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Assunzioni e appalti, indagato il presidente della Regione Molise Roberti. Il reato contestato dai pm è la corruzione

Il governatore del Molise, Francesco Roberti, esponente di Forza Italia, è indagato per corruzione. L’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Campobasso ha portato alla notifica della conclusione delle indagini per 47 persone, coinvolgendo politici, imprenditori e tecnici. Con Roberti, sotto inchiesta è finita anche la moglie, con accuse che vanno, a vario titolo, dalle assunzioni fittizie ai favori illeciti alle imprese.

Le accuse e il presunto sistema di favori

Secondo l’accusa, il presidente della Regione avrebbe utilizzato le cariche precedenti alla sua elezione (nel periodo 2020-2023 quando era sindaco di Termoli, presidente della Provincia di Campobasso e membro del consiglio generale della Cosib, il Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Valle del Biferno) per garantire iter agevolati e concessioni amministrative in cambio di assunzioni e incarichi professionali per la moglie. Il filone dell’inchiesta che riguarda Roberti e la coniuge si concentra, quindi, su assunzioni e appalti. Secondo la Procura, come riportato da Repubblica.it, “Roberti era coprogettista delle pratiche presentate dalla società Energia pulita al comune di Termoli da lui stesso amministrato”. E avrebbe accettato “dal direttore tecnico della società denaro e altre utilità per sé e per la moglie”. Mentre la società avrebbe ottenuto in cambio diversi benefici.

Le reazioni e le conseguenze politiche

La difesa di Roberti è stata affidata ad una nota. “Mi è stato notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari per una vicenda che non riguarda il mio ruolo da Presidente della Giunta Regionale del Molise e per attività precedenti alla mia elezione. Mi preme precisare come da parte mia ci siano stati sempre comportamenti corretti e rispettosi della legge – ha scritto il governatore -. Sono pronto a fornire alla magistratura tutte le necessarie informazioni utili a fare luce su ogni aspetto, affinché sia fatta piena chiarezza. Entro i 20 giorni previsti fornirò ogni dettaglio utile, per far sì che questa situazione possa risolversi rapidamente a conferma della correttezza del mio operato”.

Ma il quadro dell’inchiesta è ben più ampio. Un ulteriore filone di indagine (al quale Roberti e la moglie sono estranei e il cui coinvolgimento è limitato ai casi di presunta corruzione) ruota attorno a un sistema criminale che avrebbe controllato il traffico illecito di rifiuti, pilotato appalti e imposto estorsioni. Le accuse principali riguardano la turbativa d’asta e la regolamentazione delle discariche secondo le esigenze di determinati gruppi imprenditoriali.

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Strage di Cutro, la memoria non basta: due anni dopo le 94 vittime aspettano ancora verità e giustizia

Il mare di Cutro ha restituito i corpi, ma a due anni dalla strage, la domanda resta senza risposta: “Perché non sono stati mandati i soccorsi?” ha ribadito la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, durante la veglia sulla spiaggia di Steccato di Cutro. Presenti anche esponenti della politica e della società civile, tra cui il vescovo di Cassano all’Ionio, monsignor Francesco Savino, che ha sottolineato: “Stiamo riportando le lancette della storia ai tempi più bui”.

Una strage ancora senza risposte

Schlein ha ricordato che i superstiti e le famiglie delle vittime ancora aspettano i ricongiungimenti promessi. “C’è una domanda politica che aspetta risposta”, ha dichiarato, insistendo sulla necessità di fare chiarezza su quanto accaduto quella notte. La senatrice Ilaria Cucchi (AVS) ha aggiunto: “Il ricordo non basta, dobbiamo lottare per la verità e la giustizia”.

Secondo il presidente della Croce Rossa Italiana, Rosario Valastro, “fuggire dalla guerra non è una colpa. Dovremmo mostrare la nostra parte più bella, la nostra gioia di accogliere, di rassicurare”. Un monito raccolto dal vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Savino, che ha chiesto “memoria, verità e giustizia per tutte le stragi, da Lampedusa a Cutro”.

