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La resa della politica: al marketing dei miliardari

C’è quell’imbarazzante immagine di Mark Zuckerberg che con occhi da cane bastonato annuncia di liberare Facebook e Instagram contro “l’oppressione della cultura woke”. Il proprietario di Meta, che distilla gli algoritmi di quello che dobbiamo vedere su Instagram e Facebook, ha affermato che la società e il mondo aziendale sono diventati “castrati” ed “emasculati”, sottolineando che la cultura aziendale si è allontanata dall’energia maschile, che lui considera positiva e necessaria accanto a quella femminile.

Jeff Bezos, proprietario di Amazon, aveva acquistato il Washington Post per promettere di rispettare lo slogan sotto la testata: “la democrazia muore nell’oscurità”. Poi ha abbracciato l’oscurità perché l’importante è che non muoia il fatturato. Walt Disney corre a baciare la pantofola a Trump. Ieri il NY Times ci ha fatto sapere che le grandi banche abbandonano i gruppi che lottano contro i cambiamenti climatici prima del mandato di Trump, Federal reserve inclusa. 

L’idealizzazione delle aziende nella speranza che potessero diventare alfieri dei diritti civili si è sgretolata nel giro di qualche settimana. È il risultato della politica che manca. Affidarsi a Walt Disney per chiedere la valorizzazione dei diritti Lgbt significa lasciare le mani libere ai partiti che chiedono voti per la difesa dei diritti. Ai politici bastava indicare cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato, dove acquistare, cosa boicottare. Le aziende costruivano narrazione per vendere e la politica la scambiava per idealismo. 

La politica deve fare politica, non narrazione. Altrimenti chi ha la narrazione che solletica meglio gli intestini vince. Come Meloni, come Trump. E i diritti passano di moda. 

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204 nuovi miliardari nel 2024, 44% dell’umanità ancora in povertà

L’ultimo rapporto di Oxfam, “Takers, Not Makers“, racconta un mondo diviso tra chi prende e chi produce. Le disuguaglianze economiche, radicate in un sistema globale ereditato dal colonialismo, continuano a favorire pochi privilegiati, mentre miliardi di persone lottano per la sopravvivenza. Nel 2024, la ricchezza dei miliardari è aumentata tre volte più rapidamente rispetto all’anno precedente: due trilioni di dollari in più, con la creazione di 204 nuovi miliardari, quasi quattro a settimana. Nel frattempo, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà di 6,85 dollari al giorno è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990: un drammatico 44% della popolazione mondiale.

Un’aristocrazia moderna

Oxfam denuncia come il 60% della ricchezza miliardaria derivi da eredità, cronyism o potere monopolistico. Siamo di fronte a un’aristocrazia moderna, dove la ricchezza non è frutto di capacità individuali, ma di un sistema che premia pochi a discapito di molti. Il rapporto evidenzia che nei prossimi tre decenni oltre 5,2 trilioni di dollari saranno trasferiti ai figli di miliardari, consolidando ulteriormente le disuguaglianze. La situazione è aggravata dalla mancanza di tassazioni significative sulle eredità: due terzi dei paesi non applicano imposte dirette sui lasciti familiari.

Nel frattempo, i grandi monopoli dominano i mercati globali. Aziende come Amazon o conglomerati industriali africani, citati nel rapporto, traggono profitti astronomici dal controllo dei mercati e dalla compressione salariale. Le persone lavoratrici nel Sud globale, infatti, guadagnano tra l’87% e il 95% in meno rispetto a chi svolge mansioni simili nel Nord globale.

La ricchezza estratta dal Sud globale

La moderna economia globale, secondo Oxfam, riflette le disuguaglianze coloniali. Ogni ora, 30 milioni di dollari vengono trasferiti dal Sud al Nord globale attraverso un sistema finanziario che favorisce i paesi ricchi e le loro élite. Gli strumenti di questo meccanismo includono il debito estero, che sottrae risorse vitali ai paesi più poveri, e un sistema fiscale internazionale progettato per avvantaggiare i grandi patrimoni. Tra il 1970 e il 2023, i governi del Sud globale hanno pagato 3,3 trilioni di dollari in interessi ai creditori del Nord, una cifra superiore alla spesa combinata per sanità ed educazione.

