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Sanità a pezzi? Colpa dei comunisti, parola di Fratelli d’Italia

Il partito della presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, ha passato la domenica a impallinare il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta. Il senatore Franco Zaffini, presidente della Commissione Sanità e Lavoro, ha parlato di “fake news” e “strumentalizzazioni dei comunisti e dei loro cavalier serventi”.

In un Paese serio un senatore che attacca i “comunisti” andrebbe rinchiuso nel museo delle macchiette, appena sotto la statua di cera di Silvio Berlusconi. Da noi invece la polemica è stata inasprita dal presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, che si chiede: “Chi c’è dietro questa fondazione? Chi è Cartabellotta Perché agisce in questa maniera Quali interessi intende tutelare?”.

Ma che ha combinato di così grave Cartabellotta Ha semplicemente ricordato che il cosiddetto Decreto liste, che avrebbe dovuto ridurre le liste d’attesa nella sanità pubblica, è senza decreto attuativo sui criteri di funzionamento e interoperabilità tra la Piattaforma nazionale e le piattaforme regionali (scadenza 30 settembre 2024); senza quello sulle modalità di esercizio dei poteri sostitutivi dell’Organismo di verifica e controllo (scadenza 31 agosto 2024); senza il decreto attuativo sul Piano d’azione per il rafforzamento della capacità di erogazione dei servizi sanitari (scadenza 30 settembre 2024); senza due decreti sulle Linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette presso il CUP e su quello che riguarda la metodologia per la definizione del fabbisogno di personale del SSN, entrambi privi di una scadenza definita.

Nel merito non gli ha risposto nessuno. Gli hanno dato del comunista.

Buon lunedì.

Così Carbellotta scrive su X: A 6 mesi dalla conversione in legge del DL liste di attesa questa è la verità. Il resto sono chiacchiere #SalviamoSSN

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Ce lo ricordiamo Alberto Trentini?

Alberto Trentini, 45 anni, cooperante veneziano, è detenuto in Venezuela dal 15 novembre. Accusato di terrorismo, un’accusa tanto pesante quanto nebulosa, in un paese dove la trasparenza giudiziaria è un lusso sconosciuto e i rapporti con l’Italia sono tesi. Da quel giorno, il silenzio è diventato l’unico interlocutore per la sua famiglia e i suoi amici.

La sua è la storia di chi dedica la vita agli altri: in missione con l’ong Humanity & Inclusion, Alberto lavorava con persone con disabilità, lontano dai riflettori, vicino alle fragilità. Eppure, oggi il suo nome è intrappolato in un’accusa che sa di pretesto politico, un bersaglio facile in un contesto internazionale complicato.

La diplomazia italiana, con il ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, ha dichiarato di essere al lavoro, ma i risultati latitano. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha chiesto di poter incontrare Trentini, ma la burocrazia e le tensioni bilaterali sembrano più forti della volontà di risolvere la vicenda.

Intanto, la società civile non resta a guardare. Amici e concittadini si mobilitano: fiaccolate, raccolte firme, presidi in piazza San Marco. Non è solo una questione di affetto, è un grido collettivo contro l’indifferenza. Perché ogni giorno che passa senza notizie è un giorno in più di ingiustizia.

Tenere alta l’attenzione non è un esercizio retorico. È un dovere civile. Perché la storia ci ha insegnato che l’oblio è il primo alleato degli abusi. Alberto Trentini deve tornare libero. Nonostante tutto. Perché salvare uno significa non abituarsi mai a perdere tutti.

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Così Trump sta riscrivendo anche la definizione di uguaglianza – Lettera43

Smantellare. Non esiste termine più appropriato per descrivere gli effetti dei decreti presidenziali. A partire dalla commissione per le pari opportunità Usa. La struttura, nata per contrastare le discriminazioni sul lavoro, è stata depotenziata e svuotata. Mentre le tutele per la comunità Lgbtq+ vengono azzerate in ossequio al nuovo dogma della realtà biologica del sesso. Benvenuti negli Stati Uniti di The Donald.

