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Centri rimpatri in Albania, il governo non si arrende: nuovo decreto per rimediare al fallimento

I centri per le persone migranti in Albania avrebbero dovuto essere il fiore all’occhiello della propaganda di Giorgia Meloni. Un deterrente, dicevano. Un modello per l’Europa, ripetevano. Ma oggi, a quasi cinque mesi dalla loro inaugurazione, sono lo specchio di una strategia fallimentare. Le persone trattenute vengono rimandate in Italia nel giro di pochi giorni, i giudici continuano a bocciare le procedure in attesa della pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Eppure, il governo non sembra intenzionato a prendere atto del fallimento. Al contrario, si prepara a rilanciare con un nuovo decreto che punta a trasformare i centri di Shengjin e Gjader in CPR – Centri di permanenza per i rimpatri – aggirando così i vincoli giudiziari e la necessità di convalida da parte della magistratura italiana.

Un cambio di strategia per aggirare i giudici

Il piano è chiaro: se il problema è la magistratura che non convalida i trattenimenti, la soluzione è eliminare la magistratura dall’equazione. Il governo Meloni starebbe valutando un decreto legge che toglierebbe ai giudici italiani la competenza sui centri albanesi, affidandola direttamente a Tirana. Una mossa che, oltre a essere un’ennesima forzatura giuridica, solleva interrogativi sulle garanzie dei diritti fondamentali delle persone migranti trattenute.

L’idea di trasformare i centri in CPR nasce proprio dalla necessità di evitare che le sezioni immigrazione dei tribunali italiani continuino a bocciare i fermi, come è successo finora. Nei CPR, infatti, le persone trattenute non necessitano della stessa convalida giudiziaria prevista per i centri di prima accoglienza. Il governo pensa così di bypassare i tribunali italiani.

La battaglia politica e il ruolo dell’Unione europea

L’opposizione parla di follia istituzionale e denuncia il continuo spreco di risorse pubbliche per un progetto che si è dimostrato inefficace fin dal primo giorno. Non è un caso che persino all’interno della maggioranza ci siano dubbi sulla percorribilità giuridica dell’operazione. L’accordo con Tirana, ratificato sia dal Parlamento italiano che da quello albanese, non prevede attualmente che persone già presenti sul territorio italiano possano essere trasferite nei centri di detenzione in Albania per essere rimpatriate.

A questo si aggiunge il nodo europeo: il 25 febbraio la Corte di giustizia dell’Unione europea esprimerà un parere sulle attuali modalità di trattenimento nei centri. Un’eventuale bocciatura potrebbe rendere inutile qualsiasi decreto, sancendo l’incompatibilità del piano albanese con il diritto comunitario. Per questo il governo vuole giocare d’anticipo, cercando di modificare la legislazione prima che l’Europa si pronunci.

CPR in Albania: un’operazione insostenibile

Anche sul piano logistico, trasformare i centri in CPR non è affatto semplice. I CPR in Italia sono già oggetto di innumerevoli denunce per le condizioni di trattenimento disumane e per l’altissimo tasso di inefficacia: nel 2023, meno del 10% delle persone trattenute nei CPR italiani è stato effettivamente rimpatriato. Pensare di esportare un modello che non funziona neppure sul territorio nazionale appare come l’ennesima operazione propagandistica, più che una soluzione concreta.

Intanto, mentre il governo continua a cercare scorciatoie, le persone migranti continuano a essere usate come pedine di un gioco politico che si ripete. I CPR albanesi, se mai verranno istituiti, non risolveranno il problema delle espulsioni, né fermeranno gli arrivi. Serviranno solo a nascondere (e prolungare) un fallimento che il governo Meloni si ostina a non voler riconoscere.

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Se chiama il ministro, il bonifico è servito: truffati, ma servili

Alcuni tra i migliori imprenditori del Paese sono cascati come polli in una truffa architettata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Per farla breve, un presunto collaboratore del ministro della Difesa Guido Crosetto avrebbe telefonato a Giorgio Armani, Marco Tronchetti Provera, Patrizio Bertelli, alle famiglie Caltagirone e Del Vecchio tra martedì e giovedì della scorsa settimana, chiedendo un bonifico urgente per liberare alcuni «giornalisti italiani rapiti in Medio Oriente». La voce del ministro sarebbe stata clonata o perfettamente imitata, risultando oltremodo verosimile. Almeno in due hanno pagato. Il bonifico è andato a buon fine.

