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Stallo sulla presidenza Rai ostaggio della politica e in calo negli ascolti

Lo stallo della Commissione di Vigilanza Rai continua a tenere in ostaggio il servizio pubblico radiotelevisivo, segnando un precedente inquietante nella storia della politica italiana. Sono trascorsi quattro mesi dall’insediamento del nuovo Consiglio di amministrazione della Rai, eppure la Commissione, organo cruciale per garantire trasparenza e pluralismo, rimane bloccata. A denunciarlo, con toni duri, è Stefano Graziano, capogruppo del Partito democratico in Vigilanza.

Una paralisi senza precedenti nella Vigilanza Rai

“E’ inaccettabile che il management della Rai non sia ancora stato audito. Mai nella storia si era verificata una paralisi simile, che impedisce alla Commissione di svolgere le sue funzioni di controllo”, ha dichiarato Graziano, intervenendo alla Camera. Il richiamo è chiaro: l’inazione della maggioranza, responsabile dello stallo sulla nomina del presidente, sta creando un imbuto che minaccia di soffocare la governance dell’emittente pubblica.

Il problema non è nuovo, sottolinea Graziano. Il Partito democratico aveva avvertito fin dall’inizio che l’elezione del consiglio di amministrazione senza una riforma della governance avrebbe portato a una situazione di blocco. L’appello è diretto: “La maggioranza sblocchi il funzionamento della Vigilanza Rai e tenga separata l’elezione del Presidente dal regolare svolgimento delle attività della Commissione”. Per Italia viva “la maggioranza incapace blocca la vigilanza” mentre il capogruppo in Vigilanza per il Movimento 5 stelle parla di “atto irresponsabile e lesivo della democrazia parlamentare”.

Il nodo centrale è rappresentato dalla mancata ratifica, da parte dei due terzi dei componenti della Commissione di Vigilanza, della nomina del presidente del Cda Rai. A ottobre, il consiglio di amministrazione aveva designato Simona Agnes (per il ruolo di amministratore delegato il Mef ha invece indicato Giampaolo Rossi), la cui carica resta tuttavia sospesa in attesa del necessario via libera della Commissione. L’impasse è stata ulteriormente complicata dalle divisioni interne alla maggioranza e dalla mancanza del numero legale per il boicottaggio delle sedute da parte del centrodestra.

Le responsabilità di una maggioranza immobile

Le conseguenze di questo stallo non sono banali. La Rai, in quanto servizio pubblico, ha bisogno di una supervisione attiva e rigorosa per garantire che la pluralità dell’informazione e la gestione trasparente delle risorse siano rispettate. Ogni giorno di ritardo non è solo un affronto alle regole democratiche, ma un danno tangibile al funzionamento di una delle principali istituzioni culturali del Paese. Nel pomeriggio arriva la notizia che la riunione per ratificare il voto sulla presidente Simona Agnes.

Di sicuro la situazione lascia emergere un dato politico imbarazzante: una maggioranza incapace di risolvere i nodi interni, pronta a sacrificare la funzionalità del servizio pubblico per difendere equilibri di potere precari. Nel frattempo, la Commissione di Vigilanza resta un’ombra di ciò che dovrebbe essere: un organo vigile, autorevole e indipendente. L’appello di Graziano è un invito a ristabilire la legalità. Fino a quando la Vigilanza rimarrà nell’ombra mancherà la necessaria trasparenza. E intanto gli ascolti crollano. 

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Lo scudo penale dell’amicizia: Netanyahu insegna, l’Aja si dimentica

Per capire cosa intenda il governo per “scudo penale” per le forze dell’ordine, è bastato aspettare qualche ora. Ieri il ministro degli Esteri di Israele Gideon Sa’ar, dopo la sua visita a Roma, ha raccontato: «Ho parlato con i ministri Tajani e Nordio. Non ho l’abitudine di riferire ciò che si dice, ma non c’è nessun problema per chiunque venga a Roma, nemmeno per Netanyahu».

