Vai al contenuto

Donald inaugura il nuovo corso e fa felici i signori delle armi

La guerra è un affare, e in questo caso un affare che si veste di nostalgia. Donald Trump, l’eterno candidato della retorica incendiaria, torna a occupare le pagine della politica internazionale con una promessa che suona come un brindisi nelle sale dei produttori d’armi: “Basta aiuti a Kiev“. Un annuncio che riempie di gioia non solo i falchi del trumpismo ma anche chi, dalla produzione di missili agli armamenti pesanti, sa trasformare l’incertezza in profitti stellari.

L’ironia è feroce: Trump, che si presenta come l’outsider pronto a sradicare gli interessi dei potenti, si rivela l’amico più affidabile per un settore che prospera sulla destabilizzazione. Il mercato delle armi, alimentato dalla crisi in Ucraina, è diventato un pilastro dell’economia per molti Paesi, soprattutto in Europa. Secondo i dati riportati da Politico, la promessa di un taglio agli aiuti statunitensi a Kiev apre scenari ben definiti: meno risorse americane significano più spazio per l’industria bellica europea. La guerra come opportunità, insomma, con Trump a fare da acceleratore.

Una guerra che cambia mercato

Il conflitto in Ucraina non è solo una tragedia umanitaria: è un volano per l’industria delle armi. Mentre i governi europei si affrettano a potenziare le proprie difese, temendo l’allargarsi del conflitto, i produttori di armamenti registrano bilanci in costante crescita. La Germania, ad esempio, ha varato un piano da 100 miliardi di euro per il riarmo. La Francia, dal canto suo, ha aumentato il budget per la difesa del 40% rispetto al periodo pre-bellico. I produttori di armi si sfregano le mani. Con l’ipotesi di un taglio agli aiuti americani, questi colossi si trovano nella posizione perfetta per colmare il vuoto.

E qui il paradosso: mentre si professa paladino del “prima gli americani”, Trump favorisce indirettamente una maggiore dipendenza europea dalle forniture locali. Non si tratta solo di denaro ma di un cambio di equilibri che potrebbe spingere i governi europei a un’autonomia che, sotto sotto, i produttori d’armi aspettano da anni. Gli alleati d’oltreoceano non sono solo indispensabili, sono anche concorrenti. E Trump potrebbe consegnare loro la scacchiera.

Il business dell’instabilità

La corsa agli armamenti non è mai stata tanto rapida. Lo dimostrano i dati: tra il 2021 e il 2023, gli ordini di armi in Europa sono aumentati del 93%, il più alto incremento dagli anni ’80. L’Ucraina ha bisogno di sistemi avanzati, ma non è solo Kiev a guidare la domanda. Polonia, Paesi baltici e persino Svezia e Finlandia stanno trasformandosi in nuovi hub militari. Trump, con il suo “America First”, non fa altro che alimentare il bisogno di armi e la paura dell’abbandono, trasformando ogni mossa in un moltiplicatore per l’industria.

È qui che si consuma il grande bluff. Gli stessi produttori che oggi sorridono alle dichiarazioni di Trump sanno che la sua politica non porta stabilità ma incertezza. Un’America meno presente significa più spese europee ma anche un mondo più instabile, il brodo primordiale per nuovi conflitti. E loro saranno sempre pronti a fornire le armi necessarie.

Chi paga il prezzo?

Mentre gli azionisti festeggiano e le borse registrano picchi record, la domanda resta la stessa: a quale costo? Chi pagherà per questo festino bellico? Non certo i produttori d’armi, che prosperano sia in tempo di guerra che in tempo di pace armata. Saranno le persone comuni, quelle stesse che vedono i loro governi destinare fondi sempre più consistenti alla difesa mentre sanità e welfare vengono lasciati indietro. Saranno i civili di Kiev, Mariupol o Kharkiv, che pagano il prezzo più alto in vite umane.

Trump, il miglior amico dell’industria bellica

La retorica di Trump è un’arma a doppio taglio, e i produttori d’armi lo sanno bene. Più incertezza significa più domanda. Più paura significa più contratti. Che l’industria bellica festeggi per il ritorno di Trump è il segreto peggio custodito di questa nuova stagione politica. Ma è anche la dimostrazione di come la politica, quando piegata agli interessi di pochi, non sia altro che un mercato. E a questo mercato, il prezzo lo paga sempre qualcun altro.

