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Lo smog soffoca le città italiane: oltre 70 sforano i parametri di legge

Il nuovo report di Legambiente, “Mal’Aria di città 2025“, è un bilancio impietoso della qualità dell’aria nelle nostre città, che si confermano ben lontane dagli standard europei che entreranno in vigore nel 2030. Nonostante l’obiettivo sia chiaro e il tempo limitato, l’inquinamento atmosferico continua a essere una piaga strutturale che minaccia la salute pubblica e l’ambiente.

L’Italia fuorilegge: lo smog soffoca le città e le speranze

Nel 2024, su 98 capoluoghi di provincia analizzati, ben 25 hanno superato i limiti di legge per il PM10, che consentono un massimo di 35 giorni all’anno con valori superiori a 50 µg/mc. In cima alla lista nera troviamo Frosinone e Milano, entrambe con 68 giorni di sforamento. Verona segue da vicino con 66 giorni, mentre Vicenza, Padova e Venezia non sono da meno, con valori che oscillano tra i 61 e i 64 sforamenti annui.

Se questi dati sono già allarmanti, il futuro si preannuncia ancora più critico. Dal 2030, il nuovo limite europeo per il PM10 sarà fissato a 20 µg/mc, una soglia che, allo stato attuale, solo 28 città su 98 riuscirebbero a rispettare. Questo significa che 70 città italiane sarebbero fuorilegge, con riduzioni necessarie delle concentrazioni che vanno dal 28% al 39% in centri urbani come Verona, Cremona, Padova, Catania, Milano, Vicenza, Rovigo e Palermo.

Anche per il biossido di azoto (NO2) la situazione non è migliore. Attualmente, il 45% dei capoluoghi italiani non rispetta i nuovi limiti di 20 µg/mc previsti per il 2030. Le città più critiche includono Napoli, Palermo, Milano e Como, dove sarebbe necessaria una riduzione delle concentrazioni tra il 40% e il 50%.

Secondo Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente, la riduzione dell’inquinamento atmosferico procede a rilento, con troppe città ancora lontane dagli obiettivi. Le conseguenze non si limitano all’ambiente, ma coinvolgono anche la salute pubblica e l’economia. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sono impietosi: il 97% delle città italiane supera i limiti raccomandati per il PM10 e il 95% quelli per l’NO2, con circa 50.000 morti premature all’anno solo in Italia.

Politiche ferme, aria avvelenata: la corsa contro il tempo

Legambiente sottolinea l’urgenza di politiche strutturali che incidano su tutti i settori responsabili dell’inquinamento. Occorre ripensare la mobilità urbana potenziando il trasporto pubblico locale con mezzi elettrici, creando reti di aree pedonali e percorsi ciclopedonali, introducendo Low Emission Zones e politiche come Città30, già sperimentata con successo a Bologna, Olbia e Treviso. Allo stesso tempo, è necessario accelerare la riconversione degli impianti di riscaldamento, mappando e abbandonando progressivamente le caldaie a gasolio, carbone e metano in favore di pompe di calore con gas refrigeranti naturali. Nel settore agrozootecnico, è fondamentale ridurre gli allevamenti intensivi nel bacino padano e implementare pratiche come la copertura delle vasche e il controllo degli spandimenti per ridurre le emissioni di metano e ammoniaca. Inoltre, è cruciale integrare le politiche su clima, energia e qualità dell’aria, considerando il ruolo del metano nella formazione dell’ozono troposferico e adottando misure per ridurne l’impatto.

Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, avverte che con soli cinque anni davanti a noi per adeguarci ai nuovi limiti europei, dobbiamo accelerare drasticamente il passo. È una corsa contro il tempo che deve partire dalle città ma richiede il coinvolgimento di regioni e governo. Le misure da adottare sono chiare e le tecnologie pronte, quello che manca è il coraggio di fare scelte incisive per la salute dei cittadini e la vivibilità delle nostre città.