Anche le istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, giocano un ruolo cruciale. Questi enti, controllati principalmente da paesi del Nord, impongono politiche di austerità che spesso aggravano le disuguaglianze. Durante la pandemia di Covid-19, ad esempio, l’FMI ha richiesto tagli ai salari pubblici, riducendo di 10 miliardi di dollari le risorse disponibili per medici, infermieri e insegnanti in 15 paesi.

Il caso italiano

In Italia, le disuguaglianze economiche si manifestano con caratteristiche peculiari. Il paese, pur appartenendo al Nord globale, soffre di un divario interno significativo tra Nord e Sud, eredità storica che riflette dinamiche globali di disuguaglianza. Nel Mezzogiorno, il tasso di povertà è molto più elevato rispetto al resto del paese, con conseguenze tangibili sulla qualità della vita. A livello fiscale, l’Italia applica una delle tassazioni sulle eredità più basse d’Europa, contribuendo a preservare la concentrazione della ricchezza.

Le politiche redistributive si rivelano insufficienti per affrontare le disuguaglianze strutturali. I tagli ai servizi pubblici e le difficoltà di accesso all’istruzione nelle regioni meridionali aggravano ulteriormente la situazione. Questo quadro si inserisce in un contesto europeo in cui il tema delle disuguaglianze viene spesso marginalizzato.

L’eredità del colonialismo

Oxfam sottolinea che queste dinamiche non sono casuali, ma affondano le radici nel colonialismo storico. Dal saccheggio dell’India da parte del Regno Unito – con 33,8 trilioni di dollari trasferiti alla sola élite britannica – ai moderni meccanismi di sfruttamento economico, il rapporto traccia una linea diretta tra passato e presente. I monopoli, la finanziarizzazione dell’economia e le politiche commerciali asimmetriche sono strumenti attraverso i quali le nazioni ricche continuano a esercitare una forma di controllo sul Sud globale.

Un futuro più giusto è possibile?

Il rapporto si conclude con un appello alla decolonizzazione dell’economia globale. Tra le proposte, spiccano la creazione di una tassa globale sulla ricchezza, l’eliminazione delle politiche fiscali regressive e una riforma delle istituzioni internazionali per garantire una maggiore rappresentanza dei paesi del Sud.

Ma il cambiamento, avverte Oxfam, richiede anche un profondo mutamento culturale: un riconoscimento collettivo delle ferite del colonialismo e un impegno per riparare i danni attraverso politiche di giustizia sociale ed economica.

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Riparte la stagione teatrale di Cineteca Milano Metropolis,

La stagione teatrale di Cineteca Milano Metropolis di Paderno Dugnano, in collaborazione con il Teatro della Cooperativa, riparte domani alle 20:45 con un recital che si colloca idealmente nell’ambito delle iniziative per la Giornata della Memoria.

“Ausmerzen – Vite indegne di essere vissute” è un’opera che affronta i temi di eugenetica, malattia mentale e soluzione finale. La regia è di Renato Sarti, che ha tratto ispirazione da un testo teatrale di Marco Paolini, Mario Paolini, Michela Signori e Giovanni De Martis.

«Quando ho chiesto a Paolini di portare “Ausmerzen” al Teatro della Cooperativa per ricordare Franco Basaglia nel centenario della sua nascita, mi ha risposto: “Perché non te lo fai tu? Mi fido” – racconta Sarti –. Mi è sembrata un’ottima occasione per aggiungere un ulteriore tassello al mio percorso teatrale di approfondimento sui temi legati alla grande storia del secolo passato. Al mio fianco sul palco ci sarà Barbara Apuzzo (insieme nella foto), attrice affetta da artrogriposi, un’amica che con la sua voce, il suo corpo e la sua presenza fisica renderà ancor più chiaro il messaggio».