Così Trump sta riscrivendo anche la definizione di uguaglianza

Non servono molte parole per spiegare l’effetto di un ordine presidenziale quando il messaggio è chiaro: smantellare. È quello che è accaduto all’interno della commissione per le pari opportunità negli Stati Uniti (Eeoc) dopo i primi decreti firmati da Donald Trump al suo ritorno alla Casa Bianca. Il primo segnale arriva in una e-mail con oggetto apparentemente anodino: “Materiali e revisioni del sito web”. Un classico aggiornamento tecnico? No. È l’inizio del capovolgimento di una struttura che, dal 1964, avrebbe dovuto vigilare contro le discriminazioni sul lavoro. Il contenuto dell’e-mail è inequivocabile: eliminare ogni riferimento a diversità, equità e inclusione. Le persone transgender? Cancellate dai manuali, dai corsi di formazione, dai casi trattati. Il nuovo dogma è la “realtà biologica del sesso“, un mantra politico con il quale il nuovo esecutivo vuole giustificare l’esclusione delle persone trans dalle protezioni legali.

La Colombia accetta le richieste di Trump sui rimpatri dei migranti dopo la minaccia dei dazi
Donald Trump (Getty Images).

Il destino della commissione per le pari opportunità 

L’autrice della comunicazione è Andrea Lucas, repubblicana e presidente ad interim della commissione. Il suo compito, almeno sulla carta, dovrebbe essere garantire il rispetto delle leggi federali sulla non discriminazione. Ma le nuove direttive dicono altro: evitare ogni discussione su identità di genere, rimuovere materiali di formazione, vietare ai formatori di trattare questi argomenti. Perfino la guida del 2024 sulla discriminazione nei luoghi di lavoro viene oscurata. La commissione per le pari opportunità diventa il primo laboratorio per l’attuazione dei decreti presidenziali. I dipendenti sono nel caos. Chi lavora alle indagini sulle discriminazioni non sa se i casi di molestie basate sull’identità di genere vadano ancora trattati. C’è chi si chiede se sia ancora legale chiamare le persone trans con il nome che scelgono. Le persone Lgbtq+ che lavorano nell’agenzia capiscono subito l’aria che tira: il messaggio tra le righe è che devono farsi da parte.

Trump e la nuova definizione di uguaglianza Usa
Andrea Lucas.

La demolizione delle strutture di supporto 

Non basta cancellare la protezione delle persone trans. Serve smantellare anche le strutture di supporto. I gruppi di affinità tra dipendenti – Lgbtq+, persone con disabilità, veterani, afroamericani – vengono chiusi con un ordine immediato. Il software che permette di mostrare i pronomi nelle e-mail viene disattivato. Qualcuno osa chiedere se si potrà ancora celebrare il Black History Month. La risposta è un secco no. Nel giro di pochi giorni, Trump licenzia il consigliere generale della commissione e due commissari democratici, eliminando di fatto la maggioranza che garantiva il funzionamento dell’agenzia. La motivazione ufficiale? Erano «radicali di sinistra». Senza un numero sufficiente di commissari, l’Eeoc non può più deliberare. L’ordine successivo è ancora più chiaro: chi non è d’accordo, può dimettersi.

Così Trump sta riscrivendo anche la definizione di uguaglianza
Il logo della commissione Pari opportunità Usa.

L’azzeramento delle tutele per le persone Lgbtq+

L’obiettivo è cristallino: ribaltare l’interpretazione della Corte Suprema nel caso Bostock v. Clayton County del 2020, che aveva stabilito che la discriminazione contro le persone Lgbtq+ è vietata dalle leggi sul lavoro. La commissione, che fino a poche settimane fa offriva protezione legale alle persone trans e non binarie, ora riceve ordini di non trattare più i loro casi. Nel frattempo, il dipartimento di Stato smette di rilasciare passaporti con il genere neutro “X”. L’esercito riceve il via libera per espellere le persone transgender. Trump firma un decreto che vieta l’accesso ai trattamenti sanitari per le persone trans minorenni, definendoli «mutilazioni chimiche e chirurgiche». Le strutture di tutela dei diritti vengono decostruite pezzo per pezzo, senza dibattito, senza mediazioni, senza passaggi istituzionali. Il metodo è brutale, ma efficace.

Se la furia anti-migranti di Trump viola pure l'ultimo baluardo delle scuole
Donald Trump (foto Getty).