La tragedia ha avuto anche conseguenze politiche. Il segretario di Più Europa, Riccardo Magi, ha denunciato: “Dopo Cutro, il governo ha inasprito le leggi contro chi salva vite, mentre la magistratura sta ancora indagando per chiarire le responsabilità”. La Cgil ha definito la situazione attuale una “strage continua”, sottolineando che oltre 5.400 persone sono morte nel Mediterraneo negli ultimi due anni e criticando il decreto Cutro per aver ridotto le possibilità di protezione per le persone migranti.

Le conseguenze politiche e sociali

Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha ricordato come la sua regione abbia sempre risposto con umanità agli sbarchi, ma ha anche invitato il governo a “strategie di lungo periodo per gestire le migrazioni in sicurezza”. La necessità di un cambiamento strutturale è stata evidenziata anche dal presidente del Consiglio regionale, Filippo Mancuso, che ha chiesto “impegno per evitare eventi simili”.

Il vicepresidente della Cei, monsignor Savino, ha parlato di un pericolo più grande: “Sulla questione dell’immigrazione ci stiamo giocando la democrazia, la civiltà. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a queste tragedie, dobbiamo cambiare il nostro approccio, favorire l’integrazione e smettere di vedere nelle persone migranti un problema”.

Anche la Croce Rossa Italiana ha lanciato un monito: “Dobbiamo costruire una società dei diritti, non dell’indifferenza” ha dichiarato Valastro. La CGIL ha ribadito che “senza canali legali e sicuri, queste tragedie continueranno a ripetersi”.

Due anni dopo, la domanda rimane. Le commemorazioni non bastano a placare il dolore di chi ha perso i propri cari. “Ogni dimenticanza diventa complicità” ha ammonito monsignor Savino. Il rischio, per molti, è che Cutro diventi solo un altro nome nella lunga lista delle tragedie dimenticate nel Mediterraneo. Eppure, secondo la Croce Rossa, “ricordare significa anche impegnarsi per un futuro diverso, dove il Mediterraneo torni a essere un ponte e non una tomba”.

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Si allunga la sperimentazione, per i disabili la riforma può attendere

La sperimentazione della riforma sulla disabilità doveva durare un anno. Ora saranno due. Con il decreto Milleproroghe, il governo ha deciso di estendere il periodo di prova fino al 2027, rinviando ancora l’attuazione di una riforma che già oggi mostra falle strutturali. Il problema Sulla riforma, voluta dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, la Cgil denuncia da mesi i limiti di un sistema che invece di facilitare il riconoscimento dell’invalidità, lo sta trasformando in una corsa a ostacoli, con il rischio concreto che migliaia di persone fragili vedano negati i propri diritti.

Sperimentazione a ostacoli: la macchina non parte

Già nei primi mesi di sperimentazione era chiaro che qualcosa non funzionava. Lo dimostrano i dati della provincia di Brescia, una delle nove aree pilota dove la riforma ha preso il via il 1° gennaio 2025. Qui, il numero delle domande di riconoscimento dell’invalidità è crollato: se nel 2024 si presentavano circa 2.500 richieste al mese, a gennaio 2025 ne sono state inoltrate appena 400. Una riduzione drastica che segnala un solo dato: il sistema non sta funzionando.

Le cause sono molteplici. Innanzitutto, la piattaforma informatica necessaria per la gestione delle domande è inefficace, incapace di dialogare con altre banche dati. Poi ci sono i medici di medicina generale, già oberati di compiti, costretti a compilare un nuovo certificato introduttivo che richiede oltre un’ora di tempo. Infine, manca personale: i medici legali dell’Inps, che ora devono gestire interamente il processo di valutazione, sono troppo pochi per garantire tempistiche accettabili. Il risultato? I tempi si allungano e le persone con disabilità restano in attesa, spesso senza nemmeno riuscire a inviare la domanda.

