale di violazioni che si assesta su un imbarazzante 92 per cento. Il messaggio è chiaro: l’Italia non solo infrange i diritti umani, ma lo fa con una sistematicità che lascia intendere un problema radicato, strutturale, cronico.

Rischi concreti di torture in Libia e rimpatri forzati

Le violazioni più ricorrenti seguono uno schema preciso: trattamenti inumani e degradanti (articolo 3), negazione del diritto a un processo equo (articolo 6), violazione del diritto alla vita (articolo 2) e del diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8). La fotografia è nitida: un sistema che procede con inerzia, incapace di adeguarsi alle garanzie fondamentali. Un caso esemplare è quello di “Hirsi Jamaa e altri c. Italia” (2012), dove siamo stati condannati per il respingimento illegale in mare di persone migranti. La Corte ha stabilito che il nostro Paese ha violato il divieto di trattamenti inumani, esponendo i ricorrenti a rischi concreti di torture in Libia e rimpatri forzati. Una macchia indelebile che, però, non ha fermato il ripetersi di politiche simili. Nel 2023 e nel 2024 Strasburgo ha continuato a esaminare casi analoghi.

Finali del calcio libico in Italia, un fallimentare tentativo di soft power meloniano
Migranti salvati al largo della Libia (Getty).

Giustizia: condanne in contumacia e niente processi equi

Sotto il profilo della giustizia, il caso “Scoppola c. Italia” (2009) ha rivelato le falle dell’ordinamento nella garanzia di un processo equo, mentre “Sejdovic c. Italia” (2006) ha evidenziato le distorsioni di un sistema che condanna in contumacia senza assicurare effettivi strumenti di revisione.

Prigioni sovraffollate e pessime condizioni di detenzione

Il sistema carcerario italiano è da anni un terreno di scontro tra lo Stato e la Corte di Strasburgo. Il caso “Torreggiani e altri c. Italia” (2013) ha certificato ciò che si sapeva: le prigioni italiane sono sovraffollate e violano sistematicamente il divieto di trattamenti inumani. La Corte ha parlato di «violazione strutturale», segnalando che il problema era noto da anni e che lo Stato ha preferito ignorarlo.

Perché l'inefficacia dell'incarcerazione di massa è un problema che non vediamo
Carceri (Getty).

Abusi anche nelle strutture psichiatriche

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nelle mura delle carceri. Il caso “Lavorgna c. Italia” (2024) ha portato alla luce gli abusi nelle strutture psichiatriche: il ricorrente, ricoverato forzatamente, è stato sottoposto a misure di contenzione in violazione della Convenzione. Le Rems, istituite per sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari, si sono trasformate in gabbie dove il diritto alla salute mentale è piegato all’arbitrio burocratico.

Tempi biblici per una sentenza, tra impunità e prescrizione

Se la giustizia italiana fosse un’opera d’arte, sarebbe un dipinto rinascimentale per la lentezza con cui viene completato. Il caso “Scordino c. Italia” (2006) ha sollevato il problema dell’inefficacia della legge Pinto, che avrebbe dovuto garantire un risarcimento per i processi infiniti. La Corte ha stabilito che il nostro sistema non solo viola il diritto a un processo equo, ma lo fa con una costanza allarmante. Oggi un processo civile in Italia dura mediamente oltre sei anni. Una causa penale può richiederne più di 10. La conseguenza? Giustizia negata per chi attende un verdetto e impunità di fatto per chi riesce a sfruttare la lentezza del sistema per arrivare alla prescrizione. È un circolo vizioso che alimenta la sfiducia nelle istituzioni.

Diritto alla famiglia: coppie dello stesso sesso discriminate

Anche sul fronte dei diritti individuali l’Italia colleziona condanne. Il caso “Oliari e altri c. Italia” (2015) ha evidenziato l’assenza di riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso, mentre “Locascia e altri c. Italia” (2023) ha portato alla condanna del nostro Paese per la gestione fallimentare della crisi dei rifiuti in Campania. Un disastro ambientale e sanitario che ha esposto migliaia di cittadini a rischi documentati senza alcuna protezione adeguata.

Il Vaticano apre alla benedizione delle coppie omosessuali: «Via libera se non inserita in un rito liturgico».
Gay Pride (Ansa).

