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Incollati alle poltrone

Dopo una ministra accusata di aver truffato lo Stato, il governo di Giorgia Meloni si è arricchito ieri di un condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio. Andrea Delmastro Delle Vedove non è solo compagno di partito della presidente del Consiglio. È soprattutto sottosegretario al Ministero della Giustizia. E proprio per la sua posizione ha potuto contattare il capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap), Giovanni Russo, per ottenere relazioni della polizia penitenziaria su Alfredo Cospito, anarchico detenuto che è stato al centro di polemiche politiche nei mesi scorsi.

Peccato che quei documenti riservati siano stati usati dal parlamentare, anche lui di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, che ha pensato bene di declamarne il contenuto in Parlamento con l’intento di accusare l’opposizione di essere amica dei delinquenti.

La condanna in primo grado, si sa, non è definitiva e Delmastro è innocente, come ci spiega la Costituzione, fino al terzo grado di giudizio. È definitivo però l’atteggiamento incauto di un uomo di Stato che ha ceduto informazioni delicate e riservate alla propaganda del suo partito, sempre molto concentrato sull’opposizione all’opposizione che allo svolgimento del proprio ruolo di governo.

Lui, il sottosegretario condannato in primo grado, un minuto dopo la sentenza è corso dai giornalisti per dire che non si dimette e che confida “in un giudice a Berlino”. Mentre il suo partito lo difendeva parlando di sentenza politica. Noi, più umilmente, confidiamo in un po’ di serietà da parte del governo, nelle persone che lo rappresentano.

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Zelensky “dittatore”? Nel 2019 per Trump era un leader fantastico

Donald Trump ha un talento singolare per riscrivere la storia, soprattutto quando si tratta di Zelensky e dell’Ucraina. Oggi lo definisce un “dittatore non eletto” e un “comico mediocre”. Peccato che la trascrizione della telefonata del 25 luglio 2019 con il presidente ucraino racconti una storia diversa. Allora, Trump si congratulava con Zelensky per la vittoria elettorale con parole calorose: “Avete fatto un lavoro fantastico. Avete un seguito incredibile”.

La telefonata che smentisce Trump

Nella stessa telefonata, Trump lodava gli sforzi di Zelensky: “Farete molte cose per l’Ucraina. Sarete una grande presidente”. Poi, con una transizione quasi naturale, introduceva la questione Biden: “Mi piacerebbe che ci faceste un favore perché il nostro Paese ha attraversato molto e l’Ucraina sa molto al riguardo”. Seguiva la richiesta esplicita: “C’è molto da dire su Biden e suo figlio, e molti vogliono sapere cosa è successo. Qualsiasi cosa possiate fare con il procuratore generale sarebbe grandioso”.

Ma Trump si smentisce da solo. E gli altri dimenticano, con una rapidità quasi sospetta, che fu proprio l’Ucraina a trascinarlo in uno dei più gravi scandali della sua presidenza. Quella telefonata, oggi pubblicamente disponibile, non era solo un atto di cortesia diplomatica. Era l’inizio di un’operazione di pressione politica che avrebbe portato all’impeachment dell’allora presidente Usa. Trump, nella chiamata, non si limitò a lodare Zelensky. Chiese, con un tono più da affarista che da capo di Stato, di aprire un’indagine su Hunter Biden, il figlio di Joe Biden, per screditare il suo futuro rivale alle presidenziali del 2020.

Dallo scandalo al capro espiatorio

La cronaca dello scandalo Trump-Ucraina, ben documentata, racconta di pressioni politiche mascherate da strategia diplomatica. Trump bloccò 391 milioni di dollari di aiuti militari destinati all’Ucraina. Il sospetto viene da sé: gli aiuti sarebbero arrivati se Kiev avesse avviato un’indagine utile alla sua campagna elettorale. Il tutto confermato da testimoni chiave come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, che nel suo libro parlò esplicitamente di uno scambio di favori. Il Congresso aprì un’indagine e nel dicembre 2019 la Camera dei rappresentanti votò per l’impeachment di Trump, accusandolo di abuso di potere e ostruzione al Congresso. Il Senato, dominato dai repubblicani, lo assolse nel febbraio 2020.