L’articolo Donald inaugura il nuovo corso e fa felici i signori delle armi sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

I fessi in festa per Trump sognando di essere lui

Donald Trump si insedia alla Casa Bianca, e intorno a lui, tra applausi e sorrisi, c’è la crème dell’élite globale: Elon Musk, Jeff Bezos e altri miliardari stipati in pochi metri quadrati di ricchezza inarrivabile. Dall’altra parte, gli elettori che applaudono felici, convinti che un uomo come Trump rappresenti una promessa per tutti. È il grande inganno del sogno americano: l’idea che sostenere un ricco possa un giorno rendere ricchi anche loro.

Ma i numeri raccontano un’altra storia. Secondo Oxfam, dal 2020 il 63% della ricchezza prodotta è finita nelle mani dell’1% più abbiente, mentre al restante 99% è rimasto poco più di un terzo. Una forbice che continua ad allargarsi, giorno dopo giorno. I ricchi non condividono: accumulano. I numeri non mentono, ma chi applaude preferisce ignorarli.

Il copione non è nuovo. Anche in Italia abbiamo vissuto l’illusione con Berlusconi, l’imprenditore diventato politico che prometteva un paese di imprenditori. Il risultato? Le disuguaglianze sono cresciute, il divario tra ricchi e poveri si è ampliato e le briciole sono rimaste briciole. Oggi, come allora, i miliardari rappresentano un sistema chiuso che non redistribuisce ma consolida il proprio potere, lasciando chi sta sotto ad aggrapparsi al nulla.

Applaudire un ricco significa accettare un sistema che premia i pochi e ignora i molti. Ed è proprio quell’applauso, quel gesto disperato e ingenuo, il simbolo più tragico di una società che ha smarrito la capacità di pretendere giustizia e uguaglianza.

I più pericolosi sono i fessi che esultano per Trump sperando di diventare come lui e la sua compagnia di giro. 

L’articolo I fessi in festa per Trump sognando di essere lui sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Ferrovie in tilt, tra ritardi e lucchetti ma Salvini insiste sul complotto

Matteo Salvini ha dichiarato che riferirà in Parlamento sugli «episodi sconcertanti» che, secondo lui, minaccerebbero la rete ferroviaria italiana. Ma quali sarebbero questi fantomatici sabotaggi? Un lucchetto da bicicletta abbandonato su un cavo elettrico e un tentativo di forzare una cabina elettrica: due episodi che hanno già il sapore di un copione mal scritto, una sceneggiatura mal scritta per un filmetto poliziesco di serie b. 

A Montagnana, in provincia di Padova, un tecnico di RFI ha segnalato il ritrovamento di un lucchetto appeso ai cavi del binario 2. Secondo le dichiarazioni ufficiali, l’oggetto avrebbe potuto causare danni se fosse entrato in contatto con un treno. La polizia ferroviaria è stata allertata e ha avviato un’indagine. A Roma, invece, presso la stazione Aurelia, è stato rilevato un tentativo di effrazione ai danni di una cabina elettrica, ma senza successo. Anche in questo caso è stata presentata una denuncia. Per Salvini, questi eventi rappresentano una strategia deliberata per destabilizzare il governo.

Sabotaggi o atti vandalici? La realtà dietro la propaganda

In realtà, i fatti raccontano una storia molto meno eclatante. Gli episodi descritti presentano caratteristiche già note: atti di vandalismo e tentativi di furto di rame, problemi che affliggono la rete ferroviaria da decenni e che nessuno ha mai scambiato per azioni di sabotaggio. Nonostante questo il ministro Salvini sceglie di confezionare una narrazione drammatica, evocando complotti che non trovano alcun riscontro nelle indagini in corso. È la distorsione della realtà perché comici con le opinioni. 

Questo modus operandi non è una novità. Basti ricordare il blackout di ottobre alla stazione Termini di Roma, inizialmente attribuito a un errore umano, ma poi rivelatosi il risultato di guasti strutturali e mancate manutenzioni. Anche in quell’occasione Salvini aveva preferito non affrontare direttamente il dibattito parlamentare, inviando al suo posto il ministro per i Rapporti con il Parlamento. Non argomentare è ormai una prassi. 

