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Anche per Turmp sarà tutto revanscismo

Il New York Times l’ha chiamata *retribution list*: l’elenco dei nemici che Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, punterebbe a colpire per vendicarsi di quattro anni che il tycoon chiama, senza ironia, una crociata contro il “deep state”. Dentro ci sono alti funzionari, giudici, giornalisti e persino ex alleati repubblicani colpevoli di aver tentennato davanti alle sue derive più estreme. Non è solo Trump: è il marchio del revanscismo che questa destra dissemina da Washington a Roma, portando il conflitto personale al centro della politica.

Nel mirino ci finiranno innanzitutto le istituzioni che hanno osato indagare, ostacolare o regolamentare: l’FBI, il Dipartimento di Giustizia, chiunque rappresenti quel bilanciamento dei poteri che Trump ha sempre letto come una scomoda burocrazia. La sua ossessione non è nuova. La novità, semmai, sta nella normalizzazione della vendetta come strategia politica. E qui, guardando oltreoceano, non serve grande fantasia per vedere gli echi di Giorgia Meloni: basti pensare agli attacchi sistematici contro la magistratura, i media critici, o le organizzazioni che difendono i diritti civili.

La domanda, però, è un’altra: cosa accade quando il nemico diventa il collante del consenso? Si crea un vuoto in cui l’agenda politica si riduce a una lunga lista di bersagli. Più che una crociata, è l’autobiografia di un progetto senza futuro, dove chi osa dissentire non viene contestato ma delegittimato. E forse è proprio questo che fa più paura: non i nemici di Trump, ma il silenzio che verrà dopo.

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Trump e quei conflitti di interessi che minano la democrazia Usa – Lettera43

Il ritorno di The Donald alla Casa Bianca ha riaperto un vaso di Pandora già noto ma mai del tutto esplorato: l’intreccio tra affari personali e politica. Un impero, il suo, che va dagli hotel di lusso in giro per il mondo alle criptovalute. Il presidente che promette Make America Great Again, in realtà pare impegnato, prima di tutto, a rendere grande se stesso.

Trump e quei conflitti di interessi che minano la democrazia Usa

Elon Musk non è l’unico simbolo del conflitto di interessi negli Stati Uniti. La recente elezione di Donald Trump alla presidenza ha riaperto un vaso di Pandora già noto ma mai del tutto esplorato: l’intreccio tra interessi personali e pubblici che permea le sue operazioni finanziarie e politiche. Durante il suo primo mandato, Trump aveva già stabilito un precedente inquietante, ma è nel suo secondo tentativo di guidare la nazione che il potenziale di influenze indebite sembra aver raggiunto nuove vette.

Le crociate nostrane contro Musk sbagliano bersaglio
Donal Trump con Elon Musk (Getty Images).

L’impero di Trump continua a espandersi, dagli hotel di lusso alle criptovalute

Trump è tornato alla Casa Bianca con un portfolio di attività che non solo sopravvive, ma si espande. Dagli hotel di lusso negli Stati Uniti alle collaborazioni con società immobiliari straniere, il presidente ha mantenuto un piede ben saldo nel mondo degli affari. Tra i più preoccupanti, vi sono i progetti immobiliari in Medio Oriente, come quello in Oman, sviluppato su terreni di proprietà governativa in partnership con società saudite vicine al governo di Riad. Considerata l’influenza strategica dell’Oman nella politica mediorientale, è inevitabile chiedersi se le decisioni di politica estera siano libere da condizionamenti. Il fatto che tali progetti coincidano con richieste saudite di forniture militari e tecnologia nucleare solleva ulteriori interrogativi. In parallelo, Trump ha cavalcato il boom delle criptovalute. La piattaforma World Liberty Financial, sponsorizzata dalla sua famiglia, promette investimenti e prestiti in Ethereum e altre monete virtuali, ma introduce una serie di rischi etici. Già il sostegno di Trump al settore ha fatto impennare il valore di Bitcoin, mentre la nomina di Paul Atkins, un avvocato pro-crypto, a capo della Sec, ha sollevato interrogativi sull’imparzialità delle politiche di regolamentazione. Trump stesso, secondo le dichiarazioni finanziarie, possiede Ethereum per un valore compreso tra 1 e 5 milioni di dollari, un dettaglio che sembra intrecciare ancora di più il pubblico e il privato.