Eppure, oggi Trump ribalta il copione. Da alleato in cerca di favori, Zelensky diventa un bersaglio. Un “dittatore non eletto”, dice, senza neppure notare l’ironia della sua affermazione. Zelensky fu eletto nel 2019 con il 73% dei voti, mentre Trump, nel 2020, uscì sconfitto con sette milioni di voti di scarto e un assalto al Congresso che ha scritto una delle pagine più buie della democrazia americana.

Il revisionismo trumpiano si nutre della memoria corta di molti. Perché se Zelensky oggi è diventato un bersaglio della destra americana, lo è non per il suo passato di attore, ma per il presente di presidente di un Paese che resiste a Mosca. Trump e il suo entourage, sempre più inclini a un avvicinamento alla Russia, usano il leader ucraino come simbolo da screditare, nel tentativo di giustificare il loro isolazionismo e le loro simpatie putiniane.

Ma i fatti restano. Nel 2019 Trump cercava di usare Zelensky per restare alla Casa Bianca. Nel 2025, con un’altra corsa elettorale alle porte, Zelensky torna utile, ma in un altro ruolo: quello del capro espiatorio. Cambiano le parole, ma la strategia resta la stessa. E la realtà, ancora una volta, è il primo danno collaterale.

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Francesco Valle, il santo del pizzo: l’ipocrisia nei necrologi della mafia

Francesco Valle era un uomo di “grande forza e bontà”, dice la famiglia. Anche gli atti giudiziari certificano la sua forza: era il capo della ‘ndrangheta tra Cisliano e Vigevano, condannato a oltre vent’anni per mafia e usura. I suoi affari ruotavano attorno a minacce, racket e videopoker, con la sua rete familiare a garantire il controllo del territorio. Un uomo d’onore, nel senso più stretto del termine. Onore che non ha impedito di schiacciare commercianti e imprenditori sotto il peso dei debiti imposti con la pistola sul tavolo.

Eppure, la memoria pubblica ha una curiosa amnesia selettiva. Muore un boss e la narrazione si ripulisce, le condanne diventano parentesi sbiadite, i necrologi scivolano nel ricordo privato e rispettoso. Non stupisce che i figli vogliano preservare l’immagine del patriarca, ma quando la mafia viene raccontata con le parole del mito, allora siamo di fronte a un problema più grande. Perché la forza della criminalità organizzata non sta solo nei soldi e nella violenza, ma nell’aura che si costruisce intorno.

Un “esempio di amore”. Lo hanno detto davvero. La vera domanda è: amore per chi? Per le vittime dell’usura Per gli imprenditori costretti a versare il pizzo? Per gli affiliati che rispettavano il codice del silenzio? L’ipocrisia si nasconde nel linguaggio. I boss non muoiono mai solo come criminali, ma sempre come uomini di famiglia, benefattori, “grandi saggi”. La ‘ndrangheta lo sa bene: si tramanda nel sangue e nelle parole. E le parole, come sempre, funzionano più del piombo.

Buon giovedì. 

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Lo strapotere delle Big tech, un assegno perdona tutto

Un assegno da 326 milioni e la procura di Milano archivia l’inchiesta. Google sistema i conti con il fisco italiano con un colpo di penna e un bonifico, chiudendo un’indagine che ipotizzava una “stabile organizzazione occulta” e l’omessa dichiarazione dei redditi prodotti in Italia. Una storia che suona ormai come un copione ripetuto: l’azienda giganteggia, il fisco indaga, la multinazionale paga e tutto torna a posto. Nessun processo, nessuna responsabilità, nessuna conseguenza oltre a un esborso che, rapportato ai profitti dell’azienda, sembra un dettaglio.

Non è la prima volta che accade. Nel 2017 Google aveva già versato 306 milioni per chiudere un’altra vicenda simile. Netflix, Airbnb, Amazon, Meta: i giganti del digitale giocano una partita a parte, in cui l’azzardo fiscale ha un solo vero rischio, quello di dover saldare il conto senza interessi di mora. Intanto, il “Modello Milano” – la collaborazione tra procura, Agenzia delle Entrate e Guardia di finanza – ha recuperato due miliardi in tre anni, ma il punto è un altro. Non è la quantità di denaro recuperato, ma il meccanismo che si ripete: le grandi multinazionali non temono il fisco, lo contrattano.

