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Il grande affare del riarm, Big Army si frega le mani

Le industrie militari volano in Borsa. Leonardo ha registrato un incremento del 11,26%, Fincantieri del 7,14%, Iveco del 5,46%, Avio del 7,22%. Stesso trend nelle altre borse europee: Bae Systems +13,2%, Rheinmetall +11,35%, Thales +13,33%, Rolls Royce +5,65%, Airbus +2,72%, Safran +2,04%. A ogni tensione internazionale, i listini premiano chi produce armi, trasformando i conflitti in opportunità finanziarie.

Secondo Milano Finanza, la crescita è legata alle dichiarazioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha affermato la necessità di riarmare l’Unione europea e aumentare il sostegno all’Ucraina. L’annuncio ha innescato un aumento delle quotazioni, alimentato anche dalla prospettiva di un fondo speciale per la difesa in Germania da 400 miliardi di euro, che porterebbe la spesa tedesca per il settore tra il 2,25% e il 2,75% del Pil. Un’economia che trova nel riarmo il suo motore, con miliardi di euro che scorrono senza troppe resistenze nei bilanci delle aziende belliche, mentre i fondi per il welfare vengono sempre giustificati con la scarsità di risorse. È una finanza che festeggia apertamente ogni passo verso la militarizzazione dell’Europa.

Nel prossimo vertice del Consiglio europeo del 6 marzo, i leader dell’Ue discuteranno strategie di finanziamento per l’aumento delle spese militari. Secondo Bloomberg, c’è un consenso crescente per un’accelerazione del riarmo europeo. Gli analisti prevedono che la tendenza possa consolidarsi con ulteriori fondi straordinari per la difesa. Il messaggio è chiaro: la guerra è diventata un business strutturale. E i mercati lo sanno bene.

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Corte europea dei diritti dell’uomo, la vergogna continua dell’Italia – Lettera43

Non è un’anomalia. È una tradizione. Il nostro Paese è tra i più condannati del Continente, con un’imbarazzante percentuale di violazioni del 92 per cento rispetto alle sentenze. Carceri sovraffollate, giustizia lenta, trattamenti inumani e degradanti, respingimenti illegali: così ogni anno si aggiornano le statistiche, non le soluzioni.

Corte europea dei diritti dell’uomo, la vergogna continua dell’Italia

Quando si parla di Corte europea dei diritti dell’uomo spesso lo si fa per raccontare gli altri, meglio ancora se sporchi, brutti e cattivi. La Cedu utilizzata come manganello contro i Paesi che secondo alcuni non meriterebbero di stare nell’Unione europea. La Cedu per gli altri. Ma l’Italia? Le aule della Corte hanno spesso ospitato il nostro Paese. Non per una presenza formale, ma per una costanza che somiglia a un’abitudine consolidata. Nel solo 2023, su 2.666 ricorsi esaminati 52 si sono tradotti in sentenze: in 48 casi il verdetto ha riscontrato almeno una violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Non è un’anomalia. È una tradizione. Un dato che mette il nostro Paese tra i più condannati d’Europa, con una percentuale di violazioni che si assesta su un imbarazzante 92 per cento. Il messaggio è chiaro: l’Italia non solo infrange i diritti umani, ma lo fa con una sistematicità che lascia intendere un problema radicato, strutturale, cronico.

Rischi concreti di torture in Libia e rimpatri forzati

Le violazioni più ricorrenti seguono uno schema preciso: trattamenti inumani e degradanti (articolo 3), negazione del diritto a un processo equo (articolo 6), violazione del diritto alla vita (articolo 2) e del diritto al rispetto della vita privata e familiare (articolo 8). La fotografia è nitida: un sistema che procede con inerzia, incapace di adeguarsi alle garanzie fondamentali. Un caso esemplare è quello di “Hirsi Jamaa e altri c. Italia” (2012), dove siamo stati condannati per il respingimento illegale in mare di persone migranti. La Corte ha stabilito che il nostro Paese ha violato il divieto di trattamenti inumani, esponendo i ricorrenti a rischi concreti di torture in Libia e rimpatri forzati. Una macchia indelebile che, però, non ha fermato il ripetersi di politiche simili. Nel 2023 e nel 2024 Strasburgo ha continuato a esaminare casi analoghi.

