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Il fact-checking disturba, Elon Musk lo “sistema”

Elon Musk ha un problema con la verità, ma soprattutto con chi la racconta. Dopo che Community Notes, il sistema di fact-checking collaborativo di X, ha smentito le dichiarazioni false di Donald Trump su Volodymyr Zelensky, il magnate ha deciso che era il momento di “sistemarlo”. “Troppo influenzato dai governi e dai media tradizionali”, ha detto Musk, senza però fornire alcuna prova.

Il problema, per Musk, non è la manipolazione dell’informazione, ma chi la controlla. Da quando ha trasformato Twitter in un feudo personale, il miliardario ha smantellato progressivamente ogni barriera al dilagare di fake news e propaganda, premiando chi ha il portafoglio più gonfio con un algoritmo che amplifica i messaggi paganti. In questa logica, non sorprende che Musk si schieri dalla parte di Trump, reagendo con fastidio a qualsiasi tentativo di contraddirlo, specialmente quando si tratta di affermazioni su questioni geopolitiche controverse. Ma a quanto pare, i fatti non sono più un problema su X.

La storia non è nuova: Musk gioca con il potere e con la percezione della realtà, intervenendo sull’algoritmo per rendere virali i propri contenuti e oscurare quelli scomodi. Lo ha fatto dopo il Super Bowl, quando si è infuriato perché un tweet di Joe Biden aveva ricevuto più interazioni del suo. Lo ha fatto eliminando le protezioni contro la disinformazione climatica e sanitaria. Ora lo fa riscrivendo la narrativa della guerra in Ucraina.

X è diventato il megafono perfetto per una nuova generazione di oligarchi digitali, dove la libertà di espressione non è un diritto, ma una moneta di scambio. Musk ha capito che il controllo dell’informazione è più prezioso del controllo delle fabbriche. E sta agendo di conseguenza.

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L’onda nera che imbarazza Meloni & C.

La nuova America, a metà tra l’imperialismo e la plutocrazia e con rigurgiti neo-nazisti di ritorno, è riuscita a provocare un conato perfino a Jordan Bardella, delfino di Marine Le Pen e astro già nato dei Patrioti di Matteo Salvini e Viktor Orbán, di stanza a Bruxelles. Il saluto romano di Steve Bannon questa volta non è stato imputato a ridicoli fraintendimenti, dolori all’ascella o predisposizioni personali. È Bannon stesso a confermarlo ai microfoni dei giornalisti. “Ho fatto lo stesso gesto sette anni fa a un raduno di Marine Le Pen”, spiega.

Sette anni fa, però, c’era una differenza sostanziale rispetto ad oggi: l’accolita di nostalgici di una pagina nera della storia non era classe dirigente della prima potenza mondiale, Trump non aveva puntato una pistola alla tempia di Zelensky per scippargli il bottino di terre rare ucraine, Musk si limitava alle auto e ai razzi senza falcidiare le strutture democratiche americane. I neofascisti che si azzuffano tra loro scoperchiano il problema di Giorgia Meloni.

La strategia clauticante della cautela e dell’equidistanza ora è davanti a un bivio. Non si può stare con Zelensky e con Trump, non si può stare con Bruxelles e contemporaneamente con il raduno di estrema destra di Bannon e soci. La presidente del Consiglio dovrà assumersi la responsabilità di scoprire le carte sulla sua vera natura, con buona pace di tutti coloro che si sono spremuti per raccontarla come evoluta e principessa della diplomazia. E qualunque scelta Meloni dovesse fare non ne uscirebbe affatto bene. Stare con Trump rinnegando l’Europa o con Bruxelles voltando le spalle a Trump. Chi è causa dei suoi mali…

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Gaza, 53 miliardi per la ricostruzione: il business della guerra è appena iniziato

La distruzione di Gaza ha un prezzo. Un costo umano incalcolabile, una devastazione materiale stimata in almeno 29,9 miliardi di dollari solo per i danni alle infrastrutture. Se si aggiungono le perdite economiche e sociali, la cifra schizza a 49 miliardi. Ma dietro il dramma della guerra si profila un’opportunità per molti: la ricostruzione di Gaza diventa il prossimo grande business internazionale. E tra i più entusiasti c’è persino Donald Trump, che avrebbe suggerito di trasformare la Striscia in un mega resort.