La distanza tra il piccolo imprenditore o la partita IVA che rischia la chiusura per una cartella esattoriale e il colosso che tratta a suon di centinaia di milioni è la fotografia di un sistema fiscale che non conosce equità. Per Google il pagamento è una soluzione, per gli altri un problema. Il messaggio, ancora una volta, è chiaro: la fiscalità è una variabile, non un dovere. E a chi il dovere lo rispetta, restano solo le briciole di un sistema in cui il peso fiscale si misura in base al potere, non alla legge.

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La Germania al bivio delle elezioni con l’incognita dell’estrema destra

Domenica la Germania vota, e questa volta l’incognita non è solo chi governerà, ma chi sopravvivrà politicamente. Il tracollo dell’Spd di Olaf Scholz e la crisi dei Verdi hanno aperto la strada a un ritorno della Cdu, ma il quadro è più instabile di quanto Friedrich Merz voglia far credere. La crisi economica, le tensioni sociali e il peso dell’estrema destra rendono questo voto un passaggio decisivo, non solo per Berlino ma per l’intera Unione europea.

Un ritorno dei conservatori? Forse

I sondaggi danno la Cdu/Csu in testa con circa il 30%, ma il problema non è vincere, è governare. Merz ha detto chiaramente di volere una coalizione a due, per evitare il caos delle geometrie variabili. Preferirebbe i liberali della Fdp, se superano la soglia di sbarramento del 5%. Ma la Fdp, dopo anni di partecipazione a governi deboli e impopolari, è crollata nei consensi e rischia l’irrilevanza.

L’alternativa sarebbero i Verdi, ma l’elettorato conservatore non digerirebbe una virata troppo ecologista. Il malcontento per le politiche ambientali, tra transizione energetica e costi per famiglie e imprese, ha eroso il consenso del partito, che oggi viaggia intorno al 15%. L’ultima opzione è la grande coalizione con l’Spd, che nessuno vuole ma che potrebbe diventare l’unica soluzione praticabile.

Scholz arriva a questo voto da sconfitto. Il suo governo è stato percepito come incerto, incapace di gestire crisi e instabilità. L’Spd è sceso sotto il 20%, un crollo che ricorda quello del Partito socialista francese o del Pd italiano nelle sue stagioni peggiori. Se dovesse reggere l’urto del voto, potrebbe ancora trattare. Altrimenti, rischia di finire risucchiato in un ruolo marginale.

AfD: il problema che tutti fingono di non vedere

L’elefante nella stanza è l’estrema destra di Alternativa per la Germania (AfD), stabile sopra il 20%. Gli altri partiti hanno giurato che non governeranno con loro, e Merz stesso ha chiuso ogni porta. Ma nei Länder orientali AfD è primo partito, e il peso politico della destra radicale è ormai strutturale.

Il vero timore è che AfD non sia solo una spina nel fianco, ma l’anticamera di uno spostamento complessivo dell’asse politico tedesco verso destra. La radicalizzazione del dibattito su immigrazione e sicurezza, con la Cdu che ha adottato toni più duri, è già un segnale. Il confine tra il conservatorismo e il nazionalismo si fa più sottile, e AfD prospera proprio in questa ambiguità.

Non è un caso che negli ultimi mesi ci siano state proteste contro l’estrema destra in tutta la Germania, con migliaia di persone scese in piazza. Ma il voto dirà se la mobilitazione ha fermato l’onda o se il malcontento sociale ha alimentato la retorica anti-sistema di AfD.

La mina Wagenknecht

C’è poi la variabile Sahra Wagenknecht, ex Die Linke, ora leader della sua Alleanza (BSW). Un partito nato da pochi mesi, ma che i sondaggi danno intorno al 7%. Wagenknecht pesca voti sia a sinistra che nella base di AfD, con un programma che mescola populismo economico e rigore sull’immigrazione. Un pezzo di elettorato tradizionale della sinistra, deluso dalla deriva dell’Spd e dal crollo di Die Linke, potrebbe spostarsi su di lei.

