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Vietato divulgare pensiero, arrestati due librai

Due librai arrestati. Due librai, non trafficanti, non pericolosi sovversivi. Due uomini che vendono libri e diffondono pensiero. Mahmoud e Ahmad Muna, della celebre Educational Bookshop di Gerusalemme Est, sono stati arrestati dalle forze israeliane. Il motivo? Non dichiarato, come accade spesso nei territori occupati, dove la legge diventa arbitrio e la libertà una concessione revocabile a piacere.

Non si tratta di un caso isolato. Colpire il sapere è un atto strategico. Chi controlla la narrazione, controlla la storia. E chi vende libri in Palestina non diffonde solo pagine, ma resistenza culturale. La libreria Muna è da anni un punto di riferimento per studiosi, attivisti e chiunque voglia comprendere cosa significa vivere in un territorio dove la sopravvivenza passa anche per la parola scritta. Colpire una libreria è un messaggio chiaro: si teme la verità che quei libri raccontano.
La rete delle librerie indie del Mediterraneo ha chiesto il rilascio immediato di Mahmoud e Ahmad. Un appello che dovrebbe scuotere coscienze e istituzioni, perché la libertà di leggere è il fondamento di ogni democrazia, anche quando questa democrazia si trasforma in oppressione. Bisogna chiamare le cose con il loro nome: impedire l’accesso ai libri è una forma di repressione sistematica, un attacco all’identità di un popolo. La stessa identità che qualcuno vorrebbe sovrapporre al terrorismo per avere il diritto di distruggerla.

Arrestare librai significa temere il pensiero. E temere il pensiero significa aver già perso. Ma significa anche rivelare, una volta di più, il volto di chi opprime. E il mondo dovrebbe smettere di guardare altrove.

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Ogni tribunale smentisce Piantedosi. Ma la persecuzione delle Ong continua

Ieri è successo, ancora. Ogni volta che un giudice, un qualsiasi giudice, deve decidere sulla legittimità delle sanzioni imposte alle navi che salvano le vite in mare si finisce con l’annullamento o la sospensione dei provvedimenti. Il cosiddetto decreto Cutro, che ha inventato il reato di troppo salvataggio per sabotare le Ong, è sostanzialmente illegale.

Ieri è stato annullato il fermo amministrativo della Sea-Watch 5, accusata di non aver chiesto il permesso alle autorità libiche prima di soccorrere persone in pericolo di vita nel settembre 2023, ed è stata sospesa una multa per Aurora, l’assetto veloce di Sea-Watch, che nel giugno del 2023 si rifiutò di raggiungere un porto troppo lontano scegliendo di tutelare la sicurezza delle persone soccorse.

Sea-Watch parla di “provvedimenti pretestuosi, privi di qualsiasi fondamento giuridico, pensati per scoraggiare, danneggiare e tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi della società civile”. Ci siamo abituati al gioco tetro del ministro Piantedosi di assegnare porti lontani alle navi di salvataggio per lasciare scoperto il Mediterraneo. Ci siamo abituati ai fermi e alle multe che piovono dopo ogni attracco. Ci siamo abituati alla voce dei tribunali che ripete sempre lo stesso concetto: quelle leggi sono illegali.

Un governo che si ostina a imporre leggi fuorilegge può avere solo un unico scopo, quello di puntare allo scoraggiamento come elemento deterrente per le operazioni umanitarie. Immaginate che fine farebbe un qualsiasi direttore in una qualsiasi azienda che si ostina a mettere regole irregolari.

Buon martedì.

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I Comuni contro la legge Taglia Idonei: l’Anci chiede una deroga al governo

Il governo chiude le porte in faccia a chi ha superato un concorso pubblico e lo fa con una legge che sembra più una scusa che una riforma: la “Taglia Idonei” voluta dal ministro Paolo Zangrillo, inizia a produrre i suoi effetti.  Il nome è già un programma: si mette un tetto al numero di idonei che possono essere assunti dopo i vincitori, limitandolo al 20%. Il risultato? Uffici pubblici a corto di personale e idonei costretti a guardare altrove nonostante abbiano superato tutte le prove.

