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La cultura è un diritto ma la politica l’ha svenduta

Il museo non è per tutti. Questo sembra suggerire l’Italia, che riesce a trasformare in un’abitudine d’élite perfino l’accesso alla cultura. Lorenzo Ruffino ci restituisce un quadro impietoso: nel 2022 solo il 18 per cento degli italiani ha visitato almeno un museo. In Francia sono il 32 per cento, in Spagna il 39. E non si può dare la colpa alla pandemia: anche nel 2015 e nel 2006 eravamo tra gli ultimi in Europa.

Chi va nei musei in Italia Giovani e laureati. Tra i 16 e i 24 anni, il 31 per cento ha visitato almeno un museo, mentre oltre i 75 anni il dato precipita al 5 per cento. Non solo: chi ha una laurea va quattro volte di più nei musei rispetto a chi si è fermato alla terza media. Ma anche i laureati italiani sono meno assidui rispetto ai colleghi francesi e spagnoli. Da noi la distanza tra chi ha studiato e chi no è un fossato incolmabile.

Il problema non sono i musei. Il problema è chi ha raccontato la cultura come un peso, chi ha smantellato ogni incentivo all’educazione artistica, chi ha reso la fruizione culturale una questione di censo. La responsabilità è politica, di governi che hanno considerato la cultura un orpello, un vezzo per pochi, e non un diritto. E mentre altrove i musei investono in accessibilità, interattività e nuove forme di narrazione, qui si tagliano i fondi, si soffocano le iniziative, si accetta il declino come inevitabile.

Forse il problema non sono gli italiani che non vanno nei musei, ma chi li ha convinti che non ne valga la pena. Perché una cultura che non è sostenuta, non è cultura: è un bene svenduto al miglior offerente.

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Decreto Piantedosi: sette giri del mondo per sabotare i soccorsi

Quelli di Sos Méditerranée si sono messi a fare i conti. La loro nave Ocean Viking, che nel Mediterraneo salva le vite che qualcuno vorrebbe annegate senza troppo rumore, ha percorso 63.000 chilometri inutili. Chilometri figli del cosiddetto decreto Piantedosi, vergato con il solo scopo di sabotare il salvataggio in mare. In tutto, le navi delle Ong che operano nel Mediterraneo hanno dovuto percorrere 271.000 chilometri inutili. Sette volte il giro del mondo.

La direttrice generale Valeria Taurino spiega che «prima del Decreto Piantedosi, una nave come la nostra Ocean Viking era in grado di salvare in media 278 persone a missione» mentre nel 2023 «questo numero è sceso a 143 e, nel 2024, a 114» nonostante l’assetto operativo della nave non sia cambiato. In compenso si è speso un milione e trecentomila euro in più.

Poi ci sono i fermi amministrativi. «26 fermi amministrativi per le navi, per un totale di 640 giorni di stop in mare comminati, di cui 535 effettivamente scontati». Praticamente un anno e mezzo lontani dal mare, impigliati tra beghe amministrative quasi sempre smontate dai tribunali. In realtà, come spiega Taurino, «prolungare la permanenza di naufraghi a bordo di una nave è vietato espressamente dal diritto marittimo internazionale».

La Ocean Viking è stata multata per una deviazione di 15 miglia, 24,4 chilometri, percorsi per un allarme arrivato alla radio di bordo. Nel frattempo, in due anni di decreto Piantedosi, sono morte 4.225 persone. L’empietà può essere a forma di carta bollata

Buon giovedì.

In foto Ocean Viking di Daniel Leite Lacerda – http://volfegan.deviantart.com/art/Anchor-Handling-Ocean-Viking-216153190, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=26895208

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Il dossier Trenitalia fermo al palo, Salvini in ritardo pure sulle nomine

Matteo Salvini non riesce a far arrivare in orario né i treni né le nomine. Il dossier Ferrovie è l’ennesima dimostrazione di una gestione che somiglia più a un assedio che a un’amministrazione. La partita delle nomine nelle aziende partecipate si gioca sulla solita scacchiera della destra italiana: scontro di potere e ripicche.

