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Briatore e il Lussemburgo, un modello tutto italiano

Flavio Briatore, l’imprenditore che ama raccontarsi come self-made man, ha appena dato un’altra lezione magistrale. Come ha raccontato il giornale online Open, prima di vendere il Twiga e il Billionaire a Leonardo Maria Del Vecchio per 25 milioni di euro, Briatore li ha venduti a sé stesso.

Un giro di valzer tra la sua holding Majestas e una nuova società lussemburghese, la Red&Blue, aperta appena due mesi prima. Un’operazione perfettamente legale, per carità. “Ma perché Briatore ha venduto a sé stesso prima di vendere tutti gli asset a Del Vecchio? – si è chiesto Andrea Giacobino su Affaritaliani.it -. Perché se avesse venduto asset in Italia avrebbe pagato l’eventuale tassa sulle plusvalenze, imposta che invece non viene applicata nel Granducato”.

Prima di cedere il Twiga, come racconta ancora Open, Briatore ha liquidato i soci di minoranza con valutazioni generose. A partire da Dimitri Kunz, compagno della ministra del Turismo Daniela Santanché, che per la sua quota ha incassato 6,3 milioni di euro, 1,3 milioni in più del valore stimato. Un’uscita di scena ben remunerata. Lo stesso vale per la socia Dorothy Costantin: acquistò il 10% del Twiga di Ventimiglia per 1.500 euro, se l’è visto ricomprare per 300 mila.

Si tratta solo di ottima gestione aziendale, di una strategia perfettamente legale? Il punto non è come Briatore ha ceduto la sua attività, a norma di legge e senza perdere un centesimo in tasse, ma il messaggio implicito: in Italia paga solo chi non ha i mezzi per costruirsi un Lussemburgo su misura. Ricordiamocelo la prossima volta che intravediamo Briatore dare lezioni di imprenditoria.

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Un Pnrr per pochi beneficiari e il Sud resta più penalizzato

L’avete notato? Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è sparito dal dibattito pubblico. L’ex ministro Raffaele Fitto si è insabbiato a Bruxelles lasciando al neo-ministro Tommaso Foti il difficile compito di gestire un dossier che, al di là della retorica di governo, non sta procedendo come ci si aspetterebbe. Almeno a leggere i dati di Openpolis: la nuova analisi aggiornata al 30 novembre 2024 conferma che l’attuazione del Piano concentra le risorse su un numero ristretto di beneficiari, mentre il Mezzogiorno continua a incontrare difficoltà maggiori rispetto al Nord.

Un piano per pochi: chi si arricchisce con i fondi Ue?

I fondi del Pnrr, che sulla carta avrebbero dovuto incentivare una ripartenza equa, sono stati in realtà distribuiti in maniera squilibrata. Dei 269.299 progetti finanziati, il 34,3% delle risorse, pari a 66,6 miliardi di euro, è stato destinato a soli 100 soggetti. Tra questi, i principali beneficiari sono enti pubblici o società a partecipazione pubblica, come Rete Ferroviaria Italiana, che ha ricevuto la quota più alta di finanziamenti con 22,4 miliardi di euro, seguita da E-Distribuzione con 3,5 miliardi e dal Ministero della Giustizia con 2,4 miliardi. La Campania si conferma la regione più finanziata con 1,7 miliardi, mentre Roma è il comune che ha ottenuto più risorse con 1,1 miliardi. Questa concentrazione delle risorse evidenzia inevitabilmente il rischio di monopolizzazione degli investimenti da parte di grandi soggetti pubblici e privati, mentre gli enti locali più piccoli e il Sud del Paese continuano a incontrare ostacoli nella capacità di accesso e utilizzo dei fondi.