Il 17 febbraio sarà la volta di “Sono bravo con la lingua”, una storia di fonemi, idiomi, linguistica e computer di e con Antonello Taurino, scritto insieme a Carlo Turati.

Il 17 marzo arriverà “Falcone, Borsellino e le teste di minchia (il ridicolo onore)”, di e con Giulio Cavalli, accompagnato alla chitarra da Federico Rama.

Il 14 aprile Ippolita Baldini porterà sul palco di Paderno “Una marchesa ad Assisi”, secondo capitolo delle peripezie della giovane Roberta, ancora alle prese con insicurezze e dubbi.

Si chiuderà il 12 maggio con “Babylon Brassens”.

Da “Il Giorno” 19 gennaio 2025

Questa meritocrazia è una truffa

La forbice tra i salari dei dirigenti e quelli dei lavoratori non si allarga: si spalanca. Lo raccontano i numeri di un mondo che continua a premiare i vertici aziendali come se fossero dei moderni re Mida, ignorando che il loro tocco magico si basa sul sudore e sul sacrificio di chi sta alla base. I dati pubblicati nel rapporto Mercer di novembre 2024 non lasciano spazio a interpretazioni: nel 2022, i compensi dei Ceo delle maggiori aziende globali sono cresciuti di un ulteriore 9%, mentre gli stipendi dei lavoratori arrancano dietro l’inflazione. La disparità è così marcata che ormai sembra quasi naturale, come se fosse inscritta in qualche legge universale. Ma naturale non è.

La chiamano meritocrazia ma è una distorsione pianificata. Non si può chiamare “premio” la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi quando i lavoratori, spesso definiti “il cuore dell’azienda” nei discorsi ufficiali, vedono il loro potere d’acquisto ridursi ogni anno. E mentre i Ceo ricevono bonus milionari, i loro dipendenti fanno i conti con l’incertezza, costretti a barcamenarsi tra affitti insostenibili e bollette in aumento.

È l’essenza stessa di questo sistema a essere corrotta. Si chiama capitalismo, ma è sempre più simile a un feudalesimo mascherato, in cui pochi baroni accumulano ricchezze su scala globale e il resto del mondo si accontenta delle briciole. La narrazione che celebra i grandi manager come geni solitari ignora volutamente il ruolo collettivo del lavoro, riducendo la forza di milioni di persone a una nota a margine.

Questa meritocrazia è una truffa. 

Buon lunedì. 

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Anche per Turmp sarà tutto revanscismo

Il New York Times l’ha chiamata *retribution list*: l’elenco dei nemici che Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, punterebbe a colpire per vendicarsi di quattro anni che il tycoon chiama, senza ironia, una crociata contro il “deep state”. Dentro ci sono alti funzionari, giudici, giornalisti e persino ex alleati repubblicani colpevoli di aver tentennato davanti alle sue derive più estreme. Non è solo Trump: è il marchio del revanscismo che questa destra dissemina da Washington a Roma, portando il conflitto personale al centro della politica.

Nel mirino ci finiranno innanzitutto le istituzioni che hanno osato indagare, ostacolare o regolamentare: l’FBI, il Dipartimento di Giustizia, chiunque rappresenti quel bilanciamento dei poteri che Trump ha sempre letto come una scomoda burocrazia. La sua ossessione non è nuova. La novità, semmai, sta nella normalizzazione della vendetta come strategia politica. E qui, guardando oltreoceano, non serve grande fantasia per vedere gli echi di Giorgia Meloni: basti pensare agli attacchi sistematici contro la magistratura, i media critici, o le organizzazioni che difendono i diritti civili.