L’agenzia che doveva proteggere le vittime di discriminazione legittima le esclusioni

A chi lavora all’Eeoc resta una sola scelta: adeguarsi o andarsene. Chi resta cerca di salvare il salvabile. Qualcuno ricorda ancora perché lavora lì: «Se le persone hanno il coraggio di denunciare un’ingiustizia, noi dobbiamo avere il coraggio di ascoltarle». Ma il nuovo corso non ha spazio per la lotta alle discriminazioni. Trump ha sempre governato con un’idea chiara del potere: premiare la lealtà e punire il dissenso. Con i nuovi decreti, la Casa Bianca ha trasformato l’agenzia che avrebbe dovuto proteggere le vittime di discriminazione in un’istituzione che ignora – o peggio, legittima – le esclusioni. E per chi sperava in resistenze istituzionali, la realtà è già chiara: non si smantella solo una politica, si riscrive la definizione stessa di uguaglianza.

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Dieci miliardi di buco, ecco il conto per l’Italia dei paradisi fiscali

Ogni volta che si parla di paradisi fiscali, la narrazione comune li piazza sotto il sole dei Caraibi, tra palme e acque cristalline. La realtà è più vicina, più scomoda e molto più redditizia per pochi. Il Principato di Monaco, il Lussemburgo, il Liechtenstein e le Channel Islands: i primi quattro paradisi fiscali al mondo sono in Europa e si nutrono delle falle del sistema fiscale comunitario.

Secondo lo studio dell’Ufficio Studi CGIA di Mestre, l’Italia perde ogni anno almeno 10 miliardi di euro per colpa dell’elusione fiscale. Non è un caso. È un sistema. Un meccanismo perfettamente oliato che sottrae risorse alla collettività e arricchisce chi può permettersi di giocare a nascondino con il fisco.

Fuga di capitali, ma non di servizi

Montecarlo e il Lussemburgo sono i due terminal principali per chi vuole proteggere i propri profitti dalla fiscalità italiana. Oltre ottomila persone fisiche, tra cui grandi imprenditori, sportivi e celebrità, hanno scelto Montecarlo per le sue tasse zero. Nel Granducato, invece, si concentrano sei banche italiane, una cinquantina di fondi d’investimento, istituti assicurativi e multinazionali che operano in Italia ma registrano gli utili altrove.

La matematica è spietata: chi porta i soldi fuori dal paese, spesso continua a sfruttarne i servizi. Strade, porti, ferrovie, sanità, università: infrastrutture pagate con il denaro di chi le tasse le versa davvero. Peggio ancora, molte multinazionali ottengono incentivi pubblici per insediarsi in Italia, salvo poi delocalizzare i profitti senza alcuna remora.

Un sistema che ci impoverisce tutti

Elusione fiscale significa meno entrate per lo Stato. Meno entrate significano meno risorse per la sanità pubblica, per l’istruzione, per le politiche sociali. La base imponibile si restringe, le tasse per i contribuenti onesti aumentano e la qualità dei servizi peggiora. È un cortocircuito che alimenta le disuguaglianze, rende il sistema più fragile e mina la coesione sociale.

Le multinazionali del web, ad esempio, nel 2022 hanno fatturato in Italia 9,3 miliardi di euro, ma hanno versato al fisco appena 206 milioni. Una percentuale ridicola rispetto ai volumi che generano. E non è un caso isolato: il numero delle multinazionali estere presenti in Italia ammonta a 18.434, eppure il loro contributo fiscale è un’incognita che nessuno sembra voler risolvere.

La toppa della Global minimum tax (che non copre il buco)

Dal 2024 è entrata in vigore la Global minimum tax, che impone un’aliquota minima del 15% sui profitti delle grandi multinazionali. Sulla carta, un passo avanti. Nella realtà, una soluzione parziale. Secondo le stime ufficiali, nel 2025 l’Italia incasserà da questa misura appena 381 milioni di euro, nel 2026 circa 428 milioni e nel 2027 poco più di 432 milioni. Una cifra che impallidisce di fronte ai 10 miliardi che ogni anno sfuggono al fisco.