Analizzando i settori di destinazione, emerge come le infrastrutture assorbano una fetta rilevante delle risorse già assegnate, con il 35,4% dei fondi, pari a circa 50 miliardi di euro. Seguono gli interventi per l’istruzione e la ricerca, con 25,2 miliardi di euro, e quelli per la transizione ecologica, che ammontano a 18,4 miliardi. Nonostante il numero complessivo di progetti attivi sia aumentato negli ultimi mesi di 6.868 unità, alcune aree hanno subito riduzioni importanti. La transizione ecologica ha visto un calo di 1.810 progetti, mentre nel settore delle infrastrutture sono state tagliate 1.049 opere, nonostante l’aumento dei fondi assegnati di 1,4 miliardi. La capacità di spendere concretamente i fondi rimane un nodo critico: al 30 novembre 2024 risulta speso solo poco più del 30% del totale, ovvero 59 miliardi di euro, un dato che riflette l’incapacità di trasformare i finanziamenti in opere tangibili. Il settore delle infrastrutture risulta quello con il più alto avanzamento nei pagamenti, mentre le risorse dedicate alla pubblica amministrazione, alla transizione ecologica e alla cultura rimangono largamente inutilizzate.

Il Sud dimenticato: la frattura che il Pnrr non sanerà

Il divario tra Nord e Sud si manifesta chiaramente anche nella capacità di realizzazione. La Lombardia ospita il maggior numero di progetti, 41.290, con 18,9 miliardi di euro assegnati, seguita da Campania con 15,9 miliardi e Veneto con 13,5 miliardi. Ma se al Nord l’attuazione procede più spedita, al Sud la situazione è ben diversa. La Calabria ha raggiunto appena il 10% delle risorse già erogate, mentre Campania, Sicilia e Sardegna si attestano su percentuali tra il 13% e il 14%. In confronto, il Veneto è la regione più avanti, con il 28% delle risorse già erogate, seguito da Trentino-Alto Adige con il 24% e Liguria con il 22%. Le regioni meridionali si trovano in difficoltà a gestire i fondi e portare a termine i progetti, a causa di una combinazione di fattori che vanno dalla burocrazia alle carenze amministrative, fino alla difficoltà di attrarre investimenti e competenze. Il Mezzogiorno, che avrebbe dovuto essere il principale beneficiario del Pnrr per ridurre i divari storici con il Nord, si ritrova invece a subire ulteriori rallentamenti.

La questione delle scadenze aggiunge ulteriore pressione. Il tempo stringe e i progetti dovranno essere completati entro il 2026, ma il numero di obiettivi ancora da raggiungere è elevato. Restano 237 scadenze da rispettare tra il 2025 e il 2026, pari al 41% del totale, ma alcuni traguardi già previsti non sono stati completati nei tempi stabiliti e il rischio di perdere parte dei fondi europei diventa sempre più concreto. Il governo ha più volte sottolineato la necessità di accelerare l’attuazione del piano, ma i ritardi accumulati rendono incerta la possibilità di completare tutte le opere entro la scadenza stabilita dall’Unione europea.

I dati di Openpolis restituiscono ancora una volta un Pnrr inefficace e sbilanciato. Le risorse rimangono concentrate nelle mani di pochi grandi attuatori, mentre il Sud, che avrebbe dovuto beneficiare maggiormente di questi investimenti, resta indietro. Più che un piano di ripresa e resilienza, il Pnrr somiglia sempre più a un labirinto burocratico in cui a vincere sono sempre gli stessi, mentre chi ne avrebbe più bisogno rimane escluso.

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Cortina, la pista di bob e il solito spreco di Stato

C’è una pista di bob che nessuno vuole. Nemmeno il Comitato olimpico internazionale, che a Cortina ha mandato una lettera per dire chiaro e tondo che l’impianto rischia di essere una cattedrale nel deserto, con costi esorbitanti e un futuro incerto. Eppure, il governo insiste. Perché?

L’impianto costa 81 milioni di euro. Servirebbe per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, ma la realtà è che dopo i giochi resterà un monumento allo spreco. Nessun altro evento internazionale è previsto, la manutenzione sarà insostenibile, gli atleti italiani che praticano bob, skeleton e slittino si contano sulle dita di una mano. Ma chi se ne frega.