La campagna itinerante Città2030, lanciata a Milano il 4 febbraio, sarà un banco di prova per misurare il grado di preparazione delle città italiane e promuovere una mobilità più sostenibile ed efficiente. Il percorso della campagna si concluderà il 18 marzo, ma la vera sfida è appena iniziata.

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Trump e Netanyahu. Due facce, stessa medaglia

Dunque Trump ci spiega che l’Unrwa, l’agenzia ONU che supporta i profughi palestinesi in Medio Oriente, “ha perso il suo status di organizzazione umanitaria indipendente ed è diventata un’organizzazione terroristica controllata da Hamas”. Ci fa sapere anche di essere d’accordo con chi crede che il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani promuoverebbe l’antisemitismo.

Sono le stesse idee che il carnefice Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano, propaga da mesi per tentare di giustificare il disastro umanitario a Gaza. Opinioni personali che vengono smentite ogni giorno a livello internazionale ma che hanno molta fortuna tra i tifosi della macellazione del popolo palestinese.

Lo pensava Netanyahu e lo pensa anche Trump. In fondo se ci pensate bene è un ricongiungimento che ci aiuta a chiarire molte cose. Netanyahu e Trump sono gemelli su molti aspetti: se ne fottono entrambi della comunità internazionale, hanno entrambi una visione imperialista del proprio ruolo, vivono entrambi sulla retorica dei nemici veri e immaginari. Entrambi credono che la realtà si possa nascondere sotto il tappeto di una presunta supremazia religiosa, di razza e di identità.

Non è un caso che gli elettori dell’uno e dell’altro si assomiglino per suprematismo e per mire espansionistiche: schiacciare gli avversari è l’unico metodo di governo che gli viene facile. Immagino però l’imbarazzo dei cosiddetti progressisti che supportano il governo israeliano e il suo capo: da ieri sanno di essere a braccetto con gli elettori di Trump che hanno schifato fino a qualche ora prima. Non deve essere una bella sensazione per loro. Però è la giusta conclusione della parabola.

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Toh, Trump piace a Putin

Ieri è successo. «Trump, con il suo carattere e la sua determinazione, riporterà l’ordine molto rapidamente. Presto tutti si inchineranno e lo seguiranno senza esitazione», ha detto ieri Vladimir Putin al giornalista Pavel Zarubin. E in un secondo gli autocrati si allineano sulla mappa del mondo.

Il presidente Usa piace parecchio al presidente russo. Hanno del resto le stesse radici culturali: la violenza di comando come metodo, la natura predatoria, il fastidio per le minoranze, l’imperialismo come aspirazione. Putin invade per esistere e Trump promette invasioni per piacere ai suoi elettori. Putin mostrifica gli avversari per farne dei nemici, Trump pure. Per ora la differenza sta nel modo di fare la guerra: uno con le bombe l’altro con le deportazioni, i dazi, l’esclusione sociale.

Sarà interessante – ma tragico – l’imbarazzo intorno. Il ministro delle Finanze Giorgetti che in Europa siede con i Patrioti che vorrebbero distruggerla e in Italia chiede all’Europa di difendere l’Italia dai dazi Usa è un tilt esemplare. Se ti piacciono gli antidemocratici e poi rivendichi la democrazia rimani incastrato nella propaganda.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni spiega che «Trump è un negoziatore» e quindi «non bisogna attaccare». Avrebbe voluto essere la mediatrice e ora si arrabatta per salvare il prosecco ai danni dello champagne. I dazi del suo amico Trump costerebbero all’Italia tra i 4 e i 10 miliardi.

La “pace in Ucraina” sta diventando un ricatto con cui The Donald vuole arraffarsi le terre rare. Un capolavoro insomma.

Buon martedì.