Un concorso bloccato dalla burocrazia

La norma diventa ancora più assurda se applicata al concorso RIPAM Coesione Sud, che dovrebbe servire a rafforzare la macchina amministrativa del Mezzogiorno per gestire i fondi europei. Servono specialisti, servono subito, e invece si preferisce lasciare a casa chi ha già dimostrato di essere all’altezza. Gli enti locali rischiano di restare scoperti, mentre il governo continua a parlare di efficienza e semplificazione.

La questione non è passata inosservata. Il presidente dell’Anci, Gaetano Manfredi, ha scritto al ministro Zangrillo per chiedere una deroga: il concorso Coesione Sud è una procedura speciale, con tempi serrati e necessità urgenti. E c’è un dettaglio che il governo sembra ignorare: secondo il Testo Unico del Pubblico Impiego (D.lgs. n. 165/2001), il limite del 20% non si applica se i posti assegnati ai singoli Comuni non superano le 20 unità. E indovinate? In questo concorso nessun Comune supera quella soglia. La norma, insomma, viene applicata dove non dovrebbe.

A sollevare il problema è anche il Comitato idonei Ripam Coesione Sud, che ha inviato una lettera alle istituzioni per denunciare le conseguenze della “Taglia Idonei”. Nel documento si sottolinea che l’esclusione di candidati già selezionati porterà a inefficienze negli enti locali, costringendoli a bandire nuovi concorsi con ulteriore spreco di risorse. Si ricorda inoltre che il mancato reclutamento potrebbe compromettere la gestione dei fondi strutturali europei e le tempistiche del PNRR, con il rischio concreto di perdere finanziamenti strategici.

La lettera del comitato ribadisce un punto chiave: mentre la pubblica amministrazione soffre di una carenza cronica di personale qualificato, si decide di tenere fuori chi ha superato le selezioni, con il paradosso di dover ricorrere a nuovi concorsi o a consulenze esterne, aumentando i costi invece di ridurli. Una decisione miope, che ignora le esigenze reali degli enti locali e dei ministeri coinvolti nella gestione dei fondi europei.

La spesa pubblica paralizzata dalla Taglia Idonei

Il problema non riguarda solo i candidati idonei esclusi, ma anche la qualità della spesa pubblica. I fondi europei destinati al Sud hanno bisogno di essere gestiti con competenza e rapidità. Ogni rallentamento amministrativo comporta ritardi nell’attuazione di progetti strategici, con ripercussioni dirette sullo sviluppo del territorio. La mancata assunzione di personale già formato rallenta le procedure, impedisce agli enti locali di essere efficienti e rischia di rendere vani gli investimenti previsti.

In un contesto in cui si chiede alle amministrazioni di essere più rapide e incisive, la scelta appare illogica. Si potrebbe pensare che l’obiettivo sia tagliare i costi, ma l’effetto è esattamente l’opposto: si dovranno spendere più risorse per indire nuovi concorsi, selezionare nuovo personale e formarlo, mentre gli idonei già pronti restano fuori. Se il governo non cambia rotta, gli effetti saranno prevedibili. Gli enti dovranno bandire nuovi concorsi, spendendo tempo e risorse inutilmente, mentre il Paese rischia di perdere fondi europei per incapacità amministrativa. La macchina dello Stato si blocca, il Sud resta indietro e a pagarne il prezzo sono i cittadini.

La domanda è semplice: si vuole davvero rafforzare la Pubblica Amministrazione o si preferisce svuotarla con regole senza logica La risposta, finora, è tutta nei numeri: 2.200 posti messi a bando, migliaia di idonei pronti e un governo che sceglie di lasciarli fuori.