Finali del calcio libico in Italia, un fallimentare tentativo di soft power meloniano
Migranti salvati al largo della Libia (Getty).

Giustizia: condanne in contumacia e niente processi equi

Sotto il profilo della giustizia, il caso “Scoppola c. Italia” (2009) ha rivelato le falle dell’ordinamento nella garanzia di un processo equo, mentre “Sejdovic c. Italia” (2006) ha evidenziato le distorsioni di un sistema che condanna in contumacia senza assicurare effettivi strumenti di revisione.

Prigioni sovraffollate e pessime condizioni di detenzione

Il sistema carcerario italiano è da anni un terreno di scontro tra lo Stato e la Corte di Strasburgo. Il caso “Torreggiani e altri c. Italia” (2013) ha certificato ciò che si sapeva: le prigioni italiane sono sovraffollate e violano sistematicamente il divieto di trattamenti inumani. La Corte ha parlato di «violazione strutturale», segnalando che il problema era noto da anni e che lo Stato ha preferito ignorarlo.

Perché l'inefficacia dell'incarcerazione di massa è un problema che non vediamo
Carceri (Getty).

Abusi anche nelle strutture psichiatriche

Il problema, tuttavia, non si esaurisce nelle mura delle carceri. Il caso “Lavorgna c. Italia” (2024) ha portato alla luce gli abusi nelle strutture psichiatriche: il ricorrente, ricoverato forzatamente, è stato sottoposto a misure di contenzione in violazione della Convenzione. Le Rems, istituite per sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari, si sono trasformate in gabbie dove il diritto alla salute mentale è piegato all’arbitrio burocratico.

Tempi biblici per una sentenza, tra impunità e prescrizione

Se la giustizia italiana fosse un’opera d’arte, sarebbe un dipinto rinascimentale per la lentezza con cui viene completato. Il caso “Scordino c. Italia” (2006) ha sollevato il problema dell’inefficacia della legge Pinto, che avrebbe dovuto garantire un risarcimento per i processi infiniti. La Corte ha stabilito che il nostro sistema non solo viola il diritto a un processo equo, ma lo fa con una costanza allarmante. Oggi un processo civile in Italia dura mediamente oltre sei anni. Una causa penale può richiederne più di 10. La conseguenza? Giustizia negata per chi attende un verdetto e impunità di fatto per chi riesce a sfruttare la lentezza del sistema per arrivare alla prescrizione. È un circolo vizioso che alimenta la sfiducia nelle istituzioni.

Diritto alla famiglia: coppie dello stesso sesso discriminate

Anche sul fronte dei diritti individuali l’Italia colleziona condanne. Il caso “Oliari e altri c. Italia” (2015) ha evidenziato l’assenza di riconoscimento legale per le coppie dello stesso sesso, mentre “Locascia e altri c. Italia” (2023) ha portato alla condanna del nostro Paese per la gestione fallimentare della crisi dei rifiuti in Campania. Un disastro ambientale e sanitario che ha esposto migliaia di cittadini a rischi documentati senza alcuna protezione adeguata.

Il Vaticano apre alla benedizione delle coppie omosessuali: «Via libera se non inserita in un rito liturgico».
Gay Pride (Ansa).

Richiedenti asilo e centri di accoglienza, niente tutele

Non va meglio sul fronte delle persone migranti. La Corte ha ripetutamente censurato l’Italia per la violazione dei diritti dei richiedenti asilo, dei minori stranieri non accompagnati e dei soggetti più vulnerabili. Le pratiche di respingimento e di detenzione arbitraria nei centri di accoglienza sono all’ordine del giorno. Lo Stato italiano non garantisce tutele, ma reprime.

Sessantadue migranti sono rimasti intossicati nella notte tra il 2 e il 3 ottobre in un centro accoglienza di Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo.
Migranti davanti ad un centro di accoglienza (Ansa).