Richiedenti asilo e centri di accoglienza, niente tutele

Non va meglio sul fronte delle persone migranti. La Corte ha ripetutamente censurato l’Italia per la violazione dei diritti dei richiedenti asilo, dei minori stranieri non accompagnati e dei soggetti più vulnerabili. Le pratiche di respingimento e di detenzione arbitraria nei centri di accoglienza sono all’ordine del giorno. Lo Stato italiano non garantisce tutele, ma reprime.

Sessantadue migranti sono rimasti intossicati nella notte tra il 2 e il 3 ottobre in un centro accoglienza di Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo.
Migranti davanti ad un centro di accoglienza (Ansa).

A luglio 2024 già pendenti 2.430 casi italiani davanti alla Cedu

L’Italia non è nuova alle condanne della Cedu. Ma l’elemento preoccupante è che non si tratta di incidenti isolati, bensì di un copione che si ripete. Carceri sovraffollate, giustizia lenta, trattamenti inumani, respingimenti illegali: ogni anno si aggiornano le statistiche, non le soluzioni. A luglio 2024 erano già pendenti 2.430 casi italiani davanti alla Corte di Strasburgo. Molti di questi riguardano violazioni sistematiche, già condannate in passato, ma mai risolte. E questa è la vera sentenza contro l’Italia: non imparare dai propri errori. Strasburgo continua a scrivere sentenze. Roma continua a ignorarle. La giustizia europea prende nota. E, come sempre, l’Italia arriva tardi.

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Il cambiamento climatico peggiora e la COP16 è ferma alle promesse

Un accordo da 200 miliardi di dollari l’anno per proteggere la biodiversità. È questo il risultato che la COP16 di Roma porta a casa dopo giorni di trattative febbrili e il rischio concreto di un altro fallimento dopo quello di Cali. I negoziatori hanno chiuso con un piano finanziario per sostenere il Global Biodiversity Framework, l’obiettivo di proteggere il 30% delle terre e dei mari entro il 2030 e la creazione del Fondo Cali per coinvolgere le industrie che traggono profitto dalle risorse naturali. Un successo, sulla carta. Ma le critiche sono immediate, e non si limitano a sottolineare il solito vizio delle dichiarazioni roboanti prive di impegni concreti.

Cop16, un finanziamento incerto e ritardi strutturali

Il WWF lo dice chiaramente: il piano finanziario è insufficiente. I paesi sviluppati, che avrebbero dovuto garantire 20 miliardi all’anno ai paesi in via di sviluppo entro il 2025, sono già in ritardo sugli impegni. La cifra finale dovrebbe salire a 30 miliardi entro il 2030, ma nulla assicura che questi fondi verranno effettivamente stanziati. Senza finanziamenti reali, avverte il WWF, gli obiettivi restano un elenco di buone intenzioni senza gambe per camminare. Il nodo principale è sempre lo stesso: senza garanzie certe e meccanismi di controllo, le promesse di finanziamento restano lettera morta. È una dinamica già vista nelle precedenti conferenze, dove le risorse promesse si sono spesso rivelate insufficienti o, peggio, mai erogate.

Un altro punto critico riguarda il Fondo Cali, ideato per obbligare le aziende che sfruttano risorse genetiche naturali a condividere i benefici economici con le comunità locali. Un principio sacrosanto, ma che al momento rimane un’idea senza copertura finanziaria. Gli attivisti temono che finirà per essere un’arma spuntata, utile solo per abbellire i comunicati finali della conferenza. Il fondo dovrebbe servire a finanziare progetti di conservazione direttamente nelle aree più colpite dalla perdita di biodiversità, ma il rischio concreto è che venga gestito in modo inefficace o, peggio, che si trasformi in un meccanismo burocratico senza impatti reali sul territorio.

Il dibattito sulla governance dei fondi è un altro nodo irrisolto. I paesi in via di sviluppo chiedono un nuovo fondo sotto l’autorità della Convenzione sulla Biodiversità (CBD), mentre l’Unione europea e il Giappone preferirebbero potenziare strumenti esistenti come il Global Environment Facility. Il braccio di ferro è stato rimandato alla COP18 del 2028, lasciando aperta una questione chiave: chi controllerà realmente le risorse per la biodiversità? Se la gestione dei fondi verrà affidata agli stessi organismi che hanno fallito nel garantire i precedenti impegni, la comunità scientifica teme che i risultati possano essere altrettanto deludenti. Senza un vero strumento di governance trasparente, il rischio è che il denaro non arrivi mai dove servirebbe di più.