A Cortina si doveva recuperare la storica pista “Eugenio Monti”, chiusa dal 2008. Un’idea nostalgica che nasconde la solita gestione opaca delle grandi opere: progetti inutili, costi che lievitano, nessuna visione a lungo termine. Il Cio, di fronte a questa follia, ha persino suggerito di spostare le gare in Austria.

Ma l’Italia non molla. Perché i grandi eventi, qui, sono un pretesto per gettare – quando va bene – colate di cemento e – quando va male – anche per soddisfare appetiti. Non per lasciare eredità sportive, ma debiti. Il vero sport nazionale.

Buon venerdì. 

 

In foto: Il palazzo olimpico del ghiaccio di Cortina, di Wusel007 – Opera propria

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Tagli annunciati al Green Deal, Ursula svolta sempre più a destra

La transizione verde dell’Unione europea era già appesa a un filo, ma la Commissione von der Leyen ha deciso di brandire le forbici. Con una serie di proposte che smantellano le regole ambientali appena approvate, Bruxelles ha ceduto alle pressioni delle industrie, rivedendo al ribasso i vincoli ambientali e finanziari. Una retromarcia prevista, per chi da mesi osserva l’evoluzione dell’equilibrio politico nell’Unione.

Un colpo alla finanza sostenibile

L’ultimo pacchetto normativo presentato dalla Commissione elimina l’obbligo per la maggior parte delle aziende di rendicontare l’impatto ambientale delle proprie attività e allenta i criteri della tassonomia verde, il sistema che definisce cosa possa essere considerato un investimento sostenibile. La direzione è chiara: meno regolamentazione, più spazio per il greenwashing. Il principio del do no significant harm, cardine delle politiche di finanza sostenibile, è stato depotenziato fino a permettere che attività dannose per l’ambiente possano comunque essere etichettate come “sostenibili”.

Le bozze iniziali delle nuove regole prevedevano un attacco ancora più radicale. Il progetto originario della Commissione prevedeva di rendere del tutto volontaria la tassonomia, consentendo agli operatori di scegliere se rispettare o meno i criteri ambientali. Solo un’improvvisa rivolta interna ha frenato la corsa verso il baratro. Fonti interne parlano di un fine settimana di scontri tra i commissari, in cui una parte dell’esecutivo ha cercato di limitare i danni. Ma il risultato finale resta un passo indietro significativo: l’85% delle aziende sarà esentato dal rispetto della tassonomia.

La svolta della Commissione ha implicazioni politiche più ampie. Le modifiche normative spaccano l’alleanza centrista su cui Ursula von der Leyen ha costruito la sua rielezione. Il Partito popolare europeo ha sostenuto con forza la deregulation, ma socialisti, liberali e verdi si sono opposti, accusando Bruxelles di lavorare per gli interessi delle grandi aziende tedesche. “Queste misure non aumentano la competitività, servono solo a smantellare le tutele ambientali”, ha attaccato l’eurodeputato Bas Eickhout dei Verdi. Anche Lara Wolters, socialista, ha denunciato il provvedimento come un “pasticcio burocratico” che crea più incertezza di quanta ne rimuova.

La deriva politica della Commissione

Di fronte a una resistenza così netta da parte del centro-sinistra, alla Commissione restano due strade: o avviare un lungo braccio di ferro con le forze moderate o cercare l’appoggio della destra estrema. Quest’ultima ipotesi, ventilata da tempo, potrebbe diventare realtà. La strategia è chiara: il Ppe si sposta verso destra e cerca sponde tra conservatori e sovranisti, accettando il rischio di una frattura con le forze tradizionalmente alleate. In sostanza, la Commissione agisce già con una maggioranza immaginaria, cercando di far passare il messaggio che il consenso c’è, anche quando i numeri non tornano.

Jordan Bardella, leader della destra radicale francese, aveva già evocato un’“alleanza alternativa” tra Ppe, conservatori e nazionalisti per sabotare il Green Deal. E adesso la minaccia si fa concreta: se la Commissione von der Leyen dovesse approvare le sue proposte con i voti dell’estrema destra, si aprirebbe un capitolo inedito nella storia dell’Unione europea. Un’alleanza di governo informale tra popolari e sovranisti rimetterebbe in discussione decenni di equilibri politici e segnerebbe un ulteriore slittamento verso destra delle istituzioni comunitarie.

