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Sempre più lupi solitari è allarme adolescenti

Ma quanti altri allarmi servono perché la politica si muova sui giovani? Il Consiglio Nazionale delle Ricerche ci consegna un quadro spietato sugli adolescenti italiani: sempre più giovani scelgono l’isolamento sociale, diventando “lupi solitari” incapaci di varcare il confine della connessione digitale. Dal 2019 al 2022, i dati parlano di un’esplosione: il numero di chi vive solo la scuola è triplicato, passando dal 15 al 39,4%. Un silenzio che pesa come un macigno.

L’iperconnessione, denunciata dallo studio, è la colonna portante di questo ritiro. I social media, da strumento per accorciare le distanze, diventano gabbie dorate. Ma ridurre il problema a una generazione incollata agli schermi sarebbe semplicistico. C’è dell’altro. Relazioni scadenti con i genitori, insicurezze corporee, vittimizzazione da bullismo: il terreno fertile su cui cresce il fenomeno degli hikikomori è un misto di solitudine e assenza di prospettive.

La pandemia, con il suo carico di distanza forzata, ha fatto il resto. È quasi raddoppiata la percentuale di ragazzi che non incontrano amici fuori dalla scuola, passando dal 5,6% al 9,7%. I numeri raccontano di una generazione che non si sente vista, né ascoltata. La domanda vera, però, è un’altra: quanto vogliamo davvero affrontare questa crisi?

Perché non basta indignarsi di fronte a percentuali che triplicano. Serve ripensare il nostro modello educativo, sociale e relazionale, andando oltre il miraggio dell’inclusività virtuale.Serve ripensare la scuola non barricandosi ma aprendosi al mondo che c’è intorno. Altrimenti, i lupi solitari continueranno a moltiplicarsi, mentre noi ci limiteremo a contarli.

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L’obiezione di coscienza è ecologica, ora lo dice anche una sentenza

In un’epoca in cui la crisi climatica è ormai una realtà tangibile, con eventi meteorologici estremi che si susseguono a ritmi sempre più serrati, la storia di Gianluca Grimalda, ricercatore italiano licenziato per essersi rifiutato di prendere l’aereo, assume un significato simbolico e giuridico di enorme portata. La sentenza del tribunale di Kiel, in Germania, che ha riconosciuto il diritto di Grimalda a non volare per motivi ecologici, rappresenta un precedente storico: è la prima volta che un tribunale riconosce il diritto all’obiezione di coscienza ecologica nel mondo del lavoro.

Un licenziamento che ha fatto storia

Gianluca Grimalda, climatologo e attivista del movimento Scientist Rebellion, lavorava per il prestigioso Kiel Institut für Weltwirtschaft (IfW) quando, nell’ottobre 2023, è stato licenziato per essersi rifiutato di tornare in aereo dalla Papua Nuova Guinea, dove stava conducendo una ricerca sul rapporto tra globalizzazione, cambiamenti climatici e coesione sociale. Grimalda aveva scelto di viaggiare via terra e mare, riducendo drasticamente le emissioni di CO2 rispetto a un volo aereo. Una scelta inizialmente approvata dal suo istituto, ma che è diventata motivo di conflitto a causa di ritardi burocratici e logistici che hanno ritardato il suo rientro.

L’IfW ha imposto a Grimalda di rientrare in aereo per accorciare i tempi, ma lui si è rifiutato, sostenendo che il suo impegno per la riduzione delle emissioni di gas serra non era negoziabile. Il licenziamento che ne è seguito ha scatenato un dibattito globale, diventando un caso emblematico della crescente tensione tra principi personali e obblighi professionali in un’epoca di emergenza climatica.

La sentenza: un precedente storico

Dopo oltre un anno di battaglia legale, il tribunale del lavoro di Kiel ha dato ragione a Grimalda, chiudendo la disputa con un accordo che prevede la revoca del licenziamento immediato e il pagamento di un’indennità al ricercatore. Sebbene il contratto sia stato risolto per “divergenze ideologiche”, la sentenza rappresenta una vittoria significativa per il movimento ambientalista e per tutti coloro che lottano per un mondo del lavoro più sostenibile.