Il rischio di un altro fallimento annunciato

Nel frattempo, il ritardo accumulato pesa. La COP16 arriva dopo un’edizione fallimentare a Cali, con discussioni arenate sulla questione finanziaria. A Roma si è tentato di recuperare il terreno perduto, ma la sensazione diffusa è che ci si sia limitati a posticipare i problemi senza risolverli. “Solo lavorando insieme possiamo fare pace con la natura”, ha detto la presidente della COP16, Susana Muhamad, in chiusura dei lavori. Frase perfetta per il comunicato ufficiale, meno per chi si aspettava decisioni operative. A questo si aggiunge il problema della credibilità: quante delle misure annunciate troveranno realmente applicazione? Senza vincoli precisi e strumenti sanzionatori per chi non rispetta gli impegni, il rischio di un ennesimo fallimento è concreto.

Il compromesso siglato a Roma è solo il primo passo in un percorso che richiede azioni concrete. Senza un chiaro meccanismo di monitoraggio e una definizione vincolante degli obblighi finanziari, l’obiettivo di proteggere il 30% della natura mondiale rischia di restare sulla carta. L’assenza di sanzioni per chi non rispetta gli impegni è un altro elemento critico: senza strumenti di pressione, i paesi meno inclini a contribuire potrebbero ridurre le loro quote senza conseguenze. Il problema è evidente: chi controllerà che le risorse vengano effettivamente impiegate? E soprattutto, quali saranno le conseguenze per i paesi che non rispetteranno gli impegni presi?

La pressione della società civile, delle ONG e delle comunità locali sarà fondamentale per trasformare gli accordi in risultati tangibili. La COP17, prevista in Armenia nel 2026, dovrà dimostrare che la COP16 non è stata solo un esercizio diplomatico. Se i finanziamenti reali non arriveranno e la governance rimarrà un nodo irrisolto, questa conferenza verrà ricordata come un’occasione mancata. Ma se le promesse fatte a Roma si tradurranno in azioni concrete, allora sarà stato un passo nella giusta direzione. Serve però una svolta immediata: se si continuerà a rimandare le decisioni chiave, il 2030 arriverà senza che nulla sia stato realmente fatto. E allora, a quel punto, non basteranno più le dichiarazioni d’intenti. Sarà troppo tardi.

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Elemosina e propaganda

Il governo Meloni annuncia tre miliardi contro il caro-bollette e si applaude da solo. Ma la realtà è meno eroica: duecento euro per chi ha un Isee sotto i 25 mila euro, cinquecento per chi è sotto i 9.530. In tre mesi. Cifre ridicole mentre le bollette si impennano, il carrello della spesa si svuota e l’inflazione divora stipendi e pensioni.

Spiccioli, utili solo alla propaganda. Nel frattempo i fondi per i pacchi alimentari restano bloccati, le mense solidali arrancano, la sanità pubblica si sfalda. Il governo taglia, smonta, smantella, ma pretende di passare per quello che aiuta i più deboli. I più fragili non trovano sostegno, trovano il vuoto.

E mentre le famiglie cercano di sopravvivere, la premier si registra in un video per raccontare quanto è stata brava. Si compiace, si autocelebra. Ma la povertà non si combatte con le dirette social. Servirebbero misure strutturali, servirebbe un’idea di Stato che non si limiti a lanciare qualche moneta dal balcone.

Ma non c’è. C’è solo l’ennesimo spot elettorale. Malriuscito, come sempre. E nel frattempo chi non arriva a fine mese può solo ringraziare. O almeno, questo è quello che vorrebbero. Dicono che il peggio è passato, che ci sono segnali di ripresa. Lo ripetono come una formula magica, sperando che basti. Ma chi vive il disastro sulla propria pelle sa che non basta.

Perché la povertà non è un problema di narrazione, è un problema reale. E un governo che lo nega o è incapace o è complice.

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