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COP16 di Roma: la biodiversità appesa a un filo tra promesse e finanziamenti

Tre giorni per salvare la biodiversità o, almeno, per decidere come provare a farlo. La COP16 sulla biodiversità, che si apre oggi a Roma, è il tentativo di rimediare al fallimento dei negoziati dello scorso novembre in Colombia. Ma la partita si gioca su un terreno instabile, dove le promesse fatte finora rischiano di crollare sotto il peso delle tensioni geopolitiche e delle divisioni tra Nord e Sud del mondo.

Un obiettivo ambizioso: trovare 200 miliardi all’anno

Al centro del summit c’è la questione finanziaria: per arrestare la perdita di biodiversità servono almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Finora, i governi hanno preferito accumulare dichiarazioni di intenti piuttosto che stanziare fondi concreti. Gli Stati del Sud globale chiedono un fondo dedicato per la biodiversità, uno strumento che semplifichi l’accesso ai finanziamenti e garantisca risorse a chi ne ha più bisogno. Ma i paesi ricchi, come sempre, frenano: temono di doversi accollare la maggior parte dell’onere economico.

Il ritorno di Trump e l’ombra sul multilateralismo

Gli equilibri internazionali rendono il negoziato ancora più complesso. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha già avuto un effetto destabilizzante: gli Stati Uniti non hanno mai ratificato il trattato sulla biodiversità, ma il loro ruolo nei finanziamenti internazionali è cruciale. Con la nuova amministrazione americana più ostile agli accordi multilaterali e meno incline a sostenere economicamente la conservazione della natura, il rischio è che le trattative a Roma si traducano in un nulla di fatto.

La scommessa di Greenpeace e le proteste della società civile

Greenpeace e altre associazioni ambientaliste hanno già alzato la voce. Davanti alla sede della FAO, gli attivisti hanno inscenato una protesta con gigantesche tessere del domino, a simboleggiare l’effetto a catena della distruzione della biodiversità. «Se cade la natura, casca il mondo», si legge sugli striscioni. Il messaggio è chiaro: servono soldi veri, non solo impegni di facciata.

Anche Legambiente ha lanciato un allarme: in Italia, 58 ecosistemi sono a rischio e il governo non ha fatto passi concreti per raggiungere gli obiettivi della Strategia europea per la biodiversità 2030. Nessuna nuova area protetta è stata creata e le azioni per contrastare il degrado ambientale sono ferme.

La posta in gioco: biodiversità ed economia globale

Dietro le discussioni di questi giorni c’è una realtà economica innegabile: oltre la metà del PIL mondiale dipende dalla natura. La perdita di biodiversità non è solo una questione ecologica, ma un disastro economico annunciato. Gli impollinatori, come api e farfalle, garantiscono la produzione di colture agricole per un valore compreso tra 235 e 577 miliardi di dollari ogni anno. Le risorse ittiche, vitali per milioni di persone, superano i 150 miliardi di dollari annui. Ignorare questa crisi significa scavarsi la fossa.

Un accordo possibile?

Il rischio che la COP16 si concluda con un nuovo fallimento è concreto. A Cali, in Colombia, i negoziati si sono arenati su un testo di compromesso inaccettabile per entrambe le parti. Ora si tenta una nuova mediazione: la presidenza colombiana della COP16 ha proposto un meccanismo flessibile che preveda una roadmap per valutare e migliorare i finanziamenti esistenti, con la possibilità di istituire un nuovo strumento finanziario entro il 2030. Ma basterà a convincere i governi?

Astrid Schomaker, segretaria esecutiva della Convenzione sulla biodiversità dell’ONU, rimane ottimista: «Le differenze non sono incolmabili». La realtà, però, è che senza impegni economici vincolanti, anche questa COP rischia di essere l’ennesimo esercizio retorico.