Stati Uniti, Trump nomina Paul Atkins alla guida della Securities and Exchange Commission
Paul Atkins (Getty Images).

Il ruolo di Truth Social e il marchio Trump

Un altro strumento di influenza è Trump Media & Technology Group, proprietaria di Truth Social, la piattaforma che ha giocato un ruolo cruciale nella sua campagna elettorale. Con un valore di mercato stimato in 4 miliardi di dollari, l’azienda rappresenta un canale diretto per veicolare messaggi e generare profitti. Interessante notare che, sebbene la legge americana vieti ai cittadini stranieri di finanziare campagne politiche, non esiste alcuna restrizione sull’acquisto di azioni di società come questa. Questo apre la porta a manovre finanziarie volte a influenzare indirettamente la presidenza. Ogni comunicato ufficiale della transizione presidenziale è stato accompagnato da link diretti a Truth Social, amplificando il valore della piattaforma e i guadagni che ne derivano. Non sono solo il settore immobiliare e tecnologico a destare preoccupazioni. La proliferazione di prodotti marchiati Trump – dai Bibbie autografate ai profumi dorati – alimenta un sistema in cui l’immagine presidenziale viene sfruttata per profitti personali. Gli Nft venduti per milioni e i contratti di licenza internazionale non sono che l’ennesima dimostrazione di come ogni angolo del brand Trump sia monetizzato. Emblematico è il caso delle Trump Digital Trading Cards, che ritraggono l’ex presidente in pose da supereroe o astronauta e hanno generato oltre 7 milioni di dollari in profitti.

Trump e quei conflitti di interessi che minano la democrazia Usa
Una sostenitrice di Trump (Getty Images).

The Donald mantiene il controllo diretto sui propri affari

Ciò che rende unico il caso Trump è la sua volontà di mantenere un controllo diretto sui propri affari anche durante il mandato. Mentre altri presidenti, come Jimmy Carter e Ronald Reagan, si sono impegnati a separare gli interessi privati dalle responsabilità pubbliche, The Donald ha delegato la gestione delle sue attività ai figli, senza mai distaccarsene completamente. La promessa di non stipulare nuovi accordi internazionali è stata disattesa, con la giustificazione che i partner non siano governi ma società private vicine agli Stati. Questa linea sottile tra impegno pubblico e guadagno personale alimenta un sistema di opportunità potenzialmente pericoloso per la democrazia. Le implicazioni legali non sono meno rilevanti. Durante il primo mandato, Trump ha affrontato numerose cause legali per la violazione della clausola sugli emolumenti, che proibisce ai presidenti di ricevere benefici economici da governi stranieri. Sebbene i tribunali non siano mai arrivati a una sentenza definitiva, il rischio di nuove azioni legali è concreto. La Corte Suprema ha dichiarato chiuse le cause alla fine del suo primo mandato, ma il panorama attuale potrebbe riportare in auge il dibattito. Un esempio lampante sono i progetti immobiliari di lusso sviluppati in partnership con governi stranieri, come in Albania e Indonesia, che intrecciano relazioni politiche ed economiche in modo pericoloso.

Carrie Underwood canterà America the Beautiful, mentre i Village People le hit Ymca e Macho Man, tipiche dei comizi di Donald Trump.
Donald Trump  (Getty Images).

Make Me Great Again

Trump non è solo un politico; è un marchio globale che opera in un’area grigia tra affari e politica. Beni immobiliari, piattaforme digitali, prodotti di consumo e accordi internazionali si combinano in un mosaico che sfida le regole della trasparenza e dell’etica. Nel frattempo, la famiglia Trump continua a espandere il proprio impero, sfruttando l’aura presidenziale come leva commerciale. Non stupisce che persino Jared Kushner, genero di Trump, sia coinvolto in affari con fondi sovrani mediorientali, alimentando dubbi sulla separazione tra interessi familiari e doveri pubblici. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca non è soltanto una questione di politica nazionale, ma un caso da manuale di come il potere economico possa deformare le istituzioni democratiche. Ogni sua mossa sembra progettata per amplificare il valore del marchio, spesso a scapito dell’integrità istituzionale. Nel frattempo, l’America rimane sospesa tra etica e pragmatismo, con un presidente che promette di Make America Great Again, ma che sembra impegnato, prima di tutto, a rendere grande se stesso.