Nel frattempo, alcuni paesi europei continuano a fare il gioco sporco. Estonia, Lettonia, Lituania e Malta hanno ottenuto una proroga fino al 2030 per applicare la Global minimum tax, mentre Cipro e Portogallo sono ancora in trattativa con Bruxelles. Il risultato? Le multinazionali possono ancora spostare profitti in aree fiscalmente più vantaggiose. L’Europa, che dovrebbe garantire equità e armonizzazione, si ritrova a competere con se stessa in una corsa al ribasso.

Tra evasori ed elusori, un paese allo stremo

C’è una differenza tra chi evade e chi elude il fisco. Il primo si nasconde, il secondo sfrutta le maglie larghe della legge per pagare meno. Il risultato, però, è lo stesso: meno risorse pubbliche, più tasse per chi non può scappare, più disuguaglianza.

L’Italia continua a pagare il conto mentre chi può permetterselo gioca con le regole. E a Bruxelles nessuno sembra avere il coraggio di rimettere in discussione un sistema che trasforma il cuore dell’Europa in una lavanderia fiscale.

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È caduta la maschera

Quando qualche sciagurato giornalista si è permesso di scrivere che la separazione delle carriere fosse solo un tassello di una riforma che ha come fine ultimo il controllo politico della magistratura, più precisamente delle Procure e dei pm, i benpensanti erano inorriditi. “Come potete pensare una cosa del genere?”, ripetevano in coro nei loro angustiati editoriali. Ora che a dirlo è il capogruppo al Senato del partito della presidente del Consiglio, Lucio Malan – al netto del solito, maldestro tentativo di marcia indietro dopo una giornata di polemiche – scalderanno le penne per dirci che si tratta di una considerazione personale, si spremeranno per tranquillizzarci che no, non accadrà niente di simile.

Il cosiddetto caso Almasri non è diverso dal solito. La maggioranza di governo raccoglie i rifiuti dalla cronaca per farne strumentalizzazione politica. Accade dal primo Consiglio dei ministri, quando Giorgia Meloni esibì tronfia un decreto anti-rave perché dei raduni si parlava nei bar, sui giornali e nelle trasmissioni televisive. In questa occasione, però, l’iscrizione nel registro degli indagati di Meloni è un boccone ancora più goloso. Permette, in un colpo solo, di colpire la presunta magistratura politicizzata, come ai bei tempi del Cavaliere decaduto Berlusconi, e di simulare l’impellenza di una riforma che metta un freno ai giudici.

Essendo abilissimi ad interpretare a proprio vantaggio le norme italiane e il diritto internazionale, ma molto meno a scrivere le leggi, hanno trovato la soluzione finale: manovrare i fili dei giudici nelle sentenze e ora anche nelle indagini. Non serviva essere Cassandra.

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La lezione di Weinberg sull’onore perduto

Il tempo è un testimone crudele. Chiede memoria, pretende coerenza. Albrecht Weinberg, 99 anni, sopravvissuto ad Auschwitz, ha restituito la Croce federale al merito ricevuta dallo Stato tedesco. Troppo pesante, ha detto, dopo l’accordo tra Cdu e Afd. Troppo sporca.

È bastato un voto al Bundestag per stracciare l’ultimo brandello di vergogna. La Cdu, il partito di Adenauer e Kohl, ha deciso che per arginare i migranti vale la pena sdoganare l’ultradestra, quella che flirta con la negazione della Shoah, quella che vuole riscrivere la storia per non avere la fatica di sopportarla. Non è un dettaglio: la decisione è arrivata a pochi giorni dall’anniversario della liberazione di Auschwitz, quando i superstiti sono costretti a ripetere ancora una volta che no, non è stato un incidente della storia, non è stato un eccesso. È stato un progetto, e chi oggi lo minimizza ne è complice.

Weinberg non si è limitato a parole di circostanza. Ha riconsegnato il riconoscimento, insieme al fotografo Luigi Toscano. Hanno posto una domanda che pesa più di qualsiasi cerimonia: dov’è il muro di fuoco che separava la democrazia dalla barbarie? Si è spento nelle trattative, nella normalizzazione, nelle scuse dei moderati per i loro alleati impresentabili. Si è dissolto nell’opportunismo politico, nella strategia miope di chi crede di poter giocare con il fuoco senza bruciarsi.