Nel frattempo, la situazione delle ferrovie italiane resta drammatica. Decenni di scarsi investimenti hanno lasciato una rete fragile e vulnerabile, mentre i cantieri finanziati con i fondi del Pnrr stanno causando ulteriori ritardi e disagi. Le opposizioni chiedono da mesi un piano concreto per affrontare la crisi, ma il ministro si limita a lanciare allarmi infondati e a puntare il dito contro nemici invisibili.

Oltre al ministro c’è la stampa amica. Surreale il paragone di questi episodi a una nuova versione «woke» delle Brigate Rosse. Un accostamento a dir poco ardito, ma che è funzionale alla strategia di distrazione: trasformare piccoli incidenti in minacce epocali per nascondere l’incapacità di risolvere i veri problemi. Vittimismo, ingigantismo, allarmismo: gli ingredienti delle portate di governo. 

L’allarme di Salvini e la crisi delle ferrovie italiane

Le indagini, finora, non hanno trovato alcuna prova di un piano organizzato di sabotaggio. Gli episodi appaiono per quello che sono: atti isolati che mettono in luce le debolezze di un sistema infrastrutturale lasciato al proprio destino per troppo tempo. Nel frattempo, i pendolari continuano a subire ritardi e cancellazioni, mentre il ministro dei Trasporti preferisce agitare lo spettro dei complotti. I veri sabotatori, alla fine, non sono quelli con i lucchetti: sono l’abbandono e l’inefficienza che bloccano il Paese ogni giorno. 

Domenica i capigruppo leghisti alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, hanno fatto esplicito riferimento a un complotto organizzato contro Matteo Salvini: “Non vorremmo che, fallito l’assalto giudiziario per il caso Open Arms, qualcuno cercasse di fermare Salvini organizzando una “rivolta sociale” con danneggiamenti e assalti alle ferrovie”. Siamo nella fantascienza. 

L’articolo Ferrovie in tilt, tra ritardi e lucchetti ma Salvini insiste sul complotto sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La tregua fragile in Libano che affama i bambini

Mentre il mondo celebra con sollievo il cessate il fuoco a Gaza e gli aiuti umanitari iniziano finalmente a entrare nella Striscia, il Libano si sprofonda in una crisi umanitaria che il conflitto tra Israele ed Hezbollah ha reso un incubo senza fine. Da ottobre 2023, oltre 4.000 persone hanno perso la vita, tra cui 290 bambini, e più di 1,2 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. Un’agonia che si innesta su un contesto già fragile, dove più della metà dei 5,5 milioni di abitanti dipendeva dagli aiuti umanitari già prima del conflitto.

La fame e l’istruzione negata: una generazione in pericolo

Secondo Save the Children, quasi un terzo dei bambini in Libano – il 29% – affronta livelli critici di fame. Per alcuni, significa essere spinti al lavoro minorile per sostenere le proprie famiglie. Il conflitto ha devastato la produzione agricola e le catene di approvvigionamento, facendo esplodere i prezzi alimentari. Baalbek, città storica, è diventata il simbolo della tragedia: qui, per la prima volta, si registrano condizioni di emergenza alimentare di Fase 4 secondo l’IPC. Famiglie disperate contraggono debiti insostenibili o ricorrono a strategie estreme per sopravvivere.

Le comunità di rifugiati palestinesi e siriani sono tra le più colpite: il 40% vive in condizioni di fame di livello crisi o emergenza. Le testimonianze lasciano senza fiato. Aisha, madre di tre figli, racconta: “Sopravviviamo solo con il pane. Frutta e verdura sono un lusso. I miei figli non vanno a scuola e mio marito, dopo un incidente, non può più lavorare”. Una frase che racchiude l’orrore quotidiano.