I numeri della devastazione

Il rapporto congiunto della Banca Mondiale, dell’Unione europea e delle Nazioni Unite (IRDNA – Interim Rapid Damage and Needs Assessment) fornisce un quadro chiaro della situazione. Gaza è una distesa di macerie: 1,9 milioni di persone sfollate, 47.000 morti, oltre 111.000 feriti. Il settore più colpito è quello abitativo, con danni stimati a 15,8 miliardi di dollari, seguito dal commercio e dall’industria (5,9 miliardi), dai trasporti (2,5 miliardi) e dai servizi idrici e igienico-sanitari (1,53 miliardi).

Per la ricostruzione e la ripresa economica servirebbero 53,2 miliardi di dollari, di cui almeno 20 miliardi nei primi tre anni. Questi numeri trasformano Gaza in una miniera d’oro per imprese edili, fondi di investimento e Stati pronti a spartirsi il bottino della ricostruzione.

Il grande business del dopoguerra

Dietro l’apparente necessità di ricostruire Gaza si muovono interessi economici di primo livello. Diversi Stati arabi stanno già valutando progetti infrastrutturali colossali, mentre imprese occidentali e israeliane vedono nella distruzione l’opportunità di entrare nel mercato. Tra i protagonisti della partita ci sarebbero aziende statunitensi e del Golfo, pronte a investire miliardi con il benestare della comunità internazionale.

E poi c’è l’ex presidente Usa Donald Trump, che non ha mai nascosto la sua visione della politica come un’estensione del business. Secondo indiscrezioni, avrebbe suggerito di trasformare Gaza in un’area turistica d’élite, con hotel di lusso, casinò e infrastrutture per crociere. Un’idea che suona quasi surreale nel mezzo di una tragedia umanitaria, ma che trova eco tra quegli investitori che vedono nelle macerie solo spazio edificabile.

Chi paga e chi guadagna

La ricostruzione di Gaza sarà finanziata da un mix di aiuti internazionali, prestiti e investimenti privati. Ma c’è un dettaglio cruciale: i fondi stanziati non andranno direttamente alla popolazione palestinese, bensì saranno gestiti attraverso fondi di sviluppo e organizzazioni internazionali. Questo significa che chi controllerà la distribuzione degli appalti determinerà anche chi beneficerà di questa ricostruzione.

Israele, dal canto suo, manterrà un ruolo chiave: già nel passato ha imposto restrizioni sui materiali da costruzione destinati a Gaza, favorendo imprese israeliane nella vendita di cemento, ferro e componenti edilizi. Le condizioni di sicurezza imposte da Tel Aviv potrebbero quindi trasformarsi in un ulteriore strumento di controllo economico sulla Striscia.

Il rischio di un’ennesima speculazione

A Gaza la storia si ripete. Dopo ogni guerra, il mondo si mobilita per la ricostruzione, ma i palestinesi restano prigionieri di un meccanismo che li esclude dal controllo delle risorse. Gli investitori internazionali puntano a mega-progetti che poco hanno a che fare con i bisogni immediati della popolazione, mentre l’economia locale, ridotta in macerie, non ha alcuna voce in capitolo. Del resto le guerre sono sempre così, una spartizione tra pochi sulla pelle di molti. Sia quando cadono le bombe sia quando c’è da rimettere in piedi le case. 

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L’era dell’eversione internazionale

Donald Trump, dalla Casa Bianca, ha deciso che lui e il suo governo sono al di sopra della legge. Le leggi nazionali e, ancor di più, il diritto internazionale sono insignificanti se si oppongono a chi fa «il bene del Paese» ed è solo lui a decidere cosa sia il bene.

Trump e Putin, novelli campioni dell’autocrazia internazionale, si sono riuniti nella capitale mondiale delle plutocrazie per decidere quale sia la pace giusta per l’Ucraina: riabilitazione dell’imperialismo di Mosca, taglieggiamento dell’Ucraina, disarticolazione dell’Unione europea.