Grimalda ha annunciato che donerà 75.000 euro del risarcimento ricevuto a iniziative per la protezione del clima e l’attivismo ambientale. “Mi sento triste e felice allo stesso tempo”, ha dichiarato. “Triste per aver perso un lavoro che amavo, ma felice perché il giudice ha riconosciuto implicitamente l’impossibilità di licenziare un dipendente per il suo rifiuto di prendere un aereo. Spero che il mio caso ispiri altri a sostenere la transizione verso società decarbonizzate e incentrate sulle persone”.

Un atto di disobbedienza civile

Grimalda non è nuovo a scelte radicali in nome della sostenibilità. Da oltre dieci anni, ha adottato il “viaggio lento” come forma di protesta e azione contro la crisi climatica. Ha calcolato che il suo viaggio di 28.000 chilometri dalla Papua Nuova Guinea all’Europa, effettuato senza l’uso di aerei, ha ridotto le emissioni di CO2 di dieci volte rispetto a un volo. Una scelta che, come ha spiegato in un’intervista, è maturata gradualmente, spinta dalla consapevolezza dell’urgenza climatica e dalla frustrazione per l’inerzia delle istituzioni.

“Quando ho iniziato a fare viaggi lenti, pensavo che i disastri climatici sarebbero arrivati dopo il mio orizzonte di vita”, ha raccontato Grimalda. “Ma mano a mano che la scienza ci ha fornito dati sempre più allarmanti, ho capito che non potevo più limitarmi a fare ricerca. Dovevo agire”.

Un dibattito che va oltre il caso singolo

Il caso Grimalda solleva interrogativi cruciali sul futuro del lavoro in un’epoca di emergenza climatica. Come conciliare le esigenze delle aziende con i principi etici dei dipendenti? È possibile riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza ecologica come un diritto fondamentale sul lavoro? Secondo Jörn A. Broschat, l’avvocato che ha difeso Grimalda, la sentenza rappresenta una “pietra miliare” per la tutela dei principi climatici nel mondo del lavoro. “È tempo che legislatori e aziende integrino la sostenibilità nei contratti e nei diritti dei lavoratori”, ha dichiarato.

Wolfgang Cramer, direttore di ricerca presso il Cnrs in Francia, ha sottolineato l’importanza di tale approccio: “Gli accademici possono allertare sulla crisi climatica non solo attraverso il loro lavoro, ma anche modificando il proprio contributo personale alle emissioni”.

Un messaggio per il futuro

Grimalda non si ferma qui. Dopo la sentenza, ha annunciato che tornerà in Papua Nuova Guinea per proseguire le sue ricerche sull’adattamento delle comunità locali ai cambiamenti climatici, continuando a viaggiare in modo sostenibile. La sua storia, oltre a ispirare istituzioni e aziende a favorire pratiche più rispettose dell’ambiente, rappresenta un monito per tutti noi: la crisi climatica non è più una minaccia lontana, ma una realtà che richiede scelte coraggiose e immediate.

In un mondo in cui il tempo stringe e gli ecosistemi sono al collasso, la sentenza su Gianluca Grimalda non è solo una vittoria legale, ma un segnale potente: il diritto a lottare per il pianeta è un diritto inalienabile, e nessuno dovrebbe essere costretto a scegliere tra il proprio lavoro e la salvezza del mondo in cui viviamo.

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La politica del “chi se ne frega”

«Chi se ne frega». Daniela Santanchè piace molto ai suoi elettori perché è la donna più simile al prototipo di maschio che piace da quelle parti. «Chi se ne frega», dice ai giornalisti che le chiedono delle sue dimissioni, del suo rinvio a giudizio, dei suoi compagni di partito che non la difendono e dei suoi alleati che non la vorrebbero più incrociare al Consiglio dei ministri.

«Chi se ne frega», dice Santanchè ripetendo la solita litania di un rinvio a giudizio che «non ha nulla a che vedere con le mie funzioni di ministro», spiega. Eppure, andare a processo per truffa allo Stato che si governa dovrebbe essere qualcosa che ha a che vedere con l’etica politica, ancora di più se si fa parte dell’esecutivo.

Quel «Chi se ne frega» è uno strale lanciato in faccia al piglio deciso sempre vantato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Meloni che in quattro e quattr’otto ha lasciato il padre di sua figlia con un messaggio sui social, Meloni che con una mano ha apparecchiato le navi per le deportazioni in Albania, Meloni che nel tempo di un cambio d’abito si è svegliata una mattina super atlantista e quasi europeista. Quella Meloni è incagliata sulla sua ministra del Turismo.