Il rischio più grande non è solo lo smantellamento delle norme ambientali, ma la legittimazione politica di una nuova maggioranza. Dopo decenni di costruzione di un consenso centrista, Bruxelles potrebbe trovarsi a navigare acque inesplorate. La Commissione von der Leyen non è mai stata eletta direttamente, ma ora rischia di diventare il primo esecutivo europeo a governare grazie al sostegno di forze apertamente anti-europee. Se questo accadrà, non sarà solo la transizione ecologica a pagare il prezzo, ma l’intero assetto democratico dell’Unione. Von der Leyen si sposta a destra per rispondere alla destra soffiata da Trump: non è difficile comprendere come non sia una grande idea. 

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Un’Italia sempre più povera, allarme redditi al Sud

C’è un Paese che scivola sempre più giù, ma finge di non accorgersene. Un Paese dove il divario non è solo tra ricchi e poveri, ma tra nord e sud, tra chi può e chi resta indietro. Lorenzo Ruffino ha messo in fila i numeri e il risultato è impietoso: l’Italia non è solo divisa, è anche tra i Paesi più poveri d’Europa.

A Bolzano il reddito primario netto è tra i più alti del continente: 35 mila PPS. In Lombardia scende a 31,6 mila, poi ancora giù fino ai 14,6 mila della Calabria, ai 15,5 mila della Sicilia, ai 15,7 mila della Campania. Numeri da Europa dell’Est, in una nazione che si vanta di stare nel G7. Il Mezzogiorno ha un reddito comparabile a quello della Polonia, del sud della Spagna, della Grecia. Ma non basta. Perché l’Italia nel suo insieme sta scivolando nelle retrovie del continente, con salari stagnanti, crescita zero e investimenti che fuggono altrove. Il reddito medio italiano è ormai inferiore a quello della Spagna, della Francia, della Germania, persino di paesi dell’Est che fino a qualche anno fa ci guardavano dal basso.

Nel resto d’Europa le grandi città trainano la crescita: Madrid per la Spagna, Parigi per la Francia, Berlino per la Germania. In Italia no. Milano è un’illusione che si guarda allo specchio, mentre il resto del Paese arranca. Il governo blinda l’autonomia differenziata, ignorando che i divari economici sono già esplosi. Il Sud è ormai un’altra nazione, con salari più bassi, servizi ridotti e prospettive che evaporano. E intanto i giovani se ne vanno, portando altrove le loro competenze, il loro futuro, il loro domani.

Una nazione che si abitua alla povertà smette di combatterla. E questo, più di ogni altro numero, è il segno di un fallimento che nessuna propaganda potrà mai nascondere.

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Delle due l’una

Se su un giornale qualsiasi, o da un telegiornale, scoprissimo che in uno Stato qualsiasi quasi l’80% dei magistrati ha scioperato contro il governo, penseremmo di primo acchito che si tratti di qualche arretrata nazione governata da un despota. Accade spesso di leggere presunti illuminati che discettano dello stato delle democrazie altrui, giusto per esibire un’ostentata superiorità.

Che ieri in Italia abbia scioperato l’80% dei magistrati contro la riforma della giustizia voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con il ministro Nordio esecutore, dovrebbe far riflettere anche gli anti-giudici più ostinati, coloro che dai primi anni ’90 usano tutto il loro fiato per gridare contro le toghe rosse, la magistratura a orologeria, i giudici politicizzati e tutta la solita manfrina coniata da Berlusconi e imparata a memoria dai suoi adepti e delfini.