Il ministro dei Trasporti aveva il suo piano ben delineato: Gianpiero Strisciuglio, attuale amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana (Rfi), sarebbe dovuto passare alla guida di Trenitalia, mentre Aldo Isi, oggi ad di Anas, avrebbe preso il suo posto in Rfi. Uno schema semplice, studiato a tavolino per consolidare l’influenza della Lega nel settore ferroviario. Ma c’era un ostacolo: la legge. Il decreto legislativo 112/2015, che recepisce una normativa europea, vieta il passaggio diretto tra un’azienda che gestisce l’infrastruttura (Rfi) e una che la utilizza (Trenitalia). La regola esiste per un motivo banale: evitare conflitti di interesse.

Il blitz leghista e il muro della burocrazia

Il problema è che il blitz leghista non è passato inosservato. Il ministero dell’Economia, che controlla Ferrovie dello Stato, ha bloccato tutto e chiesto il parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti. Anche i funzionari del ministero guidato dallo stesso Salvini si sono rifiutati di avallare una scelta che violerebbe la normativa. Il deputato del Partito democratico Andrea Casu ha portato la questione in Parlamento, mettendo in difficoltà il governo.

Lo stallo ha creato un fastidioso contrattempo a Salvini, che vede vacillare i suoi piani. Se la nomina di Strisciuglio salta, crolla l’intero castello: Isi resterebbe ad Anas, e Trenitalia rischierebbe di finire nelle mani di un nome più gradito a Fratelli d’Italia, come Sabrina De Filippis, attuale ad di Mercitalia Logistics. Per Salvini sarebbe una disfatta: perdere un pezzo di potere nelle partecipate significa perdere peso politico dentro la maggioranza.

A rendere la situazione ancora più ingarbugliata c’è la figura dello stesso Strisciuglio. È l’uomo che ha guidato Rfi in quello che è stato forse il periodo più disastroso per la rete ferroviaria italiana: ritardi cronici, infrastrutture in affanno, intere tratte bloccate da problemi tecnici. Eppure, secondo il ministro, sarebbe l’uomo giusto per guidare Trenitalia.

Le ripercussioni politiche e l’eterna lotta per il potere

Ma le nomine nelle aziende di Stato non sono mai semplici esercizi di strategia partitica. Hanno ricadute concrete sull’efficienza dei servizi pubblici, sulla competitività del settore e sulla percezione dell’affidabilità del governo. Un’azienda come Ferrovie dello Stato, che gestisce un’infrastruttura fondamentale per la mobilità nazionale, non può permettersi una paralisi gestionale causata dalle solite lotte intestine. Il rallentamento decisionale genera incertezza, e l’incertezza si traduce in inefficienza.

Le altre nomine

Nel frattempo, il braccio di ferro tra Salvini e Meloni si gioca anche sulle altre nomine strategiche. Il rinnovo dei vertici di Fincantieri, Snam, Invitalia e Ansaldo Energia è all’orizzonte, e ogni posizione conta. Per la Lega, mettere le mani su Trenitalia significa mantenere un piede saldo in un settore che muove miliardi di euro l’anno. Per Fratelli d’Italia, frenare Salvini su questo fronte è una questione di leadership e controllo della macchina statale.

Fratelli d’Italia osserva e attende. Nel gioco delle partecipate, ogni nomina bloccata diventa un’opportunità per piazzare una pedina più vicina alla premier. Il ministro Francesco Lollobrigida preferirebbe una soluzione diversa, e il pantano creato da Salvini potrebbe finire per favorire proprio il partito della premier. Perché se c’è una cosa che la destra italiana ha imparato è che le poltrone, come i treni, quando passano vanno prese al volo. E nel frattempo, i treni continuano ad accumulare ritardi. Così come le nomine.

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Dal ripudio al business della guerra: picconata alla trasparenza sulle armi

L’attacco finale alla legge 185 del 1990 è servito. Il governo Meloni sta portando a termine l’operazione di smantellamento di una delle poche normative italiane che imponeva limiti all’esportazione di armamenti. Il 17 febbraio la Camera voterà la modifica che renderà di fatto impossibile il controllo sulle vendite di armi verso regimi autoritari e paesi in guerra. Una vittoria per il complesso militare-industriale, una disfatta per chi crede ancora nella trasparenza e nella responsabilità politica.

Dal controllo alla deregulation: la fine della legge 185

La legge 185, nata nel 1990 grazie alla mobilitazione della società civile, ha cercato di mettere un argine al commercio indiscriminato di armi. Non un divieto assoluto, ma regole chiare: stop alle vendite verso paesi in conflitto o che violano i diritti umani, obbligo di relazioni annuali dettagliate sull’export bellico, trasparenza sulle istituzioni bancarie coinvolte. Regole che negli anni sono state aggirate in ogni modo possibile, ma che hanno comunque permesso qualche argine, come la revoca nel 2019 delle licenze di esportazione di bombe all’Arabia Saudita per il loro utilizzo nel massacro dello Yemen.