La Corte penale internazionale, per Meloni e compagnia, insomma è carta straccia. Il mandato d’arresto dell’Aja è uno spreco di carta e di tempo che il governo italiano – come già prima quello polacco – ritiene utile solo se coinvolge qualche nemico assodato. Nient’altro.

Lo scudo penale per Netanyahu è la fotografia dell’agire del governo nella politica estera e nella concezione di giustizia. Si “scusa” chiunque possa essere inserito nella cerchia degli amici del governo e si bastona chiunque possa essere considerato “nemico della patria”. Il diritto internazionale, i diritti costituzionali e le libertà civili sono solo polverosa burocrazia da sventolare alla bisogna. Accade con il capo del governo israeliano, accade con i trafficanti di governo in Libia, accade con i satrapi in Ungheria e Turchia.

Accade così anche nella politica estera, dove le interferenze sono benvenute se provengono da qualche oligarca amico. La politica estera italiana è una lunga striscia di favori ai limiti della legalità (Albania e Tunisia insegnano) per stringere rapporti. La cosiddetta autorevolezza internazionale è uno smodato amichettismo in giro per il mondo.

Ovvio che a gente così, le leggi e il diritto risultino un disturbo.

Buon giovedì.

In foto: 10 marzo 2023 : La presidente del Consiglio Meloni incontra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, a Palazzo Chigi. 

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In prigione in Venezuela ma Trentini non fa clamore

Alberto Trentini, operatore umanitario di Venezia Lido, è stato fermato in Venezuela il 15 novembre scorso e da allora non si hanno sue notizie. La famiglia racconta che Trentini era arrivato in Venezuela il 17 ottobre 2024 ed il 15 novembre mentre si recava in missione da Caracas a Guasdalito è  stato fermato ad un posto di blocco, insieme all’autista della Ong per cui lavora. Dalle scarse e informali informazioni ricevute sembrerebbe che pochi giorni dopo il fermo Alberto sia stato trasferito a Caracas e, ad oggi, alla famiglia risulta “prigioniero” in una struttura di detenzione, senza che gli sia mai stata contestata formalmente nessuna imputazione. 

Racconta la famiglia: “In realtà nessuna notizia ufficiale ci è mai stata comunicata da nessuna autorità Venezuelana né Italiana e di fatto, da quasi due mesi, nulla sappiamo sulle sorti di Alberto, tenuto anche conto che soffre di problemi di salute e non ha con sé le medicine né alcun genere di prima necessità. Dal suo arresto e cioè dal 15 novembre ad oggi, a quanto sappiamo, nessuno è riuscito a vederlo, né a parlargli. Neppure il nostro Ambasciatore è riuscito a comunicare con lui né ad avere sue notizie nonostante plurimi tentativi”. 

Un’interrogazione parlamentare presentata da Provenzano e Cuperlo (Pd) chiede che il governo si attivi subito per la liberazione. Dice Beppe Giulietti, portavoce di Articolo21: “nessuno può e deve immaginare che dei cittadini italiani all’estero – reclusi o detenuti per ragioni politiche – possano avere un trattamento differente e diverso”. Salvare tutte le persone, tutte, prima di tutto, al di là delle convenienze politiche, al di là del fragore mediatico. Questa è giustizia. 

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Inviato speciale per il Golfo, Di Maio confermato fino al 2027

Luigi Di Maio confermato inviato speciale per il Golfo dall’Unione europea fino al 2027. Per alcuni una sorpresa, per altri l’ennesima conferma della sua abilità di restare a galla, anche quando la marea politica sembra spingerlo verso il fondo. La notizia, diffusa da Il Foglio, racconta di un’Europa unanime nel rinnovare fiducia a un ex leader del Movimento 5 stelle che, dopo l’abbandono del suo partito originario e il fallimento del suo esperimento politico personale, dimostra di avere imparato velocemente l’arte più sottile: quella di sopravvivere.