I suoi elettori si chiedono cosa la blocchi. Santanchè usa l’amico La Russa come scudo. E poi c’è il garantismo, quel garantismo che nella compagine di governo storicamente è stato usato come impunità per coprire di tutto. Se tutto è garantismo, allora ognuno è garantito, anche se ha mentito al Parlamento, anche per un rinvio a giudizio così pesante. «Chi se ne frega», appunto.

Buon martedì.

Nella foto: frame del video fb della ministra Santanché nel tour Vespucci, Gedda, 27 gennaio 2025

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Il socialismo di Hitler e la storia secondo Vannacci

A pochi giorni dal Giorno della Memoria il generale Vannacci rilancia un vecchio mito: l’idea che Adolf Hitler e il nazionalsocialismo abbiano radici nel socialismo. Una tesi infondata e pericolosa, che distorce la storia e rischia di banalizzarne le lezioni più dure.

In un’intervista e in televisione, Vannacci ha sostenuto che il termine “nazionalsocialismo” dimostrerebbe affinità con il socialismo. La ricostruzione è stata demolita dagli storici, che spiegano come il pensiero nazista non avesse nulla a che fare con il socialismo. Andrea Di Michele, docente di Storia contemporanea, sottolinea che il nazionalsocialismo si fondava su comunità nazionale, etnia e razza, non sulla lotta di classe, pilastro del socialismo. Hitler stesso perseguitò socialisti, comunisti e sindacalisti, vedendoli come nemici.

Paolo Pombeni, professore emerito di Storia dei sistemi politici, ha definito le affermazioni di Vannacci frutto di “ignoranza storica”. Hitler non aveva alcun legame con il socialismo, che considerava una minaccia associata alla cultura ebraica. Lo stesso termine “nazionalsocialismo”, come spiega Marco Cuzzi, professore di Storia contemporanea, era legato a correnti interne al partito che Hitler eliminò nella “notte dei lunghi coltelli” del 1934.

L’obiettivo è chiaro: confondere e polarizzare il dibattito pubblico, spostando le responsabilità storiche del nazismo. Così occorre ricordare che il nazismo è stato un regime di estrema destra, totalitario e antisemita, senza alcun legame con i principi socialisti.

Confondere per poter riscrivere. Il sogno per qualcuno è una giornata della memoria come manganello contro gli avversari politici. 

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L’Incoerenza al potere, dal caso Idem a Bin Salman Giorgia continua a rinnegare sé stessa

Ieri mattina un giornalista di destra, uno che conta nella costruzione dell’egemonia culturale così cara a Giorgia Meloni, ha sbottato. “Ma se con Bin Salman dobbiamo fare affari perché ciò che conta è il bene dell’Italia allora perché non stringere accordi con Putin o chi altri?”. L’iperbole è evidente ma lo scontento pure. 

Esiste del resto una coerenza che non conosce compromessi: quella tra ciò che si dice e ciò che si fa. Ed è qui, in questo terreno scivoloso, che Giorgia Meloni tradisce se stessa e chi l’ha sostenuta. Perché, se c’è una costante nella politica italiana, è che le parole vengono spesso barattate con la convenienza del momento. E il viaggio della Presidente del Consiglio ad Al-Ula, per stringere rapporti con Mohammed bin Salman, è l’esempio perfetto di questa ipocrisia.

Da Gedda ad Al-Ula: un viaggio tra le contraddizioni

Era il 2018 quando Meloni, allora all’opposizione, tuonava contro la decisione di disputare la Supercoppa Italiana in Arabia Saudita. “Uno Stato fondamentalista che non rispetta i diritti umani non può essere legittimato con eventi sportivi”, dichiarava, dipingendo il Regno saudita come un simbolo di ciò che l’Occidente avrebbe dovuto combattere. Non si trattava solo di una critica politica, ma di un atto d’accusa morale.

Eppure, il 26 gennaio 2025, Meloni stringeva mani ad Al-Ula e firmava accordi per 10 miliardi di dollari con lo stesso Bin Salman. Accordi che coprivano ogni settore strategico: difesa, energia, turismo, sport. Lo stesso sport che, pochi anni prima, aveva definito un “veicolo di propaganda” per legittimare un regime autoritario. Ora, però, tutto sembra lecito, purché ci siano miliardi in ballo.