In foto Trump e Putin al G20 2017 foto di Kremlin.ru, CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=60731524

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Musk lancia “Make Europe Great Again”, partito l’assalto sovranista all’Ue

Elon Musk, il magnate sudafricano dietro Tesla, SpaceX e X (ex Twitter), ha deciso di allargare la sua influenza ben oltre la tecnologia. Con il lancio del movimento MEGA (Make Europe Great Again), Musk punta a creare un fronte sovranista paneuropeo, una rete che potrebbe ridisegnare gli equilibri politici del Vecchio Continente.

La nascita di Mega: un franchising politico globale

Il 1° febbraio 2025, Musk ha pubblicato su X un messaggio chiaro: “People of Europe: Join the MEGA movement!”. Il post, rapidamente diventato virale con oltre 60 milioni di visualizzazioni, ha trovato eco tra le frange più estreme della destra europea. Ma dietro questo slogan si cela una strategia più complessa, che richiama direttamente il “Make America Great Again” di Donald Trump. MEGA non è solo un omaggio al suo alleato d’oltreoceano ma un tentativo di costruire un’internazionale sovranista capace di minare l’Unione europea dall’interno.

I protagonisti della rete sovranista

Il movimento non è un’iniziativa isolata. A Madrid, il 7 e 8 febbraio, si terrà la convention dei “Patrioti per l’Europa”, che vedrà la partecipazione di leader dell’estrema destra come Marine Le Pen, Viktor Orbán, Geert Wilders e Matteo Salvini. In questo contesto, Giorgia Meloni gioca un ruolo cruciale, fungendo da mediatrice tra Musk e Donald Trump nelle questioni commerciali tra Stati Uniti e Unione europea. Musk ha anche stretto alleanze con figure controverse come Nigel Farage nel Regno Unito, Robert Fico in Slovacchia e Alice Weidel dell’Afd in Germania, il cui partito ha ricevuto un endorsement diretto da Musk, che lo ha definito “l’unica speranza per la Germania”.

Il vero obiettivo: demolire l’Unione europea

L’obiettivo di Musk va oltre la semplice influenza politica. Il miliardario è da tempo in conflitto con le normative europee, in particolare quelle riguardanti la protezione dei dati personali, le leggi antitrust e le normative ambientali che ostacolano l’espansione dei suoi interessi industriali. La strategia di MEGA è chiara: indebolire le istituzioni europee per facilitare un ambiente normativo più favorevole alle Big Tech americane. L’Unione europea ha risposto intensificando le indagini sugli algoritmi di X e chiedendo maggiore trasparenza sui “sistemi di proposte” della piattaforma, ma la portata della minaccia appare senza precedenti.

L’impatto sull’Europa e le reazioni dei leader

Il progetto MEGA ha suscitato preoccupazione tra i leader europei. La prospettiva di un’”associazione di Stati nazionali” con un’integrazione minima e un’agenda comune ridotta al minimo rappresenta una minaccia diretta al progetto europeo. Tuttavia, il silenzio di molti esponenti politici suggerisce un imbarazzo diffuso. Accodarsi al progetto di un miliardario sudafricano con legami diretti con l’amministrazione Trump potrebbe compromettere la narrazione dell’orgoglio nazionale che molti sovranisti europei cercano di promuovere.

Il futuro dell’Europa tra sovranismo e resistenza

Musk non si limita più a essere un imprenditore visionario. Con MEGA, si propone come il paladino di una nuova internazionale sovranista che mira a smantellare le fondamenta dell’Unione europea. La sua rete di alleanze con leader dell’estrema destra e il suo utilizzo strategico delle piattaforme digitali rappresentano una sfida senza precedenti per l’Europa. La risposta dell’Unione europea determinerà non solo il futuro del progetto comunitario ma anche la capacità del continente di resistere alle derive autoritarie e ai tentativi di destabilizzazione provenienti da oltre Atlantico.

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Un’inchiesta parlamentare per processare le toghe

Ecco, ci siamo. Ieri di prima mattina il deputato di Forza Italia Enrico Costa, già viceministro della Giustizia nel governo Renzi nonché vice di Calenda in Azione prima di tornare a casa, ha tentato il passo: una bella commissione d’inchiesta monocamerale sulla magistratura.