In Italia il governo vuole a gran voce la separazione delle carriere per la giustizia, spiegandoci che magistrati e giudici vanno troppo spesso troppo d’accordo. Sono troppo politicizzati, dicono. Ieri un giudice ha smentito le volontà di un magistrato e la separazione delle carriere è finita nel cesso. Giudice politicizzato pure lui.

Sul banco degli imputati c’è un sottosegretario condannato in primo grado per aver commesso un reato nello svolgimento delle sue funzioni. La sua difesa in tribunale ha spiegato che Delmastro non sapeva, per questo non è stato all’altezza. Meloni se ne frega: per lei il suo sottosegretario è innocente e questo ci dovrebbe bastare.

Nel frattempo Gaza è diventata uno scempio politico, oltre che umanitario. L’ultima proposta è di trasformarla in un parco dei divertimenti senza l’ombra di un palestinese. Intanto la verità è scomparsa: ognuno ha la sua, e chi ha più soldi possiede la più potente.

È il tempo dell’eversione internazionale.

Buon venerdì.

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La Lega verso il congresso, Salvini incollato al Carroccio

La Lega va a congresso. Chiamarlo congresso però sembra davvero un’esagerazione. Dopo anni di rinvii e giochi di potere, il 5 e 6 aprile si terrà un’assemblea che somiglia più a una liturgia di autoconservazione che a un vero momento di confronto. Il tema vero al centro del confronto è la sopravvivenza di un leader usurato, solo quello. Matteo Salvini, unico vero candidato, si appresta a blindare la sua leadership senza correre rischi. Il dibattito? Ridotto al minimo, quasi un esercizio di forma.

Nel frattempo, le tensioni interne montano. I governatori del Nord, da Fedriga a Zaia, hanno passato anni a mugugnare senza mai costruire un’alternativa concreta. La spaccatura è evidente: la Lega delle Regioni si logora – insieme al suo capo – incapace di liberarsi della sua ombra. E in Lombardia si combatte una guerra fratricida: il cerchio magico salviniano sabota Romeo, segretario regionale inviso a Via Bellerio. Non a caso, si vocifera di un rimpiazzo con Borghi o Marti, più fedeli alla linea del capo.

Intanto Salvini gioca di sponda con lo staff comunicazione, moltiplicando gli slogan mentre il partito si svuota. Il tesseramento frena, la base scricchiola, ma la parola d’ordine resta la stessa: restare aggrappati alla leadership, ad ogni costo. Così un partito nato per scompaginare la politica sembra scivolare verso la parodia di se stesso, inchiodato a un leader che non può permettersi di perdere. Mentre Meloni sta a guardare compiaciuta di come gli alleati si condannino all’irrilevanza. Il congresso sarà solo un’altra prova di fedeltà al capo anche se il capo conta sempre meno. Il resto è folklore.

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Incollati alle poltrone

Dopo una ministra accusata di aver truffato lo Stato, il governo di Giorgia Meloni si è arricchito ieri di un condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio. Andrea Delmastro Delle Vedove non è solo compagno di partito della presidente del Consiglio. È soprattutto sottosegretario al Ministero della Giustizia. E proprio per la sua posizione ha potuto contattare il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), Giovanni Russo, per ottenere relazioni della polizia penitenziaria su Alfredo Cospito, anarchico detenuto che è stato al centro di polemiche politiche nei mesi scorsi.

Peccato che quei documenti riservati siano stati usati dal parlamentare, anche lui di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, che ha pensato bene di declamarne il contenuto in Parlamento con l’intento di accusare l’opposizione di essere amica dei delinquenti.

La condanna in primo grado, si sa, non è definitiva e Delmastro è innocente, come ci spiega la Costituzione, fino al terzo grado di giudizio. È definitivo però l’atteggiamento incauto di un uomo di Stato che ha ceduto informazioni delicate e riservate alla propaganda del suo partito, sempre molto concentrato sull’opposizione all’opposizione che allo svolgimento del proprio ruolo di governo.