Di fronte alle critiche, Meloni si è difesa: “Non c’è contraddizione tra quello che dicevo ieri e quello che faccio oggi. Un conto sono gli accordi strategici, un altro è la questione del proselitismo islamico in Europa”. Ma la linea di difesa suona come un goffo tentativo di sfuggire alla realtà: il pragmatismo economico ha prevalso sulla coerenza politica.

L’ombra di Jamal Khashoggi

Il punto più oscuro di questa vicenda resta l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Nel 2021, Meloni usava parole durissime contro Bin Salman, accusato dall’intelligence americana di essere il mandante dell’assassinio. In un tweet al vetriolo, invitava la sinistra italiana a svegliarsi e a smettere di tacere sugli “Stati fondamentalisti come l’Arabia Saudita”. Oggi, però, il nome di Khashoggi sembra essere sparito dal vocabolario politico della premier. Non una parola, non un cenno, durante la visita ufficiale.

Le altre contraddizioni di Meloni

La storia di Meloni è disseminata di scivoloni e inversioni di marcia. Prendiamo la questione delle accise sui carburanti. Prima delle elezioni, Meloni prometteva di “smantellare” le accise, definendole una tassa iniqua. Ma una volta al governo, il suo esecutivo non solo non le ha abolite, ma ha eliminato lo sconto introdotto dal governo precedente, facendo schizzare i prezzi alla pompa.

Un altro esempio è la gestione dei migranti. Durante la campagna elettorale, il blocco navale era il mantra che ripeteva a ogni comizio. Una soluzione netta, dura, in linea con la retorica sovranista. Ma i dati raccontano un’altra storia: nel 2023, gli sbarchi sono quasi raddoppiati rispetto all’anno precedente. Non solo il blocco navale è rimasto un miraggio, ma il governo ha finito per gestire i flussi migratori in modo più caotico di quanto accusava di fare la sinistra.

Poi c’è l’Unione europea, prima regina di tutti i mali con Ursula von der Leyen indicata come leader del globalismo europeo. Oggi Meloni e von der Leyen navigano in un felice fidanzamento politico, officiato da Raffaele Fitto nel ruolo di vicepresidente della Commissione europea. 

Stesso discorso per la difesa (effimera) della ministra Daniela Santanchè. Nel giugno 2013, Giorgia Meloni, allora presidente dei deputati di Fratelli d’Italia, chiese le dimissioni della ministra per le Pari Opportunità, Josefa Idem, coinvolta in una controversia riguardante il mancato pagamento dell’ICI per quattro anni e presunte irregolarità edilizie. Meloni dichiarò: “Le dimissioni da ministro di Josefa Idem sarebbero un gesto importante e significativo, nonché un forte segnale di rispetto verso le Istituzioni e quello che rappresentano”. Il rispetto per le istituzioni con Santanchè è diventato invece secondario. 

L’illusione della coerenza

Il tradimento più grave, però, non è quello verso le sue parole, ma verso i suoi elettori. Quelli che l’hanno scelta perché la consideravano diversa, autentica, capace di sfidare il sistema. Ma cosa rimane di quella Meloni? Una leader che, una volta arrivata al potere, si piega alle stesse logiche che criticava.

Ci si potrebbe chiedere se questa evoluzione sia inevitabile. Dopo tutto, la politica è fatta di compromessi. Ma quando i compromessi diventano sistematici, quando ogni promessa viene sacrificata sull’altare della convenienza, allora non si tratta più di politica, ma di cinismo. E gli elettori di destra amano i cinici con gli avversari, non i cinici con le promesse. 

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Report commissariato: l’autonomia editoriale è il nuovo nemico del potere

La circolare firmata dall’amministratore delegato della Rai Gianpaolo Rossi introduce un principio che potrebbe segnare la fine dell’autonomia editoriale di Report. Secondo la disposizione, tutti i programmi giornalistici dovranno essere gestiti da una “struttura editoriale” esterna al conduttore. Questo significa che Sigfrido Ranucci, oltre a non poter più decidere liberamente temi, scaletta e budget, si troverà sottoposto a un responsabile designato dall’azienda, con potere decisionale su ogni aspetto del programma.

La giustificazione formale è la necessità di garantire una corretta “segregazione dei poteri”, ossia evitare che chi produce i contenuti coincida con chi li sovrintende. Ma nei fatti, questa scelta si traduce in un commissariamento mascherato, una misura che pare pensata apposta per colpire l’unico programma di approfondimento capace di mettere il potere sotto la lente di ingrandimento.