A luglio 2024 già pendenti 2.430 casi italiani davanti alla Cedu

L’Italia non è nuova alle condanne della Cedu. Ma l’elemento preoccupante è che non si tratta di incidenti isolati, bensì di un copione che si ripete. Carceri sovraffollate, giustizia lenta, trattamenti inumani, respingimenti illegali: ogni anno si aggiornano le statistiche, non le soluzioni. A luglio 2024 erano già pendenti 2.430 casi italiani davanti alla Corte di Strasburgo. Molti di questi riguardano violazioni sistematiche, già condannate in passato, ma mai risolte. E questa è la vera sentenza contro l’Italia: non imparare dai propri errori. Strasburgo continua a scrivere sentenze. Roma continua a ignorarle. La giustizia europea prende nota. E, come sempre, l’Italia arriva tardi.

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Il cambiamento climatico peggiora e la COP16 è ferma alle promesse

Un accordo da 200 miliardi di dollari l’anno per proteggere la biodiversità. È questo il risultato che la COP16 di Roma porta a casa dopo giorni di trattative febbrili e il rischio concreto di un altro fallimento dopo quello di Cali. I negoziatori hanno chiuso con un piano finanziario per sostenere il Global Biodiversity Framework, l’obiettivo di proteggere il 30% delle terre e dei mari entro il 2030 e la creazione del Fondo Cali per coinvolgere le industrie che traggono profitto dalle risorse naturali. Un successo, sulla carta. Ma le critiche sono immediate, e non si limitano a sottolineare il solito vizio delle dichiarazioni roboanti prive di impegni concreti.

Cop16, un finanziamento incerto e ritardi strutturali

Il WWF lo dice chiaramente: il piano finanziario è insufficiente. I paesi sviluppati, che avrebbero dovuto garantire 20 miliardi all’anno ai paesi in via di sviluppo entro il 2025, sono già in ritardo sugli impegni. La cifra finale dovrebbe salire a 30 miliardi entro il 2030, ma nulla assicura che questi fondi verranno effettivamente stanziati. Senza finanziamenti reali, avverte il WWF, gli obiettivi restano un elenco di buone intenzioni senza gambe per camminare. Il nodo principale è sempre lo stesso: senza garanzie certe e meccanismi di controllo, le promesse di finanziamento restano lettera morta. È una dinamica già vista nelle precedenti conferenze, dove le risorse promesse si sono spesso rivelate insufficienti o, peggio, mai erogate.

Un altro punto critico riguarda il Fondo Cali, ideato per obbligare le aziende che sfruttano risorse genetiche naturali a condividere i benefici economici con le comunità locali. Un principio sacrosanto, ma che al momento rimane un’idea senza copertura finanziaria. Gli attivisti temono che finirà per essere un’arma spuntata, utile solo per abbellire i comunicati finali della conferenza. Il fondo dovrebbe servire a finanziare progetti di conservazione direttamente nelle aree più colpite dalla perdita di biodiversità, ma il rischio concreto è che venga gestito in modo inefficace o, peggio, che si trasformi in un meccanismo burocratico senza impatti reali sul territorio.

Il dibattito sulla governance dei fondi è un altro nodo irrisolto. I paesi in via di sviluppo chiedono un nuovo fondo sotto l’autorità della Convenzione sulla Biodiversità (CBD), mentre l’Unione europea e il Giappone preferirebbero potenziare strumenti esistenti come il Global Environment Facility. Il braccio di ferro è stato rimandato alla COP18 del 2028, lasciando aperta una questione chiave: chi controllerà realmente le risorse per la biodiversità? Se la gestione dei fondi verrà affidata agli stessi organismi che hanno fallito nel garantire i precedenti impegni, la comunità scientifica teme che i risultati possano essere altrettanto deludenti. Senza un vero strumento di governance trasparente, il rischio è che il denaro non arrivi mai dove servirebbe di più.