Se BSW otterrà un risultato solido, il quadro delle alleanze potrebbe complicarsi ulteriormente. Die Linke è dato sotto il 5%, e se non entrerà in Parlamento sarà una fine politica che rafforzerà Wagenknecht. Il suo obiettivo è chiaro: diventare il punto di riferimento della sinistra radicale, ma senza gli slogan tradizionali. Una sinistra che parla di salari e industria, più che di diritti civili.

Un voto che decide tutto

Le elezioni di domenica non diranno solo chi governa la Germania, ma quale Germania emergerà dalla crisi del governo Scholz. Una destra più radicale, un centrodestra in cerca di equilibrio, una sinistra in frantumi e partiti minori che rischiano la scomparsa.

Alla fine, chi vince governa, chi perde scompare.

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Italiani in fuga dalla Sanità pubblica, spesi 40,6 miliardi nel privato

Nel 2023 la spesa sanitaria privata delle famiglie italiane ha superato i 40 miliardi di euro, confermando un trend di crescita che lascia poco spazio a dubbi: il Servizio Sanitario Nazionale non garantisce più cure universali. Non è un’opinione, ma un fatto documentato dal report Gimbe, che fotografa il paradosso italiano: paghiamo più di altri paesi europei per prestazioni sanitarie, eppure rinunciamo sempre di più alle cure.

Secondo il rapporto, quasi il 40% di questa spesa privata riguarda prestazioni inutili, esami diagnostici e terapie inefficaci che ingrassano un mercato sanitario sempre più orientato al profitto. Nel frattempo, chi non può permettersi il superfluo, rinuncia anche al necessario: nel 2023, 4,5 milioni di persone hanno dovuto dire addio a visite ed esami diagnostici, 2,5 milioni di loro per motivi economici. Un dato in crescita, con un incremento di quasi 600mila persone rispetto all’anno precedente. E il Sud, ancora una volta, paga il prezzo più alto: la Sardegna è in cima alla classifica della disperazione con il 13,7% di cittadini che non si curano.

Una sanità che discrimina i poveri

Il problema non è solo economico, ma strutturale. L’Italia spende per la sanità meno di molti paesi dell’Unione europea, ma più della media per le spese private. La spesa sanitaria totale nel 2023 ha raggiunto i 176,1 miliardi di euro: di questi, il 74% è finanziato dallo Stato, il 23% pagato direttamente dalle famiglie e solo il 3% passa attraverso fondi sanitari e assicurazioni. L’Organizzazione Mondiale della Sanità fissa al 15% il limite oltre il quale le spese out-of-pocket diventano insostenibili. Noi siamo al 23%.

Le differenze tra regioni sono drammatiche. La Lombardia ha la spesa sanitaria privata pro-capite più alta, oltre 1.000 euro, mentre in Basilicata si scende a 377 euro. Una forbice che riflette le disuguaglianze economiche e sociali del Paese: chi ha redditi più alti spende di più, chi ne ha di meno si ammala senza curarsi.

Fondi sanitari e assicurazioni: il mito dell’intermediazione

Il report di Gimbe smonta anche un’altra illusione: l’idea che aumentare i fondi sanitari e le assicurazioni possa risolvere il problema. Attualmente, solo l’11,4% della spesa sanitaria privata è intermediata, e l’Italia è tra i paesi europei con la percentuale più bassa. Ma non è solo una questione di numeri: la sanità integrativa non è un sistema salvifico, perché più di un terzo della spesa intermediata finisce in costi di gestione, e non in cure. Inoltre, i fondi sanitari stanno diventando un paracadute per il fallimento del SSN, sottraendo risorse e spostando il peso delle cure sui cittadini.

Il punto chiave, secondo Gimbe, è che il 40% della spesa privata è inutile o indotta dal consumismo sanitario. La soluzione non è spostare questa spesa nei fondi sanitari, ma ridurla, migliorando la sanità pubblica. Un obiettivo che richiede più investimenti pubblici e un uso più razionale delle risorse.

Il prezzo della sanità privata L’ineguaglianza

La crisi della sanità pubblica sta creando un sistema a due velocità: chi può pagare si cura subito, chi non può aspetta mesi o rinuncia. Il risultato è un peggioramento generale della salute della popolazione e un’esplosione della spesa privata che non porta alcun beneficio collettivo.