La domanda, però, è un’altra: cosa accade quando il nemico diventa il collante del consenso? Si crea un vuoto in cui l’agenda politica si riduce a una lunga lista di bersagli. Più che una crociata, è l’autobiografia di un progetto senza futuro, dove chi osa dissentire non viene contestato ma delegittimato. E forse è proprio questo che fa più paura: non i nemici di Trump, ma il silenzio che verrà dopo.

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Trump e quei conflitti di interessi che minano la democrazia Usa – Lettera43

Il ritorno di The Donald alla Casa Bianca ha riaperto un vaso di Pandora già noto ma mai del tutto esplorato: l’intreccio tra affari personali e politica. Un impero, il suo, che va dagli hotel di lusso in giro per il mondo alle criptovalute. Il presidente che promette Make America Great Again, in realtà pare impegnato, prima di tutto, a rendere grande se stesso.

Trump e quei conflitti di interessi che minano la democrazia Usa

Elon Musk non è l’unico simbolo del conflitto di interessi negli Stati Uniti. La recente elezione di Donald Trump alla presidenza ha riaperto un vaso di Pandora già noto ma mai del tutto esplorato: l’intreccio tra interessi personali e pubblici che permea le sue operazioni finanziarie e politiche. Durante il suo primo mandato, Trump aveva già stabilito un precedente inquietante, ma è nel suo secondo tentativo di guidare la nazione che il potenziale di influenze indebite sembra aver raggiunto nuove vette.

Le crociate nostrane contro Musk sbagliano bersaglio
Donal Trump con Elon Musk (Getty Images).

L’impero di Trump continua a espandersi, dagli hotel di lusso alle criptovalute

Trump è tornato alla Casa Bianca con un portfolio di attività che non solo sopravvive, ma si espande. Dagli hotel di lusso negli Stati Uniti alle collaborazioni con società immobiliari straniere, il presidente ha mantenuto un piede ben saldo nel mondo degli affari. Tra i più preoccupanti, vi sono i progetti immobiliari in Medio Oriente, come quello in Oman, sviluppato su terreni di proprietà governativa in partnership con società saudite vicine al governo di Riad. Considerata l’influenza strategica dell’Oman nella politica mediorientale, è inevitabile chiedersi se le decisioni di politica estera siano libere da condizionamenti. Il fatto che tali progetti coincidano con richieste saudite di forniture militari e tecnologia nucleare solleva ulteriori interrogativi. In parallelo, Trump ha cavalcato il boom delle criptovalute. La piattaforma World Liberty Financial, sponsorizzata dalla sua famiglia, promette investimenti e prestiti in Ethereum e altre monete virtuali, ma introduce una serie di rischi etici. Già il sostegno di Trump al settore ha fatto impennare il valore di Bitcoin, mentre la nomina di Paul Atkins, un avvocato pro-crypto, a capo della Sec, ha sollevato interrogativi sull’imparzialità delle politiche di regolamentazione. Trump stesso, secondo le dichiarazioni finanziarie, possiede Ethereum per un valore compreso tra 1 e 5 milioni di dollari, un dettaglio che sembra intrecciare ancora di più il pubblico e il privato.

Stati Uniti, Trump nomina Paul Atkins alla guida della Securities and Exchange Commission
Paul Atkins (Getty Images).

Il ruolo di Truth Social e il marchio Trump

Un altro strumento di influenza è Trump Media & Technology Group, proprietaria di Truth Social, la piattaforma che ha giocato un ruolo cruciale nella sua campagna elettorale. Con un valore di mercato stimato in 4 miliardi di dollari, l’azienda rappresenta un canale diretto per veicolare messaggi e generare profitti. Interessante notare che, sebbene la legge americana vieti ai cittadini stranieri di finanziare campagne politiche, non esiste alcuna restrizione sull’acquisto di azioni di società come questa. Questo apre la porta a manovre finanziarie volte a influenzare indirettamente la presidenza. Ogni comunicato ufficiale della transizione presidenziale è stato accompagnato da link diretti a Truth Social, amplificando il valore della piattaforma e i guadagni che ne derivano. Non sono solo il settore immobiliare e tecnologico a destare preoccupazioni. La proliferazione di prodotti marchiati Trump – dai Bibbie autografate ai profumi dorati – alimenta un sistema in cui l’immagine presidenziale viene sfruttata per profitti personali. Gli Nft venduti per milioni e i contratti di licenza internazionale non sono che l’ennesima dimostrazione di come ogni angolo del brand Trump sia monetizzato. Emblematico è il caso delle Trump Digital Trading Cards, che ritraggono l’ex presidente in pose da supereroe o astronauta e hanno generato oltre 7 milioni di dollari in profitti.