Dal Movimento al Golfo: la trasformazione di un anti-politico

Nonostante i trascorsi burrascosi e le critiche sulla sua esperienza da ministro degli Esteri, Di Maio si è guadagnato la riconferma grazie a quella che l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione europea, Kaja Kallas, ha definito una “prestazione eccellente”. Di Maio per la Commissione Ue avrebbe giocato un ruolo determinante nello sviluppo delle relazioni tra l’Ue e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc), avanzando collaborazioni in settori strategici come il commercio, l’energia verde e la sicurezza. Non sono giudizi leggeri, considerando l’importanza geostrategica di quella regione e le sfide diplomatiche che essa comporta.

Tuttavia, è difficile non notare la contraddizione evidente. Di Maio, che in passato aveva fatto dell’“anti-politica” il suo cavallo di battaglia, è oggi l’esempio vivente della più classica adattabilità politica. Una traiettoria che l’ha visto passare dalla piazza populista all’elitaria diplomazia europea senza apparenti scossoni. Il governo Meloni, che per ragioni ideologiche e propagandistiche avrebbe potuto opporsi alla sua conferma, ha invece preferito mantenere un profilo basso. Una scelta che, al di là della retorica, lascia intravedere una sottile linea di pragmatismo bipartisan.

La diplomazia secondo Di Maio: strategia o sopravvivenza

“Ha rappresentato un grande contributo nel far avanzare la cooperazione Eu-Gcc”, scrive Kallas nella lettera ufficiale di conferma. Ma il vero capolavoro di Di Maio non è tanto nei risultati diplomatici – che pure sembrano esserci – quanto nella sua capacità di diventare inamovibile. Una caratteristica rara, e non solo in politica. Soprattutto considerando che l’Unione europea non ha esitato a lodarlo pubblicamente, garantendogli una posizione di rilievo fino al 2027.

Di Maio non è solo un politico, è ormai un caso di studio: capace di attraversare tempeste, scissioni e fallimenti senza perdere il posto. Se il suo nuovo mandato sarà all’altezza degli elogi ricevuti è tutto da verificare. Intanto, però, una lezione è chiara: in politica, sapere stare nella politica conta almeno quanto fare politica. E Di Maio, con sorprendente velocità, l’ha imparato benissimo.

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Codice della strada o codice dell’assurdo? Il pasticcio di Salvini sui monopattini

Indaffarato come spesso gli accade nelle piccole battaglie inutili Matteo Salvini aveva già da tempo lanciato la sua guerra ai monopattini, considerati un’urgenza in un Paese con treni che non arrivano, strade sempre più costose e ponti pericolanti.

La legge 177 del 2024 – il cosiddetto Codice della strada – inasprisce le misure precedenti in nome di quello che è il leitmotiv del nuovo Codice della strada: maggior sicurezza per gli utenti della strada e per le potenziali vittime di sinistri causati dai monopattini.

Sono così stati rafforzati i requisiti di sicurezza: l’uso del casco omologato per i cicli diventa obbligatorio per tutti, nuovi limiti di circolazione vengono introdotti in aree pedonali e ciclabili; in particolare, è consentito circolare soltanto su strade urbane con velocità massima di 50 km/h. Infine, è stato introdotto l’obbligo di targare e assicurare i monopattini.

Qualcuno ha fatto notare che una norma di apparente buon senso per la sicurezza dei pedoni, scritta in questo modo, mette a rischio la sicurezza dei conducenti di monopattini, spinti a circolare nella porzione di strada occupata dalle auto.

Ma il capolavoro è l’obbligo di assicurazione, in vigore dal 14 dicembre: per avere un’assicurazione, bisogna associarla a una targa, ma la targa dei monopattini per ora non è normata e manca persino una disciplina transitoria.

Il risultato è il caos. Qualcuno – come la Polizia locale di Milano – prospetta un’assicurazione intestata alla persona e non al mezzo. Altri ritengono che sia meglio non fare niente. Chi ci capisce è bravo. Chissà cosa ha capito Salvini.

Buon mercoledì.

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Bin Salman è il Re della plastica e del disprezzo per l’Ambiente

L’Arabia Saudita non è solo il più grande esportatore di petrolio del mondo. È anche il baluardo di un modello economico che fa della plastica il proprio futuro, ignorando deliberatamente l’urgenza climatica e i richiami dell’Unione europea e delle Nazioni Unite. Mentre il mondo si prepara a combattere una delle crisi ambientali più gravi del nostro tempo, Riyadh guida il fronte dei sabotatori, bloccando ogni tentativo di ridurre la produzione globale di plastica.