“Se non ora quando?”, dice Costa, augurandosi una commissione che “dovrà vigilare sull’assegnazione degli incarichi, sulle valutazioni di professionalità, sul fuori ruolo, sull’attività extragiudiziaria e sulla responsabilità disciplinare. E si dovrà occupare anche degli errori giudiziari, in particolare quelli che incidono sulla libertà personale e degli effetti dei processi mediatici che rendono irreversibili le conseguenze di tali errori”.

Il dado è tratto. La separazione dei poteri che dovrebbe essere l’architrave della geografia costituzionale può serenamente essere stracciata. Il vittimismo di Meloni per un’iscrizione nel registro degli indagati e la rabbia contro i giudici che applicano le leggi sulle deportazioni in Albania hanno un solo fine: assoggettare la magistratura come nemmeno Berlusconi e Licio Gelli hanno mai sperato di sognare.

Giornali e telegiornali che scambiano la sicurezza di magistrati antimafia per una polemica sui voli di Stato. Magistrati minacciati dalla ‘ndrangheta a Milano che passano sotto traccia. Decreti legge per silenziare i giudici che non vogliono aggirare la legge. Gli attacchi alla magistratura degli ultimi giorni hanno già raggiunto livelli inimmaginabili fino a pochi mesi fa.

Non sarebbe il caso che la società civile si muova Non è questione di girotondi ma significa almeno provare a fermare il delirante autoritarismo. C’è qualcuno?

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Casa, il riscaldamento globale batte cassa: abitazioni svalutate del 35% entro il 2050

Il cambiamento climatico non si limita a sciogliere i ghiacciai o a scatenare uragani spettacolari: sta silenziosamente erodendo il valore delle case, trasformando il mattone da rifugio sicuro a investimento traballante. Negli Stati Uniti, la società di ricerca climatica First Street ha stimato che, entro il 2055, il valore delle abitazioni crollerà di 1,47 trilioni di dollari. Non per colpa di qualche catastrofe apocalittica, ma per il lento, inesorabile aumento dei costi assicurativi e la fuga dei proprietari dalle zone ad alto rischio.

Dagli uragani ai mutui insostenibili: il clima svuota le città e i portafogli

Le aree più colpite? Fresno County in California, Ocean e Monmouth County nel New Jersey: territori destinati a spopolarsi, mentre i premi assicurativi lieviteranno senza pietà. Altrove, metropoli come Houston, Miami e Tampa continueranno ad attrarre residenti, ma il prezzo da pagare sarà salato. I costi delle assicurazioni aumenteranno del 29,4% nei prossimi trent’anni, un dettaglio che trasforma il sogno americano della casa di proprietà in un incubo finanziario. La relazione tra cambiamento climatico e valore immobiliare è ormai un nodo centrale, con uragani, siccità e ondate di calore che spingono sempre più persone a ripensare dove vivere.

E poi ci sono le storie. Mark Garcia aveva costruito la sua vita sulla sabbia di Fort Myers Beach, in Florida. L’uragano Ian ha spazzato via la sua casa nel 2022. Dopo altri due uragani, ha ceduto: addio sogno balneare, benvenuti nell’entroterra. E come lui, milioni di americani inizieranno a spostarsi, non verso mete esotiche, ma semplicemente qualche chilometro più in là, dove la terra non trema (ancora) e l’acqua non sale (per ora). Questo spostamento non è una migrazione di massa, ma un esodo silenzioso che ridisegna le mappe del mercato immobiliare.