Le soluzioni? Secondo Gimbe, serve un intervento in tre mosse: aumentare i finanziamenti pubblici per rafforzare il SSN, limitare la prescrizione di esami e prestazioni inutili e ridefinire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) per garantire priorità alle cure necessarie. Ma soprattutto, serve una volontà politica che metta la salute pubblica prima dei profitti privati. Perché il rischio è chiaro: se il SSN crolla, la sanità non sarà più un diritto, ma un lusso per pochi. E a quel punto, sarà troppo tardi per indignarsi.

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Il governo non sa, non vede, non sente. Ma spia

In Italia alcuni giornalisti e attivisti (sette in tutto) sono stati spiati con uno spyware dell’azienda Paragon. I giornalisti e gli attivisti intercettati sono tutti identificabili come “avversi” al governo, nella logica da stadio che il governo stesso alimenta fin dal suo insediamento. Persone poco gradite e spiate.

Il governo nega qualsiasi responsabilità, dicendo di non saperne nulla. Gli spiati vengono avvisati da Meta, con un messaggio WhatsApp.

Il Guardian scrive che, in seguito a questo, Paragon Solutions ha stracciato il contratto con l’Italia. Netta la smentita pubblica giovedì 14 marzo: «Nessuno ha rescisso in questi giorni alcun contratto con l’intelligence». Non passano 24 ore e il 15 marzo invece viene comunicato lo stop.

Poi si scopre che lo spyware Graphite non sarebbe stato utilizzato solo dai servizi segreti, che si avvalgono dei più efficaci dispositivi sul mercato, ma anche da un’altra forza di polizia.

Tutte le forze di polizia smentiscono, tranne la Penitenziaria. I servizi – l’Aise – confermano di usarlo, ma non contro giornalisti e attivisti. Il Pd e Italia Viva chiedono al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di confermare l’eventuale utilizzo dello spyware da parte delle procure e della polizia penitenziaria.

«Le uniche notizie divulgabili sulla vicenda Paragon sono già state fornite dal governo. Il resto non è divulgabile». Lo scrive il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai Servizi, Alfredo Mantovano.

Quindi niente question time. Non è possibile sapere.

Buon mercoledì.

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La strage dei giornalisti: un 2024 da incubo

Il 2024 è stato l’anno in cui sono stati uccisi più giornalisti da quando il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha cominciato a contarli. Sono 124 giornalisti ammazzati in diciotto Paesi, con Gaza che guida la drammatica classifica con 85 operatori uccisi durante l’offensiva israeliana.

I palestinesi riferiscono che gli operatori dell’informazione uccisi nel 2024 sarebbero almeno 200, tenendo conto dei cameraman, dei tecnici e di altri operatori dell’informazione. Alcuni sono stati assassinati mentre lavoravano, altri mentre si trovavano nelle loro abitazioni con le loro famiglie.

“È il momento più pericoloso per un giornalista nella storia del CPJ”, avverte la presidente del CPJ Jodie Ginsberg. “Inoltre, la detenzione dei giornalisti sta raggiungendo livelli record, evidenziando i crescenti rischi per i reporter e gli operatori dei media”. Secondo il rapporto del CPJ, almeno ventiquattro giornalisti in tutto il mondo sono stati deliberatamente uccisi nel 2024 a causa dei loro reportage. Altri reporter sono stati uccisi ad Haiti, in Messico, in Pakistan, in Myanmar, in Mozambico, in India, in Iraq e in Sudan.

Secondo Ginsberg, il rischio per chi fa informazione è aumentato poiché i governi operano nell’impunità e non sono tenuti a rispondere degli attacchi alla stampa.

Il giornalismo è sotto attacco, non solo per le bombe e le pallottole. Il logoramento delle democrazie ha bisogno di silenzio e cecità per rompere gli argini della propaganda. Quei morti sono un attacco a chi scrive ma anche a chi legge. Forse, per rendersene conto, servirebbero i funerali collettivi, oltre ai festival.