Il rischio di un altro fallimento annunciato

Nel frattempo, il ritardo accumulato pesa. La COP16 arriva dopo un’edizione fallimentare a Cali, con discussioni arenate sulla questione finanziaria. A Roma si è tentato di recuperare il terreno perduto, ma la sensazione diffusa è che ci si sia limitati a posticipare i problemi senza risolverli. “Solo lavorando insieme possiamo fare pace con la natura”, ha detto la presidente della COP16, Susana Muhamad, in chiusura dei lavori. Frase perfetta per il comunicato ufficiale, meno per chi si aspettava decisioni operative. A questo si aggiunge il problema della credibilità: quante delle misure annunciate troveranno realmente applicazione? Senza vincoli precisi e strumenti sanzionatori per chi non rispetta gli impegni, il rischio di un ennesimo fallimento è concreto.

Il compromesso siglato a Roma è solo il primo passo in un percorso che richiede azioni concrete. Senza un chiaro meccanismo di monitoraggio e una definizione vincolante degli obblighi finanziari, l’obiettivo di proteggere il 30% della natura mondiale rischia di restare sulla carta. L’assenza di sanzioni per chi non rispetta gli impegni è un altro elemento critico: senza strumenti di pressione, i paesi meno inclini a contribuire potrebbero ridurre le loro quote senza conseguenze. Il problema è evidente: chi controllerà che le risorse vengano effettivamente impiegate? E soprattutto, quali saranno le conseguenze per i paesi che non rispetteranno gli impegni presi?

La pressione della società civile, delle ONG e delle comunità locali sarà fondamentale per trasformare gli accordi in risultati tangibili. La COP17, prevista in Armenia nel 2026, dovrà dimostrare che la COP16 non è stata solo un esercizio diplomatico. Se i finanziamenti reali non arriveranno e la governance rimarrà un nodo irrisolto, questa conferenza verrà ricordata come un’occasione mancata. Ma se le promesse fatte a Roma si tradurranno in azioni concrete, allora sarà stato un passo nella giusta direzione. Serve però una svolta immediata: se si continuerà a rimandare le decisioni chiave, il 2030 arriverà senza che nulla sia stato realmente fatto. E allora, a quel punto, non basteranno più le dichiarazioni d’intenti. Sarà troppo tardi.

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Elemosina e propaganda

Il governo Meloni annuncia tre miliardi contro il caro-bollette e si applaude da solo. Ma la realtà è meno eroica: duecento euro per chi ha un Isee sotto i 25 mila euro, cinquecento per chi è sotto i 9.530. In tre mesi. Cifre ridicole mentre le bollette si impennano, il carrello della spesa si svuota e l’inflazione divora stipendi e pensioni.

Spiccioli, utili solo alla propaganda. Nel frattempo i fondi per i pacchi alimentari restano bloccati, le mense solidali arrancano, la sanità pubblica si sfalda. Il governo taglia, smonta, smantella, ma pretende di passare per quello che aiuta i più deboli. I più fragili non trovano sostegno, trovano il vuoto.

E mentre le famiglie cercano di sopravvivere, la premier si registra in un video per raccontare quanto è stata brava. Si compiace, si autocelebra. Ma la povertà non si combatte con le dirette social. Servirebbero misure strutturali, servirebbe un’idea di Stato che non si limiti a lanciare qualche moneta dal balcone.

Ma non c’è. C’è solo l’ennesimo spot elettorale. Malriuscito, come sempre. E nel frattempo chi non arriva a fine mese può solo ringraziare. O almeno, questo è quello che vorrebbero. Dicono che il peggio è passato, che ci sono segnali di ripresa. Lo ripetono come una formula magica, sperando che basti. Ma chi vive il disastro sulla propria pelle sa che non basta.

Perché la povertà non è un problema di narrazione, è un problema reale. E un governo che lo nega o è incapace o è complice.

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Briatore e il Lussemburgo, un modello tutto italiano

Flavio Briatore, l’imprenditore che ama raccontarsi come self-made man, ha appena dato un’altra lezione magistrale. Come ha raccontato il giornale online Open, prima di vendere il Twiga e il Billionaire a Leonardo Maria Del Vecchio per 25 milioni di euro, Briatore li ha venduti a sé stesso.