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Cosa non torna sullo scudo penale: dal governo gioco delle tre carte

Il gioco delle tre carte del ministro della Giustizia Carlo Nordio sullo scudo penale per le forze dell’ordine è arrivato all’atto finale. Quello in cui, dopo aver negato in più occasioni l’esistenza stessa di un progetto simile, il governo Meloni conferma di voler introdurre un provvedimento che mira a schermare gli agenti da procedimenti giudiziari. Una vicenda che mescola contraddizioni, opportunismi politici e un progressivo svuotamento delle garanzie giuridiche. Ripercorriamo i passaggi chiave di una narrazione che si è trasformata più volte fino a svelare le reali intenzioni dell’esecutivo.

Scudo penale, le negazioni iniziali

«Non si è mai parlato di scudo penale», dichiarava Nordio qualche mese fa durante una conferenza stampa a Palazzo Chigi, rispondendo alle prime domande sull’argomento. Una frase lapidaria, ripresa con forza anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che aggiungeva: «Nessuno pensa a un’impunità per gli agenti». Il mantra era chiaro: nessuna misura speciale, nessuna corsia preferenziale per le forze dell’ordine. Una linea di comunicazione studiata per disinnescare le critiche, soprattutto alla luce delle polemiche internazionali sui casi di abuso di potere da parte delle autorità italiane.

Eppure, già allora si intuiva che qualcosa bolliva in pentola. Il sottosegretario Alfredo Mantovano stava infatti lavorando a una proposta che garantisse maggiori tutele legali agli agenti, evitando che venissero automaticamente iscritti nel registro degli indagati in caso di uso della forza. Una contraddizione evidente tra le parole pubbliche e le mosse dietro le quinte.

Il passo successivo: negare per preparare il terreno

Con il passare dei mesi, il tono è cambiato. Nordio ha iniziato a seminare dubbi sull’utilità del registro degli indagati e dell’avviso di garanzia, definendoli «istituti falliti». «Sono diventati una gogna mediatica», ha dichiarato in Senato, aggiungendo che queste procedure finiscono per marchiare a fuoco chi vi è coinvolto, anche se innocente.

Parallelamente, il governo ha iniziato a sondare l’opinione pubblica e a raccogliere il consenso dei sindacati di polizia. Fratelli d’Italia, con il capogruppo Galeazzo Bignami, ha proposto di accelerare gli accertamenti preliminari per evitare che gli agenti fossero iscritti nel registro indagati. Una bozza prevedeva che il pubblico ministero potesse concludere il tutto in sette giorni, senza avviare formalmente un procedimento.

Il ribaltamento finale sullo scudo penale

Ora, con l’annuncio ufficiale di Nordio, il cerchio si chiude. Il tema non solo è sul tavolo, ma viene presentato come una necessità per garantire serenità agli agenti e proteggere la loro reputazione. Il ministro non si nasconde più: «Stiamo studiando un provvedimento che, senza essere uno scudo penale, coniughi le garanzie per l’agente con la tutela della sua dignità». Un’espressione ambigua che, nei fatti, sembra confermare il progetto a lungo smentito.

Questa svolta coincide con l’approvazione della riforma sulla separazione delle carriere. Un tempismo che non può essere casuale, ma che punta a rafforzare il controllo politico sulla giustizia e a consolidare il consenso di una categoria chiave per la destra. Il tutto mentre vengono ignorati gli appelli della società civile e delle organizzazioni internazionali, che denunciano il rischio di creare una polizia al di sopra della legge.

È la natura del governo Meloni, che ammicca a determinati gruppi. Le contraddizioni di Nordio, le negazioni iniziali e la strategia di comunicazione orchestrata per preparare il terreno dimostrano una pianificazione accurata. Ma questa storia solleva la solita domanda inquietante: chi proteggerà i cittadini dagli abusi se chi deve far rispettare la legge è sottratto alle sue stesse regole?

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L’imbarazzo del potere

Il suo primo interesse è apparire “forte”. La forza per Giorgia Meloni è sinonimo di autorevolezza, di credibilità, di capacità di comando. Nessuna apertura, nessuno spiraglio. Lo capì subito Silvio Berlusconi che su un foglio al Senato si appuntò: “Un comportamento supponente, prepotente, arrogante, offensivo, ridicolo. Nessuna disponibilità ai cambiamenti, è una con cui non si può andare d’accordo”. La presidente del Consiglio forzò con l’alleato per avere La Russa a capo del Senato. Vinse anche quella battaglia.