Italia sommersa: tra illusioni edilizie e rischi ignorati

E l’Italia? Mentre ci arrovelliamo su bonus edilizi e superbonus, la Banca d’Italia ci ricorda che un quarto delle abitazioni è a rischio alluvione. Ogni anno, tre miliardi di euro vanno in fumo. Emilia–Romagna, Toscana e Liguria guidano questa classifica al contrario, con perdite annue che toccano lo 0,71% del valore immobiliare complessivo. L’ISPRA avverte: il 20% della popolazione vive in zone a rischio alluvione, il 2,2% in aree soggette a frane. Ma la politica sembra pensare che bastino le preghiere.

Non è solo questione di danni materiali. Il cambiamento climatico toglie fascino agli immobili. La Banca d’Italia ha scoperto che temperature elevate riducono l’interesse per l’acquisto di case. Più caldo significa meno acquirenti, tempi di vendita più lunghi e prezzi che scendono. Secondo il McKinsey Global Institute, potremmo vedere svalutazioni fino al 35% entro il 2050. Ma è più facile ignorare il termometro quando il mercato immobiliare sembra ancora galleggiare, alimentato da illusioni di stabilità.

Il nostro patrimonio edilizio, vecchio e inefficiente, è un bersaglio facile. I bonus ristrutturazione e green hanno convogliato 30 miliardi di euro, ma è una goccia nel mare. Scenari Immobiliari segnala che solo il 3% del comparto terziario è stato ristrutturato, e le unità commerciali riqualificate non superano l’1%. L’inerzia costa cara. Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna figurano tra le aree europee più vulnerabili, con rischi che minacciano non solo le abitazioni, ma l’intero tessuto economico locale.

Siamo alle solite: il cambiamento climatico non è un problema di domani. Sta già ridefinendo il mercato immobiliare. Ogni casa che perde valore è il sintomo di un sistema che non vuole guardare in faccia la realtà: il clima cambia, e con esso cambia tutto. Anche il prezzo delle nostre illusioni immobiliari. Le città che oggi brillano sulle riviste di settore potrebbero domani essere elencate tra i luoghi da cui fuggire. La geografia del desiderio si riscrive con mappe di rischio e proiezioni climatiche, non più con fotografie patinate.

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Sanità a pezzi? Colpa dei comunisti, parola di Fratelli d’Italia

Il partito della presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, ha passato la domenica a impallinare il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. Il senatore Franco Zaffini, presidente della Commissione Sanità e Lavoro, ha parlato di “fake news” e “strumentalizzazioni dei comunisti e dei loro cavalier serventi”.

In un Paese serio un senatore che attacca i “comunisti” andrebbe rinchiuso nel museo delle macchiette, appena sotto la statua di cera di Silvio Berlusconi. Da noi invece la polemica è stata inasprita dal presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che si chiede: “Chi c’è dietro questa fondazione? Chi è Cartabellotta Perché agisce in questa maniera Quali interessi intende tutelare?”.

Ma che ha combinato di così grave Cartabellotta Ha semplicemente ricordato che il cosiddetto Decreto liste, che avrebbe dovuto ridurre le liste d’attesa nella sanità pubblica, è senza decreto attuativo sui criteri di funzionamento e interoperabilità tra la Piattaforma nazionale e le piattaforme regionali (scadenza 30 settembre 2024); senza quello sulle modalità di esercizio dei poteri sostitutivi dell’Organismo di verifica e controllo (scadenza 31 agosto 2024); senza il decreto attuativo sul Piano d’azione per il rafforzamento della capacità di erogazione dei servizi sanitari (scadenza 30 settembre 2024); senza due decreti sulle Linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette presso il CUP e su quello che riguarda la metodologia per la definizione del fabbisogno di personale del SSN, entrambi privi di una scadenza definita.

Nel merito non gli ha risposto nessuno. Gli hanno dato del comunista.

Buon lunedì.

Così Carbellotta scrive su X: A 6 mesi dalla conversione in legge del DL liste di attesa questa è la verità. Il resto sono chiacchiere #SalviamoSSN

Foto di apertura AdobeStock_1046317677.j

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Ce lo ricordiamo Alberto Trentini?