L’illusione della semplificazione

Quando il governo ha presentato la riforma, ha promesso una semplificazione del processo. La realtà è un’altra. Il nuovo sistema non ha migliorato nulla: meno domande accettate, più burocrazia, meno personale per la gestione delle pratiche. La Cgil, insieme a Cisl e Uil, ha lanciato l’allarme: le persone con disabilità e le loro famiglie stanno subendo ritardi intollerabili, che rischiano di trasformarsi in vere e proprie negazioni di diritti. Tra le categorie più colpite ci sono i malati oncologici, per i quali la normativa prevede un’accelerazione dell’iter di riconoscimento dell’invalidità. Ma se la domanda non riesce nemmeno a partire, come si può rispettare una tempistica di quindici giorni?

Eppure, invece di correggere i difetti della riforma, si sceglie di prendere tempo. Una dilazione mascherata da necessità tecnica, che in realtà è la prova del fallimento di un progetto mal concepito e mal realizzato.

Una riforma che non parte e un futuro incerto

C’è poi il tema delle risorse. La legge di bilancio non prevede alcun aumento di fondi per garantire il personale necessario alla riforma. Senza nuove assunzioni di medici e amministrativi, il sistema è destinato a collassare. Ma la politica resta ferma, incapace di prendere decisioni concrete. La Cgil insiste sulla necessità di un confronto serio con le parti sociali e con le persone con disabilità, che dovrebbero essere al centro di ogni discussione su una riforma che li riguarda direttamente.

Il rischio più grande? Che la riforma, una volta terminata la sperimentazione, venga imposta su tutto il territorio nazionale senza le correzioni necessarie, trasformando il caos di oggi in un disastro permanente. La proroga del governo non è un miglioramento. È un rinvio che lascia nel limbo migliaia di persone. E in questo limbo, i diritti vengono dimenticati.

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Due anni dopo Cutro: il governo assente, la colpa a piede libero

Il mare restituisce sempre tutto. Corpi, verità, omissioni. Due anni fa, a Cutro, restituì novantaquattro vittime e un numero imprecisato di dispersi. Restituì un bambino senza nome, Kr16m0, poi riconosciuto come Mohammad Sina Hoseyni. Restituì la certezza di una tragedia evitabile e la fotografia di uno Stato che guardava altrove.

Due anni dopo, la memoria è lasciata alle famiglie, a qualche associazione, agli attivisti della Rete 26 febbraio. Non al governo, che non si è visto. Troppo impegnato a inasprire le pene contro chi tenta la traversata, troppo preso a blindare i confini e a scambiare uomini per statistiche. L’ha detto chiaro Assad Al Maliki, sopravvissuto siriano che ha visto il fratellino morire tra le onde: “Ci dicono irresponsabili, ma chi parla non conosce la Siria”. Il governo, con ogni evidenza, non conosce Cutro. Non sa cosa significhi lottare per un nome, per un corpo, per un diritto.

La presenza istituzionale si riduce a qualche dichiarazione di circostanza. L’assenza, invece, è una scelta politica. Come lo fu nel 2023, quando l’esecutivo andò a dieci chilometri dalle bare senza fermarsi a rendere omaggio ai morti. Come lo fu nel caso di Almasri, torturatore liberato e rimpatriato con un volo di Stato. Dicono di combattere gli scafisti, ma quelli veri se li riprendono in patria con tutti gli onori.

Ora iniziano i processi. Sei ufficiali e sottufficiali rischiano di rispondere di naufragio colposo e omicidio plurimo. “So’ migranti, poi vediamo”, scrivevano nelle chat mentre il caicco si spezzava. Un processo c’è. Ma non basterà. Perché la responsabilità politica è ancora a piede libero.

Buon mercoledì.