La scorsa conferenza delle Nazioni Unite a Busan, in Corea del Sud, avrebbe dovuto segnare una svolta storica per la riduzione dell’inquinamento da plastica. È finita con un nulla di fatto. Al centro del fallimento c’è proprio l’Arabia Saudita, che insieme a Russia e Iran ha costruito una strategia per affossare qualsiasi trattativa ambiziosa. La plastica, che genera un giro d’affari globale di 700 miliardi di dollari, è destinata a diventare il principale motore della domanda di petrolio, man mano che la transizione verso le energie rinnovabili avanza. Riyadh lo sa bene, e per questo ha deciso di blindare la propria posizione a ogni costo.

Il blocco saudita e le tattiche di ostruzione

I negoziati di Busan hanno svelato il vero volto della diplomazia saudita. Un esercito di negoziatori ben finanziati ha messo in scena un copione rodato: interventi interminabili, tecniche dilatorie e un continuo appello ai paesi in via di sviluppo, in nome di un’uguaglianza che suona più come una beffa. Ogni dichiarazione saudita veniva ripresa e replicata dai paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, trasformando ogni sessione in un labirinto verbale. Secondo i negoziatori presenti, la tattica era chiara: far perdere tempo e svuotare di contenuto le proposte più ambiziose.

Non è tutto. La Russia, seconda soltanto all’Arabia Saudita nell’esportazione di petrolio, ha assunto il ruolo di disturbatore ufficiale, presentando documenti inconsistenti e monopolizzando il dibattito con interventi fuori tema. Il risultato? Ore di discussioni improduttive, mentre l’emergenza plastica resta fuori controllo. Ogni anno, 10 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani, soffocando la biodiversità marina e trovando la loro strada nei nostri corpi sotto forma di microplastiche.

La plastica come strategia di sopravvivenza

Per l’Arabia Saudita, la plastica è più di una semplice industria. È una strategia di sopravvivenza economica. Con la progressiva transizione del trasporto verso l’elettrico, il petrolio rischia di perdere il proprio ruolo centrale. La produzione di plastica, invece, continua a crescere, alimentata da un mercato globale che non sembra intenzionato a rallentare. Entro il 2050, si prevede che le emissioni legate alla plastica rappresenteranno un quinto del budget globale di carbonio.

Ma questo futuro ha un prezzo. Gli oceani, già invasi da rifiuti plastici, rischiano di diventare discariche permanenti. Le microplastiche, presenti ormai ovunque, minacciano la salute umana e la sicurezza alimentare. Eppure, nonostante l’evidenza, l’Arabia Saudita si oppone ferocemente a qualsiasi trattativa che miri a ridurre la produzione di plastica. Il motivo è chiaro: perdere la plastica significherebbe perdere il controllo su una delle poche industrie ancora capaci di sostenere il petrolio.

L’Unione europea contro il muro saudita

L’Unione europea si presenta come il leader del fronte ambientalista. A Busan, insieme a oltre 100 paesi, ha sostenuto una proposta per ridurre la produzione di plastica a livelli sostenibili. Ma si è scontrata con un blocco compatto di paesi produttori di petrolio, guidati dall’Arabia Saudita. Il blocco, che include anche paesi come l’Iran, ha dimostrato una capacità di ostruzione senza pari, sfruttando ogni occasione per ritardare o indebolire le proposte in discussione.

Non è solo una questione di tattica. L’Arabia Saudita ha giocato la carta del finanziamento, sostenendo che i paesi sviluppati dovrebbero fornire le risorse necessarie ai paesi in via di sviluppo per implementare un eventuale trattato. Una mossa che suona ipocrita, considerando il rifiuto saudita di accettare responsabilità finanziarie per il proprio ruolo nella crisi plastica. Il risultato è stato un’impasse, che ha lasciato i negoziatori senza un accordo e il pianeta senza una soluzione.