Alberto Trentini, 45 anni, cooperante veneziano, è detenuto in Venezuela dal 15 novembre. Accusato di terrorismo, un’accusa tanto pesante quanto nebulosa, in un paese dove la trasparenza giudiziaria è un lusso sconosciuto e i rapporti con l’Italia sono tesi. Da quel giorno, il silenzio è diventato l’unico interlocutore per la sua famiglia e i suoi amici.

La sua è la storia di chi dedica la vita agli altri: in missione con l’ong Humanity & Inclusion, Alberto lavorava con persone con disabilità, lontano dai riflettori, vicino alle fragilità. Eppure, oggi il suo nome è intrappolato in un’accusa che sa di pretesto politico, un bersaglio facile in un contesto internazionale complicato.

La diplomazia italiana, con il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, ha dichiarato di essere al lavoro, ma i risultati latitano. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha chiesto di poter incontrare Trentini, ma la burocrazia e le tensioni bilaterali sembrano più forti della volontà di risolvere la vicenda.

Intanto, la società civile non resta a guardare. Amici e concittadini si mobilitano: fiaccolate, raccolte firme, presidi in piazza San Marco. Non è solo una questione di affetto, è un grido collettivo contro l’indifferenza. Perché ogni giorno che passa senza notizie è un giorno in più di ingiustizia.

Tenere alta l’attenzione non è un esercizio retorico. È un dovere civile. Perché la storia ci ha insegnato che l’oblio è il primo alleato degli abusi. Alberto Trentini deve tornare libero. Nonostante tutto. Perché salvare uno significa non abituarsi mai a perdere tutti.

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Così Trump sta riscrivendo anche la definizione di uguaglianza – Lettera43

Smantellare. Non esiste termine più appropriato per descrivere gli effetti dei decreti presidenziali. A partire dalla commissione per le pari opportunità Usa. La struttura, nata per contrastare le discriminazioni sul lavoro, è stata depotenziata e svuotata. Mentre le tutele per la comunità Lgbtq+ vengono azzerate in ossequio al nuovo dogma della realtà biologica del sesso. Benvenuti negli Stati Uniti di The Donald.

Così Trump sta riscrivendo anche la definizione di uguaglianza

Non servono molte parole per spiegare l’effetto di un ordine presidenziale quando il messaggio è chiaro: smantellare. È quello che è accaduto all’interno della commissione per le pari opportunità negli Stati Uniti (Eeoc) dopo i primi decreti firmati da Donald Trump al suo ritorno alla Casa Bianca. Il primo segnale arriva in una e-mail con oggetto apparentemente anodino: “Materiali e revisioni del sito web”. Un classico aggiornamento tecnico? No. È l’inizio del capovolgimento di una struttura che, dal 1964, avrebbe dovuto vigilare contro le discriminazioni sul lavoro. Il contenuto dell’e-mail è inequivocabile: eliminare ogni riferimento a diversità, equità e inclusione. Le persone transgender? Cancellate dai manuali, dai corsi di formazione, dai casi trattati. Il nuovo dogma è la “realtà biologica del sesso“, un mantra politico con il quale il nuovo esecutivo vuole giustificare l’esclusione delle persone trans dalle protezioni legali.

La Colombia accetta le richieste di Trump sui rimpatri dei migranti dopo la minaccia dei dazi
Donald Trump (Getty Images).

Il destino della commissione per le pari opportunità 

L’autrice della comunicazione è Andrea Lucas, repubblicana e presidente ad interim della commissione. Il suo compito, almeno sulla carta, dovrebbe essere garantire il rispetto delle leggi federali sulla non discriminazione. Ma le nuove direttive dicono altro: evitare ogni discussione su identità di genere, rimuovere materiali di formazione, vietare ai formatori di trattare questi argomenti. Perfino la guida del 2024 sulla discriminazione nei luoghi di lavoro viene oscurata. La commissione per le pari opportunità diventa il primo laboratorio per l’attuazione dei decreti presidenziali. I dipendenti sono nel caos. Chi lavora alle indagini sulle discriminazioni non sa se i casi di molestie basate sull’identità di genere vadano ancora trattati. C’è chi si chiede se sia ancora legale chiamare le persone trans con il nome che scelgono. Le persone Lgbtq+ che lavorano nell’agenzia capiscono subito l’aria che tira: il messaggio tra le righe è che devono farsi da parte.