L’emergenza non si ferma alla fame. Sei anni di instabilità politica, pandemia, l’esplosione al porto di Beirut e scioperi degli insegnanti hanno interrotto l’istruzione di un’intera generazione. Un bambino su quattro sotto i cinque anni vive in grave povertà alimentare, con danni irreversibili sulla salute e sullo sviluppo. “Sono scampati alle bombe solo per affrontare fame e malattie. Non possiamo permettere che questa diventi la nuova normalità”, avverte Jennifer Moorehead, direttrice di Save the Children in Libano.

Dall’ottobre 2023, Save the Children ha intensificato gli sforzi, supportando più di 175.000 persone, tra cui 70.000 bambini, con cibo, protezione e alloggi. Ma è una goccia nel mare di bisogni. L’organizzazione ha lanciato un appello per garantire che il cessate il fuoco duri e che gli aiuti raggiungano chi ne ha disperato bisogno, senza ostacoli burocratici o politici.

Tensione al confine: il fragile equilibrio del cessate il fuoco

Intanto, sul terreno, la situazione resta tesissima. Secondo le agenzie locali, nelle ultime ore bulldozer israeliani hanno raso al suolo strade e infrastrutture nei quartieri interni di Maroun el Ras, a sud del Libano, mentre carri armati si sono spinti verso la periferia di Bint Jbeil. Una casa è stata colpita da una granata, testimoniando come il cessate il fuoco sia tutt’altro che stabile. Mentre l’esercito libanese continua il suo dispiegamento nel sud, l’emittente saudita Al Arabiya ha rivelato che non esistono discussioni concrete per estendere il termine dei 60 giorni previsti per il ritiro israeliano. Un equilibrio precario, pronto a crollare al minimo segnale.

Nel frattempo, il Libano è lasciato a gestire il peso insostenibile di una crisi che si aggrava di giorno in giorno. L’inerzia internazionale è un fattore aggravante: mentre i riflettori globali si spostano altrove, chi vive nelle zone più colpite continua a combattere per la sopravvivenza, in un contesto dove l’emergenza è ormai la regola. Il futuro del Libano non si deciderà nei vertici internazionali ma nella capacità di affrontare questa tragedia con interventi concreti e immediati, che finora restano tragicamente insufficienti.

 

L’articolo La tregua fragile in Libano che affama i bambini sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Carceri italiane, otto morti in venti giorni: la scia di sangue del nuovo anno

Il 2025 si apre con un macabro bilancio: otto suicidi tra le persone detenute in Italia in soli venti giorni. Questa mattina, nella Casa Circondariale di Uta, a Cagliari, una persona detenuta di origine straniera si è tolto la vita, impiccandosi nella sua cella. Un gesto estremo che, nonostante i tentativi disperati di soccorso da parte della Polizia penitenziaria e dei sanitari, non ha lasciato scampo.

Un gennaio nero per le carceri italiane

È il secondo suicidio nello stesso carcere dall’inizio dell’anno e, come sottolinea Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, rappresenta l’ennesimo tassello di una “vera e propria carneficina” che coinvolge anche chi nelle carceri lavora: un operatore della Casa Circondariale di Paola, in Calabria, è tra le vittime di un sistema allo stremo.

Un sistema al collasso tra sovraffollamento e carenze

La sequenza di tragedie riflette un problema strutturale e organizzativo che sembra ignorato dall’azione di governo. Con 16.000 detenuti in più rispetto ai posti disponibili e una carenza cronica di personale della Polizia penitenziaria, stimata in 18.000 unità, le prigioni italiane si trasformano in trappole di degrado e disperazione. De Fazio descrive un quadro desolante, fatto di carenze sanitarie, strutture inadeguate e organizzazione inefficace. L’intervento annunciato di un commissario straordinario all’edilizia penitenziaria appare, in questo contesto, una misura tanto tardiva quanto insufficiente.

Il segretario della Uilpa invoca misure immediate: un piano per ridurre la densità detentiva, l’assunzione di nuovo personale e una riforma complessiva del sistema carcerario. L’inerzia rischia di rendere inevitabili altre morti, alimentando un circolo vizioso che penalizza detenuti e operatori.

Un suicidio ogni due giorni: questo non è un dato, ma una condanna collettiva. Ogni vita spezzata grida la complicità di un sistema che sceglie di voltarsi dall’altra parte. E mentre il governo temporeggia, i numeri continueranno a crescere, trasformando le carceri italiane nel simbolo dell’ipocrisia istituzionale.