Ora il governo ha deciso che è il momento di togliere anche questi ultimi vincoli. L’operazione è iniziata con la revoca del divieto di esportazione verso Riyadh nel maggio 2023 e si è consolidata con la visita della presidente del Consiglio in Arabia Saudita a gennaio 2025, dove ha dichiarato l’intenzione di rafforzare la cooperazione strategica proprio nel settore della Difesa. Il messaggio è chiaro: l’Italia vuole ritagliarsi uno spazio di primo piano nel mercato globale delle armi.

Dietro questa manovra ci sono i colossi dell’industria bellica italiana, spalleggiati dall’Aiad, l’associazione delle aziende della difesa e dello spazio, il cui ex presidente, Guido Crosetto, oggi siede al ministero della Difesa. È la stessa Aiad che nel 2018 presentava alla Camera un rapporto in cui si esaltava il potenziale commerciale dell’Arabia Saudita, dipinta come un Paese in piena modernizzazione.

La trasparenza è un ostacolo: il business delle armi senza freni

Le modifiche alla legge 185 renderanno impossibile ricostruire i flussi di esportazione, eliminando di fatto la trasparenza sui finanziamenti delle cosiddette “banche armate”. E mentre i numeri sulle vendite di armi ai paesi extra-Nato crescono, la possibilità di un controllo parlamentare si azzera. L’obiettivo è chiaro: rimuovere ogni ostacolo per far volare le esportazioni, riducendo lo Stato a un semplice passacarte per gli interessi delle aziende del settore.

Le associazioni pacifiste e cattoliche hanno lanciato un ultimo appello alla coscienza dei parlamentari, chiedendo di fermare questa deriva. Rete Italiana Pace e Disarmo denuncia il ritorno alla logica del “se non le vendiamo noi, lo farà qualcun altro”, un alibi perfetto per chi vuole trasformare l’Italia in un hub dell’industria bellica globale. Ma il dibattito parlamentare è solo una formalità: la decisione è già presa e il futuro dell’export di armi italiane è ormai svincolato da ogni limite morale.

Mentre si celebrano messe per la pace e si ascoltano gli appelli del Papa contro la cultura della guerra, il governo italiano sta compiendo la sua scelta: allentare i freni. Con buona pace della Costituzione, della legge 185 e di chi ancora pensa che vendere strumenti di morte ai regimi non sia un orgoglio nazionale.

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Governo in retromarcia: finita la recita da trumpisti di periferia

Dietrofront, camerati. Il ministro Nordio, così sfrontato in Parlamento quando ha inveito contro la Corte penale internazionale, improvvisamente si è ammansito. Dopo la sfuriata contro le opposizioni ha indossato l’abito dello statista (ogni membro del governo ne ha uno nell’armadio, Meloni più d’uno) e ha citofonato all’Aja con le mani giunte.

I bene informati dicono che tra le proposte dell’esecutivo ci sarebbe anche “quella di rivedere il sistema di invio al ministero dei mandati di cattura internazionali” per instaurare “una sorta di comunicazione diretta in modo da eliminare il passaggio con l’ufficiale di collegamento dell’ambasciata italiana in Olanda”. Magari, si scherza, anche l’uso di Google Traduttore per comprendere le carte ricevute.

Negli uffici di via Arenula i consiglieri del ministro devono averlo convinto che trumpizzarsi contro la CPI e impugnare la clava contro il procuratore Lo Voi è un atteggiamento che accarezza gli sfinteri degli elettori ma che isola l’Italia sul piano europeo e internazionale. A meno che la presidente del Consiglio, sovranista alla bisogna, non sogni di diventare il cinquantunesimo Stato degli USA di Trump.

Dietrofront, audaci. Gli sfrontati nel giro di poche ore sono tornati a voler fare gli statisti. Hanno giocato a ribaltare l’ordine internazionale e la maestra li ha richiamati all’ordine. Fine della boria, fine della festa. Chissà come ci è rimasto il ministro Salvini in tournée con gli abiti sbagliati mentre i suoi treni continuano a non arrivare.

Buon mercoledì.