Trump e la nuova definizione di uguaglianza Usa
Andrea Lucas.

La demolizione delle strutture di supporto 

Non basta cancellare la protezione delle persone trans. Serve smantellare anche le strutture di supporto. I gruppi di affinità tra dipendenti – Lgbtq+, persone con disabilità, veterani, afroamericani – vengono chiusi con un ordine immediato. Il software che permette di mostrare i pronomi nelle e-mail viene disattivato. Qualcuno osa chiedere se si potrà ancora celebrare il Black History Month. La risposta è un secco no. Nel giro di pochi giorni, Trump licenzia il consigliere generale della commissione e due commissari democratici, eliminando di fatto la maggioranza che garantiva il funzionamento dell’agenzia. La motivazione ufficiale? Erano «radicali di sinistra». Senza un numero sufficiente di commissari, l’Eeoc non può più deliberare. L’ordine successivo è ancora più chiaro: chi non è d’accordo, può dimettersi.

Così Trump sta riscrivendo anche la definizione di uguaglianza
Il logo della commissione Pari opportunità Usa.

L’azzeramento delle tutele per le persone Lgbtq+

L’obiettivo è cristallino: ribaltare l’interpretazione della Corte Suprema nel caso Bostock v. Clayton County del 2020, che aveva stabilito che la discriminazione contro le persone Lgbtq+ è vietata dalle leggi sul lavoro. La commissione, che fino a poche settimane fa offriva protezione legale alle persone trans e non binarie, ora riceve ordini di non trattare più i loro casi. Nel frattempo, il dipartimento di Stato smette di rilasciare passaporti con il genere neutro “X”. L’esercito riceve il via libera per espellere le persone transgender. Trump firma un decreto che vieta l’accesso ai trattamenti sanitari per le persone trans minorenni, definendoli «mutilazioni chimiche e chirurgiche». Le strutture di tutela dei diritti vengono decostruite pezzo per pezzo, senza dibattito, senza mediazioni, senza passaggi istituzionali. Il metodo è brutale, ma efficace.

Se la furia anti-migranti di Trump viola pure l'ultimo baluardo delle scuole
Donald Trump (foto Getty).

L’agenzia che doveva proteggere le vittime di discriminazione legittima le esclusioni

A chi lavora all’Eeoc resta una sola scelta: adeguarsi o andarsene. Chi resta cerca di salvare il salvabile. Qualcuno ricorda ancora perché lavora lì: «Se le persone hanno il coraggio di denunciare un’ingiustizia, noi dobbiamo avere il coraggio di ascoltarle». Ma il nuovo corso non ha spazio per la lotta alle discriminazioni. Trump ha sempre governato con un’idea chiara del potere: premiare la lealtà e punire il dissenso. Con i nuovi decreti, la Casa Bianca ha trasformato l’agenzia che avrebbe dovuto proteggere le vittime di discriminazione in un’istituzione che ignora – o peggio, legittima – le esclusioni. E per chi sperava in resistenze istituzionali, la realtà è già chiara: non si smantella solo una politica, si riscrive la definizione stessa di uguaglianza.

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Dieci miliardi di buco, ecco il conto per l’Italia dei paradisi fiscali

Ogni volta che si parla di paradisi fiscali, la narrazione comune li piazza sotto il sole dei Caraibi, tra palme e acque cristalline. La realtà è più vicina, più scomoda e molto più redditizia per pochi. Il Principato di Monaco, il Lussemburgo, il Liechtenstein e le Channel Islands: i primi quattro paradisi fiscali al mondo sono in Europa e si nutrono delle falle del sistema fiscale comunitario.