 

In foto, la spiaggia di Cutro (Araldica81)

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Piantedosi sotto assedio: chi trama contro Piantedosi?

Andrea Stroppa, l’uomo di Elon Musk in Italia, nei giorni scorsi ha lanciato dei sondaggi su X per bocciare, nemmeno troppo velatamente, l’operato del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Le domande poste ai suoi follower – chiamarli sondaggi, peraltro privi di valenza statistica, appare effettivamente eccessivo – tendevano a screditare l’operato del ministro dell’Interno e a rilanciare con forza l’ipotesi del ritorno di Matteo Salvini al Viminale.
Ma il magnate sudafricano, che in Italia fa sentire la sua voce tramite Stroppa, è molto vicino a Giorgia Meloni, che non perde occasione per rivendicare il suo canale privilegiato.

Però, attenzione, la presidente del Consiglio non ha alcuna idea di rimuovere dal suo ruolo Piantedosi per un motivo semplicissimo: se si libera la casella dell’Interno, si riapre il gioco delle nomine e, con Santanchè appesa a un filo, Nordio inviso a una parte della maggioranza, Giorgetti in guerra con il suo stesso partito e Lollobrigida campione di gaffe, la fragile architettura su cui sta in piedi la squadra di governo rischia di crollare.
Quindi, chi muove Musk? È vero che Salvini non vede l’ora di lasciare il ministero delle Infrastrutture per giocare al ruolo del prefetto di ferro e logorare Meloni, ma può essere lui, da solo, a organizzare la macchinazione? In Fratelli d’Italia ne dubitano. La domanda, quindi, è sempre la stessa: chi muove Musk, qual è il disegno? C’entra forse quella parte di Fratelli d’Italia che non ha mai digerito lo scioglimento per mafia dei comuni di Anzio e Nettuno?
La tela di sospetti, però, è significativa: Meloni, che si dichiara “non ricattabile”, sta in bilico su un incrocio di ricatti oscuri. Il collante è solo uno: l’amore per il potere.

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COP16 di Roma: la biodiversità appesa a un filo tra promesse e finanziamenti

Tre giorni per salvare la biodiversità o, almeno, per decidere come provare a farlo. La COP16 sulla biodiversità, che si apre oggi a Roma, è il tentativo di rimediare al fallimento dei negoziati dello scorso novembre in Colombia. Ma la partita si gioca su un terreno instabile, dove le promesse fatte finora rischiano di crollare sotto il peso delle tensioni geopolitiche e delle divisioni tra Nord e Sud del mondo.

Un obiettivo ambizioso: trovare 200 miliardi all’anno

Al centro del summit c’è la questione finanziaria: per arrestare la perdita di biodiversità servono almeno 200 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. Finora, i governi hanno preferito accumulare dichiarazioni di intenti piuttosto che stanziare fondi concreti. Gli Stati del Sud globale chiedono un fondo dedicato per la biodiversità, uno strumento che semplifichi l’accesso ai finanziamenti e garantisca risorse a chi ne ha più bisogno. Ma i paesi ricchi, come sempre, frenano: temono di doversi accollare la maggior parte dell’onere economico.

Il ritorno di Trump e l’ombra sul multilateralismo

Gli equilibri internazionali rendono il negoziato ancora più complesso. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha già avuto un effetto destabilizzante: gli Stati Uniti non hanno mai ratificato il trattato sulla biodiversità, ma il loro ruolo nei finanziamenti internazionali è cruciale. Con la nuova amministrazione americana più ostile agli accordi multilaterali e meno incline a sostenere economicamente la conservazione della natura, il rischio è che le trattative a Roma si traducano in un nulla di fatto.

La scommessa di Greenpeace e le proteste della società civile

Greenpeace e altre associazioni ambientaliste hanno già alzato la voce. Davanti alla sede della FAO, gli attivisti hanno inscenato una protesta con gigantesche tessere del domino, a simboleggiare l’effetto a catena della distruzione della biodiversità. «Se cade la natura, casca il mondo», si legge sugli striscioni. Il messaggio è chiaro: servono soldi veri, non solo impegni di facciata.