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Lollobrigida brinda all’idiozia

La chiamavano l’era della post-verità e invece semplicemente è l’epoca in cui non ci si vergogna. Non ci si vergogna, ad esempio, di avere un ministro dell’Agricoltura che non sa più cosa inventarsi per difendere l’uso di alcol, ennesima ipocrisia delle libertà a corrente alternata.
Avremmo potuto avere un ministro che coscienziosamente affrontasse gli 800mila morti all’anno per abuso di alcol nella regione europea. Avremmo potuto ascoltare le azioni da intraprendere per quei 100mila minori che ogni anno abusano di alcol nonostante la legge ne vieti loro la vendita. Avremmo potuto sapere dei circa 1,3 milioni di giovani tra gli 11 e i 24 anni, di cui 660mila minori, che hanno consumato alcol in modalità rischiose per la salute. Oppure di quelli che, tra questi, il 18,9% dei maschi e il 13,3% delle femmine, hanno praticato il binge drinking, ossia l’assunzione di grandi quantità di alcol in breve tempo.

Il ministro Lollobrigida, invece, ha preferito spiegarci che «l’abuso di acqua può portarci alla morte», oltre a causare «una sudorazione eccessiva». Nell’era in cui non ci si vergogna, un ministro non ha contezza del fatto che l’acqua non è un pericolo per la salute pubblica. Nell’era in cui non ci si vergogna, un ministro accetta di rendersi ridicolo davanti al Paese pur di apparire come il fedele protettore delle lobby che si ritiene in dovere di rappresentare. Da ministro a testimonial, senza farsi sfiorare dal dubbio che l’effetto finale sia un dubbio persistente: quanto può fare male abusare di ministri così?

Buon martedì.

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La lezione del voto tedesco e la credibilità della politica

84%. In Germania, alle ultime elezioni, si è registrata la più alta percentuale di votanti dalla riunificazione. Nel 2021 aveva votato il 76,4% degli elettori, come nel 2017 (solo uno 0,2% in meno). Il punto più basso si è toccato nel 2009, quando sette elettori su dieci si sono recati alle urne (70,8%).

Nel 2022, in Italia, alle ultime elezioni politiche ha votato il 63,91% degli elettori. È stata l’affluenza più bassa nella storia repubblicana. La prima differenza tra noi e loro sta qui: la Germania è una democrazia matura, in cui i cittadini ritengono importante esprimere il proprio voto.

Una forte tradizione di partecipazione politica è sicuramente il risultato di un radicato senso del dovere civico. Poi c’è il diverso sistema elettorale. I tedeschi hanno la possibilità di scegliere un candidato diretto per il loro collegio ed esprimere una preferenza per una lista di partito a livello statale. Nessun pastrocchio di liste confezionate.

Analisti e studiosi hanno spesso evidenziato come la partecipazione elettorale tedesca sia influenzata da fattori quali la fiducia nelle istituzioni, la percezione dell’efficacia del proprio voto e il senso di responsabilità civica. Certo, a Berlino c’è anche lo spauracchio dell’Afd, con il suo vento nero di estrema destra, ma la paura non può essere l’unico motore per la mobilitazione. La Germania—piaccia o no—ha l’abitudine di prendere la politica terribilmente sul serio.

E la lezione è sempre la stessa: la credibilità dei partiti, di tutti i partiti, si misura nella loro capacità di alzare gli elettori dalle loro poltrone. Il resto è propaganda spiccia, rumore sui social, omeopatiche baruffe.

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Vannacci prepara la trappola, Salvini inciampa sui binari

C’è un tratto grottesco nella parabola di Matteo Salvini: a furia di agitare il rosario, gli è rimasto in mano solo il filo spezzato. Il suo dominio sulla Lega, un tempo incontrastato, ora somiglia a un castello di carte pronto a crollare al primo soffio di vento. E il vento ha il volto del generale Roberto Vannacci, che della fedeltà a Salvini ha fatto una variabile dipendente dai propri interessi.