Non è un caso che la circolare arrivi dopo le recenti inchieste di Report su temi particolarmente delicati, come la società Visibilia, e dopo le critiche pubbliche di Marina Berlusconi. Mentre l’Usigrai denuncia un attacco diretto all’informazione indipendente, la scelta sembra inserirsi in un disegno più ampio: neutralizzare le poche voci giornalistiche non allineate al potere politico.

Con questa mossa, la Rai si allontana ancora di più dalla sua missione di servizio pubblico, trasformando la vigilanza in un sistema di controllo. Controllare al posto di vigilare, comandare al posto di governare: è la loro natura. 

 

In foto: Sigrido Ranucci, fonte ufficio stampa Rai

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Se la furia anti-migranti di Trump viola pure l’ultimo baluardo delle scuole – Lettera43

Con la revoca della politica sui “luoghi sensibili” saranno possibili retate a caccia famiglie senza documenti anche negli istituti scolastici, nelle chiese e negli ospedali. Un modo per generare panico e spedire un messaggio: nessuno è al sicuro. Ma così The Donald mina il tessuto sociale americano e compromettere il futuro di migliaia di bambini, privandoli dell’istruzione e non solo.

Se la furia anti-migranti di Trump viola pure l’ultimo baluardo delle scuole

L’attacco della seconda amministrazione Trump ai diritti delle famiglie immigrate passa anche attraverso un luogo che dovrebbe essere sacro: le scuole. Con la revoca della politica sui “luoghi sensibili” — in vigore dal 2011 e ampliata nel 2021 — The Donald ha spalancato le porte agli agenti dell’Ice, l’agenzia federale che si occupa di frontiere e immigrazione, permettendo operazioni di arresto persino dentro scuole, chiese e ospedali. Un gesto che, al netto delle dichiarazioni ufficiali, mira non tanto a garantire la sicurezza, quanto a diffondere un clima di terrore tra le comunità immigrate.

Strategia del terrore contro le famiglie immigrate

La mossa non è stata accompagnata da retoriche di prudenza o sensibilità. Il Dipartimento per la sicurezza interna ha giustificato la decisione come necessaria per garantire l’applicazione uniforme delle leggi sull’immigrazione, eliminando «barriere inutili». Ma dietro la facciata burocratica si cela un obiettivo politico: rendere impossibile la vita per le famiglie senza documenti, togliendo loro ogni spazio di sicurezza. La strategia del terrore, «una dose sana di buonsenso» secondo il segretario ad interim Benjamine Huffman, diventa un’arma di dissuasione.

Se la furia anti-migranti di Trump viola pure l'ultimo baluardo delle scuole
Proteste contro le politiche di Trump durante il suo primo mandato (foto Getty).

Le conseguenze, tuttavia, non tardano a farsi sentire. A Los Angeles una madre guatemalteca — che preferisce restare anonima per proteggere la sua famiglia — ha dichiarato al Washington Post che vive con il timore costante di essere arrestata mentre accompagna i figli a scuola. La donna, come molti altri genitori, sta predisponendo piani d’emergenza, designando parenti o amici per prendersi cura dei bambini in caso di deportazione. «Mai avrei pensato di dover pianificare di separarmi dai miei figli per colpa dell’immigrazione», ha detto.

Ci sono 733 mila bambini senza documenti in età scolare

Secondo l’Istituto di politica migratoria, negli Stati Uniti ci sono oltre 733 mila bambini senza documenti in età scolare, oltre a moltissimi altri nati negli Usa ma con genitori non autorizzati. Per loro, la sentenza della Corte suprema nel caso Plyler v. Doe del 1982 garantisce un diritto costituzionale all’istruzione pubblica. Ma come si può parlare di diritto quando la paura di essere arrestati impedisce persino di uscire di casa?

Se la furia anti-migranti di Trump viola pure l'ultimo baluardo delle scuole
Donald Trump (foto Getty).

Alcuni distretti scolastici stanno cercando di resistere. A Chicago il preside delle scuole pubbliche Pedro Martinez ha inviato comunicazioni in otto lingue diverse per rassicurare le famiglie. La città, già allarmata da voci di raid imminenti, ha intensificato le partnership con organizzazioni di advocacy per informare i genitori sui loro diritti. Il sindacato degli insegnanti di Chicago ha inoltre organizzato corsi di formazione per il personale, preparando piani d’azione in caso di interventi dell’Ice. Eppure, nonostante gli sforzi, il senso di sicurezza rimane fragile.