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Santanchè affonda, ma finge di nuotare

Daniela Santanchè è ancora in bilico, ma ormai è solo questione di tempo. Ogni tentativo di difesa suona come un ultimo, disperato colpo di teatro. La ministra del Turismo, rinviata a giudizio per falso in bilancio e sotto il peso di un’indagine per truffa aggravata ai danni dell’Inps, resta incollata alla poltrona mentre il suo stesso partito la isola, scegliendo il silenzio alla Camera per evitare imbarazzi pubblici.

La mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni non ha i numeri per passare, ma il problema per Santanchè non è più la tenuta parlamentare: è la credibilità, ormai frantumata. Il processo Visibilia inizierà il 20 marzo, e l’udienza per la presunta truffa all’Inps seguirà a stretto giro. A questo si aggiunge l’indagine per bancarotta fraudolenta legata al suo impero aziendale. Un quadro che rende la sua permanenza al governo una lenta agonia politica.

Fratelli d’Italia la lascia sola: nessun intervento ufficiale nella discussione alla Camera, nessun gesto di solidarietà pubblico. Giorgia Meloni mantiene il distacco, lasciando che il destino della ministra si consumi da solo. Il centrodestra temporeggia, ma la strategia del silenzio ha un limite: Santanchè non può sopravvivere all’erosione continua della sua posizione.

La politica, a volte, segue la semplice regola della gravità: quando il peso delle accuse è troppo grande, la caduta diventa inevitabile. La ministra ostenta sicurezza, sorride ai microfoni, prova a rilanciare il suo ruolo elogiando i numeri del turismo. Ma la sua parabola è segnata, e il silenzio della sua stessa maggioranza suona come il rintocco funebre di una carriera che si avvia verso il tramonto.

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Centri rimpatri in Albania, il governo non si arrende: nuovo decreto per rimediare al fallimento

I centri per le persone migranti in Albania avrebbero dovuto essere il fiore all’occhiello della propaganda di Giorgia Meloni. Un deterrente, dicevano. Un modello per l’Europa, ripetevano. Ma oggi, a quasi cinque mesi dalla loro inaugurazione, sono lo specchio di una strategia fallimentare. Le persone trattenute vengono rimandate in Italia nel giro di pochi giorni, i giudici continuano a bocciare le procedure in attesa della pronuncia della Corte di giustizia dell’Unione europea.

Eppure, il governo non sembra intenzionato a prendere atto del fallimento. Al contrario, si prepara a rilanciare con un nuovo decreto che punta a trasformare i centri di Shengjin e Gjader in CPR – Centri di permanenza per i rimpatri – aggirando così i vincoli giudiziari e la necessità di convalida da parte della magistratura italiana.

Un cambio di strategia per aggirare i giudici

Il piano è chiaro: se il problema è la magistratura che non convalida i trattenimenti, la soluzione è eliminare la magistratura dall’equazione. Il governo Meloni starebbe valutando un decreto legge che toglierebbe ai giudici italiani la competenza sui centri albanesi, affidandola direttamente a Tirana. Una mossa che, oltre a essere un’ennesima forzatura giuridica, solleva interrogativi sulle garanzie dei diritti fondamentali delle persone migranti trattenute.

L’idea di trasformare i centri in CPR nasce proprio dalla necessità di evitare che le sezioni immigrazione dei tribunali italiani continuino a bocciare i fermi, come è successo finora. Nei CPR, infatti, le persone trattenute non necessitano della stessa convalida giudiziaria prevista per i centri di prima accoglienza. Il governo pensa così di bypassare i tribunali italiani.

La battaglia politica e il ruolo dell’Unione europea

L’opposizione parla di follia istituzionale e denuncia il continuo spreco di risorse pubbliche per un progetto che si è dimostrato inefficace fin dal primo giorno. Non è un caso che persino all’interno della maggioranza ci siano dubbi sulla percorribilità giuridica dell’operazione. L’accordo con Tirana, ratificato sia dal Parlamento italiano che da quello albanese, non prevede attualmente che persone già presenti sul territorio italiano possano essere trasferite nei centri di detenzione in Albania per essere rimpatriate.