Anche Legambiente ha lanciato un allarme: in Italia, 58 ecosistemi sono a rischio e il governo non ha fatto passi concreti per raggiungere gli obiettivi della Strategia europea per la biodiversità 2030. Nessuna nuova area protetta è stata creata e le azioni per contrastare il degrado ambientale sono ferme.

La posta in gioco: biodiversità ed economia globale

Dietro le discussioni di questi giorni c’è una realtà economica innegabile: oltre la metà del PIL mondiale dipende dalla natura. La perdita di biodiversità non è solo una questione ecologica, ma un disastro economico annunciato. Gli impollinatori, come api e farfalle, garantiscono la produzione di colture agricole per un valore compreso tra 235 e 577 miliardi di dollari ogni anno. Le risorse ittiche, vitali per milioni di persone, superano i 150 miliardi di dollari annui. Ignorare questa crisi significa scavarsi la fossa.

Un accordo possibile?

Il rischio che la COP16 si concluda con un nuovo fallimento è concreto. A Cali, in Colombia, i negoziati si sono arenati su un testo di compromesso inaccettabile per entrambe le parti. Ora si tenta una nuova mediazione: la presidenza colombiana della COP16 ha proposto un meccanismo flessibile che preveda una roadmap per valutare e migliorare i finanziamenti esistenti, con la possibilità di istituire un nuovo strumento finanziario entro il 2030. Ma basterà a convincere i governi?

Astrid Schomaker, segretaria esecutiva della Convenzione sulla biodiversità dell’ONU, rimane ottimista: «Le differenze non sono incolmabili». La realtà, però, è che senza impegni economici vincolanti, anche questa COP rischia di essere l’ennesimo esercizio retorico.

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Lollobrigida brinda all’idiozia

La chiamavano l’era della post-verità e invece semplicemente è l’epoca in cui non ci si vergogna. Non ci si vergogna, ad esempio, di avere un ministro dell’Agricoltura che non sa più cosa inventarsi per difendere l’uso di alcol, ennesima ipocrisia delle libertà a corrente alternata.
Avremmo potuto avere un ministro che coscienziosamente affrontasse gli 800mila morti all’anno per abuso di alcol nella regione europea. Avremmo potuto ascoltare le azioni da intraprendere per quei 100mila minori che ogni anno abusano di alcol nonostante la legge ne vieti loro la vendita. Avremmo potuto sapere dei circa 1,3 milioni di giovani tra gli 11 e i 24 anni, di cui 660mila minori, che hanno consumato alcol in modalità rischiose per la salute. Oppure di quelli che, tra questi, il 18,9% dei maschi e il 13,3% delle femmine, hanno praticato il binge drinking, ossia l’assunzione di grandi quantità di alcol in breve tempo.

Il ministro Lollobrigida, invece, ha preferito spiegarci che «l’abuso di acqua può portarci alla morte», oltre a causare «una sudorazione eccessiva». Nell’era in cui non ci si vergogna, un ministro non ha contezza del fatto che l’acqua non è un pericolo per la salute pubblica. Nell’era in cui non ci si vergogna, un ministro accetta di rendersi ridicolo davanti al Paese pur di apparire come il fedele protettore delle lobby che si ritiene in dovere di rappresentare. Da ministro a testimonial, senza farsi sfiorare dal dubbio che l’effetto finale sia un dubbio persistente: quanto può fare male abusare di ministri così?

Buon martedì.

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La lezione del voto tedesco e la credibilità della politica

84%. In Germania, alle ultime elezioni, si è registrata la più alta percentuale di votanti dalla riunificazione. Nel 2021 aveva votato il 76,4% degli elettori, come nel 2017 (solo uno 0,2% in meno). Il punto più basso si è toccato nel 2009, quando sette elettori su dieci si sono recati alle urne (70,8%).