Lui, il sottosegretario condannato in primo grado, un minuto dopo la sentenza è corso dai giornalisti per dire che non si dimette e che confida “in un giudice a Berlino”. Mentre il suo partito lo difendeva parlando di sentenza politica. Noi, più umilmente, confidiamo in un po’ di serietà da parte del governo, nelle persone che lo rappresentano.

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Zelensky “dittatore”? Nel 2019 per Trump era un leader fantastico

Donald Trump ha un talento singolare per riscrivere la storia, soprattutto quando si tratta di Zelensky e dell’Ucraina. Oggi lo definisce un “dittatore non eletto” e un “comico mediocre”. Peccato che la trascrizione della telefonata del 25 luglio 2019 con il presidente ucraino racconti una storia diversa. Allora, Trump si congratulava con Zelensky per la vittoria elettorale con parole calorose: “Avete fatto un lavoro fantastico. Avete un seguito incredibile”.

La telefonata che smentisce Trump

Nella stessa telefonata, Trump lodava gli sforzi di Zelensky: “Farete molte cose per l’Ucraina. Sarete una grande presidente”. Poi, con una transizione quasi naturale, introduceva la questione Biden: “Mi piacerebbe che ci faceste un favore perché il nostro Paese ha attraversato molto e l’Ucraina sa molto al riguardo”. Seguiva la richiesta esplicita: “C’è molto da dire su Biden e suo figlio, e molti vogliono sapere cosa è successo. Qualsiasi cosa possiate fare con il procuratore generale sarebbe grandioso”.

Ma Trump si smentisce da solo. E gli altri dimenticano, con una rapidità quasi sospetta, che fu proprio l’Ucraina a trascinarlo in uno dei più gravi scandali della sua presidenza. Quella telefonata, oggi pubblicamente disponibile, non era solo un atto di cortesia diplomatica. Era l’inizio di un’operazione di pressione politica che avrebbe portato all’impeachment dell’allora presidente Usa. Trump, nella chiamata, non si limitò a lodare Zelensky. Chiese, con un tono più da affarista che da capo di Stato, di aprire un’indagine su Hunter Biden, il figlio di Joe Biden, per screditare il suo futuro rivale alle presidenziali del 2020.

Dallo scandalo al capro espiatorio

La cronaca dello scandalo Trump-Ucraina, ben documentata, racconta di pressioni politiche mascherate da strategia diplomatica. Trump bloccò 391 milioni di dollari di aiuti militari destinati all’Ucraina. Il sospetto viene da sé: gli aiuti sarebbero arrivati se Kiev avesse avviato un’indagine utile alla sua campagna elettorale. Il tutto confermato da testimoni chiave come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, che nel suo libro parlò esplicitamente di uno scambio di favori. Il Congresso aprì un’indagine e nel dicembre 2019 la Camera dei rappresentanti votò per l’impeachment di Trump, accusandolo di abuso di potere e ostruzione al Congresso. Il Senato, dominato dai repubblicani, lo assolse nel febbraio 2020.

Eppure, oggi Trump ribalta il copione. Da alleato in cerca di favori, Zelensky diventa un bersaglio. Un “dittatore non eletto”, dice, senza neppure notare l’ironia della sua affermazione. Zelensky fu eletto nel 2019 con il 73% dei voti, mentre Trump, nel 2020, uscì sconfitto con sette milioni di voti di scarto e un assalto al Congresso che ha scritto una delle pagine più buie della democrazia americana.

Il revisionismo trumpiano si nutre della memoria corta di molti. Perché se Zelensky oggi è diventato un bersaglio della destra americana, lo è non per il suo passato di attore, ma per il presente di presidente di un Paese che resiste a Mosca. Trump e il suo entourage, sempre più inclini a un avvicinamento alla Russia, usano il leader ucraino come simbolo da screditare, nel tentativo di giustificare il loro isolazionismo e le loro simpatie putiniane.