C’è quindi un milione di euro che giace su conti esteri, che gli investigatori stanno cercando di congelare prima che finisca nelle mani dei malfattori. Il ministro in persona ha denunciato l’episodio. La Procura si muove.

Tacito accennava alla “cupiditas serviendi”, ovvero l’eterna “cupidigia del servire di cui l’essere umano è affetto”. Uno dei nodi di questa antipatica situazione risiede infatti nella celere disponibilità di un pezzo dell’imprenditoria italiana ad allargare i cordoni della borsa, mettendosi in allerta alla prima (finta) telefonata di un uomo di potere. Mi pare che in pochi stiano riflettendo sulla disponibilità a bonificare il potente di turno in nome di una non meglio precisata ragion di Stato, che prevederebbe pagamenti sommersi e immediati.

C’è un tema di promiscuità con il potere, oltre alla superficialità, che dovrebbe interrogare più della stessa truffa. Non sta accadendo.

Buon lunedì.

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Le bugie, in ordine, sul caso Almasri

Un governo che mente è pericoloso. Il caso Almasri lo dimostra. Il comandante libico, ricercato dalla CPI per crimini contro l’umanità, è stato fermato e poi scarcerato in pochi giorni. Nordio, Piantedosi e Meloni hanno manipolato i fatti e le versioni, costruendo un castello di bugie per giustificare l’ingiustificabile.

Nordio ha dichiarato di non essere un “passacarte” della CPI, ma la legge lo smentisce: il ministro della Giustizia deve eseguire i mandati d’arresto. Ha poi insinuato dubbi sulla validità del mandato della CPI, sostenendo che fosse viziato da errori. In realtà, l’unico errore era un refuso tipografico corretto pochi giorni dopo. Il resto è stato una strategia per prendere tempo e non eseguire l’arresto.

Meloni ha affermato che la richiesta della CPI non era mai stata trasmessa al ministero della Giustizia. Falso: l’ambasciatore italiano all’Aja aveva già inviato la comunicazione il 18 gennaio, e Nordio era stato ufficialmente informato il 20. Eppure, nessuna azione è stata intrapresa per fermare Almasri.

Piantedosi, poi, ha giustificato l’espulsione del comandante libico con la sua pericolosità. Ma se era davvero un pericolo per la sicurezza pubblica, andava arrestato e consegnato alla CPI, non rispedito in Libia come se nulla fosse. L’obiettivo era evitare il problema, coprire le responsabilità e chiudere il caso in fretta.

Risultato: l’Italia ha tradito la giustizia internazionale, ignorato gli obblighi legali e piegato il diritto alla convenienza politica. Un crimine senza attenuanti, un precedente grave per un governo che gioca con la legge come se fosse un’opzione.

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Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l’indifferenza dell’Ue – Lettera43

A fine dicembre, al confine tra Bulgaria e Turchia, la polizia di frontiera ha negato i soccorsi a tre ragazzi egiziani e ha impedito l’intervento dei volontari, a loro volta sistematicamente criminalizzati. Non sono casi isolati ma il risultato di una strategia di dissuasione. Il messaggio è chiaro: chi fugge non merita di sopravvivere.

Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l’indifferenza dell’Ue

Le porte dell’Europa non sono chiuse, sono congelate. Il report “Frozen Lives: An Investigation into how Bulgarian authorities put the lives of people on the move at risk of death“, pubblicato da No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche, documenta con dati e testimonianze la morte per ipotermia di tre minorenni egiziani tra il 27 e il 29 dicembre 2024, al confine tra Bulgaria e Turchia.

Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo RotteBalcaniche.
La copertina del report Fronze Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

Tre minorenni egiziani morti per ipotermia nelle foreste: così la polizia bulgara ha impedito i soccorsi 

Il 27 dicembre, le temperature nella foresta vicino a Burgas sono scese sotto lo zero. Alle 1.35 del mattino, un gruppo di soccorritori ha ricevuto una segnalazione: tre minorenni erano bloccati nel gelo. I volontari hanno chiamato il numero di emergenza 112 e trasmesso le coordinate esatte. La polizia di frontiera bulgara ha impedito loro di intervenire. Alle 2.02, gli agenti hanno fermato la prima squadra di soccorso, costringendola a tornare indietro. Alle 3.04, i volontari hanno provato di nuovo, ma sono stati fermati una seconda volta. Alle 5.12, una nuova segnalazione ha localizzato un altro ragazzo in pericolo. Anche questa volta, la polizia ha impedito il soccorso. Quando il primo cadavere è stato trovato il giorno dopo, le impronte nella neve confermavano che gli agenti erano già stati sul posto. Il ragazzo di 17 anni giaceva assiderato, con i segni evidenti di un’agonia prolungata.

Lo scorso 27 dicembre, al confine tra Bulgaria e Turchia, la polizia di frontiera non solo ha negato i soccorsi a tre ragazzi egiziani, ma ha impedito l'intervento dei volontari. Non parliamo di casi isolati ma del risultato di una strategia sistematica di dissuasione. Le porte dell’Europa sono presidiate dal gelo e dal menefreghismo. E il messaggio è chiaro: chi fugge non merita di sopravvivere.
Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

Il secondo corpo è stato trovato nel pomeriggio del 28 dicembre. I soccorritori hanno contattato nuovamente il 112 e atteso la polizia. Gli agenti hanno ordinato ai volontari di spostare il corpo con le proprie mani e di caricarlo sul loro veicolo.

i tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

Lo stesso schema si è ripetuto il 29 dicembre, quando è stato ritrovato il terzo cadavere, parzialmente divorato dagli animali. Le registrazioni audio e video dei soccorritori testimoniano che, nonostante le ripetute richieste di intervento, nessuna ambulanza è mai stata inviata. Oltre all’omissione di soccorso, il report documenta il trattamento riservato ai volontari. Un testimone racconta di essere stato obbligato a camminare per 10 chilometri sotto la sorveglianza della polizia, mentre altri sono stati trattenuti illegalmente per ore. Una volontaria è stata perquisita e costretta a spogliarsi davanti agli agenti. I loro documenti sono stati sequestrati, e alcuni sono stati interrogati senza assistenza legale.

Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

L’Ue, che dovrebbe garantire la protezione dei diritti umani, si volta dall’altra parte

Secondo il report, queste morti non sono episodi isolati, ma il risultato di una strategia sistematica di dissuasione. Le persone migranti vengono respinte con violenza o lasciate morire nelle foreste di confine. L’Unione europea, che dovrebbe garantire la protezione dei diritti umani, continua a finanziare e supportare queste pratiche. La Bulgaria ha impedito tre operazioni di salvataggio in meno di 48 ore, senza conseguenze. Il rapporto riporta ulteriori dati sul comportamento delle autorità. Tra dicembre 2023 e dicembre 2024, almeno 28 persone sono morte di ipotermia nella regione di confine tra Bulgaria e la Turchia. Secondo No Name Kitchen, il numero potrebbe essere molto più alto, poiché molti corpi non vengono mai recuperati. I dati raccolti dimostrano che il 75 per cento delle richieste di emergenza inoltrate dalle persone migranti non riceve risposta. Inoltre, il 60 per cento delle squadre di soccorso che tentano di operare in zona riferisce di essere stata bloccata dalle forze di polizia.

Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
La frontiera tra Bulgaria e Turchia (Getty Images).