L’ultimo affronto arriva dalla Toscana, dove Vannacci sconfessa la candidata leghista Elena Meini e si prende la scena: il suo Mondo al contrario è già pronto a diventare una casa politica, se necessario anche in solitaria. Un messaggio chiaro: l’era di Salvini come leader indiscusso è finita. E mentre il ministro dei Trasporti insegue treni sempre più in ritardo e si attarda in battaglie di bandiera come il Ponte sullo Stretto, i suoi generali iniziano a disertare.

Salvini ha costruito il suo potere sulla propaganda, ma ora la realtà presenta il conto. Le urne non premiano, gli alleati ridono sotto i baffi e i colonnelli della Lega fiutano il cambio di stagione. Vannacci non è un incidente di percorso: è il segnale di un declino. E questa volta non basteranno selfie e felpe per rimettere insieme i cocci.

Buon lunedì.

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Il voto tedesco che spacca il centrodestra italiano

Le elezioni in Germania hanno ridisegnato gli equilibri politici interni, confermando il declino della Spd e l’avanzata dell’estrema destra di Afd. Il risultato più concreto, però, non sta a Berlino, ma a Roma. Perché il voto tedesco ha riacceso le fratture nel centrodestra italiano, mettendo in difficoltà Giorgia Meloni, costretta a barcamenarsi tra le spinte di Salvini e le resistenze di Forza Italia.

La Germania virata a destra e il collasso della Spd

I numeri sono impietosi per i socialdemocratici tedeschi: con il 16,5% dei consensi, Olaf Scholz registra la peggior sconfitta nella storia della Spd. Eppure, per il paradosso della politica, i socialdemocratici finiranno comunque al governo, unendosi alla Cdu di Friedrich Merz in una riedizione della Grande coalizione. Il vincitore, infatti, è Merz, che con il suo 28,5% ha strappato la cancelleria ai socialdemocratici senza, però, il margine necessario per governare in solitaria.

Il vero terremoto è l’avanzata dell’Afd, che ha toccato il 20,7%. Un dato storico, che fa volare l’estrema destra come secondo partito del paese, ma senza possibilità di entrare nell’esecutivo. Nonostante il consenso in crescita, nessun partito è disposto ad allearsi con il partito di Alice Weidel. Una dinamica che ha riaperto anche in Italia il dibattito sulla legittimità di una destra radicale di governo.

Le elezioni hanno segnato anche una sorpresa: la crescita della Linke, che ha ottenuto l’8,5% dei voti, grazie al traino della giovane leader Heidi Reichinnek. La sua ascesa è stata favorita dall’assenza di una vera alternativa a sinistra e dalla perdita di consensi della Spd tra gli elettori più giovani. Al contrario, il partito di Sahra Wagenknecht, nato da una scissione, ha mancato l’ingresso nel Bundestag per un soffio, fermandosi al 4,9%.

Anche il Partito Liberale (Fdp) ha subito una sconfitta pesante, rimanendo fuori dal Bundestag per la seconda volta dal 1949 con appena il 4,5% dei voti. Una disfatta che ha costretto il leader Christian Lindner ad annunciare il ritiro dalla politica.

Salvini tifa Afd, Tajani lo ferma

Matteo Salvini ha colto subito la palla al balzo. Il leader della Lega non ha mai nascosto la sua simpatia per l’estrema destra tedesca e non ha perso occasione per definire il risultato dell’Afd come “una grande notizia per la Germania e per l’Europa”. Parole che non sono passate inosservate nel governo italiano, dove Forza Italia ha immediatamente frenato l’entusiasmo leghista. Antonio Tajani, ministro degli Esteri e numero uno di FI, ha preso le distanze, ribadendo che “in Germania governeranno forze europeiste, non certo l’estrema destra”.

Il botta e risposta ha reso ancora più evidente la frattura nel centrodestra italiano: da un lato Salvini che strizza l’occhio all’estrema destra, dall’altro Forza Italia che si tiene ancorata al Partito popolare europeo. Nel mezzo, Giorgia Meloni, che si trova ancora una volta a dover mediare tra gli alleati senza sbilanciarsi.