C’è chi dirà che è un gesto simbolico. Lo è. E per questo conta. È la prova che l’orrore non è mai finito: cambia forma, si adatta, si fa sistema. E torna, se nessuno ha più la forza di dire di no. Ma questa volta qualcuno ha detto no, con un gesto semplice e definitivo. La Storia ricorderà chi ha avuto il coraggio di restituire un onore che non significava più nulla. Un segnale, in un’Europa che finge di non vedere l’ombra che avanza.

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Mai visti tanti decreti legge: stravolte le regole della democrazia

Il governo Meloni ha trovato il suo strumento di comando: il decreto legge. Non che sia un’eccezione assoluta – la pratica è abusata da tempo – ma i numeri parlano chiaro. Dall’insediamento, Palazzo Chigi ha sfornato 84 decreti legge, più di qualsiasi altro governo nelle ultime quattro legislature. In media, tre al mese. Il ritmo, come raccontano i dati raccolti da Openpolis, è lo stesso dei governi che hanno gestito la pandemia. Peccato che lo stato di emergenza sia finito da un pezzo.

Un Parlamento ridotto a passacarte

L’abuso dei decreti legge non è solo una questione di numeri. Il problema è politico: il Parlamento è costretto a inseguire l’agenda del governo, riducendo al minimo lo spazio per la discussione. La logica è semplice: ogni decreto ha 60 giorni per essere convertito in legge, e quando ne arrivano troppi contemporaneamente, le Camere si trasformano in una macchina automatica di approvazione. Il legislatore rincorre, mentre l’esecutivo detta la linea.

L’effetto? Le leggi di conversione dei decreti superano quelle ordinarie: 71 contro 65. In pratica, il Parlamento non legifera più, ratifica. E non è una novità, ma uno schema consolidato: anche Draghi, Conte II e perfino Letta hanno fatto lo stesso, spostando il baricentro della produzione normativa da Montecitorio a Palazzo Chigi.

I decreti Minotauro: la scorciatoia per aggirare la democrazia

C’è di più. Quando il Parlamento non fa in tempo a convertire un decreto, il governo ha trovato il trucco per non perdere i provvedimenti: i cosiddetti “decreti Minotauro”. Il meccanismo è semplice quanto opaco. Se un decreto sta per decadere, lo si ingloba in un altro decreto in corso di conversione, assicurandosi che le misure sopravvivano. È successo almeno nove volte dall’inizio della legislatura.

A questo punto, la domanda è inevitabile: perché il governo continua a usare il decreto legge come fosse la regola anziché l’eccezione? La risposta è nei numeri: dal 23 dicembre al 24 gennaio, il governo ha emesso sei nuovi decreti legge. Tra questi, il Milleproroghe 2025 e il decreto sull’ex Ilva. Ma anche provvedimenti che nulla hanno di urgente, come il riordino del sistema scolastico o misure sulla cultura.

Uno stato di emergenza permanente

Il punto è che il governo ha normalizzato l’eccezionalità. Come sottolinea Openpolis, il rischio è chiaro: lo slittamento dallo stato di emergenza (temporaneo) a uno stato di eccezione permanente. La pandemia ha abituato l’opinione pubblica a tollerare la compressione dei poteri parlamentari, ma ora il governo sta cercando di trasformarla in prassi ordinaria.

La politica dovrebbe servire a governare le complessità con strumenti democratici. Qui, invece, si sta scegliendo una scorciatoia: saltare il confronto parlamentare, svuotare il dibattito, concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo.

Diciotto decreti del governo Meloni hanno impiegato più di una settimana per passare dal Consiglio dei ministri alla Gazzetta Ufficiale. In alcuni casi, sono trascorse più di due settimane. Cosa succede in questo lasso di tempo? Chi interviene, chi modifica il testo? Non si sa. L’unica certezza è che il Parlamento riceve un testo a giochi già fatti.

Il Parlamento sotto scacco: si governa per decreti

La democrazia parlamentare vive di equilibri e controlli. Quando l’esecutivo usa il decreto legge come un randello, il Parlamento diventa un notaio. Il problema non è solo tecnico, è politico: il governo Meloni sta costruendo un nuovo standard, in cui il potere legislativo viene marginalizzato e la centralità del Parlamento diventa un residuo formale.