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La parità di genere è lontana, perfino nel comparto scientifico

Oggi, 11 febbraio, si celebra la Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, un’occasione per riflettere su un divario di genere che, nonostante i progressi, persiste tenace come l’edera. I numeri parlano chiaro: solo il 34% dei professionisti nei settori STEAM (Scienza, Tecnologia, Arte, Ingegneria e Matematica) in Italia sono donne. Un dato che stride con l’importanza cruciale che queste discipline rivestono nel nostro presente e futuro.

Le radici del divario: stereotipi e pregiudizi

Ma perché questa disparità? Le cause sono molteplici e affondano le radici in stereotipi di genere che iniziano a germogliare fin dalla più tenera età. Come evidenziato da Save the Children (30 gennaio 2024), bambine e bambini compiono scelte di studio ancora fortemente influenzate da convenzioni sociali e orientamenti tradizionali. Le bambine vengono spesso indirizzate verso settori di cura e servizi, mentre i bambini verso ambiti tecnici e manifatturieri.

Questi stereotipi si traducono in una minore fiducia delle ragazze nelle proprie capacità matematiche, un’autostima incrinata che le porta a “vedersi” meno dei colleghi maschi in professioni scientifiche. E anche quando ottengono ottimi risultati, solo una piccola percentuale di studentesse italiane immagina un futuro lavorativo nelle discipline STEM: precisamente il 12,5%, contro il 26% dei ragazzi.

Il PNRR e le nuove speranze

Fortunatamente, qualcosa si sta muovendo. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha individuato nel potenziamento dell’insegnamento STEM uno degli assi principali per la parità di genere, prevedendo investimenti mirati per sviluppare le competenze STEM delle studentesse e riavvicinare l’Italia alla media europea. L’obiettivo è ridurre il divario formativo e abbattere quegli ostacoli che ancora limitano l’accesso delle donne ai percorsi scientifici.

Iniziative concrete per il cambiamento

Non mancano le iniziative concrete per scardinare gli stereotipi e promuovere un accesso più equo alle discipline scientifiche. Mattel, ad esempio, ha creato una Barbie astronauta ispirata a Samantha Cristoforetti, un simbolo potente per incoraggiare le bambine a sognare in grande e a non precludersi alcuna strada. L’industria del giocattolo, spesso accusata di perpetuare ruoli di genere rigidi, inizia a comprendere il proprio impatto nella costruzione dell’immaginario collettivo.

Il ruolo delle istituzioni e della società civile

Ma la strada è ancora lunga e richiede un impegno corale. Come sottolinea la Società italiana di radiologia medica e interventistica (Sirm), è necessario promuovere l’inclusione e la parità di genere, soprattutto nelle posizioni dirigenziali, dove la presenza femminile è ancora troppo scarsa. La scienza ha bisogno di uno sguardo più variegato per rispondere alle sfide del futuro, e non può permettersi di perdere la metà del talento disponibile.

Il Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) ha lanciato la campagna social #ScegliSTEM, un appello alle studentesse a seguire le proprie passioni e inclinazioni con coraggio e determinazione. Ma non basta: servono misure strutturali, incentivi economici, mentoring e un cambiamento culturale che inizi dalle scuole e dalle famiglie.

Un futuro con più scienziate

La Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza evidenzia che il talento non ha genere e che diventa essenziale creare un ambiente in cui tutte le bambine e le ragazze possano coltivare il proprio interesse per la scienza, senza preclusioni o condizionamenti. Un futuro con più scienziate significa un sistema più equo, capace di raccogliere le sfide del progresso con maggiore competenza e visione.

Il primo passo concreto consiste nell’abbattere l’immagine tradizionale della donna relegata alla cura della casa e dei figli. La scienza ha bisogno delle donne quanto le donne hanno bisogno della scienza, e finché continueremo a trattarle come ospiti in un mondo costruito dagli uomini, si perdono il loro contributo più grande: una visione diversa del futuro.

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Vietato divulgare pensiero, arrestati due librai

Due librai arrestati. Due librai, non trafficanti, non pericolosi sovversivi. Due uomini che vendono libri e diffondono pensiero. Mahmoud e Ahmad Muna, della celebre Educational Bookshop di Gerusalemme Est, sono stati arrestati dalle forze israeliane. Il motivo? Non dichiarato, come accade spesso nei territori occupati, dove la legge diventa arbitrio e la libertà una concessione revocabile a piacere.