Nel 2022, in Italia, alle ultime elezioni politiche ha votato il 63,91% degli elettori. È stata l’affluenza più bassa nella storia repubblicana. La prima differenza tra noi e loro sta qui: la Germania è una democrazia matura, in cui i cittadini ritengono importante esprimere il proprio voto.

Una forte tradizione di partecipazione politica è sicuramente il risultato di un radicato senso del dovere civico. Poi c’è il diverso sistema elettorale. I tedeschi hanno la possibilità di scegliere un candidato diretto per il loro collegio ed esprimere una preferenza per una lista di partito a livello statale. Nessun pastrocchio di liste confezionate.

Analisti e studiosi hanno spesso evidenziato come la partecipazione elettorale tedesca sia influenzata da fattori quali la fiducia nelle istituzioni, la percezione dell’efficacia del proprio voto e il senso di responsabilità civica. Certo, a Berlino c’è anche lo spauracchio dell’Afd, con il suo vento nero di estrema destra, ma la paura non può essere l’unico motore per la mobilitazione. La Germania—piaccia o no—ha l’abitudine di prendere la politica terribilmente sul serio.

E la lezione è sempre la stessa: la credibilità dei partiti, di tutti i partiti, si misura nella loro capacità di alzare gli elettori dalle loro poltrone. Il resto è propaganda spiccia, rumore sui social, omeopatiche baruffe.

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Vannacci prepara la trappola, Salvini inciampa sui binari

C’è un tratto grottesco nella parabola di Matteo Salvini: a furia di agitare il rosario, gli è rimasto in mano solo il filo spezzato. Il suo dominio sulla Lega, un tempo incontrastato, ora somiglia a un castello di carte pronto a crollare al primo soffio di vento. E il vento ha il volto del generale Roberto Vannacci, che della fedeltà a Salvini ha fatto una variabile dipendente dai propri interessi.

L’ultimo affronto arriva dalla Toscana, dove Vannacci sconfessa la candidata leghista Elena Meini e si prende la scena: il suo Mondo al contrario è già pronto a diventare una casa politica, se necessario anche in solitaria. Un messaggio chiaro: l’era di Salvini come leader indiscusso è finita. E mentre il ministro dei Trasporti insegue treni sempre più in ritardo e si attarda in battaglie di bandiera come il Ponte sullo Stretto, i suoi generali iniziano a disertare.

Salvini ha costruito il suo potere sulla propaganda, ma ora la realtà presenta il conto. Le urne non premiano, gli alleati ridono sotto i baffi e i colonnelli della Lega fiutano il cambio di stagione. Vannacci non è un incidente di percorso: è il segnale di un declino. E questa volta non basteranno selfie e felpe per rimettere insieme i cocci.

Buon lunedì.

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Il voto tedesco che spacca il centrodestra italiano

Le elezioni in Germania hanno ridisegnato gli equilibri politici interni, confermando il declino della Spd e l’avanzata dell’estrema destra di Afd. Il risultato più concreto, però, non sta a Berlino, ma a Roma. Perché il voto tedesco ha riacceso le fratture nel centrodestra italiano, mettendo in difficoltà Giorgia Meloni, costretta a barcamenarsi tra le spinte di Salvini e le resistenze di Forza Italia.

La Germania virata a destra e il collasso della Spd

I numeri sono impietosi per i socialdemocratici tedeschi: con il 16,5% dei consensi, Olaf Scholz registra la peggior sconfitta nella storia della Spd. Eppure, per il paradosso della politica, i socialdemocratici finiranno comunque al governo, unendosi alla Cdu di Friedrich Merz in una riedizione della Grande coalizione. Il vincitore, infatti, è Merz, che con il suo 28,5% ha strappato la cancelleria ai socialdemocratici senza, però, il margine necessario per governare in solitaria.