Un giro di valzer tra la sua holding Majestas e una nuova società lussemburghese, la Red&Blue, aperta appena due mesi prima. Un’operazione perfettamente legale, per carità. “Ma perché Briatore ha venduto a sé stesso prima di vendere tutti gli asset a Del Vecchio? – si è chiesto Andrea Giacobino su Affaritaliani.it -. Perché se avesse venduto asset in Italia avrebbe pagato l’eventuale tassa sulle plusvalenze, imposta che invece non viene applicata nel Granducato”.

Prima di cedere il Twiga, come racconta ancora Open, Briatore ha liquidato i soci di minoranza con valutazioni generose. A partire da Dimitri Kunz, compagno della ministra del Turismo Daniela Santanché, che per la sua quota ha incassato 6,3 milioni di euro, 1,3 milioni in più del valore stimato. Un’uscita di scena ben remunerata. Lo stesso vale per la socia Dorothy Costantin: acquistò il 10% del Twiga di Ventimiglia per 1.500 euro, se l’è visto ricomprare per 300 mila.

Si tratta solo di ottima gestione aziendale, di una strategia perfettamente legale? Il punto non è come Briatore ha ceduto la sua attività, a norma di legge e senza perdere un centesimo in tasse, ma il messaggio implicito: in Italia paga solo chi non ha i mezzi per costruirsi un Lussemburgo su misura. Ricordiamocelo la prossima volta che intravediamo Briatore dare lezioni di imprenditoria.

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Un Pnrr per pochi beneficiari e il Sud resta più penalizzato

L’avete notato? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è sparito dal dibattito pubblico. L’ex ministro Raffaele Fitto si è insabbiato a Bruxelles lasciando al neo-ministro Tommaso Foti il difficile compito di gestire un dossier che, al di là della retorica di governo, non sta procedendo come ci si aspetterebbe. Almeno a leggere i dati di Openpolis: la nuova analisi aggiornata al 30 novembre 2024 conferma che l’attuazione del Piano concentra le risorse su un numero ristretto di beneficiari, mentre il Mezzogiorno continua a incontrare difficoltà maggiori rispetto al Nord.

Un piano per pochi: chi si arricchisce con i fondi Ue?

I fondi del Pnrr, che sulla carta avrebbero dovuto incentivare una ripartenza equa, sono stati in realtà distribuiti in maniera squilibrata. Dei 269.299 progetti finanziati, il 34,3% delle risorse, pari a 66,6 miliardi di euro, è stato destinato a soli 100 soggetti. Tra questi, i principali beneficiari sono enti pubblici o società a partecipazione pubblica, come Rete Ferroviaria Italiana, che ha ricevuto la quota più alta di finanziamenti con 22,4 miliardi di euro, seguita da E-Distribuzione con 3,5 miliardi e dal Ministero della Giustizia con 2,4 miliardi. La Campania si conferma la regione più finanziata con 1,7 miliardi, mentre Roma è il comune che ha ottenuto più risorse con 1,1 miliardi. Questa concentrazione delle risorse evidenzia inevitabilmente il rischio di monopolizzazione degli investimenti da parte di grandi soggetti pubblici e privati, mentre gli enti locali più piccoli e il Sud del Paese continuano a incontrare ostacoli nella capacità di accesso e utilizzo dei fondi.

Analizzando i settori di destinazione, emerge come le infrastrutture assorbano una fetta rilevante delle risorse già assegnate, con il 35,4% dei fondi, pari a circa 50 miliardi di euro. Seguono gli interventi per l’istruzione e la ricerca, con 25,2 miliardi di euro, e quelli per la transizione ecologica, che ammontano a 18,4 miliardi. Nonostante il numero complessivo di progetti attivi sia aumentato negli ultimi mesi di 6.868 unità, alcune aree hanno subito riduzioni importanti. La transizione ecologica ha visto un calo di 1.810 progetti, mentre nel settore delle infrastrutture sono state tagliate 1.049 opere, nonostante l’aumento dei fondi assegnati di 1,4 miliardi. La capacità di spendere concretamente i fondi rimane un nodo critico: al 30 novembre 2024 risulta speso solo poco più del 30% del totale, ovvero 59 miliardi di euro, un dato che riflette l’incapacità di trasformare i finanziamenti in opere tangibili. Il settore delle infrastrutture risulta quello con il più alto avanzamento nei pagamenti, mentre le risorse dedicate alla pubblica amministrazione, alla transizione ecologica e alla cultura rimangono largamente inutilizzate.