Il futuro in bilico

Il fallimento dei colloqui di Busan solleva interrogativi sul futuro del multilateralismo ambientale. Il sistema attuale, basato sul consenso, offre a paesi come l’Arabia Saudita un potere di veto che paralizza ogni progresso. Senza una riforma del processo decisionale, il rischio è che la prossima tornata di negoziati si trasformi in una replica dei fallimenti passati. Alcune delegazioni ambiziose stanno considerando di proseguire verso un trattato anche senza il consenso delle nazioni più ostili, come l’Arabia Saudita. La svolta richiederebbe di coinvolgere grandi attori come Brasile, Indonesia, India e Cina, che finora non hanno firmato l’appello di oltre 85 paesi per ridurre la produzione di plastica, pur mantenendo un atteggiamento meno rigido rispetto a Riyadh.

Intanto, il tempo stringe. La plastica continua a invadere gli ecosistemi, mentre le emissioni legate alla sua produzione accelerano il cambiamento climatico. L’Arabia Saudita, dal canto suo, sembra determinata a ignorare gli appelli globali, arroccandosi su un modello economico insostenibile. Il mondo e l’Unione europea, divisi e distratti, rischiano di lasciarle campo libero.

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Le carceri scoppiano, i numeri della vergogna

61.852 detenuti. 46.839 posti disponibili. La capienza regolamentare sarebbe di 51.312, ma quasi 5.000 spazi sono inagibili. Il sovraffollamento medio nelle carceri italiane è al 132%. A Milano San Vittore il tasso arriva al 218%, un record. In 148 carceri su 200 il sovraffollamento supera i limiti previsti. In 59 strutture tocca o supera il 150%.

Il problema è generalizzato. In Puglia il sovraffollamento è al 171%, in Lombardia al 151%, in Lazio al 146%. Solo Sardegna, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige sono sotto la soglia regolamentare, ma la prossimità ai familiari impedisce trasferimenti.

23.461 detenuti hanno una pena residua inferiore a 3 anni. Di questi, 19.592 potrebbero accedere a misure alternative, ma non succede. Tra loro, 8.443 hanno pene inflitte inferiori a 3 anni. Nonostante il sovraffollamento, il sistema penale non interviene. Celle chiuse, sezioni inutilizzabili, strutture inadeguate completano un quadro di abbandono.

Secondo il Garante delle persone private della libertà, serve un piano nazionale per l’edilizia penitenziaria. Nulla è stato fatto. La recidiva rimane alta, la rieducazione fallisce. L’Italia ignora i suoi 61.852 detenuti, condannandoli a un sistema che non protegge e non reintegra. I numeri gridano, ma il silenzio delle istituzioni è assordante.

Poi quando arrivano i numeri e le storie dei suicidi in carcere sono già caldi i comunicati stampa, le pose afflitte, le promesse del “mai più”. Se le carceri italiane fossero illuminate dalla stampa e dal dibattito pubblico sarebbero un quotidiano sigillo infame. Non servono nemmeno giudizi, non servono opinioni: bastano i numeri. 

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Veneto sotto assedio: la telenovela del terzo mandato di Zaia scuote la destra

In Veneto, il vento politico soffia forte attorno al terzo mandato di Luca Zaia. Figura cardine della Lega, Zaia è pronto a giocarsi tutto pur di restare al comando, qualora il vincolo che impedisce un altro mandato consecutivo fosse eliminato. “I veneti chiedono la mia ricandidatura in maniera trasversale”, ha dichiarato, puntando contro una normativa che definisce “anomala”.

Zaia è l’emblema del Veneto, ma la sua insistenza sul terzo mandato propone interrogativi scomodi. La democrazia si piega alle ambizioni personali? Per il governatore, il blocco dei mandati è un’ingiustizia che colpisce pochi amministratori, mentre parlamentari e ministri continuano indisturbati. Una critica che non manca di alimentare tensioni.