Cancellato il diritto all’educazione e il valore dell’inclusione

A Los Angeles il distretto scolastico ha adottato una politica che dal 2017 vieta la cooperazione volontaria con le autorità federali sull’immigrazione. Recentemente il consiglio scolastico di New York ha approvato all’unanimità una risoluzione che impedisce l’accesso dell’Ice agli edifici scolastici senza un mandato giudiziario. Queste iniziative rappresentano tuttavia delle eccezioni in un panorama nazionale dove l’applicazione delle politiche dipende spesso dalla volontà locale. Non tutti, infatti, remano contro le nuove direttive. In Oklahoma il sovrintendente delle scuole Ryan Walters ha apertamente sostenuto la linea dura, dichiarando che la repressione dell’immigrazione irregolare aiuterà a «riportare le scuole sotto controllo». Una retorica che cancella in un colpo solo il diritto all’educazione e il valore di comunità scolastiche inclusive.

Se la furia anti-migranti di Trump viola pure l'ultimo baluardo delle scuole
Anche nelle scuole sarà possibile fare retate anti-migranti (foto Getty).

L’effetto immediato di queste politiche è la paura: di mandare i figli in classe, di vedere infranto quel fragile equilibrio che rendeva le scuole luoghi sicuri. E non si tratta solo di timori infondati. Come sottolineato dall’Amica Center for Immigrant Rights, il rischio di raid simbolici nelle vicinanze delle scuole — finalizzati più a generare panico che a perseguire reati specifici — è concreto. «Si stanno eliminando gli ultimi spazi sicuri per queste persone», ha dichiarato il direttore esecutivo Michael Lukens.

L’obiettivo è creare un clima di paura generalizzata

Per Trump tutto ciò è funzionale a un progetto più ampio: trasformare la vita delle persone immigrate in un inferno amministrativo e psicologico. L’idea che gli agenti federali possano presentarsi a scuola per arrestare genitori o studenti è un messaggio preciso: nessuno è al sicuro. Julia Gelatt, esperta del Migration Policy Institute, ha evidenziato come l’obiettivo principale sia creare un clima di paura generalizzata. Che i genitori trasmettono ai figli, minando la fiducia in istituzioni che dovrebbero proteggerli.

Saltano anche pasti gratuiti e supporto psicologico

In un momento in cui le comunità scolastiche dovrebbero essere unite, la politica divisiva dell’amministrazione Trump rischia di far saltare il tessuto sociale. Perdere giorni di scuola significa compromettere il futuro di migliaia di bambini, privandoli non solo dell’istruzione ma anche di servizi essenziali come i pasti gratuiti e il supporto psicologico. La storia ci insegna che l’educazione è uno degli strumenti più potenti per combattere l’ingiustizia. Ma come può svolgere questo ruolo quando diventa il bersaglio di politiche che mirano a distruggere la speranza? Il messaggio dell’amministrazione Trump è chiaro: nessun luogo — nemmeno le scuole — è immune dalla sua guerra contro gli immigrati. Un conflitto che non risolve nulla, ma anzi lascia cicatrici profonde su una generazione di giovani che meriterebbero di meglio.

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Largo alle Lobby, stop alle Ong: ecco la linea di Conservatori e Popolari

Non sono mai state amate dai conservatori. Le organizzazioni non governative rappresentano da sempre un bersaglio facile: troppo libere, troppo critiche, troppo ingombranti per chi vorrebbe un’Europa modellata sui propri interessi. Oggi il mirino si stringe. Al Parlamento europeo, il Partito Popolare Europeo (Ppe) e i Conservatori e Riformisti Europei (Ecr) stanno chiedendo a gran voce maggiore trasparenza sui finanziamenti che le Ong ricevono dall’Unione europea. La narrativa è quella di sempre: salvaguardare i soldi dei contribuenti. Ma tra le righe si intravede una strategia più ampia per ridurre al silenzio una parte della società civile che ancora osa mettere in discussione il potere.