La sistematica criminalizzazione dei volontari

Testimonianze dirette confermano la brutalità degli interventi. Un attivista, trattenuto in una stazione di polizia per 24 ore senza spiegazioni, racconta di essere stato minacciato verbalmente e di aver subito il sequestro del cellulare. Un altro volontario riferisce di aver visto un ufficiale della polizia bulgara ridere mentre ordinava di trascinare un cadavere congelato lontano dal sentiero principale. Altri testimoni descrivono la sistematica criminalizzazione dei volontari. Squadre di soccorso sono state minacciate, detenute e i loro veicoli danneggiati per impedire interventi futuri. In un caso documentato, una squadra ha trovato il proprio veicolo vandalizzato, con vetri rotti e motore danneggiato, dopo aver tentato di recuperare un corpo. Il report evidenzia anche la mancanza di risposte istituzionali a queste pratiche. Il Parlamento europeo è stato più volte sollecitato a intervenire, ma le misure adottate finora si sono rivelate inefficaci. Gli attivisti denunciano che i finanziamenti europei destinati al controllo delle frontiere bulgare vengono utilizzati per operazioni che violano sistematicamente i diritti umani. Dati raccolti tra il 2020 e il 2024 indicano che almeno 300 persone migranti sono morte ai confini orientali dell’Europa, molte delle quali per ipotermia o abbandono in aree remote. Il 90 per cento delle denunce di violenza da parte delle autorità di frontiera non ha portato a indagini ufficiali.

Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
La mappa dei soccorsi e del ritrovamento dei corpi (dal report Frozen Lives).

Il messaggio è chiaro: chi fugge non merita di sopravvivere

Le testimonianze dimostrano che le autorità hanno deliberatamente negato assistenza a tre adolescenti in ipotermia, ostacolando chi cercava di salvarli. I dati raccolti confermano che i soccorsi sarebbero potuti arrivare in tempo. La decisione di non intervenire ha condannato a morte tre persone. Le porte dell’Europa non sono solo chiuse: sono presidiate dal gelo e dall’indifferenza. E il messaggio è chiaro: chi fugge non merita di sopravvivere.

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Pfas, la denuncia di Greenpeace: acqua potabile contaminata in tutta Italia

L’acqua del rubinetto, in Italia, è un’illusione di sicurezza. Greenpeace ha messo in fila i dati, quelli che le istituzioni non pubblicano, e ha tracciato una mappa dell’inquinamento da Pfas, le cosiddette “sostanze eterne” che nessun sistema di depurazione riesce a eliminare. I risultati sono inquietanti: il 79% dei campioni di acqua potabile analizzati contiene almeno una di queste sostanze. La contaminazione è ovunque, senza distinzioni geografiche.

Pfas, un inquinamento diffuso e fuori controllo

Tra settembre e ottobre 2024 Greenpeace ha raccolto 260 campioni di acqua potabile da fontane pubbliche in 235 comuni italiani. L’analisi, condotta in un laboratorio indipendente, ha individuato Pfas nella maggior parte dei campioni. In 206 casi su 260, pari al 79%, è stata riscontrata almeno una delle 58 sostanze analizzate. In alcune regioni la situazione è drammatica: in Veneto, Liguria, Trentino-Alto Adige, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana la contaminazione è endemica. Milano è la città più colpita, con concentrazioni elevate riscontrate in diverse zone: via Padova (58,6 ng/L), via delle Forze Armate e Villa Litta. Ad Arezzo si registra il valore più alto di somma di Pfas, seguito da Perugia, Arzignano, Ferrara e Reggio Emilia.

I Pfas sono interferenti endocrini e possono causare danni al fegato, al sistema immunitario e all’apparato riproduttivo. Il Pfos, il più diffuso in Italia, è stato trovato nel 47% dei campioni analizzati. Questo composto, classificato come cancerogeno dall’Organizzazione mondiale della sanità, è presente in concentrazioni elevate a Bussoleno (28,1 ng/L), Rapallo, Tortona e Torino. Il Pfos, un altro possibile cancerogeno, è stato rilevato nel 22% dei campioni, con valori particolarmente alti a Milano, Bussoleno e Ancona. Il Tfa, sostanza ultracorta e difficilmente eliminabile dai sistemi di potabilizzazione, è stato trovato nel 40% dei campioni analizzati, con punte allarmanti a Castellazzo Bormida (539,4 ng/L) e Ferrara (375,5 ng/L).