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Povertà assoluta, la retorica del governo si schianta sui numeri: il rischio aumenta per le famiglie con più figli

Il governo si riempie la bocca di retorica sui figli per la patria, ma i numeri raccontano un’altra storia. Nel 2023 le famiglie con minori in condizione di povertà assoluta sono aumentate, segnando un peggioramento delle condizioni economiche di chi già si trovava ai margini. I dati elaborati da Openpolis su base Istat parlano chiaro: la povertà assoluta ha colpito il 12,4% delle famiglie con minori, in crescita rispetto al 2022 (+0,7 punti percentuali). Questo significa che quasi 748mila nuclei familiari con figli non sono in grado di soddisfare i bisogni essenziali per una vita dignitosa.

La povertà non è un destino, ma in Italia lo diventa

La povertà ha radici profonde e si intreccia con un problema cronico del paese: la bassa mobilità sociale. Chi nasce povero in Italia ha molte meno possibilità di migliorare la propria condizione rispetto ad altri paesi europei. Secondo le stime dell’Ocse, servono cinque generazioni per raggiungere il reddito medio partendo dal 10% più basso della popolazione. In altre parole, un bambino nato in una famiglia in difficoltà oggi ha davanti a sé un destino già scritto.

Le famiglie più colpite sono quelle in cui la persona di riferimento ha un impiego da operaio, indipendente o è in cerca di lavoro. Tra gli impiegati l’incidenza della povertà assoluta è passata dal 15,6% al 19,4% in un solo anno, segnalando un peggioramento netto per quella fascia di popolazione che fino a qualche tempo fa veniva considerata relativamente stabile. Il fenomeno del lavoro povero è ormai strutturale: avere un’occupazione non è più garanzia di una vita dignitosa.

Figli e miseria: più sono, più pagano il prezzo

A pesare è anche il numero di figli a carico. Il tasso di povertà assoluta cresce con l’aumentare dei minori in famiglia: dal 6,6% per chi ha un solo figlio, all’11,6% per chi ne ha due, fino a sfiorare il 19% per le famiglie con tre o più figli. Per le famiglie con quattro o più figli, il tasso di povertà supera il 22%, dimostrando che il numero di minori a carico è un fattore determinante nel rischio di povertà. Inoltre, l’incidenza della povertà è maggiore tra le famiglie monogenitoriali, dove tocca il 15,3%.

Non è solo una questione di reddito. La povertà è una condizione che si tramanda, un’eredità pesante che limita le opportunità educative e sociali delle nuove generazioni. L’Italia è tra i paesi europei con minore mobilità sociale, una posizione che si riflette anche nel Global Social Mobility Report del World Economic Forum, dove il nostro paese si trova nella parte bassa della classifica. Se si analizza la situazione a livello territoriale, emerge che il Mezzogiorno è la zona più colpita: l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con minori è del 15,5% nel Sud e nelle Isole, contro il 12,9% del Nord.

A fronte di questo scenario, la risposta delle istituzioni è stata debole. I tagli al welfare e le politiche di sostegno frammentarie non hanno invertito la tendenza. L’abolizione del reddito di cittadinanza, sostituito con misure più restrittive e selettive, ha lasciato senza protezione molte famiglie. 

Povertà e crisi economica: redditi insufficienti

Nel 2023, oltre 1 milione e 295mila minori in Italia vivevano in condizioni di povertà assoluta, pari al 13,8% della popolazione under 18. Per la fascia 7-13 anni del Centro Italia, l’incidenza della povertà è passata dal 10,7% al 13,9% in un solo anno. Il peggioramento è stato più marcato tra le famiglie con redditi medio-bassi, segno che la crisi economica e l’inflazione hanno colpito anche chi prima riusciva a mantenersi appena sopra la soglia della povertà.

Se si considera il rapporto tra povertà e livello di istruzione, emerge che nelle famiglie dove la persona di riferimento ha solo la licenza elementare, il tasso di povertà assoluta è del 23,2%, mentre scende all’8,4% tra chi possiede un titolo di studio superiore. Anche il tipo di occupazione incide significativamente: le famiglie con un capofamiglia operaio hanno un’incidenza del 19,4%, contro il 3,7% di quelle con un dirigente o un quadro.

Il divario si riflette anche sulla possibilità di accesso ai servizi per l’infanzia. Nel 2023, il 35% delle famiglie con figli sotto i tre anni non aveva accesso ad asili nido o servizi per la prima infanzia, percentuale che supera il 50% nel Mezzogiorno. Questo aspetto è cruciale, perché la possibilità di accedere ai servizi educativi nei primi anni di vita è uno dei principali fattori che determinano la mobilità sociale futura.