A questo si aggiunge il nodo europeo: il 25 febbraio la Corte di giustizia dell’Unione europea esprimerà un parere sulle attuali modalità di trattenimento nei centri. Un’eventuale bocciatura potrebbe rendere inutile qualsiasi decreto, sancendo l’incompatibilità del piano albanese con il diritto comunitario. Per questo il governo vuole giocare d’anticipo, cercando di modificare la legislazione prima che l’Europa si pronunci.

CPR in Albania: un’operazione insostenibile

Anche sul piano logistico, trasformare i centri in CPR non è affatto semplice. I CPR in Italia sono già oggetto di innumerevoli denunce per le condizioni di trattenimento disumane e per l’altissimo tasso di inefficacia: nel 2023, meno del 10% delle persone trattenute nei CPR italiani è stato effettivamente rimpatriato. Pensare di esportare un modello che non funziona neppure sul territorio nazionale appare come l’ennesima operazione propagandistica, più che una soluzione concreta.

Intanto, mentre il governo continua a cercare scorciatoie, le persone migranti continuano a essere usate come pedine di un gioco politico che si ripete. I CPR albanesi, se mai verranno istituiti, non risolveranno il problema delle espulsioni, né fermeranno gli arrivi. Serviranno solo a nascondere (e prolungare) un fallimento che il governo Meloni si ostina a non voler riconoscere.

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Se chiama il ministro, il bonifico è servito: truffati, ma servili

Alcuni tra i migliori imprenditori del Paese sono cascati come polli in una truffa architettata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Per farla breve, un presunto collaboratore del ministro della Difesa Guido Crosetto avrebbe telefonato a Giorgio Armani, Marco Tronchetti Provera, Patrizio Bertelli, alle famiglie Caltagirone e Del Vecchio tra martedì e giovedì della scorsa settimana, chiedendo un bonifico urgente per liberare alcuni «giornalisti italiani rapiti in Medio Oriente». La voce del ministro sarebbe stata clonata o perfettamente imitata, risultando oltremodo verosimile. Almeno in due hanno pagato. Il bonifico è andato a buon fine.

C’è quindi un milione di euro che giace su conti esteri, che gli investigatori stanno cercando di congelare prima che finisca nelle mani dei malfattori. Il ministro in persona ha denunciato l’episodio. La Procura si muove.

Tacito accennava alla “cupiditas serviendi”, ovvero l’eterna “cupidigia del servire di cui l’essere umano è affetto”. Uno dei nodi di questa antipatica situazione risiede infatti nella celere disponibilità di un pezzo dell’imprenditoria italiana ad allargare i cordoni della borsa, mettendosi in allerta alla prima (finta) telefonata di un uomo di potere. Mi pare che in pochi stiano riflettendo sulla disponibilità a bonificare il potente di turno in nome di una non meglio precisata ragion di Stato, che prevederebbe pagamenti sommersi e immediati.

C’è un tema di promiscuità con il potere, oltre alla superficialità, che dovrebbe interrogare più della stessa truffa. Non sta accadendo.

Buon lunedì.

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Le bugie, in ordine, sul caso Almasri

Un governo che mente è pericoloso. Il caso Almasri lo dimostra. Il comandante libico, ricercato dalla CPI per crimini contro l’umanità, è stato fermato e poi scarcerato in pochi giorni. Nordio, Piantedosi e Meloni hanno manipolato i fatti e le versioni, costruendo un castello di bugie per giustificare l’ingiustificabile.

Nordio ha dichiarato di non essere un “passacarte” della CPI, ma la legge lo smentisce: il ministro della Giustizia deve eseguire i mandati d’arresto. Ha poi insinuato dubbi sulla validità del mandato della CPI, sostenendo che fosse viziato da errori. In realtà, l’unico errore era un refuso tipografico corretto pochi giorni dopo. Il resto è stato una strategia per prendere tempo e non eseguire l’arresto.