Il Sud dimenticato: la frattura che il Pnrr non sanerà

Il divario tra Nord e Sud si manifesta chiaramente anche nella capacità di realizzazione. La Lombardia ospita il maggior numero di progetti, 41.290, con 18,9 miliardi di euro assegnati, seguita da Campania con 15,9 miliardi e Veneto con 13,5 miliardi. Ma se al Nord l’attuazione procede più spedita, al Sud la situazione è ben diversa. La Calabria ha raggiunto appena il 10% delle risorse già erogate, mentre Campania, Sicilia e Sardegna si attestano su percentuali tra il 13% e il 14%. In confronto, il Veneto è la regione più avanti, con il 28% delle risorse già erogate, seguito da Trentino-Alto Adige con il 24% e Liguria con il 22%. Le regioni meridionali si trovano in difficoltà a gestire i fondi e portare a termine i progetti, a causa di una combinazione di fattori che vanno dalla burocrazia alle carenze amministrative, fino alla difficoltà di attrarre investimenti e competenze. Il Mezzogiorno, che avrebbe dovuto essere il principale beneficiario del Pnrr per ridurre i divari storici con il Nord, si ritrova invece a subire ulteriori rallentamenti.

La questione delle scadenze aggiunge ulteriore pressione. Il tempo stringe e i progetti dovranno essere completati entro il 2026, ma il numero di obiettivi ancora da raggiungere è elevato. Restano 237 scadenze da rispettare tra il 2025 e il 2026, pari al 41% del totale, ma alcuni traguardi già previsti non sono stati completati nei tempi stabiliti e il rischio di perdere parte dei fondi europei diventa sempre più concreto. Il governo ha più volte sottolineato la necessità di accelerare l’attuazione del piano, ma i ritardi accumulati rendono incerta la possibilità di completare tutte le opere entro la scadenza stabilita dall’Unione europea.

I dati di Openpolis restituiscono ancora una volta un Pnrr inefficace e sbilanciato. Le risorse rimangono concentrate nelle mani di pochi grandi attuatori, mentre il Sud, che avrebbe dovuto beneficiare maggiormente di questi investimenti, resta indietro. Più che un piano di ripresa e resilienza, il Pnrr somiglia sempre più a un labirinto burocratico in cui a vincere sono sempre gli stessi, mentre chi ne avrebbe più bisogno rimane escluso.

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Cortina, la pista di bob e il solito spreco di Stato

C’è una pista di bob che nessuno vuole. Nemmeno il Comitato olimpico internazionale, che a Cortina ha mandato una lettera per dire chiaro e tondo che l’impianto rischia di essere una cattedrale nel deserto, con costi esorbitanti e un futuro incerto. Eppure, il governo insiste. Perché?

L’impianto costa 81 milioni di euro. Servirebbe per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, ma la realtà è che dopo i giochi resterà un monumento allo spreco. Nessun altro evento internazionale è previsto, la manutenzione sarà insostenibile, gli atleti italiani che praticano bob, skeleton e slittino si contano sulle dita di una mano. Ma chi se ne frega.

A Cortina si doveva recuperare la storica pista “Eugenio Monti”, chiusa dal 2008. Un’idea nostalgica che nasconde la solita gestione opaca delle grandi opere: progetti inutili, costi che lievitano, nessuna visione a lungo termine. Il Cio, di fronte a questa follia, ha persino suggerito di spostare le gare in Austria.

Ma l’Italia non molla. Perché i grandi eventi, qui, sono un pretesto per gettare – quando va bene – colate di cemento e – quando va male – anche per soddisfare appetiti. Non per lasciare eredità sportive, ma debiti. Il vero sport nazionale.