Meloni la forte ha esibito la sua durezza con molti. Ha affrontato a muso duro i giornalisti alla prima conferenza stampa, ha rotto con i giovani (che lei stessa aveva invitato al dissenso) nel giro di pochi mesi, ha instaurato un clima di revanscismo nei confronti di chi non appartiene alla sua fazione. Ma soprattutto la presidente del Consiglio ha schiacciato i suoi alleati di governo e i suoi ministri. Tajani oscurato sul caso Sala, Nordio richiamato all’ordine, Salvini ormai all’angolo. 

La forte Meloni è stata sempre morbida, morbidissima con Daniela Santanchè. Nonostante l’invisibilità politica della sua ministra – nota più da viveur che da politica – la presidente del Consiglio ha voluto trascinare il salvataggio. Così le grane imprenditoriali e gli insuccessi (quelli già certificati) di Santanchè oggi sono inevitabilmente un elemento politico. Ora Meloni “la forte” è a un bivio: contraddirsi o mollare l’amica ministra. In entrambi i casi una brutta figura. 

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Detenuto in Venezuela, ma Trentini non fa rumore

È arrivata la conferma ufficiale da Caracas che Alberto Trentini è detenuto nelle carceri venezuelane. La famiglia del quarantacinquenne cooperante italiano non aveva sue notizie dallo scorso 15 novembre e la madre Armanda si dice convinta che il figlio sia “ostaggio” del Venezuela per essere usato “come pedina”. 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani dice che l’arresto di Trentini “non è una rappresaglia”. Di sicuro è un fatto che nelle stesse ore in cui la famiglia Trentini diffondeva un appello, chiedendo al governo italiano di intervenire, il Venezuela annunciava restrizioni ai diplomatici di Italia, Francia e Olanda, ridotti a tre e sottoposti a nuove autorizzazioni, in conseguenza della risposta “ostile” dei rispettivi governi rispetto all’insediamento del presidente Nicolas Maduro, rieletto a luglio per un terzo mandato. Per molti osservatori è la risposta all’atteggiamento del governo italiano a favore dell’ex candidato dell’estrema destra Edmundo González Urrutia, riconosciuto da Giorgia Meloni come “presidente eletto” in una dichiarazione congiunta con Javier Milei durante il loro incontro bilaterale a Buenos Aires del novembre scorso. 

Di Trentini si parla poco, talvolta anche con gravi inesattezze. La sua detenzione evidentemente è poco golosa per la stampa e per la politica. “Non è ora di fare polemiche”, ammonisce Tajani, ma senza polemiche non avremmo saputo nemmeno dove fosse. Noi siamo sicuri che il governo italiano – che ieri si è riunito a Palazzo Chigi per fare il punto della situazione -non sia condizionato nel suo agire dalla popolarità dei suoi detenuti all’estero o dalla convenienza politica. Siamo sicuri che la solidità delle istituzioni non si lasci influenzare dai differenti sforzi della stampa su un caso piuttosto che su un altro. 

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Gaza, l’infanzia rubata: 15 bambini mutilati al giorno dal silenzio del mondo

Cinquecento bambini feriti ogni mese, quindici ogni giorno. Non sono numeri casuali, ma il risultato terribile che l’uso di armi esplosive ha lasciato sulla popolazione più vulnerabile di Gaza nel 2024. Save the Children, organizzazione umanitaria attiva da decenni nei territori palestinesi occupati, traccia un quadro spietato: almeno 5.230 minori con disabilità permanenti in soli undici mesi, un numero che potrebbe essere sottostimato. Non si contano i danni psicologici, invisibili e pervasivi, che rendono l’infanzia un ricordo lontano per migliaia di bambini.