Meloni ha affermato che la richiesta della CPI non era mai stata trasmessa al ministero della Giustizia. Falso: l’ambasciatore italiano all’Aja aveva già inviato la comunicazione il 18 gennaio, e Nordio era stato ufficialmente informato il 20. Eppure, nessuna azione è stata intrapresa per fermare Almasri.

Piantedosi, poi, ha giustificato l’espulsione del comandante libico con la sua pericolosità. Ma se era davvero un pericolo per la sicurezza pubblica, andava arrestato e consegnato alla CPI, non rispedito in Libia come se nulla fosse. L’obiettivo era evitare il problema, coprire le responsabilità e chiudere il caso in fretta.

Risultato: l’Italia ha tradito la giustizia internazionale, ignorato gli obblighi legali e piegato il diritto alla convenienza politica. Un crimine senza attenuanti, un precedente grave per un governo che gioca con la legge come se fosse un’opzione.

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Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l’indifferenza dell’Ue – Lettera43

A fine dicembre, al confine tra Bulgaria e Turchia, la polizia di frontiera ha negato i soccorsi a tre ragazzi egiziani e ha impedito l’intervento dei volontari, a loro volta sistematicamente criminalizzati. Non sono casi isolati ma il risultato di una strategia di dissuasione. Il messaggio è chiaro: chi fugge non merita di sopravvivere.

Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l’indifferenza dell’Ue

Le porte dell’Europa non sono chiuse, sono congelate. Il report “Frozen Lives: An Investigation into how Bulgarian authorities put the lives of people on the move at risk of death“, pubblicato da No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche, documenta con dati e testimonianze la morte per ipotermia di tre minorenni egiziani tra il 27 e il 29 dicembre 2024, al confine tra Bulgaria e Turchia.

Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo RotteBalcaniche.
La copertina del report Fronze Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

Tre minorenni egiziani morti per ipotermia nelle foreste: così la polizia bulgara ha impedito i soccorsi 

Il 27 dicembre, le temperature nella foresta vicino a Burgas sono scese sotto lo zero. Alle 1.35 del mattino, un gruppo di soccorritori ha ricevuto una segnalazione: tre minorenni erano bloccati nel gelo. I volontari hanno chiamato il numero di emergenza 112 e trasmesso le coordinate esatte. La polizia di frontiera bulgara ha impedito loro di intervenire. Alle 2.02, gli agenti hanno fermato la prima squadra di soccorso, costringendola a tornare indietro. Alle 3.04, i volontari hanno provato di nuovo, ma sono stati fermati una seconda volta. Alle 5.12, una nuova segnalazione ha localizzato un altro ragazzo in pericolo. Anche questa volta, la polizia ha impedito il soccorso. Quando il primo cadavere è stato trovato il giorno dopo, le impronte nella neve confermavano che gli agenti erano già stati sul posto. Il ragazzo di 17 anni giaceva assiderato, con i segni evidenti di un’agonia prolungata.

Lo scorso 27 dicembre, al confine tra Bulgaria e Turchia, la polizia di frontiera non solo ha negato i soccorsi a tre ragazzi egiziani, ma ha impedito l'intervento dei volontari. Non parliamo di casi isolati ma del risultato di una strategia sistematica di dissuasione. Le porte dell’Europa sono presidiate dal gelo e dal menefreghismo. E il messaggio è chiaro: chi fugge non merita di sopravvivere.
Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

Il secondo corpo è stato trovato nel pomeriggio del 28 dicembre. I soccorritori hanno contattato nuovamente il 112 e atteso la polizia. Gli agenti hanno ordinato ai volontari di spostare il corpo con le proprie mani e di caricarlo sul loro veicolo.

i tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

Lo stesso schema si è ripetuto il 29 dicembre, quando è stato ritrovato il terzo cadavere, parzialmente divorato dagli animali. Le registrazioni audio e video dei soccorritori testimoniano che, nonostante le ripetute richieste di intervento, nessuna ambulanza è mai stata inviata. Oltre all’omissione di soccorso, il report documenta il trattamento riservato ai volontari. Un testimone racconta di essere stato obbligato a camminare per 10 chilometri sotto la sorveglianza della polizia, mentre altri sono stati trattenuti illegalmente per ore. Una volontaria è stata perquisita e costretta a spogliarsi davanti agli agenti. I loro documenti sono stati sequestrati, e alcuni sono stati interrogati senza assistenza legale.

Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
Dal report Frozen Lives di No Name Kitchen e Collettivo Rotte Balcaniche.

L’Ue, che dovrebbe garantire la protezione dei diritti umani, si volta dall’altra parte

Secondo il report, queste morti non sono episodi isolati, ma il risultato di una strategia sistematica di dissuasione. Le persone migranti vengono respinte con violenza o lasciate morire nelle foreste di confine. L’Unione europea, che dovrebbe garantire la protezione dei diritti umani, continua a finanziare e supportare queste pratiche. La Bulgaria ha impedito tre operazioni di salvataggio in meno di 48 ore, senza conseguenze. Il rapporto riporta ulteriori dati sul comportamento delle autorità. Tra dicembre 2023 e dicembre 2024, almeno 28 persone sono morte di ipotermia nella regione di confine tra Bulgaria e la Turchia. Secondo No Name Kitchen, il numero potrebbe essere molto più alto, poiché molti corpi non vengono mai recuperati. I dati raccolti dimostrano che il 75 per cento delle richieste di emergenza inoltrate dalle persone migranti non riceve risposta. Inoltre, il 60 per cento delle squadre di soccorso che tentano di operare in zona riferisce di essere stata bloccata dalle forze di polizia.

Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
La frontiera tra Bulgaria e Turchia (Getty Images).

La sistematica criminalizzazione dei volontari

Testimonianze dirette confermano la brutalità degli interventi. Un attivista, trattenuto in una stazione di polizia per 24 ore senza spiegazioni, racconta di essere stato minacciato verbalmente e di aver subito il sequestro del cellulare. Un altro volontario riferisce di aver visto un ufficiale della polizia bulgara ridere mentre ordinava di trascinare un cadavere congelato lontano dal sentiero principale. Altri testimoni descrivono la sistematica criminalizzazione dei volontari. Squadre di soccorso sono state minacciate, detenute e i loro veicoli danneggiati per impedire interventi futuri. In un caso documentato, una squadra ha trovato il proprio veicolo vandalizzato, con vetri rotti e motore danneggiato, dopo aver tentato di recuperare un corpo. Il report evidenzia anche la mancanza di risposte istituzionali a queste pratiche. Il Parlamento europeo è stato più volte sollecitato a intervenire, ma le misure adottate finora si sono rivelate inefficaci. Gli attivisti denunciano che i finanziamenti europei destinati al controllo delle frontiere bulgare vengono utilizzati per operazioni che violano sistematicamente i diritti umani. Dati raccolti tra il 2020 e il 2024 indicano che almeno 300 persone migranti sono morte ai confini orientali dell’Europa, molte delle quali per ipotermia o abbandono in aree remote. Il 90 per cento delle denunce di violenza da parte delle autorità di frontiera non ha portato a indagini ufficiali.

Quei tre minorenni migranti morti di freddo e l'indifferenza dell'Ue
La mappa dei soccorsi e del ritrovamento dei corpi (dal report Frozen Lives).

Il messaggio è chiaro: chi fugge non merita di sopravvivere

Le testimonianze dimostrano che le autorità hanno deliberatamente negato assistenza a tre adolescenti in ipotermia, ostacolando chi cercava di salvarli. I dati raccolti confermano che i soccorsi sarebbero potuti arrivare in tempo. La decisione di non intervenire ha condannato a morte tre persone. Le porte dell’Europa non sono solo chiuse: sono presidiate dal gelo e dall’indifferenza. E il messaggio è chiaro: chi fugge non merita di sopravvivere.