Nel frattempo, il centrodestra scricchiola. Fratelli d’Italia spinge per un proprio candidato alla guida del Veneto, Salvini per ora tace. Il Partito Democratico accusa Zaia di trasformare ogni questione in uno strumento per perpetuare il suo potere. Vanessa Camani, capogruppo Pd in consiglio regionale, è tagliente: “Il Veneto non è più oggetto di discussione per le sue eccellenze, ma per questa telenovela sui destini di Zaia.”

La polemica e le tensioni sul nuovo mandato di Zaia in Veneto

La sentenza della Corte costituzionale, attesa come un verdetto salvifico, potrebbe chiarire il destino dei mandati. Anche il governo, volendo, potrebbe intervenire. Zaia, intanto, continua a interpretare il ruolo del leader richiesto dai cittadini. “Se il blocco dei mandati venisse eliminato, mi ricandiderei sicuramente,” ha detto senza esitazioni.

Il nodo è però più intricato di quanto Zaia voglia ammettere. La concentrazione di potere che il limite dei mandati mira a evitare è un principio fondamentale della nostra democrazia. Rimanere troppo a lungo in carica rischia di trasformare un governo in un sistema personalistico. Le dichiarazioni di Zaia riflettono una tensione tra continuità amministrativa e necessità di rinnovamento.

E il centrodestra Lucio Malan, di Fratelli d’Italia, non fa sconti: “Il limite dei mandati vale per tutti, Zaia compreso.” Una posizione che svela una partita politica più ampia, con Fratelli d’Italia pronta a rivendicare spazi di potere nel Nord.

In questo scenario, si inserisce Carlo Calenda, che a Tagadà su La7 ha parlato di una frattura interna alla Lega: “Zaia è un moderato, una persona con cui si può interloquire. Salvini no, e non capisco come Zaia possa interloquire con Salvini. Sta scoppiando un bubbone dentro la Lega. In Veneto la Lega prende il 35% dei suoi voti, ma sono voti di Zaia e non di Salvini. Si aprirà un problema nel governo.”

Zaia, abile come sempre, evita lo scontro diretto ma non arretra. Le sue parole, “Un salame si mangia una fetta alla volta”, rivelano una strategia di attesa. Il tempo però stringe. Le elezioni sono vicine, e il Veneto è già un campo di battaglia.

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Strage di Capaci, le verità nascoste: a Caltanissetta 2 generali a processo

Inizia oggi presso il Tribunale di Caltanissetta un processo che potrebbe svelare nuovi e inquietanti retroscena legati alla strage di Capaci. Sotto accusa ci sono due generali dei carabinieri in pensione, Angiolo Pellegrini e Alberto Tersigni, accusati di depistaggio delle indagini condotte sulle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Pietro Riggio. Il procedimento, carico di implicazioni storiche e morali, mira a chiarire il ruolo di figure chiave nelle indagini sull’attentato che il 23 maggio 1992 strappò la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e agli agenti della scorta.

Secondo l’accusa, Pellegrini e Tersigni avrebbero ostacolato il lavoro dei magistrati, minimizzando e trascurando dettagli fondamentali delle rivelazioni di Riggio, ex agente di polizia penitenziaria affiliato a Cosa nostra. Riggio, dal 2018, ha reso dichiarazioni cruciali su episodi accaduti durante le stragi del biennio 1992-1994, rivelando anche i legami tra criminalità organizzata e settori deviati dei servizi di sicurezza. Tra le sue dichiarazioni spiccano riferimenti a un progetto di attentato contro il giudice Leonardo Guarnotta e all’opportunità di catturare Bernardo Provenzano utilizzando una microspia.

Gli imputati, che respingono ogni accusa, sono accusati di aver sottovalutato informazioni che avrebbero potuto rivelarsi decisive. La gestione del rapporto confidenziale con Riggio è al centro della vicenda. La Procura generale di Palermo aveva già sollevato dubbi sulla mancanza di documentazione tra il 2000 e il 2001, periodo in cui Riggio collaborava con la Direzione investigativa antimafia (Dia). Perché non furono redatti rapporti o appunti riservati?