Il vero terremoto è l’avanzata dell’Afd, che ha toccato il 20,7%. Un dato storico, che fa volare l’estrema destra come secondo partito del paese, ma senza possibilità di entrare nell’esecutivo. Nonostante il consenso in crescita, nessun partito è disposto ad allearsi con il partito di Alice Weidel. Una dinamica che ha riaperto anche in Italia il dibattito sulla legittimità di una destra radicale di governo.

Le elezioni hanno segnato anche una sorpresa: la crescita della Linke, che ha ottenuto l’8,5% dei voti, grazie al traino della giovane leader Heidi Reichinnek. La sua ascesa è stata favorita dall’assenza di una vera alternativa a sinistra e dalla perdita di consensi della Spd tra gli elettori più giovani. Al contrario, il partito di Sahra Wagenknecht, nato da una scissione, ha mancato l’ingresso nel Bundestag per un soffio, fermandosi al 4,9%.

Anche il Partito Liberale (Fdp) ha subito una sconfitta pesante, rimanendo fuori dal Bundestag per la seconda volta dal 1949 con appena il 4,5% dei voti. Una disfatta che ha costretto il leader Christian Lindner ad annunciare il ritiro dalla politica.

Salvini tifa Afd, Tajani lo ferma

Matteo Salvini ha colto subito la palla al balzo. Il leader della Lega non ha mai nascosto la sua simpatia per l’estrema destra tedesca e non ha perso occasione per definire il risultato dell’Afd come “una grande notizia per la Germania e per l’Europa”. Parole che non sono passate inosservate nel governo italiano, dove Forza Italia ha immediatamente frenato l’entusiasmo leghista. Antonio Tajani, ministro degli Esteri e numero uno di FI, ha preso le distanze, ribadendo che “in Germania governeranno forze europeiste, non certo l’estrema destra”.

Il botta e risposta ha reso ancora più evidente la frattura nel centrodestra italiano: da un lato Salvini che strizza l’occhio all’estrema destra, dall’altro Forza Italia che si tiene ancorata al Partito popolare europeo. Nel mezzo, Giorgia Meloni, che si trova ancora una volta a dover mediare tra gli alleati senza sbilanciarsi.

Meloni e il rischio dell’isolamento

La presidente del Consiglio si trova in una posizione scomoda. Il successo della Cdu in Germania, un partito con cui Fratelli d’Italia vorrebbe avere un dialogo privilegiato, rischia di complicare la sua strategia europea. Merz, il futuro cancelliere, è un europeista convinto, con una visione della politica comunitaria distante dalle posizioni sovraniste di Meloni. Allo stesso tempo, non ha mai nascosto il suo disprezzo per i partiti dell’estrema destra, tra cui rientrano anche gli alleati europei di Fratelli d’Italia.

Il nuovo governo tedesco avrà un ruolo chiave nella direzione dell’Unione europea, soprattutto in termini di politiche economiche e migratorie. Merz ha già annunciato che la Germania dovrà raggiungere una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti, una posizione che potrebbe spingere Berlino a rafforzare i legami con Parigi e Bruxelles, lasciando Roma sempre più marginalizzata. Per Meloni, che tenta di tenere il piede in due scarpe tra i popolari e i sovranisti, questa non è una buona notizia.

Se il nuovo asse Cdu-Spd deciderà di spostare il baricentro dell’Unione europea verso una maggiore integrazione, Meloni si troverà sempre più isolata in un’Europa dove la destra tradizionale non è più disposta a flirtare con i sovranisti.

E se in Italia la presidente del Consiglio è ancora leader indiscussa della coalizione, il voto tedesco ha dimostrato quanto sia fragile il suo equilibrio tra Bruxelles e Roma. Salvini spinge a destra, Tajani fa da argine, e Meloni cammina sul filo, sperando di non dover scegliere troppo presto da che parte stare.

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