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Pfas, la denuncia di Greenpeace: acqua potabile contaminata in tutta Italia

L’acqua del rubinetto, in Italia, è un’illusione di sicurezza. Greenpeace ha messo in fila i dati, quelli che le istituzioni non pubblicano, e ha tracciato una mappa dell’inquinamento da Pfas, le cosiddette “sostanze eterne” che nessun sistema di depurazione riesce a eliminare. I risultati sono inquietanti: il 79% dei campioni di acqua potabile analizzati contiene almeno una di queste sostanze. La contaminazione è ovunque, senza distinzioni geografiche.

Pfas, un inquinamento diffuso e fuori controllo

Tra settembre e ottobre 2024 Greenpeace ha raccolto 260 campioni di acqua potabile da fontane pubbliche in 235 comuni italiani. L’analisi, condotta in un laboratorio indipendente, ha individuato Pfas nella maggior parte dei campioni. In 206 casi su 260, pari al 79%, è stata riscontrata almeno una delle 58 sostanze analizzate. In alcune regioni la situazione è drammatica: in Veneto, Liguria, Trentino-Alto Adige, Piemonte, Emilia-Romagna e Toscana la contaminazione è endemica. Milano è la città più colpita, con concentrazioni elevate riscontrate in diverse zone: via Padova (58,6 ng/L), via delle Forze Armate e Villa Litta. Ad Arezzo si registra il valore più alto di somma di Pfas, seguito da Perugia, Arzignano, Ferrara e Reggio Emilia.

I Pfas sono interferenti endocrini e possono causare danni al fegato, al sistema immunitario e all’apparato riproduttivo. Il Pfos, il più diffuso in Italia, è stato trovato nel 47% dei campioni analizzati. Questo composto, classificato come cancerogeno dall’Organizzazione mondiale della sanità, è presente in concentrazioni elevate a Bussoleno (28,1 ng/L), Rapallo, Tortona e Torino. Il Pfos, un altro possibile cancerogeno, è stato rilevato nel 22% dei campioni, con valori particolarmente alti a Milano, Bussoleno e Ancona. Il Tfa, sostanza ultracorta e difficilmente eliminabile dai sistemi di potabilizzazione, è stato trovato nel 40% dei campioni analizzati, con punte allarmanti a Castellazzo Bormida (539,4 ng/L) e Ferrara (375,5 ng/L).

Nonostante le evidenze scientifiche e i rischi per la salute, l’Italia non ha mai adottato misure stringenti per limitare l’uso e la dispersione di queste sostanze. La direttiva europea 2020/2184, che entrerà in vigore nel 2026, prevede un limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 24 Pfas, un valore ritenuto insufficiente da numerosi esperti. Il 41% dei campioni analizzati da Greenpeace supera i limiti vigenti in Danimarca e il 22% quelli degli Stati Uniti, segno di una regolamentazione inadeguata a proteggere la salute pubblica.

Le responsabilità politiche e la necessità di un intervento immediato

Di fronte a questi numeri emerge con chiarezza l’inerzia della politica italiana, che negli anni ha evitato di affrontare il problema e ha lasciato ai cittadini il compito di difendersi da soli. Nessun governo ha promosso un divieto europeo sui Pfas e nessuno ha fissato limiti severi alla loro presenza nelle acque potabili. Le aziende che continuano a produrre e utilizzare queste sostanze sanno di poter contare su un atteggiamento permissivo, quando non apertamente complice. E mentre altrove si investe su alternative più sicure, in Italia si continua a ignorare il problema.