A questo punto rimangono in piedi due ipotesi. I magistrati infedeli sono quindi l’80% del totale, 8 su 10, e quindi siamo un Paese finito che merita di essere invaso da un esercito e commissariato da qualche democrazia matura. Se così fosse, Meloni e i suoi sodali dovrebbero avere il coraggio di dirlo chiaramente, proclamare lo stato d’emergenza e chiedere l’intervento dei caschi blu. Oppure, più semplicemente, la riforma della giustizia che ha in mente il governo non piace a chiunque abbia a cuore la giustizia e la Costituzione, indipendentemente dalla parte politica, perché è un sabotaggio mascherato da riforma. Il governo ieri ha lasciato intendere di essere disposto a trattare. Sembra molto più probabile, quindi, la seconda ipotesi.

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Trump detta le regole, l’Unione europea prende appunti

Stanotte Trump si è esibito in una torrenziale conferenza stampa, la forma di governo preferita di ogni plutocrazia che usa le parole per fomentare lo spostamento dell’etica pubblica. Il presidente degli Usa ha detto al mondo che l’Unione europea è «nata per truffare gli Stati Uniti» e che i prodotti europei saranno «presto» soggetti a dazi del 25%. «Abbiamo preso la decisione, e la annunceremo a breve, che sarà del 25%», ha detto Trump. I dazi contro la Ue «riguarderanno le auto e altre cose», ha detto Trump.

L’elefantiaca Unione europea, di rimando, ha fatto sapere che «reagirà in modo fermo e immediato alle barriere ingiustificate al commercio libero ed equo, anche quando i dazi vengono utilizzati per contestare politiche legittime e non discriminatorie», promettendo di «proteggere le aziende, i lavoratori e i consumatori europei dai dazi ingiustificati». Letta così, la risposta di Bruxelles è un’affermazione di incontrovertibile buon senso. Il problema, sempre lo stesso, sta nel fatto che è solo una risposta, come sempre.

Donald Trump ha in mente un’idea precisa: scardinare le strutture democratiche degli Usa, lanciare una campagna predatoria e imperialista nei confronti del resto del mondo, consolidare il suo rapporto con Putin, che ritiene «molto intelligente», lucrare sulla pace in Ucraina dopo aver fatto affari d’oro sulla guerra, distruggere il diritto internazionale con il bilateralismo e accogliere chiunque si presenti al suo confine con un sacco di soldi.

Ecco, forse il problema per l’Europa è qualcosa di più dei “dazi ingiustificati”. Donald ha una strategia, e l’Europa

Buon giovedì.

 

In foto: Donald Trump al primo “consiglio dei ministri!”, fonte Ipa

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Migranti, tra realtà e narrazione: come i media parlano (o non parlano) delle persone migranti di minore età nel Rapporto Unicef-Carta di Roma

Un tempo si diceva che l’informazione fosse il quarto potere, oggi è sempre più spesso il primo strumento di manipolazione. Se ne accorgono soprattutto le persone che finiscono inghiottite nelle narrazioni dominanti, distorte e semplificate fino alla disumanizzazione. Il rapporto Unicef – Carta di Roma, “Tra realtà e rappresentazione” fotografa con precisione questa macchina comunicativa applicata alle persone migranti di minore età. Il risultato è uno schema narrativo che riduce l’individualità a numeri, le voci a sussurri ignorati e le storie a meri strumenti di propaganda.

La distorsione dell’emergenza

La copertura mediatica sulle persone migranti, specie quelle di minore età, segue sempre lo stesso copione: emergenza, sicurezza, minaccia. È un racconto che trova nei picchi di attenzione un pretesto per soffiare sul fuoco delle paure collettive. Il naufragio di Cutro, gli sbarchi record di settembre 2023, le violenze di gruppo a Catania: eventi che diventano il perno di una narrazione che ignora il contesto, semplifica i motivi delle migrazioni e, soprattutto, evita accuratamente di ascoltare i protagonisti.

Il rapporto mostra che solo nel 14% dei casi si dà voce diretta alle persone di minore età coinvolte. Il resto del discorso è monopolizzato da politici, opinionisti e giornalisti, in un dibattito che sembra fatto apposta per escludere chi ne è oggetto. La regola è chiara: parlare di loro, senza mai parlare con loro.