Trump e quei conflitti di interessi che minano la democrazia Usa
Una sostenitrice di Trump (Getty Images).

The Donald mantiene il controllo diretto sui propri affari

Ciò che rende unico il caso Trump è la sua volontà di mantenere un controllo diretto sui propri affari anche durante il mandato. Mentre altri presidenti, come Jimmy Carter e Ronald Reagan, si sono impegnati a separare gli interessi privati dalle responsabilità pubbliche, The Donald ha delegato la gestione delle sue attività ai figli, senza mai distaccarsene completamente. La promessa di non stipulare nuovi accordi internazionali è stata disattesa, con la giustificazione che i partner non siano governi ma società private vicine agli Stati. Questa linea sottile tra impegno pubblico e guadagno personale alimenta un sistema di opportunità potenzialmente pericoloso per la democrazia. Le implicazioni legali non sono meno rilevanti. Durante il primo mandato, Trump ha affrontato numerose cause legali per la violazione della clausola sugli emolumenti, che proibisce ai presidenti di ricevere benefici economici da governi stranieri. Sebbene i tribunali non siano mai arrivati a una sentenza definitiva, il rischio di nuove azioni legali è concreto. La Corte Suprema ha dichiarato chiuse le cause alla fine del suo primo mandato, ma il panorama attuale potrebbe riportare in auge il dibattito. Un esempio lampante sono i progetti immobiliari di lusso sviluppati in partnership con governi stranieri, come in Albania e Indonesia, che intrecciano relazioni politiche ed economiche in modo pericoloso.

Carrie Underwood canterà America the Beautiful, mentre i Village People le hit Ymca e Macho Man, tipiche dei comizi di Donald Trump.
Donald Trump  (Getty Images).

Make Me Great Again

Trump non è solo un politico; è un marchio globale che opera in un’area grigia tra affari e politica. Beni immobiliari, piattaforme digitali, prodotti di consumo e accordi internazionali si combinano in un mosaico che sfida le regole della trasparenza e dell’etica. Nel frattempo, la famiglia Trump continua a espandere il proprio impero, sfruttando l’aura presidenziale come leva commerciale. Non stupisce che persino Jared Kushner, genero di Trump, sia coinvolto in affari con fondi sovrani mediorientali, alimentando dubbi sulla separazione tra interessi familiari e doveri pubblici. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca non è soltanto una questione di politica nazionale, ma un caso da manuale di come il potere economico possa deformare le istituzioni democratiche. Ogni sua mossa sembra progettata per amplificare il valore del marchio, spesso a scapito dell’integrità istituzionale. Nel frattempo, l’America rimane sospesa tra etica e pragmatismo, con un presidente che promette di Make America Great Again, ma che sembra impegnato, prima di tutto, a rendere grande se stesso.

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Cosa non torna sullo scudo penale: dal governo gioco delle tre carte

Il gioco delle tre carte del ministro della Giustizia Carlo Nordio sullo scudo penale per le forze dell’ordine è arrivato all’atto finale. Quello in cui, dopo aver negato in più occasioni l’esistenza stessa di un progetto simile, il governo Meloni conferma di voler introdurre un provvedimento che mira a schermare gli agenti da procedimenti giudiziari. Una vicenda che mescola contraddizioni, opportunismi politici e un progressivo svuotamento delle garanzie giuridiche. Ripercorriamo i passaggi chiave di una narrazione che si è trasformata più volte fino a svelare le reali intenzioni dell’esecutivo.