Meloni e il rischio dell’isolamento

La presidente del Consiglio si trova in una posizione scomoda. Il successo della Cdu in Germania, un partito con cui Fratelli d’Italia vorrebbe avere un dialogo privilegiato, rischia di complicare la sua strategia europea. Merz, il futuro cancelliere, è un europeista convinto, con una visione della politica comunitaria distante dalle posizioni sovraniste di Meloni. Allo stesso tempo, non ha mai nascosto il suo disprezzo per i partiti dell’estrema destra, tra cui rientrano anche gli alleati europei di Fratelli d’Italia.

Il nuovo governo tedesco avrà un ruolo chiave nella direzione dell’Unione europea, soprattutto in termini di politiche economiche e migratorie. Merz ha già annunciato che la Germania dovrà raggiungere una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti, una posizione che potrebbe spingere Berlino a rafforzare i legami con Parigi e Bruxelles, lasciando Roma sempre più marginalizzata. Per Meloni, che tenta di tenere il piede in due scarpe tra i popolari e i sovranisti, questa non è una buona notizia.

Se il nuovo asse Cdu-Spd deciderà di spostare il baricentro dell’Unione europea verso una maggiore integrazione, Meloni si troverà sempre più isolata in un’Europa dove la destra tradizionale non è più disposta a flirtare con i sovranisti.

E se in Italia la presidente del Consiglio è ancora leader indiscussa della coalizione, il voto tedesco ha dimostrato quanto sia fragile il suo equilibrio tra Bruxelles e Roma. Salvini spinge a destra, Tajani fa da argine, e Meloni cammina sul filo, sperando di non dover scegliere troppo presto da che parte stare.

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Cento giorni di vergogna: un italiano dimenticato, un governo che fa finta di niente

Cento giorni. Non sono numeri, sono notti insonni, sono ore che si dilatano nel vuoto di un’assenza insopportabile. Cento giorni senza una voce, senza uno sguardo, senza una certezza. Cento giorni in cui una madre si aggrappa all’unico strumento che le resta: la parola. E scrive. Scrive alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sperando che il suo essere madre prevalga sul protocollo. Scrive ai giornali, agli amici, al mondo intero, perché il silenzio non diventi complicità.

Alberto Trentini non è un criminale, non è un mercenario, non è un affarista. È un operatore umanitario, un cittadino italiano trattenuto in Venezuela mentre svolgeva il suo lavoro. Eppure, l’Italia ufficiale si muove con la lentezza burocratica di chi ha sempre qualcos’altro di più urgente da fare. Le lettere restano in attesa di una risposta, le richieste diplomatiche si perdono nei corridoi di ministeri e ambasciate. E mentre la politica esita, il tempo scava ferite. 

“Giorgia Meloni è una madre, e lo sa”, scrive Armanda Trentini. Ma essere madre non è un titolo onorifico, è una responsabilità. E governare non significa strumentalizzare i confini, ma anche difendere chi, fuori da quei confini, incarna la parte migliore del nostro Paese. Un governo che si proclama patriottico non può abbandonare un suo cittadino, un suo figlio, in un limbo diplomatico che rischia di diventare condanna.

L’appello di una madre non dovrebbe essere un grido nel deserto. Non dovremmo aspettare che diventi tragedia per accorgerci che una vita è sospesa. Ora, subito, è il momento di agire. Siamo già a cento giorni di troppo. 

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Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento – Lettera43

Chi pensava di aver votato un presidente isolazionista ora lo osserva lanciare nuovi interventi militari. Chi lo immaginava come un garante della libertà d’espressione adesso lo trova impegnato a riscrivere la toponomastica mondiale con editto imperiale. Per non parlare di Musk che smantella lo stato sociale per favorire solo i miliardari. La base elettorale repubblicana, vip compresi, sta già perdendo la fiducia.

Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento

Li avevamo visti tutti: il popolo degli orfani di Donald Trump, quelli che al grido di «Drain the swamp» («Bonifica la palude», contro lobby e corruzione) credevano di aver ingaggiato un gladiatore, salvo poi scoprire che l’arena era la Casa Bianca e i leoni erano i suoi stessi accoliti. Ora alcuni iniziano a parlare, a raccontare il dietro le quinte di una presidenza che, con ogni nuova mossa, tradisce le illusioni di chi l’ha votata. The Atlantic ha raccolto le storie di alcuni di loro, un campionario di disillusione che attraversa l’America trumpiana.

Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento
Trump e la copertina che gli ha dedicato il Time (foto Getty).

La retorica trumpiana non regge più alla prova della realtà

C’è per esempio Sean Strickland, il campione di Ultimate Fighting Championship (arti marziali miste) che un anno fa si era fatto fotografare con Trump dopo una vittoria sul ring e che oggi, di fronte al piano del presidente per prendere il controllo di Gaza, scrive su X: «Se continua con queste stronzate, inizio a sventolare la bandiera palestinese. Le città americane sono discariche e lui vuole spendere miliardi su questo disastro? Abbiamo fatto un errore?!».

Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento
Sean Strickland, il campione di Ultimate Fighting Championship (foto Getty).

Un post che ha ottenuto 159 mila like e 13,2 milioni di visualizzazioni. Strickland non è solo un atleta deluso, ma un simbolo di una base elettorale che si sta spezzando, mostrando quanto la retorica trumpiana non regga più alla prova della realtà.

Non è il solo. Curt Mills, direttore esecutivo della rivista The American Conservative, lodava The Donald per la sua presunta volontà di un’America meno interventista, ma dopo l’annuncio dell’operazione “Gaz-a-Lago” ha scritto che Trump sta mettendo a rischio la sua intera eredità politica.

L’incoerenza dell’America First che si traduce in nuove guerre

Lo stesso dubbio è stato sollevato dall’avvocato, giornalista e blogger Glenn Greenwald, un tempo pronto a giurare che la destra populista fosse l’unica vera opposizione all’imperialismo americano, e ora in difficoltà di fronte all’incoerenza dell’America First che si traduce in nuove guerre. E non sono solo giornalisti e analisti politici a esprimere perplessità: in molti forum di discussione online e trasmissioni radiofoniche conservatrici la frustrazione sta montando, con una crescente fetta di elettori che si chiede se sia stato un errore concedergli un secondo mandato.

Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento
L’avvocato, giornalista e blogger Glenn Greenwald (foto Getty).

I licenziamenti di massa di Musk iniziano a preoccupare

L’inquietudine serpeggia anche tra i sostenitori più accesi del trumpismo. Sohrab Ahmari, giornalista vicino alle posizioni conservatrici, ha lanciato un attacco frontale contro Elon Musk, alleato di Trump: «Sta usando la rabbia popolare contro il wokismo per smantellare lo stato sociale e favorire solo i miliardari». Eppure Trump non si è separato da Musk, anzi lo ha rafforzato, rendendolo una figura centrale nella riorganizzazione federale. Il controllo che Musk ha esercitato sulla struttura amministrativa ha portato a licenziamenti di massa e disordini interni nelle agenzie governative, e questo sta iniziando a preoccupare persino alcuni repubblicani di spicco.

Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento
Elon Musk con la motosega che gli ha regalato il presidente argentino Javier Milei (foto Getty).