La criminalizzazione sistematica

Quando i minori stranieri riescono a emergere nelle cronache, spesso è perché sono stati trasformati in capro espiatorio per problemi più ampi. Il rapporto evidenzia che il 54% delle notizie sui giovani migranti è legato alla cronaca nera. Baby gang, stupri, violenze: episodi isolati che vengono trasformati in emergenze nazionali. Un’intera generazione di adolescenti viene descritta come pericolosa, deviante, un peso per la collettività. Nessuno spazio per raccontare percorsi di studio, successi personali o storie di inclusione.

Il linguaggio utilizzato dai media è un ulteriore strumento di discriminazione. Il rapporto documenta l’abuso di termini come “clandestini”, “irregolari”, “stranieri” in contesti che dovrebbero parlare di minori e dei loro diritti. Il messaggio è chiaro: non sono bambini, sono altro. Qualcosa di pericoloso, da controllare, da tenere lontano.

La scomparsa dalle notizie

Ma c’è un’altra forma di violenza, forse ancora più sottile e insidiosa: il silenzio. Il rapporto Unicef – Carta di Roma mostra che nel 90% delle notizie sulle migrazioni i minori non vengono nemmeno menzionati. Quando si parla di flussi migratori, si pensa sempre agli adulti. I minori sono fantasmi che esistono solo quando servono alla narrazione securitaria.

Questa omissione è una scelta politica e giornalistica. Non vedere significa non dover rispondere. Non raccontare significa non dover proteggere. Il sistema dell’informazione si adegua perfettamente a una politica che non vuole prendersi responsabilità, che taglia fondi all’accoglienza, che elimina ogni spazio di tutela per chi arriva nel nostro Paese senza adulti di riferimento.

Il potere di un racconto diverso

Il rapporto si chiude con raccomandazioni precise per chi fa informazione: dare spazio alle voci delle persone migranti di minore età, evitare il linguaggio emergenziale, contestualizzare i dati, uscire dalla logica della paura.

Sono indicazioni basilari, che non dovrebbero nemmeno servire in un giornalismo che si definisce etico. Ma il problema è proprio questo: oggi l’etica è un lusso, la correttezza un optional. Le narrazioni tossiche funzionano perché alimentano consensi, vendono copie, creano dibattiti infuocati che riempiono i palinsesti televisivi. La verità è scomoda, non è spettacolare, non fa audience.

Servirebbe il tempo di ascoltare chi è coinvolto, che riconosce la complessità delle storie di migrazione, che capisce che dietro ogni numero c’è un volto, un nome, una vita. Ma per questo serve un giornalismo che abbia ancora il coraggio di fare il proprio mestiere: raccontare la realtà, non costruire l’invisibilità.

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Ucraina, il paradosso europeo della guerra: l’Ue paga la Russia più di quanto aiuti Kyev

C’è una contabilità che nessun leader europeo ha voglia di esibire. È quella che mostra come, nel 2024, l’Unione europea abbia speso più soldi per acquistare combustibili fossili dalla Russia di quanti ne abbia destinati all’Ucraina sotto forma di aiuti finanziari. Secondo il rapporto del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), l’Europa ha versato nelle casse del Cremlino 21,9 miliardi di euro per petrolio e gas russi, mentre il supporto finanziario a Kyev si è fermato a 18,7 miliardi.

La sproporzione è evidente: la stessa Unione che sanziona Mosca e promette di sostenere l’Ucraina nella resistenza contro l’invasione continua a mantenere in piedi un flusso di denaro che, di fatto, alimenta la macchina bellica di Vladimir Putin. Una schizofrenia che va oltre la retorica della fermezza e mette a nudo il fallimento delle politiche energetiche europee.

Il doppio gioco dell’Europa

Tre anni di guerra e sedici pacchetti di sanzioni non sono bastati per recidere il cordone ombelicale che lega l’economia europea agli idrocarburi russi. Se è vero che il gas russo trasportato via gasdotto è crollato, è altrettanto vero che il mercato si è adattato. L’Europa ha compensato la riduzione degli acquisti con un aumento delle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL), trasportato via nave, spesso attraverso intermediari che mascherano l’origine russa del combustibile.