Greenpeace chiede interventi immediati per fermare questa emergenza. La produzione e l’uso di tutti i Pfas devono essere vietati in Italia e le normative devono stabilire limiti più restrittivi per la loro presenza nelle acque potabili. I monitoraggi devono essere costanti e trasparenti, con una pubblicazione regolare dei dati per garantire ai cittadini il diritto a un’informazione completa. Serve inoltre un piano di riconversione industriale, per eliminare l’uso di Pfas nelle filiere produttive e investire in soluzioni più sicure. 

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Cpi, Meloni sulle orme di Trump, Orbán e Putin

L’asse dell’impunità si ricompatta contro la Corte penale internazionale (Cpi). Donald Trump minaccia sanzioni, Viktor Orbán offre protezione ai ricercati, Vladimir Putin ridicolizza la questione. E il governo italiano? Sulla scia delle polemiche scatenate dal caso Almasri, si mette in scia.

L’offensiva globale contro la Cpi

L’offensiva si scatena quando la Cpi apre la possibilità di mandati di arresto contro esponenti israeliani per i crimini commessi a Gaza. Trump reagisce subito con il consueto disprezzo per le istituzioni internazionali: “Non permetteremo che Israele venga preso di mira da un tribunale illegittimo”. Un avvertimento che arriva accompagnato dalla minaccia di sanzioni contro chiunque osi mettersi di traverso.

In Europa, Viktor Orbán si affretta a garantire protezione a Netanyahu, invitandolo a Budapest e dichiarando che in Ungheria il mandato della Cpi non avrà alcun effetto. Un modo per confermare, ancora una volta, che lo Stato di diritto nel suo Paese è solo un fastidio da aggirare. Dal Cremlino, Putin e il suo entourage liquidano la questione definendo le decisioni della Cpi “irrilevanti”. Una dichiarazione ovvia, considerando che la Corte ha già spiccato un mandato di arresto nei confronti del presidente russo per crimini di guerra.

L’Italia sceglie il campo sbagliato

Nel mezzo di questa alleanza di negazionisti del diritto, si distingue l’Italia. Giorgia Meloni, con il solito equilibrio apparente, si accoda al fronte della delegittimazione della Cpi con un gioco di parole rodato: “Non ci può essere una equivalenza tra le responsabilità dello Stato di Israele e l’organizzazione terroristica Hamas”.

A rafforzare la linea interviene il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che derubrica le indagini della Corte sul caso Almasri a “un’inchiesta come tante”, come se il diritto internazionale fosse un esercizio accademico. Antonio Tajani, più diretto, propone addirittura di “aprire un’inchiesta sulla Corte penale internazionale”, sposando la retorica trumpiana che mira a ribaltare l’accusa contro chi la formula.

Così, l’Italia finisce ai margini delle istituzioni europee e internazionali, accanto ai governi che la giustizia internazionale la temono, la aggirano o la combattono. Trump non ha mai nascosto il suo disprezzo per la Cpi, considerandola un intralcio alle operazioni degli Stati Uniti che non a caso non hanno aderito al trattato che l’ha costituita. Orbán la vede come un fastidio nella sua strategia di protezione degli alleati politici. Putin ha tutto l’interesse a delegittimarla, perché su di lui pende già un mandato di arresto.

Se la collocazione internazionale si misura dalla compagnia che si sceglie, il governo Meloni ha fatto una scelta rivelatrice. Si è allineato a leader che attaccano la Cpi e che considerano la giustizia un ingranaggio politico controllabile. In Europa, l’alleato più prossimo è Orbán, che fa dell’impunità un pilastro della sua politica estera. Dall’altra parte dell’Atlantico, Trump punta a smantellare qualsiasi organismo che possa limitare il suo potere. Così come la Russia che non riconosce la Corte dell’Aja.

L’Italia, che per anni si è dichiarata baluardo del diritto internazionale, oggi si accoda ai governi che lo minano. Non per convinzione, ma per opportunismo. Se la destra italiana ha deciso di schierarsi con chi delegittima la giustizia internazionale, dovrebbe almeno avere il coraggio di ammetterlo. Nel frattempo il governo Meloni si è messo dalla parte sbagliata della storia.

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