L’Associated Press bandita dalla Casa Bianca

Hollywood non è rimasta immune. L’attore Zachary Levi, una delle poche celebrità che aveva apertamente appoggiato Trump, è andato su Fox a difendere «le persone che lavorano per il governo e stanno venendo eliminate senza motivo». Quando l’amministrazione ha bandito l’Associated Press dalla Casa Bianca per essersi rifiutata di chiamare il Golfo del Messico «Golfo d’America», Bridget Phetasy, giornalista di The Spectator, ha scritto su X: «Io ho votato contro il pensiero imposto. Non puoi rinominare un oceano e pretendere che tutti lo accettino. No, grazie». Le reazioni nel mondo culturale e mediatico conservatore stanno moltiplicandosi, e la sensazione di essere stati ingannati inizia a diventare un sentimento diffuso tra molte fasce dell’elettorato.

Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento
Trump vuole ribattezzare il Golfo del Messico “Golfo d’America” (foto Getty).

Alla faccia del difensore dei lavoratori…

L’illusione si sgretola. Trump non è più un candidato su cui ognuno può proiettare i propri sogni. È il presidente e ogni decisione lascia un segno. Chi si era illuso che fosse un difensore dei lavoratori ha visto il suo governo smantellare la National Labor Relations Board, l’agenzia governativa indipendente che si occupa(va) di far rispettare il diritto del lavoro in relazione a contrattazione collettiva e concorrenza sleale. Chi lo voleva isolazionista ora lo osserva lanciare nuovi interventi militari. Chi lo immaginava come un garante della libertà d’espressione ora lo trova impegnato a riscrivere la toponomastica mondiale con editto imperiale. Ma oltre alle singole decisioni, ciò che sta emergendo è un profondo senso di tradimento tra coloro che avevano visto in lui una speranza di cambiamento radicale.

Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento
Una felpa marchiata Maga, Make America great again (foto Getty).

Il potere a un uomo che non ha mai avuto ideali

Nel 2024 molti hanno votato Trump più per rigetto dell’amministrazione Biden che per reale convinzione. Ora stanno scoprendo di aver consegnato il potere a un uomo che non ha mai avuto ideali, ma solo istinti di sopravvivenza e un talento innato per cavalcare le ondate emotive del suo elettorato (la domanda implicita però è: ma non si erano accorti di tutto questo durante il suo primo mandato dal 2016 al 2020?). Il problema non è più se tradirà le promesse: è capire chi sarà il prossimo a sentirsi tradito. E il numero dei pentiti cresce ogni giorno. Con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm del 2026, la sua coalizione inizia a mostrare crepe evidenti, e il malcontento rischia di diventare un boomerang politico devastante per un presidente che ha sempre puntato tutto sulla fedeltà cieca dei suoi seguaci.

Il popolo dei traditi da Trump, fra disillusione e pentimento
Donald Trump (foto Getty).

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Scontro sul concorso Inps: parte il ricorso al Tar per fermare la selezione

Nuovo giorno, nuovo strazio, nuovo concorso pasticciato. Un concorso pubblico nato per risolvere un problema che rischia di crearne molti di più. Il bando pubblicato dall’INPS per l’assunzione di 781 specialisti delle aree psicologiche e sociali ha scatenato proteste, interrogazioni parlamentari e un ricorso al Tar del Lazio. Il motivo? Tra i candidati ci sono quasi 500 professionisti che da oltre un decennio lavorano per l’ente con contratti a partita IVA, in attesa di stabilizzazione. Ma invece di garantire una transizione equa, il bando rischia di farli fuori.

Non è certo la prima volta. Abbiamo appena visto il concorso per docenti di laboratorio annullato per la violazione dell’anonimato dei candidati. E poi c’è il bando del Viminale per 1.248 funzionari, bocciato dal Tribunale di Milano perché discriminava le persone straniere.

Il concorso Inps in bilico

Ora tocca all’INPS, che ha deciso di aprire il concorso anche ai laureati triennalisti in Scienze e tecniche psicologiche, abbassando il livello di specializzazione richiesto e riducendo il punteggio per l’esperienza maturata dai professionisti già in servizio. Un paradosso: lo psicologo è una figura sanitaria riconosciuta dalla legge Lorenzin (n. 3/2018), che richiede almeno una laurea quinquennale per esercitare la professione.