Non si tratta di un caso isolato. Colpire il sapere è un atto strategico. Chi controlla la narrazione, controlla la storia. E chi vende libri in Palestina non diffonde solo pagine, ma resistenza culturale. La libreria Muna è da anni un punto di riferimento per studiosi, attivisti e chiunque voglia comprendere cosa significa vivere in un territorio dove la sopravvivenza passa anche per la parola scritta. Colpire una libreria è un messaggio chiaro: si teme la verità che quei libri raccontano.
La rete delle librerie indie del Mediterraneo ha chiesto il rilascio immediato di Mahmoud e Ahmad. Un appello che dovrebbe scuotere coscienze e istituzioni, perché la libertà di leggere è il fondamento di ogni democrazia, anche quando questa democrazia si trasforma in oppressione. Bisogna chiamare le cose con il loro nome: impedire l’accesso ai libri è una forma di repressione sistematica, un attacco all’identità di un popolo. La stessa identità che qualcuno vorrebbe sovrapporre al terrorismo per avere il diritto di distruggerla.

Arrestare librai significa temere il pensiero. E temere il pensiero significa aver già perso. Ma significa anche rivelare, una volta di più, il volto di chi opprime. E il mondo dovrebbe smettere di guardare altrove.

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Ogni tribunale smentisce Piantedosi. Ma la persecuzione delle Ong continua

Ieri è successo, ancora. Ogni volta che un giudice, un qualsiasi giudice, deve decidere sulla legittimità delle sanzioni imposte alle navi che salvano le vite in mare si finisce con l’annullamento o la sospensione dei provvedimenti. Il cosiddetto decreto Cutro, che ha inventato il reato di troppo salvataggio per sabotare le Ong, è sostanzialmente illegale.

Ieri è stato annullato il fermo amministrativo della Sea-Watch 5, accusata di non aver chiesto il permesso alle autorità libiche prima di soccorrere persone in pericolo di vita nel settembre 2023, ed è stata sospesa una multa per Aurora, l’assetto veloce di Sea-Watch, che nel giugno del 2023 si rifiutò di raggiungere un porto troppo lontano scegliendo di tutelare la sicurezza delle persone soccorse.

Sea-Watch parla di “provvedimenti pretestuosi, privi di qualsiasi fondamento giuridico, pensati per scoraggiare, danneggiare e tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi della società civile”. Ci siamo abituati al gioco tetro del ministro Piantedosi di assegnare porti lontani alle navi di salvataggio per lasciare scoperto il Mediterraneo. Ci siamo abituati ai fermi e alle multe che piovono dopo ogni attracco. Ci siamo abituati alla voce dei tribunali che ripete sempre lo stesso concetto: quelle leggi sono illegali.

Un governo che si ostina a imporre leggi fuorilegge può avere solo un unico scopo, quello di puntare allo scoraggiamento come elemento deterrente per le operazioni umanitarie. Immaginate che fine farebbe un qualsiasi direttore in una qualsiasi azienda che si ostina a mettere regole irregolari.

Buon martedì.

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I Comuni contro la legge Taglia Idonei: l’Anci chiede una deroga al governo

Il governo chiude le porte in faccia a chi ha superato un concorso pubblico e lo fa con una legge che sembra più una scusa che una riforma: la “Taglia Idonei” voluta dal ministro Paolo Zangrillo, inizia a produrre i suoi effetti.  Il nome è già un programma: si mette un tetto al numero di idonei che possono essere assunti dopo i vincitori, limitandolo al 20%. Il risultato? Uffici pubblici a corto di personale e idonei costretti a guardare altrove nonostante abbiano superato tutte le prove.

Un concorso bloccato dalla burocrazia

La norma diventa ancora più assurda se applicata al concorso RIPAM Coesione Sud, che dovrebbe servire a rafforzare la macchina amministrativa del Mezzogiorno per gestire i fondi europei. Servono specialisti, servono subito, e invece si preferisce lasciare a casa chi ha già dimostrato di essere all’altezza. Gli enti locali rischiano di restare scoperti, mentre il governo continua a parlare di efficienza e semplificazione.

La questione non è passata inosservata. Il presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi, ha scritto al ministro Zangrillo per chiedere una deroga: il concorso Coesione Sud è una procedura speciale, con tempi serrati e necessità urgenti. E c’è un dettaglio che il governo sembra ignorare: secondo il Testo Unico del Pubblico Impiego (D.lgs. n. 165/2001), il limite del 20% non si applica se i posti assegnati ai singoli Comuni non superano le 20 unità. E indovinate? In questo concorso nessun Comune supera quella soglia. La norma, insomma, viene applicata dove non dovrebbe.