Nonostante le evidenze scientifiche e i rischi per la salute, l’Italia non ha mai adottato misure stringenti per limitare l’uso e la dispersione di queste sostanze. La direttiva europea 2020/2184, che entrerà in vigore nel 2026, prevede un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 24 Pfas, un valore ritenuto insufficiente da numerosi esperti. Il 41% dei campioni analizzati da Greenpeace supera i limiti vigenti in Danimarca e il 22% quelli degli Stati Uniti, segno di una regolamentazione inadeguata a proteggere la salute pubblica.

Le responsabilità politiche e la necessità di un intervento immediato

Di fronte a questi numeri emerge con chiarezza l’inerzia della politica italiana, che negli anni ha evitato di affrontare il problema e ha lasciato ai cittadini il compito di difendersi da soli. Nessun governo ha promosso un divieto europeo sui Pfas e nessuno ha fissato limiti severi alla loro presenza nelle acque potabili. Le aziende che continuano a produrre e utilizzare queste sostanze sanno di poter contare su un atteggiamento permissivo, quando non apertamente complice. E mentre altrove si investe su alternative più sicure, in Italia si continua a ignorare il problema.

Greenpeace chiede interventi immediati per fermare questa emergenza. La produzione e l’uso di tutti i Pfas devono essere vietati in Italia e le normative devono stabilire limiti più restrittivi per la loro presenza nelle acque potabili. I monitoraggi devono essere costanti e trasparenti, con una pubblicazione regolare dei dati per garantire ai cittadini il diritto a un’informazione completa. Serve inoltre un piano di riconversione industriale, per eliminare l’uso di Pfas nelle filiere produttive e investire in soluzioni più sicure. 

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Cpi, Meloni sulle orme di Trump, Orbán e Putin

L’asse dell’impunità si ricompatta contro la Corte penale internazionale (Cpi). Donald Trump minaccia sanzioni, Viktor Orbán offre protezione ai ricercati, Vladimir Putin ridicolizza la questione. E il governo italiano? Sulla scia delle polemiche scatenate dal caso Almasri, si mette in scia.

L’offensiva globale contro la Cpi

L’offensiva si scatena quando la Cpi apre la possibilità di mandati di arresto contro esponenti israeliani per i crimini commessi a Gaza. Trump reagisce subito con il consueto disprezzo per le istituzioni internazionali: “Non permetteremo che Israele venga preso di mira da un tribunale illegittimo”. Un avvertimento che arriva accompagnato dalla minaccia di sanzioni contro chiunque osi mettersi di traverso.

In Europa, Viktor Orbán si affretta a garantire protezione a Netanyahu, invitandolo a Budapest e dichiarando che in Ungheria il mandato della Cpi non avrà alcun effetto. Un modo per confermare, ancora una volta, che lo Stato di diritto nel suo Paese è solo un fastidio da aggirare. Dal Cremlino, Putin e il suo entourage liquidano la questione definendo le decisioni della Cpi “irrilevanti”. Una dichiarazione ovvia, considerando che la Corte ha già spiccato un mandato di arresto nei confronti del presidente russo per crimini di guerra.

L’Italia sceglie il campo sbagliato

Nel mezzo di questa alleanza di negazionisti del diritto, si distingue l’Italia. Giorgia Meloni, con il solito equilibrio apparente, si accoda al fronte della delegittimazione della Cpi con un gioco di parole rodato: “Non ci può essere una equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

A rafforzare la linea interviene il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che derubrica le indagini della Corte sul caso Almasri a “un’inchiesta come tante”, come se il diritto internazionale fosse un esercizio accademico. Antonio Tajani, più diretto, propone addirittura di “aprire un’inchiesta sulla Corte penale internazionale”, sposando la retorica trumpiana che mira a ribaltare l’accusa contro chi la formula.

Così, l’Italia finisce ai margini delle istituzioni europee e internazionali, accanto ai governi che la giustizia internazionale la temono, la aggirano o la combattono. Trump non ha mai nascosto il suo disprezzo per la Cpi, considerandola un intralcio alle operazioni degli Stati Uniti che non a caso non hanno aderito al trattato che l’ha costituita. Orbán la vede come un fastidio nella sua strategia di protezione degli alleati politici. Putin ha tutto l’interesse a delegittimarla, perché su di lui pende già un mandato di arresto.