 

L’articolo Carceri italiane, otto morti in venti giorni: la scia di sangue del nuovo anno sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Le mani sporche dell’Italia: Elmasry, l’uomo che torturava per noi

Arrestato l’uomo che “fermava i migranti”. Si potrebbe dire così delle manette ai polsi messe a Njeem Osama Elmasry (Almasri) in un hotel a Torino dalla Digos di Torino nel corso di un controllo di routine.

Su di lui la Corte internazionale ha emesso il mandato di cattura lo scorso 18 gennaio per fargli scontare una condanna all’ergastolo per crimini di guerra e contro l’umanità. Le accuse sono integrate dalle contestazioni di stupro di guerra, violenze sessuali plurime e omicidio.

Elmasry è stato il capo della prigione e centro di torture libico di Mitiga e capo della polizia di Tripoli. Non si esclude una sua presunta partecipazione alle fosse comuni trovate a Tarhuna dopo il cessate il fuoco in vigore dall’ottobre 2020 su cui sta indagando la Corte penale internazionale.

Elmasry è un simbolo della Libia di oggi, dove la corruzione – anche morale – confonde criminali e poliziotti , che interpretano entrambi i ruoli. Il governo italiano continua a parlare di lotta ai trafficanti e finge di non sapere che lo sono i suoi referenti libici. Lo chiamano memorandum libico , ma è un quotidiano foraggiamento per criminali di stato che si distinguono per empietà e violenza.

Non è un caso che dalla Libia descrivano l’uomo come “noto per il suo rigore, la sua dedizione e la professionalità nell’adempimento dei compiti affidatigli per molti anni”.

Non è un caso che Elmasry sia stato arrestato in Italia: l’Italia tratta amichevolmente i criminali libici, li istruisce e gli è profondamente grata. Elmasry parla molto di noi. 

Buon martedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui

La resa della politica: al marketing dei miliardari

C’è quell’imbarazzante immagine di Mark Zuckerberg che con occhi da cane bastonato annuncia di liberare Facebook e Instagram contro “l’oppressione della cultura woke”. Il proprietario di Meta, che distilla gli algoritmi di quello che dobbiamo vedere su Instagram e Facebook, ha affermato che la società e il mondo aziendale sono diventati “castrati” ed “emasculati”, sottolineando che la cultura aziendale si è allontanata dall’energia maschile, che lui considera positiva e necessaria accanto a quella femminile.

Jeff Bezos, proprietario di Amazon, aveva acquistato il Washington Post per promettere di rispettare lo slogan sotto la testata: “la democrazia muore nell’oscurità”. Poi ha abbracciato l’oscurità perché l’importante è che non muoia il fatturato. Walt Disney corre a baciare la pantofola a Trump. Ieri il NY Times ci ha fatto sapere che le grandi banche abbandonano i gruppi che lottano contro i cambiamenti climatici prima del mandato di Trump, Federal reserve inclusa. 

L’idealizzazione delle aziende nella speranza che potessero diventare alfieri dei diritti civili si è sgretolata nel giro di qualche settimana. È il risultato della politica che manca. Affidarsi a Walt Disney per chiedere la valorizzazione dei diritti Lgbt significa lasciare le mani libere ai partiti che chiedono voti per la difesa dei diritti. Ai politici bastava indicare cosa fosse giusto e cosa fosse sbagliato, dove acquistare, cosa boicottare. Le aziende costruivano narrazione per vendere e la politica la scambiava per idealismo. 

La politica deve fare politica, non narrazione. Altrimenti chi ha la narrazione che solletica meglio gli intestini vince. Come Meloni, come Trump. E i diritti passano di moda. 

L’articolo La resa della politica: al marketing dei miliardari sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

204 nuovi miliardari nel 2024, 44% dell’umanità ancora in povertà

L’ultimo rapporto di Oxfam, “Takers, Not Makers“, racconta un mondo diviso tra chi prende e chi produce. Le disuguaglianze economiche, radicate in un sistema globale ereditato dal colonialismo, continuano a favorire pochi privilegiati, mentre miliardi di persone lottano per la sopravvivenza. Nel 2024, la ricchezza dei miliardari è aumentata tre volte più rapidamente rispetto all’anno precedente: due trilioni di dollari in più, con la creazione di 204 nuovi miliardari, quasi quattro a settimana. Nel frattempo, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà di 6,85 dollari al giorno è rimasto pressoché invariato rispetto al 1990: un drammatico 44% della popolazione mondiale.