La povertà minorile in Italia non è solo un dato economico, ma un indicatore di un sistema che perpetua disuguaglianze generazionali. Non basterà chiedere di fare figli per la patria perché ci siano più figli. Non reggerà a lungo nemmeno la retorica propagata tra convegni e canzonette. 

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A Sanremo il monologo sulle madri mentre le aziende le licenziano

Sofia ha perso il lavoro due volte in tre anni. Non perché non fosse competente, non perché non servisse più alla sua azienda, ma perché ha avuto due figli. Un’eresia nel Paese che piange la denatalità e che chiede alle donne di “fare più figli”, ma senza mai fornire le condizioni affinché questo avvenga. La sua storia, raccontata su Collettiva , è la sintesi perfetta di questa contraddizione: Sofia, tecnico di laboratorio nel veronese, è stata licenziata mentre era in maternità. La prima volta dopo la nascita del primogenito, la seconda quando ha avuto il secondo figlio. Due aziende diverse, stesso trattamento. Il paradosso è che il suo contratto, un’apparente garanzia di stabilità, era un contratto di somministrazione, una delle tante varianti del precariato camuffato da sicurezza.

Nel 2020, dopo due anni di contratti a termine, l’azienda avrebbe dovuto assumerla, ma ha preferito proseguire il rapporto attraverso un’agenzia interinale, con la promessa – mai mantenuta – di stabilità. Il risultato? Appena è diventata madre, è stata messa alla porta. La sua non è una storia isolata. Anzi, è la regola. L’Istat ci dice che in Italia il 60,1% delle madri lavora, ma quante di loro possono contare su un impiego sicuro e ben pagato? Poche. La precarietà, il gender pay gap, l’assenza di un welfare adeguato sono un deterrente potente contro la scelta di avere figli. Il Ministero della Salute lo ha certificato: si diventa madri solo quando si ha un impiego, possibilmente stabile . Eppure, il governo Meloni insiste con la sua retorica sulla natalità, come se la maternità fosse una questione di “coraggio” e non di condizioni materiali.

Il ricatto della precarietà

La storia di Sofia svela la farsa della “stabilità promessa”. In teoria, la sua posizione era meno precaria rispetto ad altre forme di lavoro atipico. In pratica, è stata lasciata senza stipendio nel momento più delicato della sua vita. La legge vieta il licenziamento di una lavoratrice in maternità, ma c’è sempre un cavillo per aggirare la norma: basta aspettare la scadenza di un contratto a termine o, come nel suo caso, sfruttare le pieghe di un rapporto di somministrazione.

Quando è rimasta incinta del secondo figlio, la storia si è ripetuta: contratti rinnovati di mese in mese, fino a quando non è stato chiaro che un’altra gravidanza era in arrivo. L’azienda non l’ha assunta e l’agenzia interinale ha aperto la procedura per il licenziamento. “Ti fanno credere che se hai un contratto di somministrazione dopo due anni ti assumono, che hai una prospettiva di stabilità, ma non è così”, racconta Sofia.

Meloni e la maternità come propaganda

Giorgia Meloni ripete in ogni occasione che la denatalità è un problema economico e sociale. Peccato che il suo governo continui a smantellare gli strumenti per permettere alle persone di avere figli. Non bastano i bonus una tantum, servono salari dignitosi, servizi per l’infanzia accessibili, protezione per le madri lavoratrici.

I dati lo dimostrano. L’età media in cui si diventa madri è sempre più alta perché prima di mettere al mondo un figlio bisogna essere certe di poterselo permettere . Ma nel frattempo il governo ha tagliato i fondi per gli asili nido al Sud, rendendo ancora più difficile conciliare maternità e lavoro. La stabilità economica delle famiglie è un prerequisito per invertire la curva demografica, ma la destra continua a trattare la questione come un problema di “mentalità”, ignorando il costo reale di mettere al mondo un bambino in Italia. Sofia non troverà lavoro perché le mamme sono state celebrate a Sanremo. Sofia ha bisogno di politica, non di celebrazioni. 

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