Secondo Jan-Eric Fähnrich di Rystad Energy, nel 2023 la Russia è stata il secondo maggiore fornitore di GNL per l’Europa. Un paradosso che si spiega con l’assenza di misure incisive contro questo commercio: mentre si vietano alcuni tipi di importazione, si lasciano aperti canali alternativi che garantiscono comunque introiti a Mosca.

Il rapporto di Crea denuncia anche la pratica delle cosiddette “navi fantasma”, una flotta di imbarcazioni vecchie e sottoassicurate che trasportano fino a un terzo del petrolio e del gas russo eludendo le sanzioni. L’Europa, incapace di frenare davvero il traffico, continua così a contribuire a un’economia di guerra che si regge per metà proprio sulle esportazioni energetiche.

Aiuti all’Ucraina: meno di quanto servirebbe

Se il denaro speso per il gas e il petrolio russo è quantificabile con precisione, quello destinato all’Ucraina è un numero più ambiguo. I 18,7 miliardi di euro conteggiati nel 2024 dal Kiel Institute for the World Economy riguardano solo il sostegno finanziario diretto, escludendo la spesa militare e gli aiuti umanitari. Ma anche contando tutto, il bilancio resta inferiore a quanto l’Europa ha garantito alla Russia in introiti energetici.

Christoph Trebesch, economista dell’IfW Kiel, ha evidenziato un altro dato scomodo: nel passato, i Paesi europei si sono mostrati più generosi in altri conflitti. La Germania, ad esempio, mobilitò aiuti molto più ingenti in tempi molto più rapidi per la liberazione del Kuwait nel 1990-91 rispetto a quanto ha fatto per l’Ucraina.

L’impressione è che la solidarietà europea abbia un prezzo e una scadenza: sostenere Kyev sì, ma non troppo. E soprattutto, senza mai davvero recidere i legami con Mosca, per evitare contraccolpi economici. Il risultato è un compromesso che non convince nessuno e che offre alla Russia un margine di respiro strategico.

Mosca incassa, l’Europa temporeggia

Secondo il report, nel 2024 la Russia ha incassato 242 miliardi di euro dall’export di combustibili fossili. Dal febbraio 2022, quando è iniziata l’invasione su larga scala dell’Ucraina, il totale si avvicina al trilione di euro. L’Europa continua a comprare, mentre il Cremlino trova nuovi escamotage per aggirare le sanzioni e mantenere intatte le sue entrate.

L’ultimo pacchetto di sanzioni varato dall’Unione europea ha tentato di colpire proprio le navi della flotta ombra, ma il problema di fondo resta: senza una vera chiusura dei mercati agli idrocarburi russi, il flusso di denaro verso Mosca non si interromperà. Crea stima che, con misure più incisive, si potrebbe ridurre del 20% il gettito energetico russo. Tra le soluzioni proposte c’è la chiusura della “scappatoia della raffinazione”, che permette all’Europa di importare petrolio russo trasformato in prodotti finiti in altri Paesi, e una restrizione più severa sulle forniture di gas attraverso il gasdotto TurkStream.

Ma la questione è squisitamente politica. Per ridurre gli introiti di Mosca servirebbe una volontà che oggi non c’è. Gli stessi leader europei che annunciano in pompa magna il loro sostegno all’Ucraina non possono permettersi il lusso di un crollo delle forniture energetiche. E così il gioco continua: Mosca combatte la guerra con i soldi degli stessi governi che dicono di volerla fermare.

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Altro che quarto export al mondo, il governo smentito dai numeri

L’ossessione per i numeri da sventolare come trofei è una costante della comunicazione di Giorgia Meloni e del suo governo. Ma quando i numeri vengono piegati alla narrazione e la realtà si trasforma in propaganda, la distanza tra le parole e i fatti si allarga fino a diventare incolmabile. Così è stato per il mantra che ha accompagnato per mesi dichiarazioni pubbliche e conferenze stampa: l’Italia sarebbe diventata “il quarto esportatore al mondo”.