Ma i fatti restano. Nel 2019 Trump cercava di usare Zelensky per restare alla Casa Bianca. Nel 2025, con un’altra corsa elettorale alle porte, Zelensky torna utile, ma in un altro ruolo: quello del capro espiatorio. Cambiano le parole, ma la strategia resta la stessa. E la realtà, ancora una volta, è il primo danno collaterale.

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Francesco Valle, il santo del pizzo: l’ipocrisia nei necrologi della mafia

Francesco Valle era un uomo di “grande forza e bontà”, dice la famiglia. Anche gli atti giudiziari certificano la sua forza: era il capo della ‘ndrangheta tra Cisliano e Vigevano, condannato a oltre vent’anni per mafia e usura. I suoi affari ruotavano attorno a minacce, racket e videopoker, con la sua rete familiare a garantire il controllo del territorio. Un uomo d’onore, nel senso più stretto del termine. Onore che non ha impedito di schiacciare commercianti e imprenditori sotto il peso dei debiti imposti con la pistola sul tavolo.

Eppure, la memoria pubblica ha una curiosa amnesia selettiva. Muore un boss e la narrazione si ripulisce, le condanne diventano parentesi sbiadite, i necrologi scivolano nel ricordo privato e rispettoso. Non stupisce che i figli vogliano preservare l’immagine del patriarca, ma quando la mafia viene raccontata con le parole del mito, allora siamo di fronte a un problema più grande. Perché la forza della criminalità organizzata non sta solo nei soldi e nella violenza, ma nell’aura che si costruisce intorno.

Un “esempio di amore”. Lo hanno detto davvero. La vera domanda è: amore per chi? Per le vittime dell’usura Per gli imprenditori costretti a versare il pizzo? Per gli affiliati che rispettavano il codice del silenzio? L’ipocrisia si nasconde nel linguaggio. I boss non muoiono mai solo come criminali, ma sempre come uomini di famiglia, benefattori, “grandi saggi”. La ‘ndrangheta lo sa bene: si tramanda nel sangue e nelle parole. E le parole, come sempre, funzionano più del piombo.

Buon giovedì. 

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Lo strapotere delle Big tech, un assegno perdona tutto

Un assegno da 326 milioni e la procura di Milano archivia l’inchiesta. Google sistema i conti con il fisco italiano con un colpo di penna e un bonifico, chiudendo un’indagine che ipotizzava una “stabile organizzazione occulta” e l’omessa dichiarazione dei redditi prodotti in Italia. Una storia che suona ormai come un copione ripetuto: l’azienda giganteggia, il fisco indaga, la multinazionale paga e tutto torna a posto. Nessun processo, nessuna responsabilità, nessuna conseguenza oltre a un esborso che, rapportato ai profitti dell’azienda, sembra un dettaglio.

Non è la prima volta che accade. Nel 2017 Google aveva già versato 306 milioni per chiudere un’altra vicenda simile. Netflix, Airbnb, Amazon, Meta: i giganti del digitale giocano una partita a parte, in cui l’azzardo fiscale ha un solo vero rischio, quello di dover saldare il conto senza interessi di mora. Intanto, il “Modello Milano” – la collaborazione tra procura, Agenzia delle Entrate e Guardia di finanza – ha recuperato due miliardi in tre anni, ma il punto è un altro. Non è la quantità di denaro recuperato, ma il meccanismo che si ripete: le grandi multinazionali non temono il fisco, lo contrattano.

La distanza tra il piccolo imprenditore o la partita IVA che rischia la chiusura per una cartella esattoriale e il colosso che tratta a suon di centinaia di milioni è la fotografia di un sistema fiscale che non conosce equità. Per Google il pagamento è una soluzione, per gli altri un problema. Il messaggio, ancora una volta, è chiaro: la fiscalità è una variabile, non un dovere. E a chi il dovere lo rispetta, restano solo le briciole di un sistema in cui il peso fiscale si misura in base al potere, non alla legge.