Scudo penale, le negazioni iniziali

«Non si è mai parlato di scudo penale», dichiarava Nordio qualche mese fa durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, rispondendo alle prime domande sull’argomento. Una frase lapidaria, ripresa con forza anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che aggiungeva: «Nessuno pensa a un’impunità per gli agenti». Il mantra era chiaro: nessuna misura speciale, nessuna corsia preferenziale per le forze dell’ordine. Una linea di comunicazione studiata per disinnescare le critiche, soprattutto alla luce delle polemiche internazionali sui casi di abuso di potere da parte delle autorità italiane.

Eppure, già allora si intuiva che qualcosa bolliva in pentola. Il sottosegretario Alfredo Mantovano stava infatti lavorando a una proposta che garantisse maggiori tutele legali agli agenti, evitando che venissero automaticamente iscritti nel registro degli indagati in caso di uso della forza. Una contraddizione evidente tra le parole pubbliche e le mosse dietro le quinte.

Il passo successivo: negare per preparare il terreno

Con il passare dei mesi, il tono è cambiato. Nordio ha iniziato a seminare dubbi sull’utilità del registro degli indagati e dell’avviso di garanzia, definendoli «istituti falliti». «Sono diventati una gogna mediatica», ha dichiarato in Senato, aggiungendo che queste procedure finiscono per marchiare a fuoco chi vi è coinvolto, anche se innocente.

Parallelamente, il governo ha iniziato a sondare l’opinione pubblica e a raccogliere il consenso dei sindacati di polizia. Fratelli d’Italia, con il capogruppo Galeazzo Bignami, ha proposto di accelerare gli accertamenti preliminari per evitare che gli agenti fossero iscritti nel registro indagati. Una bozza prevedeva che il pubblico ministero potesse concludere il tutto in sette giorni, senza avviare formalmente un procedimento.

Il ribaltamento finale sullo scudo penale

Ora, con l’annuncio ufficiale di Nordio, il cerchio si chiude. Il tema non solo è sul tavolo, ma viene presentato come una necessità per garantire serenità agli agenti e proteggere la loro reputazione. Il ministro non si nasconde più: «Stiamo studiando un provvedimento che, senza essere uno scudo penale, coniughi le garanzie per l’agente con la tutela della sua dignità». Un’espressione ambigua che, nei fatti, sembra confermare il progetto a lungo smentito.

Questa svolta coincide con l’approvazione della riforma sulla separazione delle carriere. Un tempismo che non può essere casuale, ma che punta a rafforzare il controllo politico sulla giustizia e a consolidare il consenso di una categoria chiave per la destra. Il tutto mentre vengono ignorati gli appelli della società civile e delle organizzazioni internazionali, che denunciano il rischio di creare una polizia al di sopra della legge.

È la natura del governo Meloni, che ammicca a determinati gruppi. Le contraddizioni di Nordio, le negazioni iniziali e la strategia di comunicazione orchestrata per preparare il terreno dimostrano una pianificazione accurata. Ma questa storia solleva la solita domanda inquietante: chi proteggerà i cittadini dagli abusi se chi deve far rispettare la legge è sottratto alle sue stesse regole?

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L’imbarazzo del potere

Il suo primo interesse è apparire “forte”. La forza per Giorgia Meloni è sinonimo di autorevolezza, di credibilità, di capacità di comando. Nessuna apertura, nessuno spiraglio. Lo capì subito Silvio Berlusconi che su un foglio al Senato si appuntò: “Un comportamento supponente, prepotente, arrogante, offensivo, ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti, è una con cui non si può andare d’accordo”. La presidente del Consiglio forzò con l’alleato per avere La Russa a capo del Senato. Vinse anche quella battaglia.