Oggi ci si abitua all’abuso del decreto legge. Domani, chissà. Magari qualcuno penserà che il Parlamento sia solo un fastidio.

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Migranti e tratta di esseri umani: non servono gli scafisti, ci pensano i governi. Le testimonianze nel Rapporto State Trafficking

Giorgia Meloni aveva promesso di inseguire i trafficanti in tutto l’orbe terraqueo, di stanarli uno a uno nei loro covi. Missione compiuta: li abbiamo trovati. Non si nascondono in baracche fatiscenti lungo le coste, non si riuniscono in segreto al calar della notte. No, i trafficanti siedono dietro scrivanie istituzionali, firmano accordi internazionali, indossano divise ufficiali. E sono gli Stati.

Un rapporto appena pubblicato, “State Trafficking”, raccoglie trenta testimonianze di persone migranti espulse dalla Tunisia verso la Libia tra il giugno 2023 e il novembre 2024. Racconti che svelano una catena logistica di espulsioni e vendita di esseri umani, un meccanismo di brutalità istituzionalizzata perfezionato grazie agli accordi tra l’Unione europea e la Tunisia. Cinque fasi, sempre uguali: arresto, trasporto, detenzione nei campi di concentramento al confine, vendita alle milizie libiche, prigionia e tortura fino al pagamento del riscatto. È un sistema oliato con fondi europei, strutturato da governi che definiscono la Tunisia un “paese sicuro” e si sbracciano per dimostrare che il piano di contenimento delle migrazioni funziona.

La macchina della deportazione

Funziona, sì. Lo dicono i numeri: secondo il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, nel 2023 e 2024 la Tunisia ha bloccato oltre 100.000 persone in fuga, più dell’80% provenienti dall’Africa subsahariana. Molte di queste non si trovano più. Il rapporto documenta arresti indiscriminati, con la polizia tunisina che rastrella persone nere per le strade, nei campi, ai posti di lavoro. Non importa se abbiano documenti regolari, se siano rifugiati o richiedenti asilo: il criterio è il colore della pelle. Poi il trasferimento forzato, ammassati su autobus blindati, percossi e umiliati, senza cibo né acqua per giorni. Le testimonianze parlano di abusi sessuali, torture, furti sistematici da parte delle forze dell’ordine. Poi la consegna alle milizie libiche, che gestiscono le prigioni in cui le persone vengono vendute come schiavi o rilasciate solo dietro pagamento di un riscatto.

Non si tratta di episodi isolati, non è l’eccezione di qualche agente corrotto. È un sistema. Un’infrastruttura di violenza gestita da governi che decidono chi ha il diritto di esistere e chi deve sparire. Un’industria della morte finanziata dall’Unione europea, che dal 2017 ha destinato alla Tunisia centinaia di milioni di euro per il controllo delle frontiere. Denaro che non finanzia lo sviluppo, ma l’espulsione e la repressione, che paga i mezzi e le armi per la caccia all’uomo, che trasforma in carne da profitto le persone migranti.

Ogni testimonianza raccolta nel rapporto è una smentita all’ipocrisia occidentale. La Tunisia è ancora un partner credibile? La Libia è una frontiera difendibile? La violenza sistematica è un effetto collaterale accettabile? Le risposte sono nei racconti di chi è stato venduto come una merce. Ed è una risposta che nessun governo vorrà ascoltare. Ma la verità è qui: non sono bande di scafisti a trafficare esseri umani. Sono gli Stati.

Complicità europea: il prezzo della sicurezza

E l’Europa, che finge di non vedere, è complice. L’accordo del luglio 2023 tra l’Unione europea e la Tunisia ha formalizzato il finanziamento alla repressione, garantendo soldi a un regime che usa i migranti come merce di scambio, vendendoli alle milizie libiche. Nulla di nuovo: già nel 2017 era stato firmato un patto con la Libia, finanziando un sistema di prigionie e torture. Ora si è solo perfezionata la filiera della violenza. I numeri parlano chiaro: tra il 2023 e il 2024, oltre 80.000 persone sono state catturate, deportate, vendute. Non serve chiamarla politica migratoria: è tratta di Stato.