La guerra contro il sistema sanitario: ospedali in ginocchio e vite condannate

A rendere la situazione ancor più drammatica è il collasso del sistema sanitario. Gli ospedali, spesso bersaglio diretto degli attacchi, faticano a fornire cure di base, figuriamoci trattamenti riabilitativi complessi. L’unico centro di ricostruzione e riabilitazione degli arti di Gaza è inattivo dal dicembre 2023, privato di risorse e personale, e ulteriormente danneggiato dai bombardamenti. Così, un arto mancante diventa una condanna perpetua: le protesi necessitano di continui aggiornamenti, soprattutto per i bambini in crescita. A Gaza, però, è già un miracolo sopravvivere.

Le testimonianze degli operatori sul campo dipingono un quadro disarmante. “Ricuciamo ferite che non si rimarginano”, racconta Ana Jeelani, chirurgo ortopedico. Le lesioni, aggravate dalla malnutrizione cronica, portano spesso ad amputazioni inevitabili. Per molti bambini, la prospettiva è quella di un futuro segnato da deformità, dolori cronici e invalidità precoce. Drammatico è il caso di Ahmad, cinque anni, che ha perso il padre e un braccio in un raid su una scuola-rifugio. “Quando avrò un braccio nuovo?”, ha chiesto al consulente che lo seguiva. La risposta è rimasta sospesa, come la sua infanzia spezzata.

E poi ci sono i numeri dell’Organizzazione mondiale della sanità: oltre 22.500 persone con lesioni debilitanti, migliaia di minori che necessitano di supporto fisico e mentale per anni, forse decenni. Ma a Gaza anche il tempo si è fermato, bloccato dalle restrizioni che impediscono l’ingresso di medicinali e materiali sanitari. La Corte internazionale di giustizia ha parlato di “rischio plausibile di genocidio”, un monito che sembra cadere nel vuoto mentre la comunità internazionale rimane inerme.

Save the Children invoca un cessate il fuoco immediato e la fine delle restrizioni umanitarie. Intanto, l’organizzazione continua a distribuire beni essenziali, cibo, acqua potabile, coperte e kit invernali, un tentativo disperato di tenere viva una speranza. Ma ogni giorno perso è un passo verso l’oblìo per una generazione che non conosce altro che guerra. Le voci dal campo, come quella di Alexandra Saieh, responsabile delle politiche umanitarie di Save the Children, sono un grido d’allarme: “Ogni ritardo mina il futuro già fragile dei bambini palestinesi. Le loro vite spezzate sono il preludio di una società mutilata”.

Un’infanzia sepolta sotto le macerie: il dramma psicologico dei più piccoli

La situazione è aggravata dalle condizioni psicologiche che emergono nei bambini esposti a traumi continui. Secondo Save the Children, gli spazi a misura di bambino allestiti nei rifugi servono a poco in un contesto in cui la paura e il dolore sono la norma. Un consulente psicologico di Gaza racconta: “I disegni dei bambini rappresentano case in fiamme, genitori perduti e sogni infranti. I più piccoli non conoscono un giorno senza conflitto: per loro, la guerra è la normalità”. Questo perpetuo stato di insicurezza non distrugge solo il presente, ma mina anche il futuro della società palestinese.

“Gaza sta ridefinendo le ferite di guerra”, afferma il dottor Ghassan Abu-Sittah, chirurgo esperto in traumi da esplosione. Bambini che non hanno mai imparato a camminare subiscono amputazioni, mentre altri vedono compromesso lo sviluppo delle ossa e delle articolazioni. La prospettiva è di una vita di dolore, interventi chirurgici e limitazioni, in un contesto in cui l’accesso a cure avanzate è un miraggio.

Ma cosa succede quando un intero sistema sanitario è sradicato? A Gaza, la distruzione degli ospedali e l’impossibilità di importare materiali medici stanno creando una crisi dentro la crisi. Il Gaza Protection Cluster stima che oltre il 70% delle strutture sanitarie sia parzialmente o completamente fuori uso. Questo significa che ferite curabili diventano sentenze di morte, e malattie croniche si trasformano in condanne inappellabili.

E così, Gaza diventa il simbolo di un’infanzia che non può giocare, che non può crescere, che non può sperare. Ogni giorno perso non è solo un fallimento umanitario, ma un tradimento verso l’umanità stessa.

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Santanchè rinviata a giudizio: il peso del caso Visibilia su Meloni e il governo

Il rinvio a giudizio di Daniela Santanchè per il caso Visibilia aggiunge un nuovo capitolo al lungo dossier giudiziario che vede protagonista la ministra del Turismo. Il Gup di Milano, Anna Magelli, ha deciso di mandare a processo la senatrice di Fratelli d’Italia e altri imputati (in tutto 17), con l’accusa di false comunicazioni sociali. Il procedimento si aprirà il 20 marzo davanti alla seconda sezione penale del Tribunale di Milano.