Se la collocazione internazionale si misura dalla compagnia che si sceglie, il governo Meloni ha fatto una scelta rivelatrice. Si è allineato a leader che attaccano la Cpi e che considerano la giustizia un ingranaggio politico controllabile. In Europa, l’alleato più prossimo è Orbán, che fa dell’impunità un pilastro della sua politica estera. Dall’altra parte dell’Atlantico, Trump punta a smantellare qualsiasi organismo che possa limitare il suo potere. Così come la Russia che non riconosce la Corte dell’Aja.

L’Italia, che per anni si è dichiarata baluardo del diritto internazionale, oggi si accoda ai governi che lo minano. Non per convinzione, ma per opportunismo. Se la destra italiana ha deciso di schierarsi con chi delegittima la giustizia internazionale, dovrebbe almeno avere il coraggio di ammetterlo. Nel frattempo il governo Meloni si è messo dalla parte sbagliata della storia.

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Morire di carcere per 55 euro: un altro suicidio in cella

Cinquantacinque euro. Tanto valeva la rapina per cui Salvatore Rosano, 55 anni, è finito in carcere. I soldi erano stati restituiti, il danno risarcito, ma la giustizia ha continuato a presentargli il conto. Lo hanno trovato impiccato nella sua cella a Vigevano. Aveva chiesto una misura alternativa, ma gli è stata negata. Il suo è stato il nono suicidio in carcere del 2025. Ora sono già dieci. Gli ultimi tre decessi sono avvenuti lunedì e martedì scorsi a Livorno, Napoli Poggioreale e Modena, ma le cause devono ancora essere accertate. Nel 2024 erano stati 90, il dato più alto nella storia recente del sistema penitenziario. Le carceri scoppiano: 61.852 detenuti stipati in spazi per 10mila in meno, un sovraffollamento al 132%.

A San Vittore si arriva al 218%. Non sono numeri, sono vite. Continuano ad aumentare le aggressioni (668 nel 2024, cinquanta in più dell’anno precedente) e gli atti di autolesionismo (12.896, ovvero 514 in più). Cresciute anche le manifestazioni di protesta collettiva, come scioperi della fame o della sete, rifiuti di vitto o terapie, astensione dalle attività, percussioni rumorose di cancelli e inferriate. Eppure la politica risponde con un piano per 7mila nuovi posti, come se il problema fosse lo spazio e non la dignità.

Si muore di carcere in Italia. Non solo per la pena, ma per l’assenza di prospettive, per la solitudine, per l’abbandono. Un terzo delle persone detenute è in attesa di giudizio. Tra loro c’era anche Salvatore. Il carcere lo ha condannato prima della giustizia. Cinquantacinque euro, una vita. Nessuno si chiede più se sia giustizia.

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A braccetto con i Trump e gli Orbán

Beati coloro che si sono bevuti la storiella di Giorgia Meloni allineata – perfino autorevole – alla comunità internazionale. Beati quelli che, convinti, scrivevano che Meloni era “l’ago dell’Euro”, l’amica di von der Leyen, la più atlantista degli atlantisti perché a parole difendeva l’Ucraina. Beati anche quelli che, da due anni, cercano di convincerci che Meloni è diversa. “Non è Orbán, non è Trump”, dicono. I beati ieri hanno dovuto annotare che la presidente del Consiglio italiana ha scelto Trump, contraddicendo l’Unione europea, l’Onu e il diritto internazionale. Questa volta, però, non l’ha fatto per calcolo politico. Meloni, che deraglia dalle leggi internazionali e dall’Unione europea, da cui ha preteso una vicepresidenza, semplicemente segue la sua irrinunciabile natura. Non è niente di nuovo.