L’Associazione nazionale operatori sociali-esperti ratione materiae INPS (Anoser), che rappresenta molti di questi professionisti, ha presentato ricorso al Tar del Lazio. Il presidente Mauro Florio ha dichiarato che il bando è una “ghigliottina” per il precariato: una scelta che penalizza proprio coloro che, con esperienza decennale, garantiscono oggi il funzionamento delle Commissioni medico-legali dell’ente. “Ci siamo mobilitati subito – spiega Florio – perché questo bando non riconosce il lavoro di alta qualificazione che già svolgiamo. L’INPS sembra voler sostituire chi ha esperienza con personale meno qualificato, che però costa meno”.

Il rischio, infatti, è che questi nuovi funzionari si trovino a certificare le condizioni di disabilità di cittadini senza avere la formazione adeguata. La riforma della legge sulla disabilità permetterà ai cittadini di farsi assistere da consulenti di parte, potenzialmente più esperti dei funzionari INPS. Un controsenso che potrebbe portare a ricorsi e a un’ulteriore paralisi amministrativa.

Un bando che penalizza i più qualificati

A gennaio, i deputati Arturo Scotto, Vincenzo Amendola e Roberto Speranza hanno presentato un’interrogazione alla Commissione Lavoro della Camera, chiedendo di annullare il bando o di rinegoziarlo con le organizzazioni sindacali. La risposta del viceministro del Lavoro, Maria Teresa Bellucci, ha ribadito che l’INPS ha agito in conformità alle normative, sostenendo che il requisito minimo per l’accesso all’area funzionari sia una laurea triennale o magistrale, senza ulteriori indicazioni.

Resta il rischio che il bando non solo abbassi il livello professionale richiesto, ma soprattutto ignori chi da anni lavora nel settore. Un’ennesima beffa in un Paese in cui la stabilizzazione del precariato viene evocata solo come promessa elettorale, mentre i fatti vanno nella direzione opposta.

Il Tar del Lazio ora dovrà pronunciarsi sul ricorso. Ma al di là dell’esito legale, resta una questione politica e amministrativa: un concorso che doveva risolvere un problema rischia, secondo l’associazione di categoria, di creare un’ingiustizia più grande. Un altro capitolo di quella lunga storia italiana fatta di precari sfruttati, di concorsi scritti male e merito svilito.

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Salario minimo e settimana corta, Meloni rinnega se stessa

Giorgia Meloni contro Giorgia Meloni. La coerenza di un tempo si perde nei meandri del Palazzo. L’analisi di Pagella Politica non lascia spazio a dubbi: la presidente del Consiglio fa oggi esattamente quello che contestava con foga quando era all’opposizione. E il punto non è solo il ribaltamento di posizioni: le stesse tecniche che un tempo criticava vengono ora brandite come strumenti di governo.

Meloni dall’opposizione al governo: il ribaltamento delle posizioni

Era il 25 ottobre 2016 quando Meloni, allora leader di un minuscolo Fratelli d’Italia, prendeva la parola alla Camera per denunciare lo stratagemma con cui le maggioranze di turno aggiravano il confronto sulle proposte delle opposizioni: il rinvio in commissione. Uno strumento perfettamente legale, certo, ma utile a spostare le discussioni su un binario morto. Meloni parlava di una “roba che deve finire”, rivendicando il diritto dell’opposizione a vedere almeno discusse le proprie proposte. Oggi, alla guida del governo, la sua maggioranza usa lo stesso identico meccanismo per svuotare il dibattito su temi fondamentali come il salario minimo e la settimana lavorativa corta.