Visibilia e il nodo delle accuse

L’inchiesta ruota attorno alla gestione finanziaria del gruppo Visibilia, fondato dalla Santanchè e oggetto di pesanti accuse. Secondo la Procura, tra il 2016 e il 2022 i bilanci societari avrebbero celato perdite milionarie, consentendo alla holding di restare operativa e di ingannare gli investitori. Un nodo cruciale delle contestazioni riguarda l’iscrizione dell’avviamento, un valore intrinseco dell’azienda, per cifre comprese tra 3,8 e 3,2 milioni di euro, senza procedere alla svalutazione necessaria già dal 2016. La Guardia di Finanza ha messo in luce come queste pratiche avrebbero permesso di mascherare difficoltà economiche strutturali, causando un danno agli azionisti minori, tra cui Giuseppe Zeno, che con il suo legale è parte civile nel processo.

La difesa della ministra, rappresentata dagli avvocati Nicolò Pelanda e Salvatore Sanzo, nega ogni addebito. Secondo i legali, i soci erano pienamente informati sulle perdite e non vi sarebbe stata alcuna operazione di maquillage contabile. Inoltre, si evidenzia come la voce “avviamento” fosse già stata oggetto di un precedente fascicolo archiviato. Una tesi che, per ora, non ha convinto i magistrati Marina Gravina e Luigi Luzi, i quali hanno ribadito che “tutti sapevano e tutti hanno taciuto”.

Il caso Visibilia ha già visto patteggiamenti da parte di due società del gruppo, Visibilia Editore ed Editrice, e di un manager. La giudice Magelli ha invece dichiarato prescritti i reati relativi al periodo 2016-2018, sollevando la ministra da alcune imputazioni. Tuttavia, il cuore dell’inchiesta rimane solido e si concentra sugli anni successivi, quando le presunte irregolarità avrebbero continuato a essere perpetrate.

Questo rinvio a giudizio rappresenta il primo processo che coinvolge Daniela Santanchè come imprenditrice, ma non è l’unico fronte aperto. Una situazione che mette in difficoltà anche Giorgia Meloni, costretta a difendere una delle sue fedelissime in un momento di crescente pressione mediatica e politica.

Le conseguenze politiche e il peso su Meloni

Mentre il processo penale si prepara ad affrontare le prime udienze, il dibattito pubblico sul ruolo della Santanchè in politica e nel mondo imprenditoriale si intensifica, sollevando interrogativi sull’eticità e la trasparenza di chi ricopre cariche istituzionali.

La ministra, assente in aula durante la decisione del GUP, dovrà ora affrontare un procedimento che rischia di segnare profondamente la sua carriera politica e imprenditoriale. L’esito del processo sarà cruciale per definire le responsabilità e l’effettiva portata delle presunte manipolazioni contabili, in un contesto che sembra sempre più caratterizzato da una commistione tra affari privati e ruolo pubblico.

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La parata dei nazionalisti: il ritorno di Trump segna l’apoteosi del populismo globale

L’insediamento di Donald Trump come 47° presidente degli Stati Uniti, fissato per il 20 gennaio 2025, promette di trasformarsi in uno spettacolo globale di convergenza populista. Non solo un’assunzione di potere, ma una celebrazione della rete internazionale di leader che trovano nella retorica nazionalista e sovranista il loro terreno comune. Una parata di nomi che sembrano estratti da un’enciclopedia del populismo contemporaneo, pronti a calcare il tappeto rosso della Casa Bianca con l’ardore di chi sente di stare scrivendo una nuova pagina di storia.

Un’alleanza transcontinentale: dal Sud America all’Europa, i sovranisti convergono a Washington

A rappresentare l’America Latina ci sarà Javier Milei, il presidente argentino noto per il suo linguaggio incendiario e le politiche economiche estreme. Milei non nasconde l’ammirazione per Trump, definendolo un “faro di libertà”. Una sintonia naturale, quella tra i due, che li rende simboli di un asse transcontinentale del dissenso anti-establishment. Accanto a lui, Santiago Abascal, leader del partito spagnolo Vox, che si è guadagnato l’invito non solo per le sue posizioni ultraconservatrici, ma anche per la sua guida del gruppo europeo “Patriotas”, una coalizione di partiti di estrema destra che comprende Marine Le Pen, Matteo Salvini e Viktor Orbán.