A sollevare il problema è anche il Comitato idonei Ripam Coesione Sud, che ha inviato una lettera alle istituzioni per denunciare le conseguenze della “Taglia Idonei”. Nel documento si sottolinea che l’esclusione di candidati già selezionati porterà a inefficienze negli enti locali, costringendoli a bandire nuovi concorsi con ulteriore spreco di risorse. Si ricorda inoltre che il mancato reclutamento potrebbe compromettere la gestione dei fondi strutturali europei e le tempistiche del PNRR, con il rischio concreto di perdere finanziamenti strategici.

La lettera del comitato ribadisce un punto chiave: mentre la pubblica amministrazione soffre di una carenza cronica di personale qualificato, si decide di tenere fuori chi ha superato le selezioni, con il paradosso di dover ricorrere a nuovi concorsi o a consulenze esterne, aumentando i costi invece di ridurli. Una decisione miope, che ignora le esigenze reali degli enti locali e dei ministeri coinvolti nella gestione dei fondi europei.

La spesa pubblica paralizzata dalla Taglia Idonei

Il problema non riguarda solo i candidati idonei esclusi, ma anche la qualità della spesa pubblica. I fondi europei destinati al Sud hanno bisogno di essere gestiti con competenza e rapidità. Ogni rallentamento amministrativo comporta ritardi nell’attuazione di progetti strategici, con ripercussioni dirette sullo sviluppo del territorio. La mancata assunzione di personale già formato rallenta le procedure, impedisce agli enti locali di essere efficienti e rischia di rendere vani gli investimenti previsti.

In un contesto in cui si chiede alle amministrazioni di essere più rapide e incisive, la scelta appare illogica. Si potrebbe pensare che l’obiettivo sia tagliare i costi, ma l’effetto è esattamente l’opposto: si dovranno spendere più risorse per indire nuovi concorsi, selezionare nuovo personale e formarlo, mentre gli idonei già pronti restano fuori. Se il governo non cambia rotta, gli effetti saranno prevedibili. Gli enti dovranno bandire nuovi concorsi, spendendo tempo e risorse inutilmente, mentre il Paese rischia di perdere fondi europei per incapacità amministrativa. La macchina dello Stato si blocca, il Sud resta indietro e a pagarne il prezzo sono i cittadini.

La domanda è semplice: si vuole davvero rafforzare la Pubblica Amministrazione o si preferisce svuotarla con regole senza logica La risposta, finora, è tutta nei numeri: 2.200 posti messi a bando, migliaia di idonei pronti e un governo che sceglie di lasciarli fuori.

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Santanchè affonda, ma finge di nuotare

Daniela Santanchè è ancora in bilico, ma ormai è solo questione di tempo. Ogni tentativo di difesa suona come un ultimo, disperato colpo di teatro. La ministra del Turismo, rinviata a giudizio per falso in bilancio e sotto il peso di un’indagine per truffa aggravata ai danni dell’Inps, resta incollata alla poltrona mentre il suo stesso partito la isola, scegliendo il silenzio alla Camera per evitare imbarazzi pubblici.

La mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni non ha i numeri per passare, ma il problema per Santanchè non è più la tenuta parlamentare: è la credibilità, ormai frantumata. Il processo Visibilia inizierà il 20 marzo, e l’udienza per la presunta truffa all’Inps seguirà a stretto giro. A questo si aggiunge l’indagine per bancarotta fraudolenta legata al suo impero aziendale. Un quadro che rende la sua permanenza al governo una lenta agonia politica.

Fratelli d’Italia la lascia sola: nessun intervento ufficiale nella discussione alla Camera, nessun gesto di solidarietà pubblico. Giorgia Meloni mantiene il distacco, lasciando che il destino della ministra si consumi da solo. Il centrodestra temporeggia, ma la strategia del silenzio ha un limite: Santanchè non può sopravvivere all’erosione continua della sua posizione.

La politica, a volte, segue la semplice regola della gravità: quando il peso delle accuse è troppo grande, la caduta diventa inevitabile. La ministra ostenta sicurezza, sorride ai microfoni, prova a rilanciare il suo ruolo elogiando i numeri del turismo. Ma la sua parabola è segnata, e il silenzio della sua stessa maggioranza suona come il rintocco funebre di una carriera che si avvia verso il tramonto.

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