Meloni la forte ha esibito la sua durezza con molti. Ha affrontato a muso duro i giornalisti alla prima conferenza stampa, ha rotto con i giovani (che lei stessa aveva invitato al dissenso) nel giro di pochi mesi, ha instaurato un clima di revanscismo nei confronti di chi non appartiene alla sua fazione. Ma soprattutto la presidente del Consiglio ha schiacciato i suoi alleati di governo e i suoi ministri. Tajani oscurato sul caso Sala, Nordio richiamato all’ordine, Salvini ormai all’angolo. 

La forte Meloni è stata sempre morbida, morbidissima con Daniela Santanchè. Nonostante l’invisibilità politica della sua ministra – nota più da viveur che da politica – la presidente del Consiglio ha voluto trascinare il salvataggio. Così le grane imprenditoriali e gli insuccessi (quelli già certificati) di Santanchè oggi sono inevitabilmente un elemento politico. Ora Meloni “la forte” è a un bivio: contraddirsi o mollare l’amica ministra. In entrambi i casi una brutta figura. 

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Detenuto in Venezuela, ma Trentini non fa rumore

È arrivata la conferma ufficiale da Caracas che Alberto Trentini è detenuto nelle carceri venezuelane. La famiglia del quarantacinquenne cooperante italiano non aveva sue notizie dallo scorso 15 novembre e la madre Armanda si dice convinta che il figlio sia “ostaggio” del Venezuela per essere usato “come pedina”. 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani dice che l’arresto di Trentini “non è una rappresaglia”. Di sicuro è un fatto che nelle stesse ore in cui la famiglia Trentini diffondeva un appello, chiedendo al governo italiano di intervenire, il Venezuela annunciava restrizioni ai diplomatici di Italia, Francia e Olanda, ridotti a tre e sottoposti a nuove autorizzazioni, in conseguenza della risposta “ostile” dei rispettivi governi rispetto all’insediamento del presidente Nicolas Maduro, rieletto a luglio per un terzo mandato. Per molti osservatori è la risposta all’atteggiamento del governo italiano a favore dell’ex candidato dell’estrema destra Edmundo González Urrutia, riconosciuto da Giorgia Meloni come “presidente eletto” in una dichiarazione congiunta con Javier Milei durante il loro incontro bilaterale a Buenos Aires del novembre scorso. 

Di Trentini si parla poco, talvolta anche con gravi inesattezze. La sua detenzione evidentemente è poco golosa per la stampa e per la politica. “Non è ora di fare polemiche”, ammonisce Tajani, ma senza polemiche non avremmo saputo nemmeno dove fosse. Noi siamo sicuri che il governo italiano – che ieri si è riunito a Palazzo Chigi per fare il punto della situazione -non sia condizionato nel suo agire dalla popolarità dei suoi detenuti all’estero o dalla convenienza politica. Siamo sicuri che la solidità delle istituzioni non si lasci influenzare dai differenti sforzi della stampa su un caso piuttosto che su un altro. 

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Gaza, l’infanzia rubata: 15 bambini mutilati al giorno dal silenzio del mondo

Cinquecento bambini feriti ogni mese, quindici ogni giorno. Non sono numeri casuali, ma il risultato terribile che l’uso di armi esplosive ha lasciato sulla popolazione più vulnerabile di Gaza nel 2024. Save the Children, organizzazione umanitaria attiva da decenni nei territori palestinesi occupati, traccia un quadro spietato: almeno 5.230 minori con disabilità permanenti in soli undici mesi, un numero che potrebbe essere sottostimato. Non si contano i danni psicologici, invisibili e pervasivi, che rendono l’infanzia un ricordo lontano per migliaia di bambini.

La guerra contro il sistema sanitario: ospedali in ginocchio e vite condannate

A rendere la situazione ancor più drammatica è il collasso del sistema sanitario. Gli ospedali, spesso bersaglio diretto degli attacchi, faticano a fornire cure di base, figuriamoci trattamenti riabilitativi complessi. L’unico centro di ricostruzione e riabilitazione degli arti di Gaza è inattivo dal dicembre 2023, privato di risorse e personale, e ulteriormente danneggiato dai bombardamenti. Così, un arto mancante diventa una condanna perpetua: le protesi necessitano di continui aggiornamenti, soprattutto per i bambini in crescita. A Gaza, però, è già un miracolo sopravvivere.