Il caso più recente riguarda la proposta di legge sulla settimana di quattro giorni lavorativi a parità di salario, presentata da Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. In commissione, il centrodestra ha tentato di cancellarla con un emendamento. Quando l’opposizione ha chiesto di discuterla almeno in Aula, la maggioranza ha fatto un passo indietro e ha lasciato che arrivasse alla Camera. Ma il 12 febbraio Fratelli d’Italia e alleati hanno chiesto di rinviarla in commissione, giustificandosi con la necessità di “approfondire le coperture finanziarie”. La stessa scusa utilizzata per il salario minimo. A ottobre, il governo aveva affidato al Cnel il compito di studiare la questione, e il Cnel – guidato da Renato Brunetta, ex parlamentare e ministro di Forza Italia – aveva prontamente decretato che la misura non era necessaria. Risultato? Il testo è stato svuotato, trasformato in una delega al governo che rimanderà tutto di almeno due anni.

Una coerenza persa nei meccanismi del potere

Dov’è la Meloni che parlava di diritti delle opposizioni? Nel 2016 dichiarava che le opposizioni avevano diritto a discutere almeno il 20% dei provvedimenti in Aula. Oggi, quei provvedimenti vengono neutralizzati con procedure che contestava quando la sfavorivano. C’è di più: mentre il governo Meloni blocca il salario minimo, affossando l’unico strumento che potrebbe dare respiro a milioni di lavoratori poveri e precari, difende con forza il taglio del cuneo fiscale, misura che, senza un salario garantito, finisce per essere un regalo alle aziende più che ai lavoratori. Mentre rinvia la settimana corta “per approfondimenti”, esalta aziende come SACE – controllata dal Ministero dell’Economia – che la stanno già sperimentando. La contraddizione si fa sistema.

Il problema non è che Giorgia Meloni abbia cambiato idea. Il problema è che il potere ha reso irrilevante la coerenza. Ciò che era ingiusto quando era all’opposizione diventa necessario ora che è al governo. E il meccanismo non cambia: si governa eludendo il confronto, spostando le decisioni sempre un passo più in là, aspettando che l’interesse pubblico si spenga. Nel frattempo, l’Italia resta immobile, ostaggio di una maggioranza che, pur di non dire no apertamente a misure popolari, preferisce annegare il dibattito nel nulla. Esattamente ciò che la vecchia Meloni avrebbe definito un “oltraggio alla democrazia”.

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Il fact-checking disturba, Elon Musk lo “sistema”

Elon Musk ha un problema con la verità, ma soprattutto con chi la racconta. Dopo che Community Notes, il sistema di fact-checking collaborativo di X, ha smentito le dichiarazioni false di Donald Trump su Volodymyr Zelensky, il magnate ha deciso che era il momento di “sistemarlo”. “Troppo influenzato dai governi e dai media tradizionali”, ha detto Musk, senza però fornire alcuna prova.

Il problema, per Musk, non è la manipolazione dell’informazione, ma chi la controlla. Da quando ha trasformato Twitter in un feudo personale, il miliardario ha smantellato progressivamente ogni barriera al dilagare di fake news e propaganda, premiando chi ha il portafoglio più gonfio con un algoritmo che amplifica i messaggi paganti. In questa logica, non sorprende che Musk si schieri dalla parte di Trump, reagendo con fastidio a qualsiasi tentativo di contraddirlo, specialmente quando si tratta di affermazioni su questioni geopolitiche controverse. Ma a quanto pare, i fatti non sono più un problema su X.

La storia non è nuova: Musk gioca con il potere e con la percezione della realtà, intervenendo sull’algoritmo per rendere virali i propri contenuti e oscurare quelli scomodi. Lo ha fatto dopo il Super Bowl, quando si è infuriato perché un tweet di Joe Biden aveva ricevuto più interazioni del suo. Lo ha fatto eliminando le protezioni contro la disinformazione climatica e sanitaria. Ora lo fa riscrivendo la narrativa della guerra in Ucraina.

X è diventato il megafono perfetto per una nuova generazione di oligarchi digitali, dove la libertà di espressione non è un diritto, ma una moneta di scambio. Musk ha capito che il controllo dell’informazione è più prezioso del controllo delle fabbriche. E sta agendo di conseguenza.

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