Lo ha detto Meloni, lo ha ribadito Antonio Tajani, che ha parlato dell’Italia come “quarta potenza mondiale commerciale”. Un’affermazione ripetuta fino alla nausea e che ora viene smentita dai dati ufficiali. Secondo i numeri dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), l’Italia non è mai stata il quarto esportatore globale nel 2024, né lo è ora. Anzi, ha perso posizioni.

Il fact-checking dei numeri sull’export italiano

A smentire la versione del governo è stata Pagella Politica, che ha analizzato i dati dell’Ocse e di Istat. Nel 2024, le esportazioni italiane di merci hanno raggiunto un valore di 623,5 miliardi di euro, un dato che corrisponde a quello pubblicato dall’Istat e che segna un calo dello 0,4% rispetto al 2023. Dopo la conversione in dollari, il valore si attesta intorno ai 673 miliardi. Il settimo più alto al mondo, non il quarto.

A guidare la classifica restano la Cina (3.600 miliardi di dollari), gli Stati Uniti (2.100 miliardi) e la Germania (1.680 miliardi). Seguono Paesi Bassi (918 miliardi), Giappone (706 miliardi) e Corea del Sud (687 miliardi). L’Italia si ferma dietro questi Paesi. E non solo: nel 2024 ha perso una posizione rispetto al 2023, superata dalla Corea del Sud, che ha visto un aumento dell’export grazie al settore dei semiconduttori.

A voler essere generosi, l’unica interpretazione che potrebbe rendere meno clamorosa la smentita riguarda il ruolo dei Paesi Bassi. Se si escludesse Rotterdam, il principale hub europeo del commercio, l’Italia salirebbe di una posizione. Ma anche in questo caso si fermerebbe al sesto posto. Nessun primato, nessun podio.

Un trionfo basato su un equivoco

Come si è arrivati allora a questa narrazione trionfale? L’errore – o meglio, la forzatura comunicativa – è nato da un’interpretazione parziale dei dati. Nel primo semestre del 2024, le esportazioni italiane hanno superato temporaneamente quelle del Giappone, raggiungendo i 316 miliardi di euro contro i 312 miliardi giapponesi. Un primato di pochi mesi, costruito su una fotografia istantanea e non su un dato consolidato.

Ma c’è un problema più grande: confrontare esportazioni in valute diverse richiede attenzione. Il tasso di cambio tra yen ed euro è variato nei mesi, con la moneta giapponese in deprezzamento rispetto alla valuta europea. Questo ha gonfiato il dato italiano, facendo apparire più significativo il sorpasso.

La retorica della potenza mondiale

La narrazione di Meloni e Tajani non è casuale. La necessità di presentare l’Italia come una “potenza mondiale” è il pilastro su cui si regge la retorica sovranista del governo. Se l’Italia esporta più di tutti, se cresce più della media europea, se attrae investimenti senza precedenti, allora significa che il governo sta funzionando. Il problema è che i dati raccontano altro.

Nel 2024, il valore delle esportazioni italiane è diminuito rispetto all’anno precedente. Un calo certificato dall’Istat e confermato anche dai numeri più recenti, aggiornati fino a settembre. Ma di questo Meloni non ha parlato nel suo intervento ad Atreju, né Tajani lo ha ammesso nelle sue interviste. Perché raccontare il calo delle esportazioni significherebbe ammettere che l’economia italiana non sta vivendo il “miracolo” propagandato.

La manipolazione selettiva dei dati, non solo l’export

Non è la prima volta che il governo utilizza una lettura parziale dei numeri per costruire un racconto politico. Era già accaduto con il Pil, con i dati sull’occupazione, con il Pnrr. Ora accade con l’export. La strategia è chiara: selezionare i numeri più favorevoli, isolarli dal contesto e trasformarli in uno slogan. Ma i dati, prima o poi, presentano il conto. E il conto dice che l’Italia non è diventata il quarto esportatore mondiale, che il 2024 ha segnato un calo e che la Corea del Sud ci ha superati. Il primo vero “orgoglio nazionale” sarebbe un rapporto leale con la verità. 

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