Le testimonianze degli operatori sul campo dipingono un quadro disarmante. “Ricuciamo ferite che non si rimarginano”, racconta Ana Jeelani, chirurgo ortopedico. Le lesioni, aggravate dalla malnutrizione cronica, portano spesso ad amputazioni inevitabili. Per molti bambini, la prospettiva è quella di un futuro segnato da deformità, dolori cronici e invalidità precoce. Drammatico è il caso di Ahmad, cinque anni, che ha perso il padre e un braccio in un raid su una scuola-rifugio. “Quando avrò un braccio nuovo?”, ha chiesto al consulente che lo seguiva. La risposta è rimasta sospesa, come la sua infanzia spezzata.

E poi ci sono i numeri dell’Organizzazione mondiale della sanità: oltre 22.500 persone con lesioni debilitanti, migliaia di minori che necessitano di supporto fisico e mentale per anni, forse decenni. Ma a Gaza anche il tempo si è fermato, bloccato dalle restrizioni che impediscono l’ingresso di medicinali e materiali sanitari. La Corte internazionale di giustizia ha parlato di “rischio plausibile di genocidio”, un monito che sembra cadere nel vuoto mentre la comunità internazionale rimane inerme.

Save the Children invoca un cessate il fuoco immediato e la fine delle restrizioni umanitarie. Intanto, l’organizzazione continua a distribuire beni essenziali, cibo, acqua potabile, coperte e kit invernali, un tentativo disperato di tenere viva una speranza. Ma ogni giorno perso è un passo verso l’oblìo per una generazione che non conosce altro che guerra. Le voci dal campo, come quella di Alexandra Saieh, responsabile delle politiche umanitarie di Save the Children, sono un grido d’allarme: “Ogni ritardo mina il futuro già fragile dei bambini palestinesi. Le loro vite spezzate sono il preludio di una società mutilata”.

Un’infanzia sepolta sotto le macerie: il dramma psicologico dei più piccoli

La situazione è aggravata dalle condizioni psicologiche che emergono nei bambini esposti a traumi continui. Secondo Save the Children, gli spazi a misura di bambino allestiti nei rifugi servono a poco in un contesto in cui la paura e il dolore sono la norma. Un consulente psicologico di Gaza racconta: “I disegni dei bambini rappresentano case in fiamme, genitori perduti e sogni infranti. I più piccoli non conoscono un giorno senza conflitto: per loro, la guerra è la normalità”. Questo perpetuo stato di insicurezza non distrugge solo il presente, ma mina anche il futuro della società palestinese.

“Gaza sta ridefinendo le ferite di guerra”, afferma il dottor Ghassan Abu-Sittah, chirurgo esperto in traumi da esplosione. Bambini che non hanno mai imparato a camminare subiscono amputazioni, mentre altri vedono compromesso lo sviluppo delle ossa e delle articolazioni. La prospettiva è di una vita di dolore, interventi chirurgici e limitazioni, in un contesto in cui l’accesso a cure avanzate è un miraggio.

Ma cosa succede quando un intero sistema sanitario è sradicato? A Gaza, la distruzione degli ospedali e l’impossibilità di importare materiali medici stanno creando una crisi dentro la crisi. Il Gaza Protection Cluster stima che oltre il 70% delle strutture sanitarie sia parzialmente o completamente fuori uso. Questo significa che ferite curabili diventano sentenze di morte, e malattie croniche si trasformano in condanne inappellabili.

E così, Gaza diventa il simbolo di un’infanzia che non può giocare, che non può crescere, che non può sperare. Ogni giorno perso non è solo un fallimento umanitario, ma un tradimento verso l’umanità stessa.

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