La natura della presidente del Consiglio è sempre quella, immutata. Non è un caso che molte delle sue affermazioni da inquilina di Palazzo Chigi siano smentite da video d’archivio di suoi interventi. La leader di Fratelli d’Italia ha capito che non c’è niente di meglio che simulare mansuetudine per pescare allocchi. Meloni, come il suo partito, sogna l’egoismo di Stato, l’amichettismo come linea d’azione, la vendetta come timone d’azione. Meloni – come Trump e come Orbán – ritiene la democrazia e il multilateralismo dei fastidiosi impicci, addirittura oppositori politici. Sogna il comando senza interferenze, a braccetto con i Trump e gli Orbán.

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Intanto l’Italia cola a picco

Mentre il governo si contorce tra le polemiche per il caso Almasri e per gli attivisti spiati dai servizi, l’Italia affonda. Non per modo di dire, ma con i numeri alla mano: l’Ufficio parlamentare di bilancio ha smentito le previsioni trionfali di Giorgetti, confermando che la crescita economica rimarrà sotto l’1% almeno fino al 2026. Dopo il +0,7% del 2024, si prevede un misero +0,8% nel 2025 e un +0,9% nel 2026, ben al di sotto delle stime del governo. Il divario tra le promesse e la realtà si amplia di quattro decimi rispetto alle previsioni del Piano strutturale di bilancio. Un’economia stagnante, intrappolata tra promesse elettorali irrealizzabili e una realtà che presenta il conto. E il peggio deve ancora arrivare: senza il traino del Pnrr, dopo il 2026 l’Italia rischia di ritrovarsi senza alcun paracadute.

Il dibattito pubblico è altrove. Si litiga sui voli di Stato, sulle faide interne ai partiti e su un’operazione di intelligence pasticciata che ha rispedito in Libia un trafficante di esseri umani accolto come un eroe. Ma c’è anche un Paese che si sta lentamente spegnendo, mentre il governo continua a insistere su previsioni di crescita ottimistiche che vengono puntualmente smentite. La guerra commerciale annunciata da Trump potrebbe peggiorare ulteriormente il quadro, con dazi che penalizzerebbero le esportazioni italiane, mentre il costo del gas, già elevato, potrebbe aggravarsi con l’inasprirsi delle tensioni geopolitiche. I

Si può ignorare la matematica per un po’, si possono raccontare favole di ripresa e resilienza. Ma alla fine i numeri tornano sempre.

Buon venerdì. 

In foto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti

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Meno libri, più propaganda: ecco l’Italia dei creduloni

In Italia si legge poco. Pochissimo. Il 65 per cento della popolazione sopra i 16 anni non ha aperto un libro nell’ultimo anno, secondo i dati Eurostat analizzati da Lorenzo Ruffino. La media europea Il 47 per cento. Significa che mentre altrove il libro rimane un’abitudine, da noi è un’eccezione. Peggio di noi, in Europa, solo Romania, Turchia, Cipro e Serbia.

Leggere poco non è un peccato veniale. È una condanna. A cosa Alla mediocrità politica, al dibattito pubblico ridotto a risse televisive in cui il tono della voce sostituisce la sostanza, alla classe dirigente che non sa articolare un pensiero complesso ma sa imitare il verso del cane davanti alle telecamere. A una parlamentare che va in televisione facendo il verso del cane. 

Non stupisce, allora, che il titolo di studio sia il principale discrimine: il 66 per cento delle persone laureate in Italia legge almeno un libro all’anno, contro il 40 per cento dei diplomati e il 19 per cento di chi ha solo la terza media. Numeri drammatici, se confrontati con la media europea: 77 per cento per i laureati, 50 per cento per i diplomati e 32 per cento per chi ha la licenza media.

Chi legge, pensa. Chi pensa, riconosce la propaganda, smaschera le bugie, esercita il dubbio. Non è un caso che in un Paese che legge poco si tenda a credere a tutto. O a chi urla di più.

In Svizzera il 19 per cento della popolazione non legge libri. In Francia il 28 per cento. In Spagna il 46 per cento. In Italia il 65 per cento. Qui non è una questione di svago o di preferenze: è un dato politico. È un problema di libertà. E la libertà ha a che fare anche con la conoscenza. 

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