Tra le accuse mosse a Pellegrini e Tersigni vi è anche il mancato approfondimento del piano per assassinare il giudice Guarnotta, allora presidente della Corte che giudicava Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Riggio affermò che Giovanni Peluso, un ex poliziotto ora imputato per concorso esterno in associazione mafiosa, gli aveva rivelato dettagli sul piano, arrivando a disegnare uno schizzo dell’abitazione del magistrato. Tuttavia, le sue dichiarazioni apparvero contraddittorie durante il processo Capaci bis, sollevando ulteriori interrogativi.

Le rivelazioni di Riggio e i depistaggi istituzionali

Pellegrini, figura storica dell’antimafia e collaboratore di Falcone, si difende sostenendo di aver agito sempre in buona fede. Il peso delle accuse è significativo. Già nel 1981, Pellegrini aveva redatto un rapporto che svelava i legami di Provenzano con la sanità siciliana, dimostrando una profonda conoscenza dei meccanismi mafiosi. Ora, però, il processo lo pone in una posizione delicata, chiamandolo a rispondere di presunti errori che avrebbero compromesso la lotta contro Cosa nostra.

La testimonianza di Riggio, benché controversa, ha già portato alla luce elementi di grande rilevanza. Nel 2019, durante il processo Capaci bis, Riggio aveva parlato della presenza di una donna legata ai servizi segreti libici, presumibilmente in contatto con Peluso. Dichiarazioni che intrecciano la vicenda mafiosa con scenari internazionali, aggiungendo un ulteriore livello di complessità al caso.

Un processo che potrebbe riscrivere la storia

La Procura di Caltanissetta, guidata da Salvatore De Luca, ha chiesto il rinvio a giudizio dei due ufficiali. Il processo si presenta come un’occasione cruciale per chiarire aspetti oscuri della storia italiana recente, facendo luce sui legami tra mafia, istituzioni e apparati deviati dello Stato. Al di là delle posizioni difensive, rimane il dovere di garantire giustizia per le vittime di una stagione di sangue che ha segnato profondamente il Paese.

La mafia è scomparsa dal dibattito politico, data ormai come fatto storico. La storia completa degli attentati a Falcone e Borsellino e del periodo delle stragi però è ancora da raccontare. 

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Se uccidere moglie e figlia è ‘comprensibile’, aboliamo pure il reato

«Hanno tolto l’ergastolo a lui per darlo a noi». Conviene partire dalle parole di Elena, sorella di Gabriela Trandafir e zia di Renata, uccise a fucilate da Salvatore Montefusco per comprendere lo sdegno di fronte alla sentenza dei giudici di Modena che la senatrice del Pd Valeria Valente definisce un provvedimento da ‘manuale del patriarcato’.

La Corte di Assise ha condannato il femminicida a 30 anni, e non all’ergastolo, in ragione della “comprensibilità umana dei motivi che hanno spinto l’autore a commettere il fatto di reato”. “Arrivato incensurato a 70 anni, non avrebbe mai perpetrato delitti di così rilevante gravità se non spinto dalle nefaste dinamiche familiari che si erano col tempo innescate”, scrivono i giudici. Insomma, c’è un comprensibile motivo, anche se non buono, per uccidere la moglie e sua figlia.

L’imputato provava – dicono i giudici – “disagio, umiliazione ed enorme frustrazione” e quando la moglie gli ha detto che avrebbe dovuto lasciare la casa avrebbe avuto un “black-out emozionale ed esistenziale che lo avrebbe condotto a correre a prendere l’arma”.

C’è nero su bianco tutto l’armamentario delle giustificazioni che la cattiva stampa e i maschi assassini usano per lenire la gravità culturale dei femminicidi. Se è umanamente comprensibile ammazzare a fucilate una moglie e sua figlia, a questo punto, possiamo anche stracciare le conferenze, i libri, le panchine e le commissioni parlamentari sul femminicidio.

Che ci sia sempre un comprensibile motivo per concimare il patriarcato è da secoli la sua forza. Ora è anche sentenza.

Buon martedì.
Una foto di Gabriela Trandafir, 47 anni, con la figlia, Renata, 22

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