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La Germania al bivio delle elezioni con l’incognita dell’estrema destra

Domenica la Germania vota, e questa volta l’incognita non è solo chi governerà, ma chi sopravvivrà politicamente. Il tracollo dell’Spd di Olaf Scholz e la crisi dei Verdi hanno aperto la strada a un ritorno della Cdu, ma il quadro è più instabile di quanto Friedrich Merz voglia far credere. La crisi economica, le tensioni sociali e il peso dell’estrema destra rendono questo voto un passaggio decisivo, non solo per Berlino ma per l’intera Unione europea.

Un ritorno dei conservatori? Forse

I sondaggi danno la Cdu/Csu in testa con circa il 30%, ma il problema non è vincere, è governare. Merz ha detto chiaramente di volere una coalizione a due, per evitare il caos delle geometrie variabili. Preferirebbe i liberali della Fdp, se superano la soglia di sbarramento del 5%. Ma la Fdp, dopo anni di partecipazione a governi deboli e impopolari, è crollata nei consensi e rischia l’irrilevanza.

L’alternativa sarebbero i Verdi, ma l’elettorato conservatore non digerirebbe una virata troppo ecologista. Il malcontento per le politiche ambientali, tra transizione energetica e costi per famiglie e imprese, ha eroso il consenso del partito, che oggi viaggia intorno al 15%. L’ultima opzione è la grande coalizione con l’Spd, che nessuno vuole ma che potrebbe diventare l’unica soluzione praticabile.

Scholz arriva a questo voto da sconfitto. Il suo governo è stato percepito come incerto, incapace di gestire crisi e instabilità. L’Spd è sceso sotto il 20%, un crollo che ricorda quello del Partito socialista francese o del Pd italiano nelle sue stagioni peggiori. Se dovesse reggere l’urto del voto, potrebbe ancora trattare. Altrimenti, rischia di finire risucchiato in un ruolo marginale.

AfD: il problema che tutti fingono di non vedere

L’elefante nella stanza è l’estrema destra di Alternativa per la Germania (AfD), stabile sopra il 20%. Gli altri partiti hanno giurato che non governeranno con loro, e Merz stesso ha chiuso ogni porta. Ma nei Länder orientali AfD è primo partito, e il peso politico della destra radicale è ormai strutturale.

Il vero timore è che AfD non sia solo una spina nel fianco, ma l’anticamera di uno spostamento complessivo dell’asse politico tedesco verso destra. La radicalizzazione del dibattito su immigrazione e sicurezza, con la Cdu che ha adottato toni più duri, è già un segnale. Il confine tra il conservatorismo e il nazionalismo si fa più sottile, e AfD prospera proprio in questa ambiguità.

Non è un caso che negli ultimi mesi ci siano state proteste contro l’estrema destra in tutta la Germania, con migliaia di persone scese in piazza. Ma il voto dirà se la mobilitazione ha fermato l’onda o se il malcontento sociale ha alimentato la retorica anti-sistema di AfD.

La mina Wagenknecht

C’è poi la variabile Sahra Wagenknecht, ex Die Linke, ora leader della sua Alleanza (BSW). Un partito nato da pochi mesi, ma che i sondaggi danno intorno al 7%. Wagenknecht pesca voti sia a sinistra che nella base di AfD, con un programma che mescola populismo economico e rigore sull’immigrazione. Un pezzo di elettorato tradizionale della sinistra, deluso dalla deriva dell’Spd e dal crollo di Die Linke, potrebbe spostarsi su di lei.

Se BSW otterrà un risultato solido, il quadro delle alleanze potrebbe complicarsi ulteriormente. Die Linke è dato sotto il 5%, e se non entrerà in Parlamento sarà una fine politica che rafforzerà Wagenknecht. Il suo obiettivo è chiaro: diventare il punto di riferimento della sinistra radicale, ma senza gli slogan tradizionali. Una sinistra che parla di salari e industria, più che di diritti civili.

Un voto che decide tutto

Le elezioni di domenica non diranno solo chi governa la Germania, ma quale Germania emergerà dalla crisi del governo Scholz. Una destra più radicale, un centrodestra in cerca di equilibrio, una sinistra in frantumi e partiti minori che rischiano la scomparsa.

Alla fine, chi vince governa, chi perde scompare.

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