E Orbán non poteva mancare. Il primo ministro ungherese è stato tra i primi a congratularsi con Trump per la sua vittoria e la sua presenza è un segnale inequivocabile di un’alleanza che va ben oltre le cerimonie ufficiali. Dalla Germania, arriverà Tino Chrupalla, co-leader di Alternativa per la Germania (AfD), che vede in Trump un modello di successo nella lotta contro il globalismo e l’élite liberale.

L’assenza di Marine Le Pen, impegnata nella preparazione delle elezioni europee, non passerà inosservata, ma sarà compensata da una folta rappresentanza del suo partito, il Rassemblement National. Una scelta che sottolinea come il fronte populista europeo consideri l’America di Trump un laboratorio politico da osservare e, possibilmente, imitare. Persino Matteo Salvini, dopo un periodo di appannamento mediatico, sfrutterà l’occasione per riaffermare il suo ruolo internazionale, sperando di rilanciare la sua immagine offuscata in patria.

La lista degli invitati è anche un termometro delle nuove alleanze globali. Jair Bolsonaro, che ha definito Trump il suo “mentore”, sta facendo i salti mortali per partecipare, nonostante le sue vicende giudiziarie in Brasile. Le sue ultime dichiarazioni lasciano poco spazio a dubbi: “Sarò lì, costi quel che costi”. In compenso, l’assenza del presidente cinese Xi Jinping e del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu segnala le tensioni geopolitiche che questa cerimonia non farà che acuire.

La sfida geopolitica del populismo globale: un manifesto dalla Casa Bianca

Tra una fanfara e le provocazioni, l’insediamento di Trump si configura come un raduno mondiale del populismo. Ogni leader presente porta con sé un bagaglio di slogan, politiche divisive e ambizioni personali, ma è l’immagine collettiva a colpire: un mosaico di nazionalismi che si uniscono sotto il vessillo di un’ideologia che non si accontenta di essere periferica. La Casa Bianca diventa così il fulcro di una narrazione globale in cui il conflitto tra “noi” e “loro” si sposta sul palcoscenico mondiale.

Donald Trump, nel frattempo, sembra godersi ogni minuto di questa ribalta. Per lui, ogni stretta di mano con Orbán o Abascal è un altro tassello nella costruzione di un impero ideologico che va ben oltre i confini americani. Ma questa è anche la sua sfida più grande: trasformare l’alleanza di convenienza tra populisti in un’eredità politica duratura. La storia giudicherà se ci sarà riuscito. Per ora, il mondo assiste a una cerimonia che sembra più un manifesto politico che un evento istituzionale.

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Migranti motore dell’economia, un Report spiazza Meloni & C.

Abbandonare le narrazioni semplicistiche è ormai un imperativo. Il fenomeno migratorio è complesso, articolato e intriso di dati che disegnano una realtà ben diversa da quella che spesso viene proposta nel dibattito pubblico. Il rapporto “Flussi migratori” del CeSPI è una sfida intellettuale contro la miopia politica e sociale: i numeri e le analisi non sono opinabili, ma strumenti per rompere le retoriche di paura e costruire una strategia.

Declino demografico: una crepa strutturale

La crisi demografica è il punto di partenza. L’Italia, come altri 62 Paesi, affronta un declino della popolazione che è più di un dato: è una frattura che mina le basi del welfare. L’immigrazione non è un’ipotesi, è una necessità. Il 28% della popolazione mondiale vive in nazioni dove il picco demografico è già stato superato e l’invecchiamento avanza. Per l’Italia, che si colloca tra questi Paesi, l’immigrazione è il solo argine contro l’erosione della forza lavoro. Non si tratta di altruismo, ma di pragmatismo spietato: o ci apriamo ai migranti o il sistema implode.