Buon venerdì. 

 

In foto: Il palazzo olimpico del ghiaccio di Cortina, di Wusel007 – Opera propria

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Tagli annunciati al Green Deal, Ursula svolta sempre più a destra

La transizione verde dell’Unione europea era già appesa a un filo, ma la Commissione von der Leyen ha deciso di brandire le forbici. Con una serie di proposte che smantellano le regole ambientali appena approvate, Bruxelles ha ceduto alle pressioni delle industrie, rivedendo al ribasso i vincoli ambientali e finanziari. Una retromarcia prevista, per chi da mesi osserva l’evoluzione dell’equilibrio politico nell’Unione.

Un colpo alla finanza sostenibile

L’ultimo pacchetto normativo presentato dalla Commissione elimina l’obbligo per la maggior parte delle aziende di rendicontare l’impatto ambientale delle proprie attività e allenta i criteri della tassonomia verde, il sistema che definisce cosa possa essere considerato un investimento sostenibile. La direzione è chiara: meno regolamentazione, più spazio per il greenwashing. Il principio del do no significant harm, cardine delle politiche di finanza sostenibile, è stato depotenziato fino a permettere che attività dannose per l’ambiente possano comunque essere etichettate come “sostenibili”.

Le bozze iniziali delle nuove regole prevedevano un attacco ancora più radicale. Il progetto originario della Commissione prevedeva di rendere del tutto volontaria la tassonomia, consentendo agli operatori di scegliere se rispettare o meno i criteri ambientali. Solo un’improvvisa rivolta interna ha frenato la corsa verso il baratro. Fonti interne parlano di un fine settimana di scontri tra i commissari, in cui una parte dell’esecutivo ha cercato di limitare i danni. Ma il risultato finale resta un passo indietro significativo: l’85% delle aziende sarà esentato dal rispetto della tassonomia.

La svolta della Commissione ha implicazioni politiche più ampie. Le modifiche normative spaccano l’alleanza centrista su cui Ursula von der Leyen ha costruito la sua rielezione. Il Partito popolare europeo ha sostenuto con forza la deregulation, ma socialisti, liberali e verdi si sono opposti, accusando Bruxelles di lavorare per gli interessi delle grandi aziende tedesche. “Queste misure non aumentano la competitività, servono solo a smantellare le tutele ambientali”, ha attaccato l’eurodeputato Bas Eickhout dei Verdi. Anche Lara Wolters, socialista, ha denunciato il provvedimento come un “pasticcio burocratico” che crea più incertezza di quanta ne rimuova.

La deriva politica della Commissione

Di fronte a una resistenza così netta da parte del centro-sinistra, alla Commissione restano due strade: o avviare un lungo braccio di ferro con le forze moderate o cercare l’appoggio della destra estrema. Quest’ultima ipotesi, ventilata da tempo, potrebbe diventare realtà. La strategia è chiara: il Ppe si sposta verso destra e cerca sponde tra conservatori e sovranisti, accettando il rischio di una frattura con le forze tradizionalmente alleate. In sostanza, la Commissione agisce già con una maggioranza immaginaria, cercando di far passare il messaggio che il consenso c’è, anche quando i numeri non tornano.

Jordan Bardella, leader della destra radicale francese, aveva già evocato un’“alleanza alternativa” tra Ppe, conservatori e nazionalisti per sabotare il Green Deal. E adesso la minaccia si fa concreta: se la Commissione von der Leyen dovesse approvare le sue proposte con i voti dell’estrema destra, si aprirebbe un capitolo inedito nella storia dell’Unione europea. Un’alleanza di governo informale tra popolari e sovranisti rimetterebbe in discussione decenni di equilibri politici e segnerebbe un ulteriore slittamento verso destra delle istituzioni comunitarie.

Il rischio più grande non è solo lo smantellamento delle norme ambientali, ma la legittimazione politica di una nuova maggioranza. Dopo decenni di costruzione di un consenso centrista, Bruxelles potrebbe trovarsi a navigare acque inesplorate. La Commissione von der Leyen non è mai stata eletta direttamente, ma ora rischia di diventare il primo esecutivo europeo a governare grazie al sostegno di forze apertamente anti-europee. Se questo accadrà, non sarà solo la transizione ecologica a pagare il prezzo, ma l’intero assetto democratico dell’Unione. Von der Leyen si sposta a destra per rispondere alla destra soffiata da Trump: non è difficile comprendere come non sia una grande idea. 

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Un’Italia sempre più povera, allarme redditi al Sud

C’è un Paese che scivola sempre più giù, ma finge di non accorgersene. Un Paese dove il divario non è solo tra ricchi e poveri, ma tra nord e sud, tra chi può e chi resta indietro. Lorenzo Ruffino ha messo in fila i numeri e il risultato è impietoso: l’Italia non è solo divisa, è anche tra i Paesi più poveri d’Europa.

A Bolzano il reddito primario netto è tra i più alti del continente: 35 mila PPS. In Lombardia scende a 31,6 mila, poi ancora giù fino ai 14,6 mila della Calabria, ai 15,5 mila della Sicilia, ai 15,7 mila della Campania. Numeri da Europa dell’Est, in una nazione che si vanta di stare nel G7. Il Mezzogiorno ha un reddito comparabile a quello della Polonia, del sud della Spagna, della Grecia. Ma non basta. Perché l’Italia nel suo insieme sta scivolando nelle retrovie del continente, con salari stagnanti, crescita zero e investimenti che fuggono altrove. Il reddito medio italiano è ormai inferiore a quello della Spagna, della Francia, della Germania, persino di paesi dell’Est che fino a qualche anno fa ci guardavano dal basso.

Nel resto d’Europa le grandi città trainano la crescita: Madrid per la Spagna, Parigi per la Francia, Berlino per la Germania. In Italia no. Milano è un’illusione che si guarda allo specchio, mentre il resto del Paese arranca. Il governo blinda l’autonomia differenziata, ignorando che i divari economici sono già esplosi. Il Sud è ormai un’altra nazione, con salari più bassi, servizi ridotti e prospettive che evaporano. E intanto i giovani se ne vanno, portando altrove le loro competenze, il loro futuro, il loro domani.

Una nazione che si abitua alla povertà smette di combatterla. E questo, più di ogni altro numero, è il segno di un fallimento che nessuna propaganda potrà mai nascondere.

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Delle due l’una

Se su un giornale qualsiasi, o da un telegiornale, scoprissimo che in uno Stato qualsiasi quasi l’80% dei magistrati ha scioperato contro il governo, penseremmo di primo acchito che si tratti di qualche arretrata nazione governata da un despota. Accade spesso di leggere presunti illuminati che discettano dello stato delle democrazie altrui, giusto per esibire un’ostentata superiorità.

Che ieri in Italia abbia scioperato l’80% dei magistrati contro la riforma della giustizia voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con il ministro Nordio esecutore, dovrebbe far riflettere anche gli anti-giudici più ostinati, coloro che dai primi anni ’90 usano tutto il loro fiato per gridare contro le toghe rosse, la magistratura a orologeria, i giudici politicizzati e tutta la solita manfrina coniata da Berlusconi e imparata a memoria dai suoi adepti e delfini.

A questo punto rimangono in piedi due ipotesi. I magistrati infedeli sono quindi l’80% del totale, 8 su 10, e quindi siamo un Paese finito che merita di essere invaso da un esercito e commissariato da qualche democrazia matura. Se così fosse, Meloni e i suoi sodali dovrebbero avere il coraggio di dirlo chiaramente, proclamare lo stato d’emergenza e chiedere l’intervento dei caschi blu. Oppure, più semplicemente, la riforma della giustizia che ha in mente il governo non piace a chiunque abbia a cuore la giustizia e la Costituzione, indipendentemente dalla parte politica, perché è un sabotaggio mascherato da riforma. Il governo ieri ha lasciato intendere di essere disposto a trattare. Sembra molto più probabile, quindi, la seconda ipotesi.

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