Secondo lo studio dell’Ufficio Studi CGIA di Mestre, l’Italia perde ogni anno almeno 10 miliardi di euro per colpa dell’elusione fiscale. Non è un caso. È un sistema. Un meccanismo perfettamente oliato che sottrae risorse alla collettività e arricchisce chi può permettersi di giocare a nascondino con il fisco.

Fuga di capitali, ma non di servizi

Montecarlo e il Lussemburgo sono i due terminal principali per chi vuole proteggere i propri profitti dalla fiscalità italiana. Oltre ottomila persone fisiche, tra cui grandi imprenditori, sportivi e celebrità, hanno scelto Montecarlo per le sue tasse zero. Nel Granducato, invece, si concentrano sei banche italiane, una cinquantina di fondi d’investimento, istituti assicurativi e multinazionali che operano in Italia ma registrano gli utili altrove.

La matematica è spietata: chi porta i soldi fuori dal paese, spesso continua a sfruttarne i servizi. Strade, porti, ferrovie, sanità, università: infrastrutture pagate con il denaro di chi le tasse le versa davvero. Peggio ancora, molte multinazionali ottengono incentivi pubblici per insediarsi in Italia, salvo poi delocalizzare i profitti senza alcuna remora.

Un sistema che ci impoverisce tutti

Elusione fiscale significa meno entrate per lo Stato. Meno entrate significano meno risorse per la sanità pubblica, per l’istruzione, per le politiche sociali. La base imponibile si restringe, le tasse per i contribuenti onesti aumentano e la qualità dei servizi peggiora. È un cortocircuito che alimenta le disuguaglianze, rende il sistema più fragile e mina la coesione sociale.

Le multinazionali del web, ad esempio, nel 2022 hanno fatturato in Italia 9,3 miliardi di euro, ma hanno versato al fisco appena 206 milioni. Una percentuale ridicola rispetto ai volumi che generano. E non è un caso isolato: il numero delle multinazionali estere presenti in Italia ammonta a 18.434, eppure il loro contributo fiscale è un’incognita che nessuno sembra voler risolvere.

La toppa della Global minimum tax (che non copre il buco)

Dal 2024 è entrata in vigore la Global minimum tax, che impone un’aliquota minima del 15% sui profitti delle grandi multinazionali. Sulla carta, un passo avanti. Nella realtà, una soluzione parziale. Secondo le stime ufficiali, nel 2025 l’Italia incasserà da questa misura appena 381 milioni di euro, nel 2026 circa 428 milioni e nel 2027 poco più di 432 milioni. Una cifra che impallidisce di fronte ai 10 miliardi che ogni anno sfuggono al fisco.

Nel frattempo, alcuni paesi europei continuano a fare il gioco sporco. Estonia, Lettonia, Lituania e Malta hanno ottenuto una proroga fino al 2030 per applicare la Global minimum tax, mentre Cipro e Portogallo sono ancora in trattativa con Bruxelles. Il risultato? Le multinazionali possono ancora spostare profitti in aree fiscalmente più vantaggiose. L’Europa, che dovrebbe garantire equità e armonizzazione, si ritrova a competere con se stessa in una corsa al ribasso.

Tra evasori ed elusori, un paese allo stremo

C’è una differenza tra chi evade e chi elude il fisco. Il primo si nasconde, il secondo sfrutta le maglie larghe della legge per pagare meno. Il risultato, però, è lo stesso: meno risorse pubbliche, più tasse per chi non può scappare, più disuguaglianza.

L’Italia continua a pagare il conto mentre chi può permetterselo gioca con le regole. E a Bruxelles nessuno sembra avere il coraggio di rimettere in discussione un sistema che trasforma il cuore dell’Europa in una lavanderia fiscale.

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