Migranti imprenditori: il dinamismo oltre lo stereotipo

Eppure, il contributo migratorio non è confinato alla sostituzione demografica. I migranti creano lavoro, innovano e sfidano le inerzie economiche. Tra il 2011 e il 2021, l’autoimpiego degli immigrati ha generato 3,9 milioni di nuovi posti di lavoro nei Paesi OCSE, contribuendo al 15% della crescita occupazionale. Questi numeri non sono retorica, sono fatti che smentiscono i luoghi comuni. Ma c’è di più: il 17% dei lavoratori autonomi nei Paesi OCSE è composto da immigrati, un balzo rispetto all’11% del 2006.

Le barriere che zavorrano il potenziale

La realtà non è rosea. Molti migranti si trovano spinti verso l’autoimpiego dalla mancanza di opportunità nel lavoro dipendente, confinati in settori a bassa produttività. La burocrazia soffoca, l’accesso al credito è un miraggio e le reti professionali restano ostili. Questo è il terreno dove le politiche di integrazione devono intervenire: non per pietà, ma per liberare energie e trasformare i limiti in opportunità. L’Italia, con il suo saldo migratorio netto limitato, non può permettersi di sprecare questo potenziale.

Le migrazioni: motore di sostenibilità

Le migrazioni sono una leva per il futuro. L’UN–DESA, nel rapporto del 2024, ribadisce che i flussi migratori sostengono lo sviluppo sostenibile, sia nei Paesi di origine che in quelli di destinazione. Le rimesse migliorano le economie locali, il trasferimento di competenze innalza la qualità della forza lavoro e l’innovazione fiorisce nei settori che integrano i migranti. Perché questo accada, è indispensabile garantire percorsi legali e combattere ogni forma di discriminazione.

Rifugiati: non solo emergenza

Tra le pieghe del fenomeno migratorio ci sono i rifugiati, il cui numero ha toccato record storici. Persecuzioni, conflitti e crisi ambientali spingono milioni di persone oltre i confini. Integrarli non è solo un obbligo morale, è un’occasione per riscrivere le dinamiche sociali. Lasciare che l’accoglienza resti una questione confinata ai Paesi di transito è un atto di codardia politica che le nazioni più ricche non possono permettersi.

Un appello alla strategia

L’Italia è al 19° posto nel saldo migratorio netto globale. Una posizione che non si addice a una nazione che si proclama avanzata. I numeri parlano di un’attrattività limitata e di politiche inconsistenti. Cambiare rotta è imperativo. Il rapporto del CeSPI non è un semplice elenco di dati: è un grido d’allarme e una bussola per chi ha il coraggio di affrontare il tema migratorio con lucidità e visione.

Le migrazioni non sono un’emergenza, ma una realtà strutturale. Governiamole con intelligenza, investiamo nei diritti e nella cooperazione. L’immigrazione non è il problema: è una delle soluzioni.

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Saranno contenti Licio Gelli e Silvio Berlusconi

La Camera ha approvato il primo passo verso la separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti. Una riforma che sa di passato, blindata senza dibattito, come ha sottolineato Giuseppe Santalucia dell’Anm. Il governo la chiama rivoluzione ma è difficile non vedere in questo provvedimento il compimento di un disegno preciso, portato avanti per anni, amato da Licio Gelli e da Silvio Berlusconi. 

Separare i ruoli significa stravolgere la struttura stessa della giustizia. Non è un dettaglio tecnico, come qualcuno vorrebbe far credere: è un cambio di paradigma che rende i giudici più vicini al potere e più lontani dai cittadini. La promessa di spezzare le correnti è solo uno slogan. La realtà è che questa riforma disegna una giustizia più fragile, più esposta a pressioni politiche, meno indipendente.  

Il ministro Nordio, dal suo banco, parla di efficienza. Eppure basta leggere i documenti ufficiali per scoprire che i problemi reali del sistema – processi lenti, carichi di lavoro insostenibili, infrastrutture inadeguate – restano lì, intatti. L’obiettivo non è migliorare la giustizia, ma ridisegnarla in modo che sia meno scomoda.  

Questa non è una riforma neutra. Non è un atto dovuto. È un manifesto politico. E ora, con un referendum all’orizzonte, il governo gioca una partita pericolosa, presentandolo come un voto pro o contro i magistrati. Ma il punto sarebbe l’equilibrio democratico. La separazione delle carriere non spezza le correnti: spezza la giustizia. E una giustizia spezzata non è più giustizia.  

Buon venerdì.

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