Un’aristocrazia moderna

Oxfam denuncia come il 60% della ricchezza miliardaria derivi da eredità, cronyism o potere monopolistico. Siamo di fronte a un’aristocrazia moderna, dove la ricchezza non è frutto di capacità individuali, ma di un sistema che premia pochi a discapito di molti. Il rapporto evidenzia che nei prossimi tre decenni oltre 5,2 trilioni di dollari saranno trasferiti ai figli di miliardari, consolidando ulteriormente le disuguaglianze. La situazione è aggravata dalla mancanza di tassazioni significative sulle eredità: due terzi dei paesi non applicano imposte dirette sui lasciti familiari.

Nel frattempo, i grandi monopoli dominano i mercati globali. Aziende come Amazon o conglomerati industriali africani, citati nel rapporto, traggono profitti astronomici dal controllo dei mercati e dalla compressione salariale. Le persone lavoratrici nel Sud globale, infatti, guadagnano tra l’87% e il 95% in meno rispetto a chi svolge mansioni simili nel Nord globale.

La ricchezza estratta dal Sud globale

La moderna economia globale, secondo Oxfam, riflette le disuguaglianze coloniali. Ogni ora, 30 milioni di dollari vengono trasferiti dal Sud al Nord globale attraverso un sistema finanziario che favorisce i paesi ricchi e le loro élite. Gli strumenti di questo meccanismo includono il debito estero, che sottrae risorse vitali ai paesi più poveri, e un sistema fiscale internazionale progettato per avvantaggiare i grandi patrimoni. Tra il 1970 e il 2023, i governi del Sud globale hanno pagato 3,3 trilioni di dollari in interessi ai creditori del Nord, una cifra superiore alla spesa combinata per sanità ed educazione.

Anche le istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, giocano un ruolo cruciale. Questi enti, controllati principalmente da paesi del Nord, impongono politiche di austerità che spesso aggravano le disuguaglianze. Durante la pandemia di Covid-19, ad esempio, l’FMI ha richiesto tagli ai salari pubblici, riducendo di 10 miliardi di dollari le risorse disponibili per medici, infermieri e insegnanti in 15 paesi.

Il caso italiano

In Italia, le disuguaglianze economiche si manifestano con caratteristiche peculiari. Il paese, pur appartenendo al Nord globale, soffre di un divario interno significativo tra Nord e Sud, eredità storica che riflette dinamiche globali di disuguaglianza. Nel Mezzogiorno, il tasso di povertà è molto più elevato rispetto al resto del paese, con conseguenze tangibili sulla qualità della vita. A livello fiscale, l’Italia applica una delle tassazioni sulle eredità più basse d’Europa, contribuendo a preservare la concentrazione della ricchezza.

Le politiche redistributive si rivelano insufficienti per affrontare le disuguaglianze strutturali. I tagli ai servizi pubblici e le difficoltà di accesso all’istruzione nelle regioni meridionali aggravano ulteriormente la situazione. Questo quadro si inserisce in un contesto europeo in cui il tema delle disuguaglianze viene spesso marginalizzato.

L’eredità del colonialismo

Oxfam sottolinea che queste dinamiche non sono casuali, ma affondano le radici nel colonialismo storico. Dal saccheggio dell’India da parte del Regno Unito – con 33,8 trilioni di dollari trasferiti alla sola élite britannica – ai moderni meccanismi di sfruttamento economico, il rapporto traccia una linea diretta tra passato e presente. I monopoli, la finanziarizzazione dell’economia e le politiche commerciali asimmetriche sono strumenti attraverso i quali le nazioni ricche continuano a esercitare una forma di controllo sul Sud globale.

Un futuro più giusto è possibile?

Il rapporto si conclude con un appello alla decolonizzazione dell’economia globale. Tra le proposte, spiccano la creazione di una tassa globale sulla ricchezza, l’eliminazione delle politiche fiscali regressive e una riforma delle istituzioni internazionali per garantire una maggiore rappresentanza dei paesi del Sud.