Dietro la retorica della sicurezza si nasconde una strategia cinica, in cui il diritto internazionale è carta straccia. L’Unione europea sigilla le sue frontiere con il denaro, pagandosi la tranquillità con la pelle delle persone migranti. Gli Stati membri si lavano le mani mentre finanziano governi autoritari che trasformano esseri umani in merce. E i governi italiani, tutti di qualsiasi colore, hanno sempre applaudito.

Se la Tunisia è un “paese sicuro”, allora anche la Libia è un’oasi di diritti. Ma la realtà raccontata dal rapporto è un’altra: i migranti vengono venduti, picchiati, imprigionati, lasciati morire nel deserto. Le prigioni libiche sono veri e propri lager, dove la sopravvivenza è legata alla capacità di pagare un riscatto. È il costo della nostra “sicurezza”. Un costo pagato con vite umane.

Ora sappiamo chi sono i veri trafficanti di esseri umani. E siedono ai tavoli delle istituzioni.

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E poi Trump venne a prendere i disabili

Prima hanno tolto gli stranieri, incatenati e rispediti oltre il confine. Poi hanno puntato il dito contro chi sfugge alle categorie che garantiscono l’ordine, maschio o femmina e nulla in mezzo. Ora tocca alle persone con disabilità. Il cerchio si chiude.

Trump ha deciso che anche loro devono diventare il nemico, colpevoli di un mondo che non funziona. Un aereo di linea si scontra con un elicottero militare e il Presidente degli Stati Uniti afferma che la tragedia è figlia delle politiche di inclusione della Federal Aviation Administration. Il messaggio è chiaro: i deboli uccidono, le persone con disabilità sono un pericolo pubblico. Un disegno perfetto, architettato con la precisione di chi sa che il nemico non deve difendersi, ma solo soccombere.

L’America di Trump non contempla spazi per chi non rientra nella razza eletta dei vincenti, per chi non incarna il mito della perfezione, per chi esiste come prova dell’imperfezione della specie. Il passo successivo è facile da immaginare: la selezione degli uomini forti, delle intelligenze superiori, l’epurazione di chi non serve, di chi non contribuisce alla grandezza della nazione. Le ombre di un passato mai sepolto tornano a stagliarsi sulla storia.

E mentre Trump alza il braccio e indica la prossima minoranza da sacrificare, un altro esaltato raccoglie l’eco delle sue parole e le trasforma in un’altra legge, un’altra esclusione, un’altra violenza. Il boia si è già messo al lavoro.

Buon venerdì.

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Terra dei Fuochi ignorata, l’Italia condannata

La Corte europea dei diritti umani ha emesso una sentenza che l’Italia non potrà ignorare: le persone che vivono nella Terra dei Fuochi sono state esposte a un pericolo concreto, reale e imminente per la loro salute. Lo Stato italiano, a conoscenza della situazione da decenni, non ha agito con la rapidità e la diligenza necessarie. Non servivano altre prove, non serviva dimostrare il nesso diretto tra quei roghi e l’aumento dei tumori: la Cedu ha stabilito che la sola esposizione a un rischio così grave è sufficiente per condannare l’Italia. Sono passati trent’anni da quando si è iniziato a parlare di veleni sepolti, di falde acquifere contaminate, di discariche abusive. Sette inchieste parlamentari hanno certificato il disastro. Eppure, si è sempre girato lo sguardo altrove. Le bonifiche promesse non sono mai arrivate, le discariche sono rimaste, i roghi non si sono fermati. La politica ha prodotto dichiarazioni indignate, piani di intervento mai attuati, tavoli tecnici senza soluzioni. La sentenza della Corte di Strasburgo non lascia più margine alle scuse. Oggi, come sempre, tutti i partiti si dicono d’accordo: è uno scandalo, bisogna agire. Lo dicono quelli che hanno governato e che in trent’anni non hanno mosso un dito. Lo dicono quelli che governano oggi, gli stessi che in quei territori hanno scelto di concentrare gli sforzi per incarcerare ragazzini invece di mettere fine a un crimine ambientale. Il rischio, ancora una volta, è che questa condanna diventi l’ennesima occasione per proclami senza conseguenze. Ma stavolta c’è una sentenza che impone scadenze e obblighi precisi. Vedremo chi avrà il coraggio di rispettarli.

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