L’attacco alle Ong ambientali

“Le Ong svolgono un ruolo importante nel processo legislativo europeo, ma serve più controllo su come vengono utilizzati i fondi”, ha dichiarato Manfred Weber, leader del Ppe. Il messaggio è chiaro: va bene che esistano, purché non facciano troppo rumore. In particolare, nel mirino ci sono quelle attive in campo ambientale, spesso accusate di ostacolare lo sviluppo economico o di imporre vincoli eccessivi a settori chiave. E così, nel tentativo di mettere un freno a questa presunta ingerenza, la Commissione europea ha recentemente stabilito che i fondi del programma LIFE — destinati a progetti per la tutela dell’ambiente — non potranno più essere utilizzati per attività di lobbying. Un colpo basso per chi da anni lavora per portare nel dibattito pubblico le istanze della transizione ecologica.

La giustificazione è ancora una volta il rischio reputazionale. Una lettera inviata dalla Commissione alle Ong specifica che i fondi non devono essere impiegati per organizzare incontri o produrre materiali di advocacy rivolti alle istituzioni europee. Un limite che rischia di amputare una parte essenziale del loro lavoro: quella di rappresentare le istanze della società civile. “Queste restrizioni ci rendono più difficile contribuire al dibattito pubblico”, hanno commentato alcune organizzazioni. La traduzione? Una stretta che le depotenzia, sottraendo loro la voce proprio laddove più conta.

Un attacco al pluralismo democratico

La questione va ben oltre il tecnicismo del bilancio europeo. Quello a cui stiamo assistendo è un attacco al pluralismo democratico. Mentre si chiede alle Ong di giustificare ogni centesimo ricevuto, nulla si dice sui finanziamenti che piovono sulle grandi lobby industriali, libere di influenzare decisioni politiche senza dover rendere conto ai cittadini. L’ipocrisia è evidente: chi accusa le Ong di eccessiva influenza difende un sistema che favorisce chi ha le risorse per comprare il silenzio.

Ma c’è di più. Dietro questa campagna di delegittimazione si nasconde un’idea precisa di Europa, un continente che rinuncia al ruolo di leader globale sui diritti umani e sull’ambiente per ripiegarsi su interessi corporativi. I conservatori europei, nel loro attacco alle Ong, stanno costruendo un’architettura politica che esclude le voci critiche e sacrifica la partecipazione democratica sull’altare della convenienza.

Non è solo una questione di finanziamenti. È una battaglia culturale. Le Ong rappresentano un contro-potere, un presidio di responsabilità e trasparenza che oggi è più necessario che mai. Se perdiamo questa battaglia, non sarà solo una sconfitta per loro, ma per tutti coloro che credono in un’Europa capace di ascoltare e rappresentare tutte le sue anime, non solo quelle con i portafogli più pesanti. E questo, in tempi come questi, è già troppo.

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Il conto dei treni in ritardo: nel 2023 stangata da 500 milioni di euro

Quanto ci costano i ritardi dei treni? Una domanda che dovrebbe risuonare nelle stanze della politica, ma che troppo spesso rimane sepolta sotto il rumore di accuse infondate e teorie fantasiose. Mentre il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, si lancia in dichiarazioni sui presunti sabotatori del sistema ferroviario italiano, i numeri raccontano un’altra storia: quella di un Paese che perde tempo, denaro e opportunità.

Quanto ci costano davvero i ritardi dei treni?

Nel 2023, il 15% dei treni italiani ha accumulato ritardi significativi, secondo i dati riportati da “Collettiva”, il magazine della Cgil. Parliamo di migliaia di ore perse ogni giorno: solo a ottobre, Trenitalia ha registrato oltre 2.500 treni con ritardi superiori ai 30 minuti. Non si tratta solo di un disagio per chi viaggia. L’European Railway Agency stima che ogni ora di ritardo collettivo costi all’economia italiana circa 10 milioni di euro l’anno. Sommando i ritardi quotidiani, il conto è salato: oltre 500 milioni di euro persi nel 2023, una cifra che colpisce imprese, pendolari e turisti.

I costi diretti includono i rimborsi dei biglietti, le penali contrattuali e i maggiori consumi energetici dovuti a fermate non programmate. Quelli indiretti, invece, pesano ancora di più: secondo uno studio di Legambiente, le ore lavorative perse a causa dei ritardi ammontano a circa 20 milioni l’anno, con un impatto significativo sulla produttività nazionale. A questo si aggiungono i costi ambientali: i ritardi spingono molti pendolari a scegliere l’auto, aumentando le emissioni di CO2.

Problemi strutturali e investimenti mancati

Eppure, il ministro Salvini preferisce concentrare l’attenzione su presunti nemici invisibili. Le sue dichiarazioni sui “sabotatori” delle ferrovie non trovano riscontro nei dati. La verità è che il sistema ferroviario italiano soffre di problemi strutturali: carenza di investimenti, manutenzione insufficiente e una gestione inefficace. Secondo il rapporto Pendolaria 2023 di Legambiente, l’Italia ha investito appena 1,4 miliardi di euro nel trasporto ferroviario regionale, contro i 3,5 miliardi della Germania. Il risultato è una rete ferroviaria frammentata, dove le linee locali, utilizzate dal 90% delle persone pendolari, soffrono di ritardi cronici e infrastrutture obsolete.

Un esempio emblematico è il divario tra Nord e Sud. Le regioni meridionali, che coprono oltre il 40% del territorio nazionale, ricevono meno del 20% degli investimenti ferroviari. Questo si traduce in tempi di percorrenza più lunghi, frequenze ridotte e stazioni abbandonate. Secondo uno studio del Centro Studi Svimez, la mancanza di infrastrutture adeguate nel Sud costa al Paese oltre 2 miliardi di euro l’anno in mancata crescita economica.

La situazione è paradossale: mentre l’Italia si vanta dell’Alta Velocità, che copre appena il 5% del territorio, le linee regionali restano indietro. Solo il 30% dei treni regionali rispetta gli standard di puntualità europei, un dato che ci colloca agli ultimi posti tra i Paesi UE. E mentre Salvini parla di sabotaggi, il rapporto dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie indica chiaramente le cause principali dei disservizi: guasti tecnici (42%), carenze di manutenzione (35%) e insufficienza del personale (15%).

Il costo dei ritardi dei treni: cosa serve per invertire la rotta

Cosa servirebbe per invertire la rotta Un piano straordinario di investimenti da almeno 10 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, come proposto dalla Corte dei Conti Europea, per ammodernare le linee locali, potenziare il personale e migliorare i sistemi di controllo. Ogni euro investito nelle ferrovie genera un ritorno economico stimato in 2,5 euro, oltre a ridurre l’impatto ambientale e migliorare la qualità della vita.

Il tempo è denaro, si dice. In Italia, però, sembra che il tempo delle persone non valga abbastanza per chi governa. Finché la politica continuerà a distrarsi con il chiasso delle teorie complottiste, a pagarne il prezzo saranno le persone pendolari, le aziende e l’intero Paese. E mentre si parla di complotti, i treni continuano ad accumulare ritardi, portandoci sempre più lontano dall’Europa che vorremmo essere.

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Spunta il daspo sindacale e i diritti diventano un lusso

Si può disquisire a lungo sul concetto di reputazione. Lo si può legare al fascino di un marchio, all’eleganza di un prodotto, all’aura di lusso che avvolge certi nomi. Ma in Italia la reputazione di un brand può calpestare diritti fondamentali, trasformandosi in una querelle grottesca Il caso Montblanc è indicativo. I lavoratori pachistani e afghani di Campi Bisenzio, pagati tre euro l’ora per turni di dodici ore, hanno osato chiedere condizioni dignitose. In cambio, il marchio ha chiesto il daspo sindacale per vietare proteste vicino alla boutique di via Tornabuoni. Una richiesta che tenta di sigillare la facciata dorata del lusso, eliminando il rumore fastidioso delle proteste.

Il sindacato Sudd Cobas denuncia: l’azzeramento delle commesse ai fornitori cinesi è una ritorsione. Montblanc si trincera dietro il mancato rispetto del codice etico. E gli stipendi da fame lamentati dai lavoratori? Si dirà che i lavoratori non vinceranno. Si dirà che i sindacalisti sono rompicoglioni, come scriveva Valerio Evangelisti. Ma tornano in mente le parole di Stig Dagerman: “È necessario ribellarsi… per non morire di vergogna”.

Che Montblanc osi una battaglia legale simile è significativo: non temono il danno d’immagine. Forse sperano che l’opinione pubblica, distratta, volti lo sguardo. Ma la storia insegna che i simboli resistono più delle merci e che i diritti conquistati non si cancellano con un colpo di spugna. Resta il vuoto lasciato da chi lottò per quei diritti e oggi non potrebbe credere a questo sfacelo. Raccontare è l’unico antidoto contro l’indifferenza.

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