Ma il cambiamento, avverte Oxfam, richiede anche un profondo mutamento culturale: un riconoscimento collettivo delle ferite del colonialismo e un impegno per riparare i danni attraverso politiche di giustizia sociale ed economica.

L’articolo 204 nuovi miliardari nel 2024, 44% dell’umanità ancora in povertà sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Riparte la stagione teatrale di Cineteca Milano Metropolis,

La stagione teatrale di Cineteca Milano Metropolis di Paderno Dugnano, in collaborazione con il Teatro della Cooperativa, riparte domani alle 20:45 con un recital che si colloca idealmente nell’ambito delle iniziative per la Giornata della Memoria.

“Ausmerzen – Vite indegne di essere vissute” è un’opera che affronta i temi di eugenetica, malattia mentale e soluzione finale. La regia è di Renato Sarti, che ha tratto ispirazione da un testo teatrale di Marco Paolini, Mario Paolini, Michela Signori e Giovanni De Martis.

«Quando ho chiesto a Paolini di portare “Ausmerzen” al Teatro della Cooperativa per ricordare Franco Basaglia nel centenario della sua nascita, mi ha risposto: “Perché non te lo fai tu? Mi fido” – racconta Sarti –. Mi è sembrata un’ottima occasione per aggiungere un ulteriore tassello al mio percorso teatrale di approfondimento sui temi legati alla grande storia del secolo passato. Al mio fianco sul palco ci sarà Barbara Apuzzo (insieme nella foto), attrice affetta da artrogriposi, un’amica che con la sua voce, il suo corpo e la sua presenza fisica renderà ancor più chiaro il messaggio».

Il 17 febbraio sarà la volta di “Sono bravo con la lingua”, una storia di fonemi, idiomi, linguistica e computer di e con Antonello Taurino, scritto insieme a Carlo Turati.

Il 17 marzo arriverà “Falcone, Borsellino e le teste di minchia (il ridicolo onore)”, di e con Giulio Cavalli, accompagnato alla chitarra da Federico Rama.

Il 14 aprile Ippolita Baldini porterà sul palco di Paderno “Una marchesa ad Assisi”, secondo capitolo delle peripezie della giovane Roberta, ancora alle prese con insicurezze e dubbi.

Si chiuderà il 12 maggio con “Babylon Brassens”.

Da “Il Giorno” 19 gennaio 2025

Questa meritocrazia è una truffa

La forbice tra i salari dei dirigenti e quelli dei lavoratori non si allarga: si spalanca. Lo raccontano i numeri di un mondo che continua a premiare i vertici aziendali come se fossero dei moderni re Mida, ignorando che il loro tocco magico si basa sul sudore e sul sacrificio di chi sta alla base. I dati pubblicati nel rapporto Mercer di novembre 2024 non lasciano spazio a interpretazioni: nel 2022, i compensi dei Ceo delle maggiori aziende globali sono cresciuti di un ulteriore 9%, mentre gli stipendi dei lavoratori arrancano dietro l’inflazione. La disparità è così marcata che ormai sembra quasi naturale, come se fosse inscritta in qualche legge universale. Ma naturale non è.

La chiamano meritocrazia ma è una distorsione pianificata. Non si può chiamare “premio” la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi quando i lavoratori, spesso definiti “il cuore dell’azienda” nei discorsi ufficiali, vedono il loro potere d’acquisto ridursi ogni anno. E mentre i Ceo ricevono bonus milionari, i loro dipendenti fanno i conti con l’incertezza, costretti a barcamenarsi tra affitti insostenibili e bollette in aumento.

È l’essenza stessa di questo sistema a essere corrotta. Si chiama capitalismo, ma è sempre più simile a un feudalesimo mascherato, in cui pochi baroni accumulano ricchezze su scala globale e il resto del mondo si accontenta delle briciole. La narrazione che celebra i grandi manager come geni solitari ignora volutamente il ruolo collettivo del lavoro, riducendo la forza di milioni di persone a una nota a margine.

Questa meritocrazia è una truffa. 

Buon lunedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui